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Gender e ghigliottina

di , 1 Agosto 2017 15:26

Piccoli grillini crescono“, si potrebbe dire. E’ quello che viene in mente leggendo questo articolo “Così la scuola fabbricherà piccoli grillini gay friendly“. Sono alcune delle linee guida della politica del M5S. A cominciare dalla scuola, perché è li che è più facile manipolare le menti dei bambini che, incapaci di opporre valutazioni critiche all’insegnamento, assorbono tutto come spugne. E’ il primo intervento di ogni regime totalitario; il controllo della scuola. E cosa insegneranno di bello per indottrinare i bambini e farli diventare dei perfetti piccoli Balill…pardon, grillini? Per cominciare, stop alle scuole private; solo scuole pubbliche. Poi educazione alimentare ed ambientale. Magari con particolare insistenza su diete vegetariane o vegane (La “sindaca” di Torino, Appendino, ha già sperimentato una settimana di dieta vegana nelle scuole piemontesi).

Ed ecco il fulcro, il perno della pedagogia grillina: “L’ambizione più grande è formare cittadini che rispettino e valorizzino le diversità, che includano le minoranze e promuovano la cultura della tolleranza. Per questo motivo i nuovi percorsi interdisciplinari di educazione all’affettività e alla parità di genere sensibilizzeranno i nostri studenti sulla necessità di accettare e rispettare tutte le differenze.”. In pratica la diffusione delle teorie gender; cosa che stanno già facendo da tempo nella scuola. Ed a seguire cambiare radicalmente usi, costumi, abitudini, stili di vita degli italiani. Basta automobili, sostituite dalla “mobilità dolce” (poi ci spigheranno cosa vuol dire; intanto è sconsigliata ai diabetici): “L’obiettivo è diminuire il numero dei veicoli privati in circolazione.”. Immagino la gioia di Marchionne.

Sembra una di quelle idee strampalate di cui ho accennato nel post “Pesci d’aprile“. In particolare quella di un certo ministro dei trasporti, Giancarlo Tesini, che riporto: “Mi ricorda un’altra pensata geniale di un ministro dei trasporti di molti anni fa. Per ridurre il traffico cittadino e l’inquinamento ebbe la geniale idea di consentire la circolazione alle auto solo con 4 persone a bordo. Non è uno scherzo. Era Giancarlo Tesini, ministro dei trasporti nel governo Amato nel biennio 1992/’93.  Avete idea di quali sarebbero state le conseguenze di una simile legge? Per uscire in auto, magari per una urgenza, avreste dovuto caricarvi la mamma, la nonna paralitica e il portinaio, oppure pagare dei passanti per accompagnarvi. A Napoli si sarebbero inventati subito una nuova professione “I passeggeri accompagnatori; anche festivi, prezzi modici“. Per fortuna l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.“. Una “Tesinata pazzesca“.

Insomma, vogliono rifare un mondo a misura di grillini. Uno Stato etico che controlla tutto e tutti e forgia le menti fin dall’asilo per ottenere il prototipo di perfetto “cittadino” (così si chiamano fra loro: manca solo l’adozione della ghigliottina, ma ci arriveranno). Sull’esempio del vecchio motto fascista “Libro e moschetto, fascista perfetto” introdurranno il nuovo testo unico ad uso delle scuole del Regno…pardon, della Repubblica. Ovviamente, vista la loro predilezione per l’informatica, il motto sarà così modificato “Web e dischetto, grillino perfetto“.

Ma il fallimento dell’URSS, non ha insegnato nulla? Il Venezuela ed il fallimento del socialismo in stile cubano non vi dicono niente? Il tragico fallimento di ogni ideologia che ha tentato di creare uno Stato etico non basta?  Questi ragazzotti di belle speranze sognano di costruire il mondo a misura della loro fantasia adolescenziale e confondono la politica con i giochi di società. Ma un conto è governare una nazione, altro è giocare a Monopoli. E’ un tragico errore che nella storia dell’umanità hanno commesso in tanti; e tutti con esiti catastrofici. Poi, appena crescono, lasciano il Monopoli e si scontrano con la realtà, vanno in crisi e si rendono conto della loro completa inadeguatezza, impreparazione, incapacità di risolvere anche i problemi più elementari.

Ma la colpa non è dei dilettanti allo sbaraglio finiti in Parlamento; la colpa è di chi ce li manda. La colpa del degrado di Roma non è di Virginia Raggi, ma di chi l’ha votata. La colpa non è di un comico che da un giorno all’altro si inventa politico e pensa di cambiare il mondo al grido di “Vaffanc…”. La colpa è di chi ne ha consentito, anzi favorito, il successo, portando gli italiani all’esasperazione ed al totale distacco dalla politica (ci dice niente il 50% circa di astenuti ad ogni tornata elettorale?) e lo vede come ultima ratio contro il totale degrado di una nazione allo sbando. La colpa è di quella classe politica incapace e corrotta che oggi lo contesta, perché teme di perdere in tutto o in parte il proprio potere, ma che ne è la causa scatenante, la ragione della sua nascita. Come i vermi nascono dalla carne putrefatta, così il grillismo nasce dalla putrefazione della democrazia.

Ed infine il grillismo è l’ultimo germoglio di una pianta dura a morire, quella della  strampalata e nefasta ideologia figlia di “Liberté, egalité, fraternité”, del tanto sbandierato principio “una testa, un voto” (sulla carta; in pratica “Tutte le teste sono uguali, ma alcune teste sono più uguali delle altre”, come direbbero i maiali di Orwell), degli esiti non digeriti di Rousseau e della “Volontà generale”, di Proudhon, Saint-Simon, Fourier, del socialismo utopistico, delle Comuni agricole dell’800 (tutte fallite, chissà perché), dell’assemblearismo, delle decisioni a maggioranza, dell’egualitarismo contro natura grazie al quale anche gli imbecilli, i gay, i cattocomunisti e lo scemo del villaggio si sentono normali. Ancora una volta dovrete sbatterci la testa contro per capire che la realtà è dura, fa male e non la cambierete a forza di “Vaffanc…”. Ma nemmeno questa volta imparerete la lezione, perché, come disse il Signore a Mosè, riferito al suo popolo eletto che si era costruito un vitello d’oro da adorare (ma vale per tutta l’umanità): “è un popolo dalla dura cervice”.

Del resto, però, non stiamo dicendo niente di nuovo. Più o meno, mutatis mutandis, è ciò che scriveva Platone, circa 2.400 anni fa, nella sua Repubblica:Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.”. O il grillismo.

Orrore siberiano e dintorni

di , 28 Gennaio 2015 20:22

Ricordare la Shoah ed i crimini nazisti va bene. Ma perché nessuno si ricorda dei crimini comunisti? Eppure dai documenti storici risulta che anche in Russia gli ebrei siano stati perseguitati. Basta andare su Google e cercare “Persecuzione ebraica in Russia” e non avrete che l’imbarazzo della scelta, fra 150.000 voci. E magari scoprite con sorpresa che l’antisemitismo, i pogrom e le persecuzioni degli ebrei erano ben presenti in Russia fin dall’800, molto, ma molto prima  che in Germania si inventassero le leggi razziali, quando Hitler non era ancora nato. E non solo gli ebrei. E non solo in Russia; i laogai cinesi, campi di rieducazione attraverso il lavoro, non sono certo più confortevoli dei gulag. Che differenza c’è fra i lager tedeschi, i gulag russi ed i laogai cinesi? Eppure  i comunisti, russi o cinesi non fa molta differenza, in quanto a stragi ed orrori, non hanno niente da invidiare ai nazisti. Vedi: “Il lavoro rende liberi; anche in Cina“. E ancora “Laogai? Ssss, zitti e Mosca!” e “La Cina è vicina“, e “Bambini bolliti“.

Stranamente quando si cerca di accennare ai crimini di parte comunista, scatta un’amnesia generale. Come è successo per le foibe; per decenni è stato proibito parlarne (“Foibe e amnesie“). Era così proibito che qualche anno fa il Presidente Napolitano, in occasione della commemorazione delle vittime delle foibe, riuscì a tenere un lungo discorso senza mai pronunciare la parolina proibita “comunismo“. Un capolavoro. Ecco come ne parlavo nel 2007 “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E qui “Foibe, profughi e smemorati“. E ancora qui “Ricordi e amnesie” in cui dico che “Ci sono ricordi da “ricordare” e ricordi da scordare. Sì, anche i ricordi non sono tutti uguali; ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli di prima scelta e quelli di scarto. Insomma, parafrasando il famoso motto da “La fattoria degli animali”, si può affermare che “Tutti i ricordi sono uguali, ma alcuni ricordi sono più uguali di altri”.”.

Sembra proprio che quando si parla di foibe si verifichi una strana epidemia di amnesia collettiva; specie a sinistra (chissà perché). Ma da quelle parti è normale avere una visione “sinistra” della storia. Pensate che il presidente Napolitano, dopo essere riuscito a non citare il comunismo parlando delle foibe, riuscì in un’impresa ancora più disperata, quasi eroica. Riuscì a tenere un discorso in occasione della ricorrenza del ventennale della caduta del muro di Berlino, parlando non del comunismo, ma citando fascismo e nazismo. Il massimo dell’impudenza. Ovviamente, gli dedicai un post “Napolitano, il muro e le amnesie“. Già, forse sarà un segno di senescenza, ma troppe amnesie sono preoccupanti. Ecco cosa disse: “L’evento della caduta del Muro di Berlino, di cui oggi si celebra l’anniversario, è una data che al pari di quella del 9 maggio 1945 ha segnato uno spartiacque nella storia europea e mondiale del XX secolo.”. E fin qui ci siamo, niente da eccepire. Ma ecco come continua: ““…si aprì allora la strada nella Germania Est, ma il cambiamento era già iniziato in Polonia e in tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale, in direzione dell’affermazione dei diritti di libertà, che erano già stati sanciti, subito dopo la seconda guerra mondiale, in particolare con l’adozione della Costituzione a Roma e a Bonn, nei Paesi in cui erano stati sconfitti il nazismo e il fascismo.”.

Et voilà, geniale. Anche qui riesce, invece che parlare dell’obbrobrio di un muro costruito dai comunisti, a rigirare la frittata e parlare dei paesi che hanno sconfitto fascismo e nazismo. E accomuna tutti quei paesi, compresa l’URSS, nell’affermazione dei “diritti di libertà“, dimenticando (solita ricorrente amnesia) che quel muro non era proprio una dimostrazione di grande “libertà”, come non lo era l’invasione dei carri armati russi in Ungheria (invasione che lui giustificò come intervento a difesa della democrazia) o a Praga. Un capolavoro di retorica da far invidia a Marcantonio e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare. Ecco perché si diventa Presidenti; mica tutti riescono a fare queste giravolte, bisogna essere molto bravi per riuscirci.

Ma per rendersi conto che Hitler non era l’unico criminale in circolazione e che Stalin non era certo un benefattore dell’umanità, basta ricordare un altro episodio non solo taciuto per molto tempo, ma addirittura falsificato storicamente dai russi fino agli anni ’90. Si tratta della “Strage di Katyn  Per tanto tempo i russi attribuirono ai tedeschi la responsabilità della strage. In realtà, come venne alla luce da documenti riservati, fu Stalin ad ordinare l’esecuzione, nella foresta di Katyn nel 1940,  di oltre 20.000 detenuti polacchi, militari e civili, di cui circa un terzo erano ufficiali, fucilati insieme a mogli e figli. E’ solo un esempio di come la storia venga scritta spesso ad uso e consumo dei vincitori.

Ma torniamo ai gulag. Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori,  più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici.  Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth,  nel libro “L’isola dei cannibali“. Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

Di questi orrori riferivano alcuni articoli già in occasione dell’uscita del libro. Vedi “L’umanità divorata nell’isola dei cannibali” del 2007. E d ancora un anno prima “In un libro choc le infamie del comunismo“. E tante altre testimonianze si possono trovare in rete (Come l’URSS si inventò l’isola dei cannibali). Perché di questi orrori nessuno ne parla? Perché nessuno li ricorda? Che strane amnesie! Per attuare il comunismo non si esitava a eliminare fisicamente gli oppositori, rinchiuderli in carcere o  in manicomio,  o deportare gli indesiderati nei gulag siberiani, con metodi e sistemi che nulla avevano da invidiare alla pulizia etnica nazista contro gli ebrei ed al progetto della “Soluzione finale“. Ma il comunismo fece molte più vittime dei 6 milioni di ebrei morti nei lager; secondo le stime si va da 20 a 50 milioni di morti. Del resto, non si scopre niente di nuovo. Gli orrori dei gulag erano stati già ampiamente denunciati e descritti da Aleksandr Solženicyn nel suo libro “L’arcipelago gulag“. Ma sembrerebbe che nessuno lo abbia letto, oppure l’hanno dimenticato.

Allora, perché si parla sempre dei crimini nazisti e nessuno ricorda quelli comunisti? Perché si commemorano i 6 milioni di ebrei morti e non i 50 milioni di russi morti? I russi morti valgono meno degli ebrei morti? Perché sui crimini comunisti c’è sempre questa specie di barriera protettiva, un silenzio complice, una sorta di omertà culturale che impedisce di ricordare e commemorare anche le vittime staliniste?  I morti nei gulag sono meno morti di quelli dei lager? Perché sui media, specie in televisione, ci sono sempre ospiti, esperti, intellettuali, scrittori, politici, opinionisti, che ci ricordano un giorno sì e l’altro pure i crimini nazisti e quasi mai si vede qualcuno che ci parli di Stalin e delle delizie dei suoi villaggi vacanze siberiani?

Sul canale 54 “RAI storia” ogni giorno, dico ogni santo giorno c’è un programma su fascismo o sul nazismo. Da anni, anzi decenni,  su RAI 3 vanno in onda questi stessi programmi, visti e rivisti, ma sempre riproposti. Cambia il titolo, l’argomento, i personaggi presi in considerazione, ma si parla sempre di fascismo e nazismo. Per la RAI tutta la storia si limita a quel ventennio. Perché non si vedono mai programmi sulle delizie del regime sovietico o cinese? Perché nei programmi dei paladini della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione, vediamo sempre le stesse facce, gli stessi “autorevoli” opinionisti di regime e raramente vediamo e sentiamo voci dissonanti? Perché i programmi di storia vengono sempre presentati o commentati da Giovanni Minoli o da Paolo Mieli? Certo, il giorno della memoria è giustamente dedicato al ricordo delle vittime del nazismo. Forse sarebbe il caso di dedicare anche una giornata al ricordo delle vittime del comunismo. Oppure non si può perché non sarebbe politicamente corretto? Oppure facciamo finta di non saperlo o di non ricordarlo? Ma non è un controsenso avere delle amnesie nel giorno della memoria? Visto che questi vuoti di memoria sono così frequenti, la cosa è preoccupante. Troppe amnesie,  forse è meglio farsi vedere da uno specialista e curarsi.

RAI3, Kennedy e L’Unità

di , 28 Novembre 2013 14:12

Venerdì scorso, 22 novembre,  RAI3 ha dedicato la serata alla commemorazione dei 50 anni dalla morte di J.F. Kennedy. Prima ha mandato in onda il film “Parkland” ed a seguire la “Serata Kennedy” curata dallo staff di Agorà, con il conduttore Gerardo Greco coadiuvato da Mia Ceran. Niente di particolarmente sconvolgente, se non fosse per un piccolo ed insignificante dettaglio che sembrerebbe casuale, ma non lo è. (Vedi qui il video della puntata “Agorà serata Kennedy“)

Ma partiamo con una piccola osservazione generale. La prima cosa che salta all’occhio è la presenza in studio di un’auto, una Lincoln Continental, simile a quella dove viaggiava Kennedy quando fu colpito. Viene spontaneo ricordare  quante volte Bruno Vespa è stato sbeffeggiato per aver usato a Porta a porta dei modellini, il famoso “plastico“, di luoghi teatro di avvenimenti tragici (classico il plastico della villetta di Cogne). I plastici di Vespa sono diventati un tormentone da usare per farsi beffe del suo programma. Se però certe cose le fa RAI3 allora diventano invenzioni da grande giornalismo.

Così, invece che un modellino di auto, i “compagni” di RAI3 fanno le cose in grande, non badano a spese e portano in studio una vera Lincoln Continental (tanto paghiamo noi). E’ l’occasione per il conduttore per illustrarci le caratteristiche del modello, dirci che è lunga quasi 6 metri (ma l’originale di Kennedy era anche più lunga), che ha 7.000 di cilindrata e che con un litro di benzina fa solo 3 chilometri. Forse nel corso del programma (non lo so perché l’ho seguito solo per una ventina di minuti) avrà rivelato anche la pressione delle gomme anteriori e posteriori.

 

Come se non bastassero le note sulla Lincoln, Greco ci mostra anche una vecchia cinepresa Bell & Owell degli anni ’60, e ci spiega che si caricava a molla. Tutti dettagli, ovviamente, fondamentali per capire e spiegare l’assassinio di Kennedy. Magari se l’auto fosse stata di un’altra marca e la cinepresa pure, forse non avrebbero ammazzato Kennedy. No? Se così non è che senso ha portare in studio una Lincoln ed una cinepresa Bell & Owell? Eppure deve esserci una relazione. Tanto è vero che la corrispondente da Dallas, Giovanna Botteri, azzarda un’osservazione acutissima, ripresa subito dopo anche da un altro acutissimo commentatore, Vittorio Zucconi. Dice la Botteri che se quel giorno a Dallas fosse stata una giornata di pioggia, la Lincoln sarebbe stata coperta e, quindi, non sarebbe stato possibile sparare al presidente. Per la serie “Se mio nonno avesse le ruote sarebbe una carriola“. Questo è grande giornalismo, ragazzi, mica quello di Vespa che porta in studio il plastico di Cogne!

Ma la sorpresa è un’altra. Quasi subito la telecamera riprende la Lincoln da dietro ed in primo piano appare, ben visibile,  una copia de L’Unità con il titolone in caratteri cubitali che annuncia la morte di Kennedy.

Domanda per i più distratti: perché si mostra in primo piano la testata de L’Unità? Anche questo è un dettaglio fondamentale per capire l’assassinio di Kennedy? Oppure? Direi “oppure“. La cosa strana è che  da una ripresa dello studio dall’alto si nota la postazione della giornalista Mia Ceran ed il suo tavolo  sul quale sono disposti a caso dei quotidiani che, immaginiamo, siano del giorno della tragedia. Ma su quel tavolo la copia de L’Unità con il titolone in grande non c’è.

E ancora, da una inquadratura frontale dell’auto si vede che dietro non c’è niente.

Ma allora come si spiega quella inquadratura con L’Unità in primo piano quando riprendono l’auto da dietro? Mistero! In realtà è probabile che la telecamera mobile, quella che fa le riprese da dietro, si sposti dietro un piccolo leggio seminascosto sul quale è posata quella copia de L’Unità. Bene, quella inquadratura viene riproposta ben 4 volte nel corso dei primi dieci minuti (esattamente 10′.5″, lo si può verificare rivedendo il video). Quattro volte in dieci minuti, fra collegamenti con Dallas ed interventi in collegamento esterno di Vittorio Zucconi, Paolo Guzzanti e Oliviero Toscani. Se tanto mi dà tanto, presumo che quella inquadratura sia stata riproposta ancora nel corso della puntata. Non ne sono sicuro perché, come ho già detto, non ho visto tutta la puntata.

Ora si pone un’altra domanda: perché tanta evidenza proprio all’Unità e non ad altri quotidiani? Perché? Perché L’Unità non è insieme agli altri quotidiani sul tavolo della Ceran e viene ripreso a parte con grande evidenza? E perché viene dato tanto rilievo  solo, dico solo, a L’Unità? Si tratta, forse, di una caso di pubblicità occulta?

Ora dovremmo ricordare che qualche anno fa Michele Cucuzza conduceva “La vita in diretta“, un programma pomeridiano di informazione ed intrattenimento, con servizi esterni registrati in varie località. In uno di questi servizi, curato da Gianfranco Agus, girato all’interno di un ristorante, venne inquadrato il nome del locale. Fu uno scandalo, scattò l’accusa di pubblicità occulta e sia Agus che il regista Pillittieri  furono sospesi. Più di recente, marzo 2013,  un altro conduttore televisivo, Alessandro Di Pietro, che conduceva in RAI “Occhio alla spesa“, un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari, ebbe l’infelice idea di presentare nel corso di una puntata una “pasta alla soia” specificando la marca.  Per decantarne le proprietà salutari intervistò due “esperti” che ne consigliavano il consumo a diabetici, sportivi e donne in menopausa, senza specificare che quegli esperti erano anche soci dell’azienda produttrice della pasta.  Altro scandalo, altra accusa di pubblicità occulta, multa di 25.000 euro alla RAI, programma chiuso e Di Pietro allontanato dalla RAI.

Già, alla RAI sono molto severi in quanto a pubblicità occulta. Basta un niente e ti chiudono il programma o ti licenziano. A meno che non lo si faccia su RAI3 ed il prodotto non sia “L’Unità“. Allora non è pubblicità occulta, è grande giornalismo. Del resto, fare pubblicità a L’Unità non è una novità per RAI3; nella rete dell’ex PCI è normale fare marchette al quotidiano dei “compagni“, giochiamo in casa. Tanto la Commissione di vigilanza non se ne accorge, quelli si svegliano solo quando devono verificare lo spazio che si dà a Berlusconi, poi dormono. Avevo già segnalato in passato un altro caso evidentissimo di pubblicità a favore de L’Unità. Succedeva ogni volta che a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio era ospite Gramellini che leggeva il suo vangelo sullo stile di Travaglio. Dedicai un post a questa sfacciata “Marketta“. Guardatelo qui (“Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità“).

 fazio 2

Naturalmente nessuno ha mai protestato e la Commissione di vigilanza dormiva. Nemmeno Brunetta lo aveva notato; si è svegliato solo pochi mesi fa ed ha scoperto che, udite udite, in televisione c’è una sperequazione di programmi, conduttori ed ospiti, a favore della sinistra. Ma va, sa Brunetta che non lo avevamo mai notato? Ben svegliato Brunetta.

Sarebbe bene prestare più attenzione a questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Sono parte integrante ed essenziale di una strategia mediatica funzionale alla creazione dell’opinione pubblica. Sono gli strumenti di lavoro quotidiano dei cosiddetti “persuasori occulti“. La cosa insopportabile di questi professionisti della manipolazione dei cervelli è che sono convinti di essere furbi, più furbi dei cittadini normali, e di poter usare tutti i trucchi possibili della comunicazione, tanto la gente non se ne accorge. Ecco perché i sinistri sono insopportabili. Hanno la pretesa di farci fessi e contenti. E magari in molti casi, purtroppo, ci riescono davvero.

Ma in questo caso non si tratta solo dell’ennesima “marketta” a favore dell’Unità. C’è di più e peggio. Quella inquadratura ripetuta più volte con L’Unità in primo piano, svolge anche un’altra funzione ancora più importante e subdola. L’abbinamento fra L’Unità ed il nome di Kennedy ha una spiegazione più complessa che va ricercata nelle regole e nei principi della comunicazione (pane quotidiano dei nostri persuasori occulti) e nei meandri della mente e dei riflessi inconsci. Ha uno scopo preciso: avvalorare l’idea che gli ex/post comunisti siano equiparati a tutti gli effetti ai democratici kennedyani USA.

E’ una campagna mediatica che va avanti da anni, da quando i nostri “compagni” orfani dell’URSS, dopo la fine dell’impero sovietico, il fallimento e la condanna storica del comunismo, hanno dovuto rifarsi un’immagine credibile, una nuova verginità. Così hanno cominciato a cambiare bandiere, nome, segretari, inni, per far credere che siano qualcosa di diverso dai comunisti. Così sono diventati “democratici“, progressisti, liberal, americani a Roma, fan di Obama e nipotini di Kennedy. Il gioco è fatto. Per mascherarsi e far dimenticare le origini hanno cambiato tutto, hanno smesso le bandiere rosse, non si chiamano più comunisti, Veltroni compra casa a Manhattan, Bersani porta corone di fiori sulla tomba di Kennedy, usano slogan tipo “I care…”, si presentano in maniche di camicia come Obama  e invece che Bandiera rossa cantano “Over the Rainbow“. E se gli si chiede quali siano i loro “padri nobili di riferimento” Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!?) e l’orecchinato Nichi Vendola indica il cardinale Martini (!?). Sembra una battuta da Zelig, invece è vero (Papi e cardinali ispiratori della sinistra).  Solo a sinistra si può trovare tanta falsità ed ipocrisia in quantità industriale.

Questa trasformazione degna di Fregoli è un’autentica truffa culturale, mediatica, ideologia e storica, messa in atto e portata a compimento con la complicità compiacente dei media nazionali, di  imprenditori in crisi d’identità con simpatie proletarie, di cattocomunisti confusi, di ricchi borghesi radical chic e di intellettuali di regime che si vendono per un premio letterario o una comparsata televisiva. Ma essi, gli americanini di  borgata, sono sempre gli stessi. Sono gli stessi che negli anni ’60/’70, un giorno sì e l’altro pure, scendevano in piazza per protestare contro la NATO e l’America imperialista, cresciuti a pane e Marx, assemblee, collettivi, 6 politico, anticapitalismo, lotta di classe, eskimo, libretto rosso di Mao, comuni e promiscuità, amore libero, spinello e lotta di classe. Sono sempre loro, un po’ invecchiati, pelati, ingrassati, imbolsiti, con la pancetta e la pappagorgia, ma sempre quelli sono. Hanno solo cambiato aspetto. Per sopravvivere hanno cambiato pelle: come i serpenti.

 

 

 

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