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Vasco, rock e business

di , 4 Luglio 2017 03:40

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

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Ci sei o ci fai?

di , 4 Gennaio 2017 03:27

La differenza fra chi è e chi finge di essere è sostanziale. Se si ha la predisposizione a riconoscere la differenza viene quasi spontaneo, altrimenti può essere molto difficile, specie oggi che i mistificatori sono professionisti specializzati con master. Mi viene in mente perché tempo fa sul canale RAI storia mi capitò di seguire una conversazione fra Renzo Arbore e Raffaele La Capria. Parlavano di Napoli, delle sue glorie e le sue disgrazie, di Posillipo e dei Quartieri spagnoli, di musica e canzoni e di miseria, di immagini oleografiche da cartolina e di problemi reali. Mi rimase impressa una considerazione di La Capria che distingueva tra i veri napoletani e quelli che “fanno i napoletani“, per adeguarsi all’immagine macchiettistica del napoletano. La ricordo perché conferma una mia vecchia impressione che provo spesso, ogni volta che vedo personaggi dello spettacolo di oggi che “fanno i napoletani“. Esempio: Totò e De Filippo erano napoletani veri;  Vincenzo Salemme e Alessandro Siani, giusto per citarne due a caso, ”fanno i napoletani“. Così come quei comici che partecipavano al programma “Made in sud“, che parlano un linguaggio che capiscono solo a Scampia e dintorni, e invece che far ridere lasciano un senso di tristezza e angoscia e fanno rimpiangere i manicomi. Ah, Basaglia cos’hai fatto! La differenza è che Totò e de Filippo erano grandi interpreti ed erano veri, non giocavano a fare i napoletani, ne erano l’essenza, l’anima; gli altri fanno venire l’orticaria solo a sentirli per due minuti. Sono dei falsi, come le “vere borse finte” cinesi. Ma è risaputo, il mondo del cinema e della televisione, dello spettacolo in genere è costruito sulla falsa rappresentazione della realtà dove la regola è la finzione, come gli scenari dipinti a teatro o sul set cinematografico. Falsi come Tiberio Murgia che nel cinema era diventato l’icona, l’emblema,  il classico siciliano gelosissimo di tanti film anni ’60, ma non era siciliano, era sardo. Lo stesso Arbore passa come cultore ed ambasciatore nel mondo della musica napoletana (cosa che fa con passione e successo e gli va riconosciuto il merito), ma è di Foggia e nemmeno lui gioca a fare il napoletano. E l’elenco sarebbe lunghissimo.

Per puro caso facendo zapping alla ricerca di qualcosa di guardabile per 5 minuti di seguito senza farsi venire le crisi d’ansia e la tentazione di sfasciare il televisore, ieri sera  capito di nuovo su RAI storia dove stanno rimandando in onda proprio quella vecchia puntata di “Napoli signora“ con Arbore e La Capria.  Così lo riguardo. Ascoltare una conversazione fra persone intelligenti è un godimento estetico sempre più raro in tempi di diffusione mediatica di mediocrità, pettegolezzi, liti da pollaio e beghe fra comari. Citano aneddoti e curiosità della Napoli di una volta, glorie musicali e letterarie, storie di canzoni e poesia e personaggi illustri, da Croce a Vico, a  Salvatore Di Giacomo del quale mi viene in mente quel capolavoro che è “Pianefforte ‘e notte“, che inevitabilmente richiama a sua volta un celebre classico della canzone “Voce ‘e notte“, scritta agli inizi del secolo scorso. La cerco su Youtube, la ascolto, la riascolto e istintivamente la paragono a ciò che si sente oggi.

Dico da tempo che la musica leggera è morta. Si tiene in piedi l’industria discografica solo perché ha interesse a sopravvivere. Ma sono decenni che tutti sembrano cantare la stessa lagna. Così oggi, appena vedo in TV qualcuno che sta per cantare cambio canale prima ancora di sapere cosa canterà: “a prescindere“, direbbe Totò. Il discorso sarebbe lungo, ma non vale la pena di dilungarsi. Sono cambiato io? No, è cambiata la musica. Peggio ancora quando per musicisti si intendono certi personaggi strampalati e pittoreschi (vedi un tale Bello Figo) che con la musica hanno poco a che fare. Ed ecco che torno al punto di partenza. Una volta c’erano musicisti e parolieri che facevano musica e producevano canzoni che ancora oggi, dopo un secolo, restano nella memoria di tutti. Oggi c’è gente che “fa finta di fare musica” e produce solo indistinti motivetti fatti in serie come pannolini e merendine. E per mascherare la totale assenza di estro creativo cercano di distrarre l’attenzione sfoggiando abbigliamenti bizzarri, fumi, luci ed effetti speciali. Ecco la differenza tra chi è e chi finge di essere. Tanto per confermare la mia idea sulla differenza fra chi “ci è” e chi “ci fa“, subito dopo Arbore-La Capria, parte un’altra intervista: Gianni Riotta intervista Roberto Saviano. Sembra fatto apposta per mostrare la differenza fra una conversazione intelligente e quella che pretende inutilmente di esserlo; come paragonare il caviale e le uova di lompo, l’arte e l’artigianato, Michelangelo e gli scalpellini, Platone e Fusaro, Caruso ed Il Volo. Chiaro che dopo un minuto avevo già cambiato canale.

E finisco su RAI1 dove è in corso un programma che stento a credere che sia sulla televisione italiana. Sono vecchie immagini d’epoca in bianco e nero e interviste a personaggi del cinema, dell’arte, filosofi, poeti, pittori. Una galleria di mostri sacri, cito quelli che ricordo: Fellini, Moravia, Italo Calvino, Pasolini, Prezzolini, Moravia, Pablo Neruda, Andy Warhol, Giorgio De Chirico, Ezra Pound, Charlie Chaplin, Ennio Flaiano, ed altri. Scopro alla fine che il programma è “Gli occhi cambiano” di Walter Veltroni. Da non credere, ma è vero. Ovviamente queste perle della cultura le mandano in onda in orari per nottambuli, mentre tutto il giorno ci propinano sciacquette e ochette starnazzanti, oroscopi, cuochi e tagliatelle di nonna Pina. Meriterebbe un post a parte. Forse lo farò; o forse no. Allora, per concludere, voglio dedicare questa interpretazione di Voce ‘e notte nell’esecuzione dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore e la voce di Eddy Napoli e di una stupenda Francesca Schiavo a tutti quei musicisti per caso che, inspiegabilmente, circolano a piede libero su tutti i canali, affinché vedano la differenza fra la musica vera e fingere di far musica. Ma dubito che Bello Figo lo capisca. Se questi musicanti per sbaglio non avessero il cervello fuso a forza di alcol e droga (sarà un caso che molti muoiano proprio per effetti devastanti di droga e alcol?), forse lo capirebbero e, vergognandosi, tornerebbero a lavorare nei campi. Ma ormai la decadenza mentale è irreversibile. Purtroppo per loro; e anche per noi che dobbiamo sopportarli.

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