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Papa. parcheggi e onde

di , 20 Gennaio 2018 20:45

Una ne fa e cento ne pensa; instancabile, se non spara la sua cazzata fresca di giornata non è tranquillo. Non è che io ce l’ho con Bergoglio, è lui che ce l’ha con se stesso e con il mondo. Ha appena finito di dire che la fede bisogna insegnarla in dialetto (Papa e fede alla vaccinara) e mentre siamo ancora storditi da questa rivelazione e cerchiamo di ripassare le nostre reminiscenze dialettali per poter tramandare la fede ai posteri, ecco l’ultimissima: “Non esistono culture superiori o inferiori.”. Tutte le culture sarebbero uguali? Bergoglio, ma è sicuro di sentirsi bene? il discorso sarebbe lungo, ma vediamo di fare un esempio facile facile che capirebbe anche il sagrestano di Guamaggiore.

Nella foresta amazzonica, dove si trova ora, vivono delle tribù che non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo. Si hanno solo alcune foto riprese dall’alto da un elicottero che, mentre sorvolava la foresta, ha individuato e fotografato alcuni indigeni vicino ad una grande capanna di rami e fogliame. Li chiamano “uomini rossi” perché hanno il corpo colorato con un pigmento rosso, ed usano lance e frecce con le quali cercavano di colpire gli intrusi su quella strana e minacciosa macchina volante: “Amazzonia, scoperta tribù di uomini rossi.”. Bergoglio, vuol dire che tra la cultura degli “uomini rossi” (ed altre simili, come quella dei tagliatori di teste del Borneo), rimasta a livelli primordiali, e quella occidentale evoluta nel corso di millenni che ha portato progresso culturale, artistico, sociale, morale, invenzioni, capolavori dell’arte, letteratura, musica, scoperte scientifiche che hanno consentito di mettere piede sulla Luna, non c’è differenza e non si può dire che la nostra sia superiore? Si fa fatica a crederlo, ma dice esattamente questo. Chi continua a mettere sullo stesso piano le diverse culture, negando differenze sostanziali ed il loro diverso valore è un idiota; che sia Papa o sagrestano.

 E siccome alle idiozie  non c’è limite, ecco l’altra cazzata del giorno partorita dalle menti geniali che ci governano: “Parcheggi; i ricchi paghino di più.”. C’è gente che si sveglia al mattino e comincia a pensare; questo è il guaio, il fatto che pensino, che pensino cazzate, siano convinti di avere delle idee geniali e le impongono ai cittadini. Perché far pagare il parcheggio uguale per tutti? Non è giusto, meglio farlo pagare in base al reddito; più guadagni più paghi. Tempo fa fecero la stessa proposta per le multe; volevano stabilire l’importo delle sanzioni non in base all’infrazione, ma in base al reddito di chi le commetteva. E c’è ancora chi parla di uguaglianza degli uomini e stabilisce questa uguaglianza addirittura nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se Einstein diceva che la stupidità umana è infinita, forse aveva qualche motivo per pensarlo. Allora, se il criterio per stabilire i prezzi dei beni e servizi, non è il loro valore commerciale, ma la ricchezza di chi ne usufruisce, anche il pane, il caffè, il giornale, zucchine e carote, la pizza, non si pagheranno in base al prezzo di mercato, ma in base al reddito? Cari governanti, lasciate perdere la politica, non è roba per voi. Pensate a curarvi, avete chiarissimi sintomi di gravissime forme di psicopatologia. Curatevi, per il vostro bene; ed anche per il nostro.

Quando sento notizie di cataclismi naturali, terremoti, alluvioni, tsunami, attentati terroristici, resto sempre perplesso davanti alla sicurezza con cui i media forniscono, in tempo reale, i dati sulla gravità dell’evento, il numero delle vittime e l’importo dei danni. Ne ho parlato spesso in passato, anche per sottolineare errori e ridicoli dati forniti e sparati in prima pagina. Vedi “Corriere e terremoti” sul devastante terremoto che colpì il Cile nel 2015. O, ancora più divertente ed emblematico di come certi articoli siano scritti con i piedi, questo strano meteorite dalle dimensioni variabili “Meteoriti e Hiroshima” che cambia grandezza e potenza distruttiva secondo le testate che riportano la notizia. Storia vecchia quella dell’affidabilità della stampa. Ricordate il terremoto ed il successivo tsunami che devastò le Maldive nel Capodanno del 2004? I media facevano a gara a chi sparava numeri a pera. Allora scrissi questo: “Riepilogo (onda su onda). E siccome in tutti questi anni non è cambiato niente, pochi giorni fa una meteorina in TV annunciava forti venti sul Tirreno, burrasca e onde “alte 6 metri” (le avrà misurate lei?). Per fortuna, in questi giorni le onde si sono abbassate. Infatti ieri un quotidiano locale annunciava: “Sardegna, nuova allerta venti e mareggiate; onde alte 4 metri.“.

Ora, il vento lo possiamo misurare esattamente con gli anemometri, ma le onde?  Chi misura le onde? C’è qualcuno specializzato (con tanto di Master al MIT di Boston in misurazione delle onde marine) che sta in mezzo al mare con un’asta graduata e le misura tutte, una per una, e poi magari fa la media? Ma poi siamo sicuri che non ci freghi e invece che 4 metri siano alte solo 3 metri e 80 o siano alte 4 metri e 20? Bisogna essere precisi, perché, se devo uscire a pesca, anche 20 o 30 centimetri di differenza possono essere determinati per la sicurezza. No? Ed ecco che continuo a portarmi dietro questo dubbio: ma chi le misura le onde? Boh…

Tsunami e candele.

- Non ci sono più candele, arrangiatevi.

- La Luna nel segno del Leone.

- Morti e candele.

- Morti, candele e affari. 

- Morti, candele e…come apparire bbbuoniii.

Sì, ma chi misura le onde?

Giorno della memoria, fra crimini e talenti

di , 27 Gennaio 2017 12:36

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che  non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata” nuova.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

- Shoah e buoni ideali

- Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

 

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

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Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

di , 27 Gennaio 2016 21:32

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

- Shoah e buoni ideali

- Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

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Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

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La diversità è una ricchezza: dipende

di , 1 Dicembre 2015 21:18

In questi giorni sta passando in televisione uno spot ministeriale  realizzato a cura dell’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza: riguarda il tema della diversità intesa come valore e ricchezza. E’ interpretato dai ragazzi protagonisti di “Braccialetti rossi“, una fiction improntata proprio sulla diversità e la tolleranza.

E’ un tema ricorrente sui media, uno dei capisaldi del pensiero “politicamente corretto“. In apparenza è del tutto condivisibile, ma il rischio è che si tratti di un messaggio “civetta”, dietro al quale si celi un fine più ampio e subdolo che, col pretesto della tolleranza, vuole imporre l’accettazione di tutto ciò che può essere non solo diverso, ma anche in contrasto con la nostra cultura ed il sentire comune. Si coinvolge il pubblico con fiction, racconti e rappresentazioni emotivamente coinvolgenti,  per poi far passare, dietro quel messaggio apripista, di tutto e di più. Ho parlato spesso di queste ambiguità mediatiche e del pericolo di una interpretazione distorta dei concetti maldigeriti di diversità e uguaglianza. Per dirlo chiaramente ed in maniera sintetica, con un’espressione che non è molto elegante, ma esprime benissimo il concetto: “La difesa della diversità non giustifica l’esibizione e l’ostentazione di ciò che è contro la morale corrente, la buona educazione ed il buon senso. Anche la merda esiste ed è del tutto naturale. Ciò non significa che la si debba portare a tavola.”. Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma visto che sono cose già dette e ridette, tanto vale riprendere un vecchio post di due anni fa su un altro spot del governo dedicato al tema dell’omofobia.

Natura e diversità (settembre 2013)

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti diversi e parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura e della sua diversità. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la diversità è la norma. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano, attribuire a tutte lo stesso valore e convincerci ad accettarle.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Vedi

- Diversamente uguali e ugualmente diversi

- Omofobia, xenofobia, razzismo

- Razzismo o cosa?

- Voltaire e l’Islam

- Ama il prossimo tuo

- Banane e razzismo

- Carnevale romano

- Elogio della diversità

Eco e gli imbecilli del web

di , 11 Giugno 2015 20:40

Umberto Eco ha ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media” dall’università di Torino, la stessa dove, nel 1954, si era laureato in filosofia. Ne aveva proprio bisogno. Oggi una laurea honoris causa non si nega a nessuno, ce l’hanno cani e porci.

E visto che è esperto di “Comunicazione e cultura dei media” può, a buon diritto, esprimere il suo autorevole parere sul web. Ed ecco cosa dice: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli.”.  Il nostro illustre semiologo forse dimentica che il diritto di parola a tutti, compresi gli imbecilli, non è un’invenzione dei social media, è un principio cardine della democrazia, garantito dalla nostra Costituzione. Ed Eco è uno di quelli che, da buon intellettuale di sinistra, dovrebbe difendere con tutte le forze ed a costo della vita, Voltaire insegna, il diritto alla libertà di pensiero e di espressione a tutti: imbecilli compresi. Ma evidentemente il nostro intellettuale, ormai ultra ottantenne, deve aver avuto una qualche piccola crisi d’identità, o forse teme che se tutti hanno diritto di esprimersi possa risultare sminuita la sua autorevolezza. E non se la sente più di accettare il fatto che tutti abbiano diritto di parola (e magari di voto) e che, sui social media,  il suo pensiero  sia sullo stesso piano di quello dello scemo del villaggio.

Insomma, la democrazia sarà una gran bella cosa, la Costituzione pure, ma non è accettabile essere sullo stesso piano di qualunque imbecille perché (come diceva il marchese del Grillo ai popolani): “Io so’ io e voi non siete un cazzo.”. Peccato che il nostro filosofo e semiologo di grido abbia aspettato 83 anni per rendersi conto di questo piccolo inconveniente. Meglio tardi che mai. Eh sì, caro Eco, chi concede il diritto di parola a tutti, idioti compresi, non è internet, è la democrazia. L’ha capito un po’ tardi. Ma non è il solo ad avere i riflessi lenti. C’è una folta schiera di illustri pensatori, specie di area sinistra, che solo in età avanzata scoprono l’acqua calda e si rendono conto delle stronzate che hanno sempre spacciato per ideologia e verità assoluta e per una vita hanno scassato gli zebedei a chi non era d’accordo con loro. Così Umberto Eco oggi scopre che non gli va bene quello strano principio dell’uguaglianza dei cittadini, la libertà di espressione e che  il suo eccelso pensiero sia sullo stesso piano di quello dello scemo del villaggio.

Quindi, caro Eco, visto che l’uguaglianza sancita dalla democrazia le va stretta e ritiene ingiusto il diritto di parola a tutti, cominci a riflettere sui principi fondanti di quella democrazia che si dà sempre per scontata, come miglior sistema possibile, quel sistema così perfetto che lo  si vuole esportare ed imporre, anche con la forza e le bombe, in paesi esotici dove la gente segue ancora i califfi, porta in testa il turbante o un canovaccio da cucina tenuto con una specie di giarrettiera e sembra ferma a Le mille e una notte, è allergica  ai diritti umani come noi li concepiamo ed ha  una congenita idiosincrasia nei confronti dei principi di uguaglianza e democrazia. Ecco, caro professore, faccia un accurato studio sulle contraddizioni della democrazia e cerchi, se le riesce, di trovare la soluzione al problema della quadratura del cerchio “democratico”: come conciliare la libertà di parola a tutti e la necessità di distinguere il pensiero dell’imbecille da quello del premio Nobel.

Più o meno è lo stesso tipo di problema del voler garantire, come fece Fassino nel suo discorso all’ultima assemblea dei DS, quella in cui approvarono la fusione con la Margherita e la creazione del PD, il riconoscimento del merito individuale e la tutela dell’uguaglianza. Fassino non spiegò come avrebbe risolto il problema; non lo spiegò in quel discorso e non lo spiegò nemmeno in seguito. Non lo ha spiegato ancora nessuno: forse perché è una di quelle astruserie ideologiche senza capo, né coda, buone solo per ingraziarsi il popolo e abbindolare gli ingenui.  Ma Fassino non è un filosofo, né un semiologo, né un esperto di “Comunicazione e cultura dei media” come lei.  Ci provi, Eco, ci provi. Provi a conciliare la meritocrazia con l’uguaglianza ed a spiegare razionalmente e logicamente il principio per cui il voto del Nobel e dello scemo del villaggio hanno lo stesso valore. Perché, è bene ricordarlo, questo dice la democrazia. Non internet e i social forum, Eco, ma la democrazia. Magari trova la soluzione geniale e la prossima volta le assegnano un’altra laurea honoris causa in scienze politiche. Auguri.

Statisticamente gli intellettuali, le menti eccelse, i Nobel, i cervelloni, gli accademici, sono una esigua minoranza della popolazione. Significa che tutti gli altri potrebbero essere, secondo il parere di Eco, considerati imbecilli o quasi. Ma questa sarebbe la maggioranza della popolazione. “Il 50%+1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli“, diceva Clericetti. Allora bisognerebbe ricordare che il rispetto della volontà della maggioranza è un altro dei principi fondanti della democrazia. Quindi se la maggioranza è costituita da imbecilli, gli imbecilli non solo hanno diritto di parola e di espressione sui social media, in piazza, al bar e dove gli pare, ma hanno anche diritto di governare: infatti per governare non è necessario avere un titolo qualunque o superare un esame, una prova o un test. Tutti possono andare in Parlamento; anche gli imbecilli e lo scemo del villaggio. E’ la democrazia, bellezza. Eco dimentica anche questo piccolo dettaglio? Troppe amnesie, professore.

Ho l’impressione che Eco appartenga a quella folta schiera di ferventi e convinti “democratici” che a parole difendono a spada tratta la democrazia e la libertà di pensiero, di parola, di stampa, tutte le libertà possibili, ma a condizione che siano dalla loro parte. La democrazia è bella solo se sei dei nostri, solo se si è omologati al  pensiero unico, solo se è di sinistra; altrimenti non è democrazia e la libertà di espressione è momentaneamente sospesa. E soprattutto gli imbecilli dovrebbero tacere. Solo gli accademici, meglio se hanno anche una laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media” hanno diritto di parola; gli altri, il popolino illetterato, gli imbecilli e lo scemo del villaggio, devono solo tacere, ascoltare in religioso silenzio e applaudire il capo. Non devono pensare, devono solo adeguarsi al pensiero unico del partito, perché, come diceva il Migliore, Palmiro Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito“. Questa è la libertà di pensiero, di espressione e di stampa per la sinistra. Si racconta che  Stalin usasse dire ai suoi collaboratori: “Potete esprimere liberamente il vostro pensiero, purché siate d’accordo con me.”.  Chiaro?

Vedi

- Libertà e uguaglianza

- L’idiota e la democrazia

- Democrazia in pillole

- Democrazia e voto popolare

- Democrazia e pentole

- Democrazia e maggioranza

- Lo strano concetto di maggioranza

Elicotteri blu

di , 16 Febbraio 2015 15:32

Spending rewiev all’italiana. Dopo le auto blu (che dovevano scomparire e sono ancora tutte lì dov’erano, anzi ne hanno acquistate altre nuove) e gli aerei blu (quelli che prende il rottamatore Renzi per andare a prendere la moglie a Firenze e poi andare insieme a sciare a Courmayeur: ma dice che è previsto dal protocollo di sicurezza) e chissà quante altre cose “blu” esistono in questa Italia repubblicana, democratica, antifascista, nata dalla resistenza, dove, come dicevano i maiali democratici della Fattoria degli animali di Orwell “ tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri“, scopriamo che esistono anche gli “elicotteri blu“; quelli che, in un’Italia democratica dove tutti i cittadini sono uguali,  sono a disposizione di alcuni cittadini privilegiati che sono “più uguali” degli altri.

Si sta ancora discutendo del recentissimo caso della piccola Nicole, “la neonata morta in un’ambulanza mentre la stavano trasportando d’urgenza a Ragusa perché negli ospedali di Catania non c’erano posti disponibili“.  Per la sua morte sono indagate, per omicidio colposo,  9 persone e la polizia di Stato ha acquisito cartelle cliniche, atti amministrativi e perfino le registrazioni telefoniche del 118. Ed ecco la notizia del giorno che arriva dalla Sardegna, da Alghero, perla della  riviera del corallo, dove proprio il direttore del 118 di Palermo, Gaetano Marchese, stava trascorrendo un periodo di vacanza. L’uomo è stato colpito da aneurisma; succede (Vedi “Capo del 118 sta male, arriva elicottero da Palermo“).

Un comune mortale qualunque sarebbe stato soccorso e portato in uno dei centri ospedalieri più vicini (per esempio, a Sassari, a venti minuti d’auto). Oddio, magari rischiava di essere rimpallato da un ospedale all’altro per mancanza di posti letto in zona e poteva rischiare di essere trasportato in ambulanza magari a Nuoro o a Iglesias. Anche questo succede, come dimostra la neonata morta a Catania. Forse per questo il nostro direttore del 118, per scongiurare questo pericolo, ha preferito andare sul sicuro: ha rifiutato il ricovero in una struttura della zona, ha chiamato la sua “centrale operativa di fiducia” palermitana ed ha fatto arrivare direttamente, con volo notturno,  il suo “elicottero di fiducia” del 118 da Palermo, per essere portato nella sua “città di fiducia” ed affidato, nella sua “clinica di fiducia”, alle cure dei suoi “medici di fiducia“. Beh, la fiducia è una cosa seria, specie da quelle parti.

Ovviamene, a spese nostre, in tempi di sbandierata riduzione della spesa pubblica, di moralizzazione della politica, di denuncia degli sprechi di Stato e dei privilegi della casta e di abolizione delle auto blu. Onestamente, però, bisogna riconoscere che il rottamatore Renzi, nel suo famoso discorso delle slides e del “Venghino, siori, venghino…”, in cui annunciava grandi cambiamenti sociali, tre riforme in tre mesi, rivoluzioni epocali e drastici tagli alla spesa pubblica, ha parlato di abolizione delle auto blu; ma non ha accennato agli elicotteri blu. E nemmeno agli aerei blu. Allora, è tutto a posto. Tranquilli ragazzi, è la spendig rewiev all’italiana: tutti devono risparmiare e fare sacrifici, perché tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni…

Banane e razzismo

di , 30 Aprile 2014 10:20

Gravissimo episodio di “razzismo” (con sorpresa finale). Domenica scorsa, a Villarreal in Spagna, durante una partita di calcio, qualcuno ha lanciato una banana al giocatore brasiliano del Barcellona, Dani Alves, che si apprestava a tirare un calcio d’angolo. Com’era prevedibile, si è gridato subito al razzismo. E Neymar, altro brasiliano compagno di squadra di Alves, lancia subito la campagna di solidarietà antirazzista  al grido di “Somos todos macacos” (siamo tutti scimmie) e si fa fotografare con una banana in mano. Così l’iniziativa si diffonde in rete e migliaia di persone in tutto il mondo  si sono fotografati con una banana in mano ed hanno pubblicato il selfie (l’autoscatto; ma oggi si dice selfie, è più figo) in segno di solidarietà con il calciatore offeso e contro il “razzismo“. E la rete è impazzita, invasa dalle banane antirazziste (vedi foto su Google).

Sul Corriere on line si può vedere una carrellata di oltre 60 personaggi noti e meno noti che si fanno fotografare con la loro bella banana in mano: “Siamo tutti scimmie; per difendere Dani Alves”. Oltre alla Carrà col suo bananone uso telefono ci sono anche il premier Renzi (lui è ovunque) in coppia con l’allenatore Prandelli, Balotelli (anche lui non perde occasione per mostrarsi) ed altre persone comuni, uomini, donne, giovani, meno giovani, cani e porci. Sì, fra le altre, c’è anche un cane  che gusta la sua banana antirazzista. La didascalia dice: “Qualcuno espande anche il discorso agli animali. Il concetto base, comunque, resta: siamo tutti uguali“. Già, antirazzisti e “uguali“, questo è il mantra che domina i media e  risuona ovunque ogni giorno. Peccato che quelli che inneggiano all’uguaglianza siano gli stessi che, in altre occasioni (quando si parla, per esempio, di diverse etnie e culture o di gay, lesbo, trans, annessi e connessi…) si straccino le vesti per rivendicare il concetto che “la diversità è una ricchezza“. Ovvero, siamo uguali, ma diversi; secondo le circostanze e l’opportunità. Diversamente uguali e ugualmente diversi…”. Questo significa essere coerenti ed avere le idee chiare! (Vedi questo video dedicato a “Quelli che…il ’68″ ed all’uguaglianza e diversità)

Ma ieri si scopre, sorpresa, che il lancio della banana razzista è solo una trovata pubblicitaria di una grande agenzia brasiliana che si occupa dell’immagine di Neymar: “La trovata di Dani Alves è solo una campagna di marketing studiata a tavolino“. Lo ha scoperto un quotidiano brasiliano (La banana di Dani Alves). “La campagna era già pronta da due settimane e si attendeva solamente il momento giusto per lanciarla“, ha dichiarato Guga Ketzer, il capo dell’agenzia  in questione. Sembra che addirittura fossero già pronte le magliette con il logo “Somos todos macacos” e che, già nell’arco di pochi giorni, ne siano state vendute migliaia, al costo di 25 euro. Tutta una  messa in scena, studiata e ben congegnata, per tutelare l’immagine di Neymar e ricavare dei profitti sfruttando il presunto atto di razzismo. Oggi anche l’antirazzismo sta diventando un affare.

Ma siccome c’è gente che, non avendo impegni ed occupazioni più serie, aspetta solo l’occasione ed il pretesto per seguire il branco e sentirsi così partecipe del rito collettivo del momento, ecco che migliaia di persone sbucciano la loro banana, si fotografano ed inseriscono il “selfie” in rete.   Perché una cosa è certa: se qualcuno fa una proposta seria nessuno lo segue, ma se proponete una emerita stronzata,  vi seguiranno in migliaia.

Ora, dopo aver scoperto che si è trattato di una semplice trovata pubblicitaria, tutti quelli che sono cascati nella trappola e sono rimasti con la banana in mano (compresi i nostri Renzi e Prandelli), dovrebbero fare un altro selfie, cambiando il motto “Siamo tutti scimmie” in un più appropriato “Siamo tutti boccaloni“.

Anni fa ho realizzato questo video sulle “banane” con una divertente e curiosa canzoncina cantata dalle Figlie del vento. Oggi casca proprio a pennello…

Video importato

YouTube Video

Natura e diversità

di , 10 Settembre 2013 00:43

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la norma è la diversità. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano ed attribuire a tutte lo stesso valore.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Marxismo liberale

di , 30 Novembre 2012 20:10

Sembra un ossimoro. Anzi lo è proprio. Eppure è esattamente quanto ha dichiarato Bersani ieri, ospite a Porta a porta. Rispondendo ad una domanda, ha affermato che “essendo liberale…” apprezza il riconoscimento del merito e del valore, aggiungendo che, però, occorre anche tutelare l’uguaglianza. Da qualche tempo questi ex/post comunisti pentiti, ma non troppo, usano farsi paladini della meritocrazia. Parola che solo fino a qualche anno fa, fra i comunisti non ancora pentiti, suonava come una vera bestemmia.

Poi hanno avuto una crisi esistenziale, hanno cambiato bandiera, stemma, segretari, canzoni (da Bandiera rossa a Over the Rainbow), fanno il tifo per Obama, fanno le primarie e, per miracolo, diventano “democratici e liberali“. Così trasformati, cambiano anche  abitudini e stile di vita. D’Alema si trasforma in lupo di mare e veleggia su una elegante barca, Ikarus,  da 18 metri, partecipando alle regate veliche (roba da ricchi, mica da proletari). Quelli che anni fa erano in piazza, un giorno sì e l’altro pure, a protestare contro la Nato e gli americani “brutti, sporchi e cattivi“, oggi parlano inglese, copiano gli slogan made in USA ,”I care“, e si sentono tutti Yankee: Veltroni acquista casa a New York, non nel Bronx o ad Harlem, ma nell’esclusivo quartiere per ricconi di Manhattan e Bersani vola in USA per portare una corona di fiori sulla tomba di J.F.Kennedy. Roba da farsi venire le convulsioni dal ridere.

Gli ex segretari di Rifondazione comunista, Bertinotti e Giordano, per riposarsi dopo decenni di lotta di classe e dure battaglie contro i padroni ed i ricchi borghesi, acquistano vecchi cascinali in Umbria, a Massa Martana, li fanno restaurare da prestigiosi architetti e ci ricavano delle ville con piscina e parco intorno, roba da ricchi borghesi (alla faccia dei proletari). Da comunisti mangiapreti diventano pii e devoti chierichetti (giusto per rimediare qualche voto in più, in occasione delle “Primarie“, fra i cattocomunisti confusi); Vendola ha dichiarato di avere come modello il defunto cardinale Martini (!) e Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!). Trasformazione completa che li rende irriconoscibili, come nuovi.  In verità, sotto sotto, sono quelli di sempre. Hanno solo cambiato pelle; come i serpenti!

E’ come se, dopo la caduta del muro di Berlino, avessero preso i comunisti sbandati ed in fuga in ordine sparso, li avessero sistemati dentro un enorme shaker, avessero agitato con forza a lungo e poi li avessero lasciati liberi. Sono rimasti storditi, confusi e non sanno più chi sono, chi erano, da dove vengono e dove vanno. E così esaltano la meritocrazia e si dichiarano liberali. Ho la sensazione che questi non sappiano di cosa parlano. Se lo sapessero capirebbero che è un concetto totalmente in contrasto con tutta la loro ideologia e che meritocrazia ed uguaglianza, così come libertà ed uguaglianza, sono concetti opposti, contrastanti ed inconciliabili.

E’ una contraddizione che si stanno portando appresso da anni, dai tempi della fusione con quella specie politica altrettanto stordita e confusa, i cattolici pentiti della ex Margherita, con i quali hanno consumato un matrimonio contro natura. Dissero, comunisti e cattolici, che avevano radici comuni e volevano le stesse cose (!). Più confusi di così non si può. Ecco casa scrivevo 5 anni fa, in occasione di quella fusione a freddo fra ex/post comunisti e cattolici in crisi esistenziale.

Marxisti liberali e gattopardi rosa. (14 settembre 2007)

Si dice che solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Il che non significa, però, che coloro che cambiano idea non possano essere, al tempo stesso, imbecilli, né che gli imbecilli debbano, necessariamente, non cambiare idea. E’ uno di quei luoghi comuni che apparentemente sembrano avere una loro saggezza di fondo, ma che vanno presi con le pinze; anzi, con le pinzette, perché talvolta quel pizzico di verità che contengono può essere, se usata male, vanificata del tutto.

Se si assume come verità il fatto che cambiare idea sia sintomo di intelligenza, allora bisogna concludere che coloro che cambiano spesso idea, che smentiscono alla sera ciò che dicono al mattino e che sono in perenne mutazione, siano molto intelligenti. Se ne deduce, allora, che nel centro sinistra, siano tutti intelligentoni, una succursale del Mensa. E che Prodi, ovviamente, sia un genio!

Va da sé che, in tal caso, visto che, da quando è stata inventata la matematica, 2+2 fa sempre 4, tutti i matematici che in millenni non hanno mai cambiato idea, siano dei perfetti idioti! N’est ce pas?

E veniamo al dunque. Ultimamente, nella sinistra storica, è tutto un rimescolio generale, un riassestamento, una continua evoluzione verso posizioni lontanissime da quelle di partenza. Cominciano a preoccuparsi di sostenere le aziende, l’artigianato, il commercio, la piccola e media industria, promuovono ed incentivano la produttività e la competitività nazionale ed estera, elogiano il libero mercato e favoriscono la concorrenza, costituiscono società quotate in borsa, si preoccupano della sicurezza dei cittadini, adottano drastiche misure per liberare i centri urbani da accattoni, prostitute, nomadi e lavavetri. Insomma, sono talmente cambiati che se un emigrato tornasse in Italia, dopo 20 anni, e sentisse parlare gli ex/post comunisti penserebbe che siano diventati tutti di destra.

Per avvalorare questo cambiamento stanno scendendo in campo, al fine di fornire una spiegazione scientifica del fenomeno, fior fiore di intellettuali, giornalisti ed illustri studiosi. Si organizzano convegni, si pubblicano studi e ricerche, si organizzano dibattiti, si sta mettendo in atto una portentosa macchina mediatica per convincere gli ancora dubbiosi ex compagni a “cambiare idea”, a rinnegare decenni di ideologia marxista per diventare come il baffetto velista D’Alema, il pezzo da novanta della sinistra, che, dopo anni ed anni di pane e Marx, considerando che anche vivere da borghesi benestanti non è poi disprezzabile, è diventato “liberal“.

Ed ecco che appare un libretto, di Alesina e Giavazzi, intitolato “Il liberismo è di sinistra” nel quale i due autori cercano di dimostrare che siccome il liberismo favorisce la crescita dell’economia e, quindi, della ricchezza, e che questa ricchezza comporta un miglioramento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori, significa che il liberismo comporta conseguenze positive per il proletariato. Ergo, il liberismo è di sinistra.

Il che è come affermare che l’erba favorisce l’attività mentale; perché nutre le vacche che producono il latte che viene trasformato in formaggio che si grattugia sugli spaghetti che ci forniscono carboidrati che, come tutti sanno, fornisce energia al cervello. Ergo, l’erba fa diventare intelligenti!

Il concetto è lo stesso; una cavolata. Ma gli autori ci scrivono un libro che venderà un sacco di copie che produrranno tanti soldoni in diritti d’autore e vai col liscio. Ma ecco che, ad avvalorare ulteriormente questa bizzarra tesi, arriva, fresco fresco di stampa, un altro libello “d’autore“: “Il  partito democratico per la rivoluzione liberale” di Michele Salvati.

La differenza fra i due libri, come riferisce oggi un articolo del Corriere.it, è che Salvati, contrariamente agli altri due giornalisti, è “dentro il partito democratico“. Così dentro che, già quattro anni fa scrisse un altro libro “Il partito democratico“, anticipando la svolta attuale dei DS. Così “dentro” che “…la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana“.

Ora, le sezioni dei DS sono le stesse sezioni dell’ex PCI dove ancora fanno bella mostra, come capita di vedere in alcuni servizi TV, le immagini dei “padri” del comunismo, da Marx a Lenin, a Gramsci, a Togliatti. Allora mi viene un po’ da sorridere pensando a cosa mai potranno pensare questi “padri gloriosi” sentendo i discorsi dei loro nipotini che sono diventati “liberali“.

Comunque la si rigiri è una bella contraddizione, un paradosso, un ossimoro politico. Ma ricordando la iniziale premessa, dovremmo riconoscere che, visto che cambiano idea, non sono imbecilli. Allora a cosa è dovuto questo brusco cambiamento di rotta?

Le ragioni sono diverse, ma sostanzialmente la ragione di fondo è che, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il disfacimento dell’impero sovietico, questi nipotini di Marx si sono trovati col sedere per terra. Non potevano continuare a farsi portatori e sostenitori di una ideologia che ormai era morta e sepolta ed il cui fallimento era sotto gli occhi di tutti. Correvano il rischio di scomparire e seguire la loro ideologia nella tomba. Allora bisognava trovare una soluzione che consentisse di non perdere il patrimonio di consensi e di voti. Anche perché, negli anni seguenti, in piena epoca di “mani pulite“, la magistratura stava facendo il “lavoro sporco“; stava facendo piazza pulita di tutta la nomenclatura politica della prima Repubblica, partiti e dirigenti compresi; escluso, guarda caso, proprio il PCI, perché loro, si sa, sono “Persone perbene” (se lo dicono da soli, ma ne sono convinti).

Non restava che raccogliere i frutti e predisporre quella “gioiosa macchina da guerra” che Occhetto vedeva lanciata inevitabilmente verso la vittoria e la conquista del potere. Poi la macchina si è inceppata ed è rimasta la ineludibile esigenza di cambiare faccia e di inventarsi una nuova identità. E sono cominciati i cambiamenti, da PCI a PDS e poi DS. Fra congressi, lacrime e dichiarazioni d’amore: “Quel simbolo (alludendo alla falce e martello) lo porteremo sempre nel cuore“, disse un D’Alema commosso dal palco del congresso che decretava la morte definitiva del vecchio PCI.

Ma è vero cambiamento? Oppure è solo un modo per presentarsi diversi e continuare a gestire il potere? Non metto in dubbio che qualche ripensamento sincero, all’interno dei DS, ci sia stato e ci sia tuttora. Del resto, se proprio non si hanno i paraocchi e la mente obnubilata da decenni di marxismo, è difficile continuare ad essere comunisti. Alcuni ci riescono, ma, sempre se dobbiamo prendere per buona l’affermazione iniziale, significa che, visto che non cambiano idea,  dovremmo considerarli almeno un po’ “imbecilli“. Beh, non si può accettare quella affermazione solo quando fa comodo.

In questo contesto nasce l’ulteriore svolta DS, la costituzione di un nuovo partito “democratico“, insieme ai cattocomunisti confusi della Margherita. Il diavolo e l’acqua santa. Ma loro dicono che le diversità arricchiscono la dialettica interna, che hanno un fine comune. Contenti loro!

Ma torniamo alle nuove idee liberiste e liberali. C’è un qualcosa di più che la necessità di adeguamento a idee più moderne. E’ qualcosa che non viene detto esplicitamente e pubblicamente. Forse se lo dicono fra loro, in quelle lunghe discussioni nelle ex sezioni PCI, ma resta un segreto perché fa parte della strategia interna del partito.

Eppure non ci vuole molto a capirlo. Basta ricordare il lungo discorso di Fassino all’ultimo congresso, quando si è deciso di andare avanti e di costituire ufficialmente il partito democratico. Lo si potrebbe prendere come esempio del classico discorso politico che dice tutto e niente, che vuole accontentare tutti, secondo la vecchia utopia di chi vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Come si costruisce un discoso politico d’effetto e che raggiunga il massimo del consenso? Semplice; si fa un lungo elenco di tutti i mali possibili della società, di tutti i possibili problemi delle varie categorie, li si espone con forza e passione, come se chi li pronuncia non dormisse la notte pensando alle soluzioni possibili, si lascia intendere che tutti i problemi esposti saranno affrontati e risolti, ma si evita accuratamente di proporre soluzioni precise, perché si corre il rischio di creare conflitti fra le varie categorie ed i gruppi di potere.

Non c’è bisogno, per esempio, che si dica chiaramente come si intende risolvere il problema del potere d’acquisto di stipendi e salari. Basta rimarcare con forza che “la gente non arriva a fine mese, che gli stipendi sono bassi, le pensioni ridicole…”. Ecco, basta e avanza, tutti sono d’accordo e applaudono al tribuno di turno. Non c’è bisogno di dire chiaramente come si combatte la disoccupazione ed il precariato. Basta urlare “Bisogna garantire la certezza del posto di lavoro. Dobbiamo garantire un futuro ai giovani…”. Basta e avanza, tutti soddisfatti e riapplauso. Perché questo è stato, stringi stringi, il lungo ed appassionato discorso di Fassino, con lacrimuccia finale che fa sempre effetto e la gente pensa “Come è bravo e sensibile…”.

Se poi si chiude il congresso con un classico “inno” storico della sinistra…Internazionale? Bandiera rossa? No, no…”Over the rainbow“. Beh, allora le lacrime si sprecano, baci e abbracci, commozione e pianto generale.  Più che un congresso di ex/post comunisti sembra una riunione delle dame della carità. Il discorso di Rutelli, al congresso della Margherita, è esattamente dello stesso tipo, una fotocopia di quello di Fassino (forse lo hanno preparato e concordato insieme). Veltroni, ora in tour propagandistico, sta applicando le stesse regole del bravo tribuno. Il suo motto, a proposito di tasse, “Pagare meno, pagare tutti“, aggiornamento del vecchio “Lavorare meno, lavorare tutti” (ma che fantasia!), è uno splendio esempio. Visto che c’era poteva anche annunciare di aver scoperto l’acqua calda. Qualcuno gli avrebbe creduto sulla parola.

Allora, cosa c’è dietro questo riformismo e trasformismo del vecchio PCI? Ce lo dice chiaro e tondo lo stesso Salvati. Ma, onestamente, lo avevamo già capito da soli: “…la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi“. Ecco cosa c’è. Non conta  tanto l’avere delle idee e programmi precisi nei quali credere e difenderli, costi quel che costi, conta trovare quelle  proposte giuste, anche se non ci si crede (basta far finta di crederci), che possano raccogliere consensi e voti per raggiungere il potere.

Tanto poi, una volta al governo, non è detto che si debbano rispettare i programmi. Qualche buon motivo per giustificare modifiche e cambiamenti lo si trova sempre. E’, dunque, un partito costruito a tavolino su misura per raccogliere consensi. Tutto il comntrario di ciò che i partiti politici, nel bene e nel male, sono stati fino ad oggi. Al diavolo l’ideologia, al diavolo i principi, al diavolo le cause giuste in cui credere e per le quali battersi, al diavolo i “padri nobili”, al diavolo anche i nonni, i cugini, i cognati, al diavolo tutti. Ciò che conta è che la gente li voti. Questo conta, mantenere il potere.

Alla faccia di chi crede ancora nella forza delle idee. Questo partito democratico è, né più, né meno, che una sapiente operazione di mercato, mercato politico e di voti, ma pur sempre operazione di mercato, costruita scientificamente a tavolino per conquistare quote di consenso. Come quando si lancia un nuovo detersivo; è sempre lo stesso, ma ve lo presentano in maniera nuova, vi dicono che “lava più bianco“, la gente ci crede e lo compra.

Allora questi nuovi “marxisti liberali” appaiono per quello che sono, i soliti gattopardi che fanno finta di cambiare tutto per lasciare tutto com’è. In questo caso, per mantenere il potere e le poltrone. Tant’è che con tutti questi cambiamenti e sconvolgimenti annunciati e le primarie farsa, chi resterà a capo del “nuovo” partito? Sempre loro, i Fassino, D’Alema, Veltroni, Rutelli e compagnia cantante. E non credo che si alimenteranno a pane e cicoria. Ma giusto per dare una parvenza di cambiamento hanno abbandonato i temi a loro tanto cari, la lotta di classe, il padronato che sfrutta i lavoratori e amenità simili. Sono diventati meno rossi, tutto qui. A forza di gustare le prelibatezze e le comodità del benessere economico, hanno cominciato a cambiare colore; da rosso fuoco a rosso sbiadito, rossiccio, rosa carico, rosato, rosa tenue, rosatino, rosa sbiadito…Si sono trasformati in una strana nuova specie animale: i gattopardi rosa!

Come se non bastasse, in merito ai cambi di rotta degli ex/post comunisti pentiti (o quasi), leggete questo illuminante post del 2007: “Lavavetri e comunisti bucolici“.

Carnevale romano

di , 12 Giugno 2011 20:46

Grande successo dell’Europride. Un lungo e festoso  corteo ha attraversato Roma a suon di musica, slogan, cartelli, striscioni. Una parata in cui hanno sfilato personaggi pittoreschi, maschere e perfino 40 carri allegorici, come a Viareggio. Insomma, una carnevalata romana fuori stagione. Presenti anche numerosi esponenti della politica. Immancabile, ovviamente, Nichi Vendola che appare ovunque ci sia una manifestazione, una protesta, un corteo o un palco da cui arringare i suoi fedeli. Subito attorniato da cronisti d’assalto, ansiosi di ricevere la dichiarazione quotidiana del nuovo guru della sinistra, il nostro Nichi ha rilanciato il vecchio e caro slogan in difesa dei diversi o, se volete, dei diversamente normali: “La diversità è una ricchezza“.

Questo slogan, però, bisognerebbe trattarlo come i prodotti tossici, con estrema cautela e tenere lontano dalla portata dei bambini, perché si presta a diverse interpretazioni. Facciamo degli esempi pratici. Al mondo esistono persone oneste e delinquenti i quali, chiaramente, sono diversi dagli onesti. Ne consegue che, essendo una diversità, i delinquenti sono una ricchezza. Esistono persone moderate, miti e pacifiche ed esistono prepotenti e violenti i quali, sono, evidentemente diversi. Quindi anche i violenti, essendo diversi, sono una ricchezza. Anche i mafiosi sono diversi o, se preferite, “diversamente onesti“; quindi anche i mafiosi sono una ricchezza. Ed anche i mafiosi sono orgogliosi di essere dei boss. In futuro, quindi, potrebbe svolgersi una manifestazione per rivendicare l’orgoglio della diversità mafiosa: il “Mafiapride”.

Esistono i ricchi ed esistono i poveri la cui diversità dai ricchi è evidente a tutti. Anche i poveri, dunque, essendo diversi sono una ricchezza. Può sembrare un’interpretazione distorta del motto vendoliano, ma non lo è. Anzi, è del tutto logica. Così logica che potremmo esprimere il concetto con un classico sillogismo:

a) La diversità è ricchezza.

b) La povertà è diversità.

c) La povertà è ricchezza.

Beh, signori, questa è logica, mica un editoriale di Repubblica. Come se non bastasse, a complicare le cose ci si mette anche Lady Gaga, giunta a Roma come madrina della manifestazione ed ormai icona di gay, lesbiche, trans, monosessuali, bisessuali, plurisessuali etc…Anche lei, intervenendo prima dell’esibizione canora, ha voluto lanciare il suo slogan, urlandolo alla folla plaudente: “Uguaglianza subito“. Ora, come è risaputo, uguaglianza e diversità non sono solo difficilmente compatibili, ma sono opposti e contrari. Ma allora ha ragione Vendola o Lady Gaga? Ragazzi, mettetevi d’accordo. E’ chiaro che in zona europride hanno le idee un po’ confuse e non solo in materia sessuale.

Come conciliare questa contraddizione? Sembra che in un primo momento avessero pensato di basarsi sul calendario. Nei giorni pari si esalta la diversità e nei giorni dispari si chiede l’uguaglianza. Ma non è molto funzionale, perché i due concetti sono ugualmente importanti e possono essere usati secondo le circostanze e la convenienza. Potrebbe capitare, quindi, che nei giorni pari sia più utile alla causa parlare di uguaglianza ed in quelli dispari appellarsi alla diversità come ricchezza. Per non precludersi alcuna possibilità, sembra che abbiano optato per uno slogan double face, utilizzabile sempre. In verità gli slogan sono due: “Uguaglianza delle diversità“, oppure “Diversità delle uguaglianze“. Da usare a piacere. Ricorda un po’ le convergenze parallele di Moro, ma è facile da usare e va sempre bene.

Insomma, è una nuova corrente di pensiero. Quella di chi dice che il vento è cambiato,  che esiste un’Italia migliore, che si propone come il nuovo che avanza. Ecco due esemplari del nuovo che avanza, due modelli sociali da seguire e imitare, due icone del nuovo mondo migliore: Vendola e Luxuria. Con questi modelli sociali si prospetta per l’Italia un futuro roseo. Anzi, rosa shocking. Ma non lasciatevi ingannare, oggi niente è quello che sembra. Chi indossa abiti maschili non sempre è un maschio.  E chi indossa  abiti femminili non necessariamente è una donna. Apparentemente sembrano uomini e donne, sono quasi uguali, ma sono diversi. Diciamo che sono diversamente uguali o ugualmente diversi. In ogni caso, è bene leggere attentamente le istruzioni, maneggiare con cura, tenere lontano dalla portata dei bambini ed accertarsi bene prima dell’uso…

vendola-luxuria

 

Procura rossa trionferà

di , 18 Gennaio 2011 15:11

Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini magistrati sono più uguali degli altri” (Da “La fattoria degli animali” in versione riveduta e corretta ad uso delle Procure d’Italia)

Libertà e uguaglianza.

di , 2 Settembre 2010 15:34

Non amo la polemica: è inutile e, di solito, si può impiegare il proprio tempo in maniera più proficua e dilettevole. Però, talvolta, non si può fare a meno di rispondere a certe affermazioni gratuite, prive di ogni fondamento logico e perfino di buon senso. E’ il caso di un servizio su una serie di risposte di Moni Ovadia in merito al tema dell’immigrazione. Mi ha colpito questa affermazione: “E’ un truffa parlare di libertà senza parlare di uguaglianza. E questo dovrebbe essere insegnato a scuola“.

E’ curioso notare come si continui, inspiegabilmente, a urlare e chiedere a gran voce “Libertà e uguaglianza”. E’ uno dei retaggi mal digeriti della rivoluzione francese che ancora oggi continua a mietere vittime indistintamente fra intellettuali, artisti, politici e utopisti vari; quelli che predicano bene e razzolano male, quelli che auspicano l’abolizione della proprietà privata, ma hanno la villa “Privata“, con piscina e parco intorno, a Massa Martana, quelli che ogni giorno si ergono a paladini dei poveri, a difesa dei ceti deboli, dei pensionati, dei proletari, ma lo fanno comodamente sdraiati in poltrone firmate nei loro attici romani con vista Cupolone o Colosseo, quelli che fanno i tribuni della plebe in televisione, in prima serata, ma hanno contratti milionari (in euro) e la villa “Privata“ sulla costa amalfitana. Ecco, quelli, ci siamo capiti! 

Libertà ed uguaglianza sembrano essere, per questi ideologi dal pensiero debole (ma così debole che ormai è agonizzante), così intrinsecamente uniti da essere inscindibili, sono quasi sinonimi, sono due facce di una stessa medaglia. Forse, come dice Ovadia, è una truffa parlare di libertà e non parlare di uguaglianza. Ma, di sicuro, reclamarle entrambe è una vera e propria idiozia. La truffa, quindi, c’è, ma è quella di non insegnare nelle scuole che i due termini sono opposti ed inconciliabili.  Bisognerebbe cominciare presto ad insegnarlo, anche perché è un concetto non facilmente assimilabile, specie quando si è cresciuti a pane e Marx. Ci vuole tempo per capirlo. Del resto, dai tempi della rivoluzione d’ottobre, ci sono voluti 70 anni ai comunisti per capire che avevavo fallito. In verità, molti non l’hanno capito ancora oggi. Non solo il pensiero è debole, ma è come un vecchio motore diesel, lento a carburare.

Sinteticamente possiamo dire che le ex repubbliche sovietiche erano fondate sul concetto di uguaglianza, mentre il mondo occidentale si fonda, prioritariamente, sul concetto di libertà. Due concezioni del mondo e della società diverse e difficilmente conciliabili. Quella differenza sostanziale, pur con nomi diversi è ancora oggi in atto. Poco importa se oggi i comunisti preferiscano chiamarsi democratici e giocare a fare gli americani a Roma. La balia è sempre quella, il latte pure. Del resto, all’ingresso del porto di New York c’è la statua della Libertà. La statua dell’Uguaglianza la devono ancora inventare. Ecco cosa scrivevo, in merito alla questione libertà/uguaglianza, quattro anni fa.

Libertà e uguaglianza sono conciliabili? (15 maggio 2006)

Da ragazzi siamo tutti, chi più chi meno, poeti, filosofi e ribelli. E non essendo ancora coinvolti pienamente nella vita sociale e nelle responsabilità che ne derivano, ci troviamo nella felice situazione di poter osservare il mondo con un certo distacco. E’ in quel periodo, purtroppo breve, di spensieratezza che ci si permette il lusso di inseguire utopie e vagheggiare su mondi perfetti. Poi si cresce e si scopre che non riusciremo a cambiare il mondo, ma che, nel frattempo, il mondo sta cambiando noi. E si assiste, quasi increduli, al funerale dei sogni giovanili, con una spiacevolissima sensazione di frustrazione che può accompagnarci tutta la vita.

Ci sentiamo traditi, come privati di un diritto irrinunciabile e ci costa una fatica enorme constatare ed accettare il fatto che, come disse poeticamente Giacomino, la vita non mantiene ciò che promette. Ricordo che, osservando la realtà ed i suoi conflitti quasi permanenti, e notando che derivassero dalla contrapposizione di forze contrarie, mi sforzassi di trovare una soluzione che annullasse la perenne lotta fra gli opposti. Ingenuo tentativo di forzare la natura e di far convivere pacificamente leoni e gazzelle.

Ben presto, tuttavia, dovetti accettare quell’idea che mi si riproponeva costantemente. Erano due semplici paroline che tentavo in ogni modo di negare, e di dimostrarne l’infondatezza, ma che alla fine si affermarono con la forza della verità: l’inconciliabilità degli opposti.

Non solo gli opposti sono inconciliabili, ma è dalla loro continua contrapposizione che nasce l’equilibrio, la stabilità ed infine l’armonia. L’armonia è, quindi, la situazione di non prevalenza di uno o dell’altro dei termini contrari. Con un piccolo dettaglio non trascurabile: l’armonia in natura non esiste. La sua esistenza presupporrebbe l’annullamento degli opposti, quindi della dinamica conflittuale che è alla base della vita.

Il mio era solo un inutile tentativo di realizzare ed ottenere l’armonia eliminando le forze opposte. Sarebbe come cercare di ottenere l’effetto eliminando la causa. I conflitti non sono altro che la continua lotta fra termini opposti, con la prevalenza momentanea di uno o dell’altro, e cercare di annullarli per farli convivere in perfetta armonia è quello che solitamente chiamiamo utopia.

Problema risolto? Per niente. Ammesso che si concordi sul fatto che l’armonia in natura sia una utopia, resta da stabilire se questa sia una verità oggettiva. E questo è un altro bel problemino di non facile soluzione. Detto in parole semplici: se io sono un osservatore all’interno di un sistema complesso, quale è la realtà, posso effettuare una qualche misura, o valutazione di carattere gnoseologico, della realtà stessa, tale che sia inequivocabilmente vera, dimostrabile ed abbia valore al di fuori del sistema? Tarski direbbe di no. Ed anche la meccanica quantistica direbbe di no. E allora perché mai io dovrei dire di sì? A questo punto il problema è risolto? Per niente. Ma questa è un’altra storia che esula dall’argomento del post.

Arriviamo al dunque. Ci sono due parole che, da oltre duecento anni, vengono usate frequentemente abbinate nel linguaggio politico: libertà ed uguaglianza. La fraternità possiamo trascurarla e lasciarla alle pie opere di assistenza. E’ curioso notare come queste due parole vengano citate, urlate, rivendicate, in ogni circostanza possibile, e che raramente ci si soffermi a riflettere sul loro significato e sulle reali possibilità di attuazione pratica. Sembrano quasi inscindibili e tali che una non possa esistere senza l’altra. In realtà è vero esattamente il contrario.

Libertà ed uguaglianza sono due termini inconciliabili e quantitativamente inversamente proporzionali. Il massimo di libertà equivale al minimo di uguaglianza. Il massimo di uguaglianza equivale al minimo di libertà. Anzi, a voler essere proprio pignoli, si potrebbe affermare che i due termini si escludano a vicenda. Dove c’è libertà non può esserci uguaglianza e dove c’è uguaglianza non c’è libertà. Pensare ad un equilibrio fra i due termini significa annullarli entrambi per ottenere una situazione di stabilità e di armonia nella quale nessuno dei due prevalga.

Ammesso, e non concesso, che i due termini possano trovarsi in condizione di equilibrio, ogni intervento sullo status quo turba e modifica l’equilibrio stesso, a favore di uno o dell’altro termine. A rigore i due termini non sono propriamente opposti e contrari, ma sono due variabili strettamente connesse, tali che ad ogni variazione di un termine corrisponde una variazione del secondo. Ai fini pratici, quindi, possiamo considerarli a pieno titolo come termini opposti, visto che gli effetti della loro relazione sono gli stessi dei termini contrari. Dare più rilevanza alla libertà significa toglierne in egual misura all’uguaglianza, e viceversa.

Si tratta, né più né meno, che di una applicazione pratica di quella contrapposizione di forze contrarie di cui accennavo in premessa. Libertà ed uguaglianza sono, quindi, due variabili la cui relazione rientra a pieno titolo nella categoria delle forze alle quali si applica la “inconciliabilità degli opposti”. Allora è evidente che non si può chiedere contemporaneamente libertà ed uguaglianza, ma bisognerebbe scegliere: o si chiede più libertà o si chiede più uguaglianza. Altrimenti è come pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca…

Il gattopo

di , 6 Febbraio 2010 18:41

Una volta, molto tempo fa, osservando la natura, l’uomo si rese conto dell’ingiustizia del mondo. Vedeva i leoni inseguire le povere gazzelle, ammazzarle e cibarsene. Ascoltava i lamenti dei poveri topi eternamente costretti a scappare inseguiti dai gatti. Così l’uomo, che era un "animale intelligente", cercò di trovare un rimedio. E volendo eliminare le disparità e l’ingiustizia fra gli animali, decise di intervenire ponendo fine all’eterna lotta fra prede e predatori e pensò che l’unica soluzione fosse quella di creare l’uguaglianza fra le specie.

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La banda dei "Senza vergogna"

di , 21 Febbraio 2007 09:08

Ieri sera, a Otto e mezzo di Ferrara, si parlava del nuovo "Partito democratico" e della imminente presentazione ufficiale con il manifesto costitutivo. Sostanzialmente nasce dalla fusione degli ex/post comunisti marxisti-leninisti con gli ex/post democristiani cattolici di sinistra. Il che è tutto dire! Basta ricordare che per 50 anni sono stati irriducibili avversari con idelogia e politica difficilmente conciliabile. Ora, invece, anch’essi forse "pentiti", tanto ormai è di moda pentirsi, vanno a braccetto, baci e abbracci, volemose bene, e facciamoci un nuovo partito, tanto uno più uno meno…

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Il Gattopo

di , 4 Dicembre 2006 23:59

Una volta, molto tempo fa, osservando la natura, l’uomo si rese conto dell’ingiustizia del mondo. Vedeva i leoni inseguire le povere gazzelle, ammazzarle e cibarsene. Ascoltava i lamenti dei poveri topi eternamente costretti a scappare inseguiti dai gatti. Così l’uomo, che era un "animale intelligente", cercò di trovare un rimedio. E volendo eliminare le disparità e l’ingiustizia fra gli animali, decise di intervenire ponendo fine all’eterna lotta fra prede e predatori e pensò che l’unica soluzione fosse quella di creare l’uguaglianza fra le specie.

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Elogio della diversità…

di , 8 Ottobre 2006 03:44

Ho appena visto l’inizio del programma "L’appuntamento" di Gigi Marzullo. E’ un programma nel quale si presentano le novità editoriali, con l’intervento degli autori e di critici. Interessante, anche perché ci si rende conto di quanta gente scrive libri senza avere niente da dire. Marzullo invece è sempre un dilemma irrisolto. Ogni volta che lo vedo, con quella faccia indefinibile, quei capelli indefinibili, quelle mani col pollice a chiave inglese, mi chiedo se Marzullo esista veramente o sia una specie di ologramma. Voglio dire, ma esiste davvero una persona come Marzullo oppure è un attore che fa la parodia di un tale che crede di essere Marzullo? Boh…

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Crimini e talenti

di , 13 Giugno 2006 20:22

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

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Libertà e uguaglianza sono conciliabili?

di , 15 Maggio 2006 14:51

Da ragazzi siamo tutti, chi più chi meno, poeti, filosofi e ribelli. E non essendo ancora coinvolti pienamente nella vita sociale e nelle responsabilità che ne derivano, ci troviamo nella felice situazione di poter osservare il mondo con un certo distacco. E’ in quel periodo, purtroppo breve, di spensieratezza che ci si permette il lusso di inseguire utopie e vagheggiare su mondi perfetti. Poi si cresce e si scopre che non riusciremo a cambiare il mondo, ma che, nel frattempo, il mondo sta cambiando noi. E si assiste, quasi increduli, al funerale dei sogni giovanili, con una spiacevolissima sensazione di frustrazione che può accompagnarci tutta la vita.

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Vorrei un mondo così…( se possibile)

di , 22 Marzo 2005 17:03

Vorrei un mondo a colori. Vorrei un mondo dove non ci siano più guerre, né povertà, né malattie, né ingiustizie. Vorrei un mondo dove non ci sia più odio, cattiveria, egoismo. Vorrei un mondo dove tutti siano ricchi, sani, belli e vivano a lungo felici e contenti. Vorrei un mondo dove anche gli animali siano rispettati e vivano felici. Vorrei un mondo dove le gazzelle non debbano fuggire davanti ai leoni. Vorrei un mondo dove gli agnelli non debbano temere la Pasqua.

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Libertà e uguaglianza…( viste da Popper)

di , 10 Settembre 2004 20:18


Il desiderio di libertà è qualcosa di originario…che troviamo già negli animali…e nei bambini piccoli…In campo politico, però, la libertà diventa un problema perché la libertà illimitata di ogni singolo, rende impossibile la convivenza umana. Quando sono libero di fare tutto ciò che voglio, allora sono anche libero di derubare gli altri della loro libertà. (K.R. Popper, 1902-1994) Non potrebbe esserci niente di meglio che vivere una vita modesta, semplice e libera, in una società egualitaria. Ma ci vuole un po’ di tempo per riconoscere che…la libertà è più importante dell’uguaglianza, che il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà e che, se va perduta la libertà, tra non liberi, non c’è nemmeno uguaglianza. (K.R. Popper, 1902-1994)
Riferimenti: ( Torre di Babele)

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