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Foibe? Non so…

di , 10 Febbraio 2018 17:56

Oggi è la giornata del ricordo delle vittime delle foibe. Foibe? Non ricordo, non c’ero; e se c’ero dormivo. Nella giornata del ricordo sono tutti smemorati. Anzi, per più di 50 anni la sinistra ha imposto un silenzio totale sulle stragi ad opera dei comunisti titini; non se ne doveva parlare. Si può parlare solo delle stragi fasciste e naziste, ma sulle stragi comuniste meglio tacere. Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Ne parlavo anche due anni fa “Smemorati, foibe e ipocrisia di Stato“. Anche il presidente Napolitano, nonostante per dovere istituzionale abbia celebrato la ricorrenza negli anni della sua presidenza, lo ha fatto sempre con dichiarazioni vaghe, generiche, citando le responsabilità del fascismo e del nazismo, ma senza mai citare la parolina proibita “comunismo“. Difficile parlare di foibe senza mai citare il comunismo di Tito, ma Napolitano è bravo e ci è riuscito. Vedi qui alcune edificanti notiziole e link ad articoli su Re Giorgio: “La vecchia, il tiranno e le quirinarie“.  Vedi “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E ancora “Foibe, profughi e smemorati“, “Napolitano, il muro e le amnesie”,  “

Vedi: “Foibe, stragi, esodo.”

Da “Ahi, ahi, presidente, mi è caduto sulle foibe“, un post del 2007.

In occasione della giornata del ricordo, 10 febbraio, il Presidente Napolitano ha tenuto un discorso molto apprezzato da tutti, ricordando che per troppo tempo la tragedia delle foibe è stata ignorata “per cecità”. “Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica” (Corriere.it) Un discorso concluso con un forte richiamo “…ai valori di pace, libertà, solidarietà e tolleranza della nuova Europa…nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia.“.

Parole condivise da tutti, dicevo, eccetto dal presidente croato Stipe Mesic, il quale ha vivacemente protestato accusando Napolitano di “aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico”. Ma non è di questo che intendo parlare. Voglio piuttosto notare come questa “congiura del silenzio” protratta per decenni sia stata perseguita e voluta proprio da quella sinistra comunista nella quale per decenni ha militato il Presidente Napolitano. Un silenzio imposto a tutti i militanti comunisti, specie a coloro che sapevano per diretta esperienza, ai quali era vietato parlarne perfino in famiglia. Un silenzio che, nonostante le belle dichiarazioni del Presidente, permane tuttora, almeno all’interno di quella sinistra che ancora è orgogliosa di chiamarsi comunista.

Basterebbe ricordare come lo scorso anno, subito dopo che la RAI mise in onda una fiction “Il cuore nel pozzo” che rievocava alcuni fatti di quel periodo e della tragedia delle foibe, l’attore Leo Gullotta, intervenendo ad un convegno di Rifondazione comunista, venne accolto con urla di contestazione e fischi. Qual era la colpa di Gullotta? Semplicemente quella di aver partecipato come interprete a quella fiction. Già, perché delle foibe e delle atrocità delle milizie titine non bisogna parlare per un motivo molto semplice: erano comunisti.

E allora va benissimo ricordare la Resistenza, l’antifascismo, le barbarie della guerra, i campi di sterminio nazisti, ma guai a parlare dei crimini commessi dai comunisti. Ecco perché da 60 anni ci ricordano quasi quotidianamente le stragi compiute dai nazisti e gli orrori dei campi di sterminio, ma non si parla mai dei gulag e degli orrori del comunismo. Ecco perché, anche il Presidente Napolitano, parla di “guerra fascista“, ma quella di parte comunista la chiama solo “terrore iugoslavo“. Ed evita accuratamente, quando parla di cecità politica e di responsabilità, di dire chiaramente che quella responsabilità deve assumersela in prima persona. Troppo comodo e troppo facile fare i pacificatori e condannare oggi quei crimini che per 60 anni si è tentato di nascondere.

Ma ormai siamo abituati a questo tipo di pentimenti. Si è pentito anche di aver sostenuto a suo tempo l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest e Praga. Ma non sono errori che si possono cancellare con un semplice atto di pentimento. Specie quando per decenni quella parte politica ha perseguito una ideologia che ha spaccato l’Italia fra comunisti ed anti comunisti. Con tutte le conseguenze del caso, compresa la gravissima responsabilità di aver sempre alimentato l’odio di classe che ha favorito, grazie a questa ideologia dell’odio, la nascita delle brigate rosse, degli anni di piombo e di tante persone morte ammazzate.

Sarà un caso che i quindici brigatisti arrestati ieri avessero come base un centro sociale che, ai lati dell’ingresso, riporta la stella delle brigate rosse e la falce e martello? E’ una associazione di boy scout? E’ un’associazione di beneficienza? No, sono comunisti. E allora diciamolo chiaro e tondo e senza giri di parole. Sarà un caso che 8 di quei 15 siano iscritti alla CGIL? Sarà un caso che una lapide posta a memoria della tragedia delle foibe e dei profughi sia stata divelta dopo poche ore da ignoti? E’ inutile nascondersi dietro un dito e negare ogni responsabilità. La violenza degli anni di piombo nasceva e si alimentava della stessa ideologia marxista leninista, della lotta di classe, dell’utopia rivoluzionaria che era l’anima del PCI. Ed è la stessa aberrante ideologia che nutre i nuovi brigatisi. Ben vengano i ripensamenti ed i pentimenti, ma non basta. Anche perché quando si è militato per decenni in quella parte politica e si riconosce poi di aver sbagliato, come minimo ci si dovrebbe ritirare a vita privata e non restare al proprio posto come se niente fosse.

C’è un vecchio adagio che recita “Chi rompe paga…” nel senso che chi sbaglia ne paga le conseguenze. Ma l’Italia è uno strano paese in cui tutti “rompono”, ma nessuno paga. Ma la vergogna imperdonabile di questa sinistra facile ai pentimenti e corta di memoria è anche un’altra e riguarda l’esodo dei profughi che dovettero abbandonare le loro città compresi tutti i loro averi.

Un breve cenno storico: “Con la firma a Parigi del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 l’Italia cede alla Jugoslavia 7.700 chilometri quadrati con Pola, Fiume e Zara. Su 502.124 abitanti, 350.000 italiani (300.000 secondo Tito) vengono profughi in Italia. Vengono insultati dai comunisti ad Ancona, Bologna, Venezia e Milano.” Chi volesse ulteriori informazioni può consultare questo sito “Lega Nazionale”. Proprio così “Insultati”, italiani che arrivavano in Italia dopo aver perso tutto. Così venivano accolti sbarcando dai piroscafi ad Ancona, con insulti e lanci di pomodori. E poi, caricati su treni simili a vagoni bestiame partivano per Milano. E, non contenti di averli insultati ad Ancona, gli si negò perfino il diritto di bere e rifocillarsi. Quel treno venne bloccato sotto la neve, prima di giungere a Bologna, perché i sindacalisti della CGIL si rifiutavano di far transitare e fermare il treno, minacciando uno sciopero generale.

Nella stazione di Bologna, sessant’anni fa, si verificarono atti odiosi e ignobili nei confronti degli esuli istriani: all’arrivo dei vagoni che trasportavano gli esuli da Pola nei diversi campi profughi, essi furono insultati, sputacchiati e offesi dai comunisti bolognesi; fu gettato sulle rotaie il latte caldo destinato ai profughi e fu impedito ai loro treni di fermarsi.” Questa è una vergogna che non si può lavare facilmente con un semplice “abbiamo sbagliato”. Troppo comodo. E qual era la gravissima colpa di questi esuli? Era quella di aver lasciato il “Paradiso dei lavoratori” del comunista Tito. E per questa gravissima colpa venivano insultati come vigliacchi e fascisti.

Bene, quegli ignobili rappresentati dei comunisti e sindacalisti di allora sono i nonni e i padri di altri comunisti e sindacalisti che oggi aprono le porte a tutti gli immigrati di ogni genere, specie e provenienza e che si fanno paladini dell’accoglienza e tolleranza. No, troppo comdo e troppo facile dire “Ci siamo sbagliati”. Chi sbaglia e sbaglia in questo modo vergognoso ha il dovere morale di assumersi tutte le responsabilità e di ritirarsi da qualunque carica pubblica.

Ma, come ho detto, noi siamo uno strano paese in cui i sindacalisti che sbagliano continuano a fare i sindacalisti, i politici che sbagliano continuano a fare i politici, i comunisti pentiti continuano a fare i comunisti, i terroristi pentiti continuano a fare i terroristi (vedi Scalzone che ha dichiarato che continua a fare il rivoluzionario e “Potrebbe sparare ancora”), e talvolta finiscono in Parlamento e perfino Presidenti. Sì. siamo il paese di Bengodi in cui tutti rompono, ma nessuno paga. Mai!

Documenti Ecco una bella pagina (di Togliatti; il migliore) che illustra chiaramente quale fosse la posizione dei comunisti nei confronti degli esuli istriani: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

Ecco cosa scriveva in un articolo pubblicato sul Foglio del 14 febbraio 2006 (“Una gigantesca menzogna durata mezzo secolo“) Giampiero Mughini, nato e cresciuto politicamente fra le file di “Lotta continua“: “Io che leggevo il supplemento libri di Paese Sera, Mondo nuovo, l’Unità, il Manifesto, il Giorno, Rinascita, Problemi del socialismo, di quel dramma non ne sapevo proprio nulla. (…) Niente sapevo, nessuno di noi sapeva, nessuno ricordava, nessuno aveva messo a mente. Una gigantesca menzogna e una gigantesca omissione durate quasi mezzo secolo nel paese dove più forte e determinante è stata l’influenza culturale della sinistra, e dunque i suoi modi disinvolti di raccontare la storia.“.

E se lo dice Mughini, un comunista  che leggeva e si informava, figuriamoci cosa ne sapevano i compagni comunisti ignoranti.

Vignette sismiche

di , 3 Settembre 2016 03:56

C’è un limite alla satira? Che è come chiedersi se c’è o deve esserci un limite alla libertà di espressione, quella per la quale tutti sono pronti a stracciarsi le vesti e fare appello all’art.21 della Costituzione. Guai a mettere paletti a quella libertà, si rischiano accuse pesanti, insulti e proteste. Eppure sono in tanti oggi ad essersi posti la domanda, dopo la pubblicazione da parte del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, di una vignetta che ha provocato reazioni indignate quasi unanimi.

Eccola la vignetta incriminata “Sisma all’italiana“. Giocando sull’appellativo di italiani “mangia spaghetti“  vede i terremotati come “penne al pomodoro e penne gratinate” quelli solo feriti, e come classiche “lasagne” i morti sepolti sotto strati di macerie. Sinceramente la trovo di pessimo gusto. Ma non mi sorprende più di tanto; non mi sento indignato, né scandalizzato, né offeso. La stupidità umana non merita tanta attenzione. Ma il clamore è stato grande su tutti i media, tanto che perfino l’ambasciata di Francia si è sentita in dovere di intervenire per dire che quella vignetta “non rappresenta assolutamente la posizione della Francia“: ci mancherebbe altro che rappresenti l’opinione comune del popolo francese.  Leggendo le varie reazioni si vede che mentre c’è un coro quasi unanime di persone indignate  che si sentono offese e vedono la vignetta come un insulto ai morti ed agli italiani, c’è anche chi invece difende la vignetta e l’autore, sempre in nome della libertà di espressione, trovando, o tentando di trovare, delle spiegazioni accettabili all’ironia discutibile dell’autore Felix. Il mondo è bello perché è vario, di dice. Infatti si può prendere un fatto qualunque, un evento tragico, un atto violento, o perfino terroristico, ma ci sarà sempre qualcuno che si discosta dall’opinione comune, giustifica l’ingiustificabile e trova scusanti ed attenuanti anche per i crimini più orrendi.

Ed è questo che mi sorprende, più che la legittimità o il valore della vignetta e quel tipo di satira molto discutibile. Mi sorprende sempre la diversa visione della realtà che porta ad esprimere sentimenti contrastanti. Ed ecco che la domanda “C’è un limite alla satira?”, rischia di non trovare risposta perché ci saranno sempre posizioni diverse e opposte. Ma comunque è almeno lecito porsi la domanda: “Fin dove può spingersi la satira?”. Già, ma la domanda bisognerebbe porsela prima, non dopo la pubblicazione delle vignette, perché dopo può essere troppo tardi. Come bisognerebbe chiedersi prima di scatenare una guerra se è giusta o meno, perché chiederselo dopo, piangendo sulle macerie, non avrebbe più senso. Ricordiamo ancora le reazioni violente suscitate  nel mondo arabo dalle “Vignette sataniche” pubblicate su un quotidiano danese nel 2005: manifestazioni di protesta davanti alle ambasciate, bandiere bruciate, chiese incendiate. Ma ancor più ricordiamo la più recente strage compiuta da terroristi islamici nella redazione parigina di Charlie Hebdo, a seguito della pubblicazione di altre vignette che ironizzavano su Maometto (Vedi “Satira da morire“).

Forse è meglio evitare di ironizzare su Maometto, anche perché i musulmani sono molto sensibili, per un niente gli animi si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco. Allora forse è bene riflettere un attimo e chiederci cosa è lecito e cosa non lo è. Dovremmo stabilire, una volta per tutte, dove comincia e dove finisce la libertà di espressione (e non solo quella di satira). Quando fecero l’attentato al grido di Allah Akbar, scesero tutti in piazza con i cartelli “Je suis Charlie” per difendere il diritto alla libertà di espressione e la satira libera.  Ci fu addirittura una imponente manifestazione a Parigi con la partecipazione di moltissimi capi di Stato, a braccetto in corteo, in segno di solidarietà alla redazione della rivista ed alla Francia ed a difesa della libertà di espressione.(Vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni“). Ma allora perché oggi si scandalizzano per le vignette di quel giornale per il quale sono scesi in piazza?

Ed ecco come oggi Felix ringrazia l’Italia per l’espressione di solidarietà al suo giornale ed approfitta della libertà di espressione per “esprimere” la sua riconoscenza agli italiani; con una vignetta oscena sui morti. Rivedremo nelle piazze d’Italia quei cartelli “Je suis Charlie“? Ne dubito perché anche la solidarietà è elastica; dipende dalle circostanze. Anzi, la solidarietà va benissimo, ma solo quando ci fa comodo. Anche la satira va benissimo, ma solo quando ridicolizza gli avversari. Anche la libertà di espressione va benissimo ed è sacra, ma solo quando ad esprimersi sono i nostri: se lo fanno gli avversari non va bene (VediEsercizio di libertà“). Diceva il Nobel per caso Dario FoLa satira deve essere libera e contro il potere“. Ma, ospite in una puntata di “Parla con me” del 2006, a Serena Dandini che gli chiedeva se si potesse fare satira contro la sinistra (era appena salito al potere Romano Prodi), rispose: “E’ pericoloso, è difficile e pericoloso“. Aggiungendo, a dimostrazione della grande “onestà intellettuale“, tipica della sinistra e di questo Nobel per sbaglio, che è difficile fare satira sulla sinistra perché il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla. Ecco, questa è l’idea di satira libera per i nostri giullari di regime; va bene solo contro gli avversari (specie, ovviamente, se contro Berlusconi, come hanno fatto per 20 anni tutti i comici di regime); sulla sinistra è meglio non farla, non la capiscono, dice Fo. Che a sinistra avessero qualche difficoltà a capire (e non solo la satira) lo avevamo già sospettato. Fo ce lo conferma.

Bisogna ricordare che, da sempre, la rivista Charlie Hebdo è vicina alle posizioni dell’estrema sinistra e che, quindi, la sua satira molto spesso prende di mira personaggi della parte politica avversa o della Chiesa. E quale sia il loro concetto di satira lo abbiamo constatato spesso, vedendo vignette irriguardose e blasfeme nei confronti della Chiesa e della divinità. Questa a lato ne è un esempio lampante.  Guai a ironizzare su Maometto, ma sulla Chiesa c’è ampia libertà di offesa (Vedi “E’ satira“). Eppure il Papa, che di solito ha le idee confuse, in merito alla strage di Parigi si espresse molto chiaramente, condannando sì la violenza, ma condannando  anche la eccessiva libertà di satira e quasi giustificando gli attentatori islamici che, secondo lui, avevano fatto una strage perché la rivista aveva offeso Maometto provocando la reazione dei musulmani. Abbiamo un Papa che condanna la violenza, ma la giustifica se è una reazione ad una vera o presunta offesa. Bergoglio ha una morale elastica; si allunga o si accorcia secondo i casi (Forse usa un Vangelo taroccato Made in China). Disse: ” Se qualcuno parla male della mamma, gli arriva un pugno in faccia“. Espressione che, comunque la si voglia interpretare, giustifica una reazione anche violenza ad un’offesa; alla faccia del porgere l’altra guancia.  Eppure su questa vignetta che offende non la mamma, ma Dio e la Trinità, Il Padre, il Figlio Cristo e lo Spirito Santo, non ha detto una parola. Forse per Bergoglio Dio si può offendere, ma la mamma no. Non c’è dubbio, ha una copia taroccata del Vangelo. Ecco due idee opposte sulla satira. Per Dario Fo deve essere libera (purché non sia contro la sinistra), per il Papa deve essere controllata per evitare che possa risultare offensiva e provocare reazioni violente. Mettetevi d’accordo (Vedi “Papa, ci sei o ci fai?”)

La vignetta di Felix è disgustosa, ma bisogna dire che anche Vauro, il nostro vignettista di regime, in quanto a fantasia macabra non è da meno. Ne diede dimostrazione con una vignetta sui morti a L’Aquila (Vedi “Vauro ride sui morti“), e con altre sul Papa e sul crocifisso (ma siccome Vauro è di sinistra, tutto gli è concesso). La conclusione è che abbiamo una strana idea di ciò che è bene e giusto, e non solo in fatto di satira: dipende, se ci conviene o no, se ci piace o no, se serve alla causa o no. Diceva Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito”. Questo è ancora il principio etico al quale si ispira la nostra cultura dominante, la politica, l’informazione e l’opinione comune: la verità è ciò che ci conviene. Facile, no? Ecco cosa trovo intollerabile. Non le vignette che possono essere più o meno offensive, ma lasciano il tempo che trovano. E’ intollerabile la doppia morale che approva o condanna gesti, azioni, parole, giudizi, non per il loro contenuto e significato, ma a seconda di chi li esprime. Succede questo quando si ha un’idea molto confusa della morale e si scambia la libertà col permissivismo più sfrenato e si pone alla base della democrazia e della convivenza sociale non la verità, l’etica e regole certe e valide per tutti, ma l’opinione e la convenienza personale. Succede che la filosofia, l’etica, la logica, l’estetica, non hanno più ragion d’essere e qualunque cretino ha diritto di parola; e di satira.

Ma questa non è satira. Non è nemmeno umorismo o ironia. E’ solo una maschera dietro la quale si nascondono per dissimulare la loro vera musa ispiratrice: l’odio. Questi sono comunisti; che si camuffino o si chiamino con altri nomi sempre comunisti sono e restano. E notoriamente i comunisti possiedono molte caratteristiche che li contraddistinguono, ma non brillano per l’ironia, non hanno un grande senso dell’umorismo. Quello che rappresentano è solo odio di classe, odio verso l’umanità, odio verso chiunque non la pensi come loro, odio verso gli avversari politici, odio verso le religioni, verso la società, verso le istituzioni e chi le rappresenta. E’ l’odio atavico che i comunistelli hanno nel Dna, gli scorre nel sangue fin dalla nascita al posto dei globuli bianchi (hanno solo globuli rossi, quelli bianchi generano crisi di rigetto). Ecco cos’è: è odio allo stato puro espresso graficamente e camuffato da satira. Per avere la conferma basta guardare la faccia di un noto disegnatore satirico di casa nostra che appartiene a quella stessa specie di iena ridens gallica. Indovinate chi.

Smemorati e ipocrisia di Stato

di , 10 Febbraio 2016 14:06

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre un post di cinque anni fa “Foibe e amnesie” (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo.

Foibe e amnesie (10 febbraio 2011)

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

-  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

-  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

-  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

-  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

-  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

-  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che anche i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini.

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

 

Doppia morale e numeri da Circo

di , 1 Febbraio 2016 15:43

La morale vista da sinistra: è bene ciò che mi fa comodo qui ed ora (domani chissà). E’ una particolare visione etica che viene da lontano. Già Togliatti, il Migliore, diceva: “La verità è ciò che conviene al partito“. Si può pensare di instaurare un dialogo, discutere e ragionare con chi parte dal principio che la verità è ciò che gli conviene? No, è tempo sprecato. Diceva Arthur Bloch, l’autore delle Leggi di Murphy: ”Mai discutere con un idiota; la gente potrebbe non notare la differenza“. Con un idiota o, aggiungo io, con un comunista: non solo sprechi tempo, ma ci rimetti anche la salute  Ormai la doppia morale della sinistra è talmente scontata che non ci si dovrebbe più meravigliare. Invece, ogni volta che ne possiamo constatare un esempio pratico (cosa che succede spesso e volentieri) ci sorprendiamo della naturalezza con cui la sinistra finge di non saperlo: esempio, le unioni civili. Premetto che a me di queste unioni civili non può fregarmene di meno, fate un po’ come vi pare; unioni gay, lesbiche, miste e assortite, famiglie allargate,  due mamme, tre papà. otto nonni, dodici cognati, genitore 1 e genitore 2, omogenitoriali, plurigenitoriali, e plurigenitali, a piacere.

Ciò che mi sorprende è sempre l’atteggiamento degli schieramenti in campo e la quotidiana rappresentazione scenica, in perfetto stile da Gioco delle parti pirandelliano, di quel teatrino della politica che sta diventando ridicolo. Li osservo da lontano con curiosità per l’apparente serietà con cui si immedesimano nel ruolo. Sono così contrario a tutte le manifestazioni di piazza, ai cortei urlanti, ai riti collettivi, che la sola vista mi provoca attacchi di orticaria; come i programmi della De Filippi ed  i salotti televisivi per ochette starnazzanti e casalinghe disperate. Il giorno che mi ritrovassi a partecipare ad un corteo, urlando slogan con una bandiera in mano, (o a guardare C’è posta per te, Uomini e donne, Domenica In, Domenica live, Forum, Verdetto finale, La vita in diretta, Quarto grado, Chi l’ha visto, Storie maledette, Amori criminali, giochini con i pacchi e senza, etc…l’elenco è molto lungo) comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale (Vedi “Masquerade“).

La proposta di legge sulle unioni civili è un’altra prova della nostra predisposizione genetica a schierarci sempre in due fazioni opposte. Da una parte la sinistra unita preme per approvare la legge, dall’altra l’opposizione è contraria. Sull’argomento interviene anche la Chiesa a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Cirinnà. E qui scatta il timer della morale sinistra, quella che si applica a tempo, a piacere, secondo la convenienza, ed in perfetta sintonia col motto del Migliore. Il fronte laico e di sinistra protesta accusando la Chiesa di illecita interferenza politica, ricordando che lo Stato è laico,  e denunciando le ingerenze del Vaticano. Bene, fin qui niente di strano.

La sinistra ha perfettamente ragione a dire che il Vaticano non deve interferire, suggerire, consigliare, supportare, promuovere, approvare o condannare iniziative, leggi e provvedimenti di competenza dello Stato. E’ il suo punto di vista. Fermo restando, però, che chi è contrario ha perfettamente ragione di esprimere un’opinione  opposta e contraria; compresi preti, vescovi e Papa. Ma, libertà di espressione a parte,  bisogna chiedersi, se la sinistra protesta per le ingerenze della Chiesa sulle unioni civili (così come protestò con forza a suo tempo sull’eutanasia e prima ancora sull’aborto e sul  divorzio), come mai non si sente nessuna protesta, neppure una pallida allusione a ingerenze vaticane, quando il Papa ed  i vescovi invitano L’Italia ad aprire le porte ai migranti ed accogliere tutti a braccia aperte (ed a spese nostre), anche nelle case private, perché sono nostri fratelli? O quando il Papa, riferendosi ai gay dice “Chi sono io per giudicarli?”, lasciando intendere, anzi fraintendere, una qualche forma di approvazione? Come mai i nostri laicisti sinistri, duri e puri, sempre attenti alle ingerenze vaticane, non solo non aprono bocca, non protestano, ma fanno di più e di meglio; approvano gli appelli del Papa e lo citano come fonte autorevole alla quale ispirarsi. Abbiamo un Papa autorevole a giorni alterni? Oppure abbiamo una sinistra che ha la morale ballerina che è valida a giorni alterni? Una cosa è certa; per la sinistra la morale è mobile, ma la faccia da culo ce l’hanno sempre, è fissa.

Ma una considerazione sulla manifestazione del Family day voglio farla. Non sul tema etico, ma sui resoconti dei media. Come sempre la cosa curiosa è che tutti danno i numeri. Non nel senso che sono impazziti, ma che sparano cifre a pera sulla partecipazione. Si leggevano titoli che  annunciavano “Un milione al Circo Massimo“. Altri più ottimisti rispondevano “Siamo due milioni“. Sembra un’asta in cui si aspetta chi offre di più. Ma c’è stato anche di peggio. Veltroni in occasione di una manifestazione del PD, sempre al Circo Massimo, urlava dal palco “Siamo due milioni e mezzo“. Ma ancora meglio fece la CGIL che, in occasione di una manifestazione nel 2009, annunciava trionfante la partecipazione di 2.700.000 persone; ma per la questura erano solo 200.000. Per avere un’idea dell’entità…anzi, no, diciamo chiaro e tondo, dell’enorme cazzata sparata dalla CGIL, basta pensare che quel numero corrispondeva all’intera popolazione di Roma. Non per essere pignoli, ma la questione della capienza del Circo Massimo è stata già accertata molti anni fa. Non capisco perché si continui a sparare numeri fuori da ogni logica. Ma questa è la serietà di politici, sindacalisti e pure “familydaysti“; mentono sapendo di mentire e pretendono di essere creduti. Lo riferivo già in un post del 2009 (CGIL flop, flop).  

Eppure lo sanno tutti quale sia la capienza di quell’area. Al Circo Massimo ci stanno circa 300.000 persone. Lo stabilì uno studio tecnico voluto da Veltroni quando era sindaco, proprio per accertare una volta per tutte l’effettiva capienza dello spazio. E tuttavia lo stesso Veltroni (quello che affermò “Non sono mai stato comunista” e che poi disse che avrebbe lasciato la politica per andare in Africa ad occuparsi di attività umanitarie; il che dimostra il grado di onestà ed affidabilità del personaggio), in occasione della solita adunata rossa, dimenticando quello studio (da lui stesso commissionato), disse che erano presenti in due milioni e mezzo. Non solo è inaffidabile e non mantiene ciò che promette, ma ha anche la memoria corta; carenze mnemoniche che sono qualità preziose in politica per dimenticare le sciocchezze che si fanno e si dicono.

Bisogna, però, riconoscere che questa volta i media hanno fatto notare l’esagerazione delle cifre, ricordando la giusta capienza dell’area. Lo ha fatto bene La Stampa (Il Family day e la bufala dei due milioni), calcolando esattamente la lunghezza (621 metri) e la larghezza (118 metri) dell’area, per un totale di circa 73 mila metri quadri, 3 o 4 persone a metro quadro, che fanno in totale circa 300.000 persone. Esattamente quanto calcolato da quel famoso studio voluto da Veltroni. Quando vogliono anche i giornalisti sanno fare due conticini facili facili da geometra; ma li fanno solo quando gli conviene. Per esempio quando va in piazza il Family Day sono bravissimi a fare i conti, quando invece va in piazza il PD o i sindacati, hanno delle improvvise lacune matematiche. 

Curioso che i maggiori quotidiani abbiano scoperto improvvisamente che 2 milioni è un numero esagerato. Peccato che queste precisazioni le facciano oggi, ma non le facessero in occasione dei raduni del PD o della CGIL, quando, invece, si parlava solo di grande successo e partecipazione. Ma bisogna ricordare che per i nostri media tutte le manifestazioni organizzate dalla sinistra sono sempre grandi successi di partecipazione, feste di popolo e  di democrazia; quelle organizzate dalla destra sono sempre flop,  vengono ridicolizzate, sminuite e condannate come populiste, demagogiche e pericolose per la democrazia. Basta saperlo e sai già come titoleranno i vari quotidiani. Nel post citato in precedenza (CGIL flop, flop) riportavo apposta alcuni titoli di Corriere, Repubblica, Unità, i quali non si ponevano nemmeno il problema di verificare l’esattezza dei numeri e, stranamente, nessuno parlava di “bufale”. Le bufale le scoprono solo quando in piazza vanno quelli del Family Day. Tutti titolavano mettendo in evidenza i due milioni di partecipanti ed il grande successo della manifestazione. Ecco sopra, a conferma di quanto dico, il titolo del Corriere.it. Ma non stiamo a sottilizzare, altrimenti bisognerebbe parlare anche dell’affidabilità della stampa ed il discorso si complica. 

Numeri a parte, ma non è ridicola questa democrazia della piazza, dove vince chi riesce a portare più gente in corteo, bandiere più colorate ed urla più forte e dove anche i principi morali sono validi in base al numero dei partecipanti? Ma allora a cosa serve il Parlamento? La verità, la giustizia, il bene comune, sono concetti matematici che si stabiliscono in base al numero di persone che ne  riconoscono il valore? Deve essere un nuovo metodo epistemologico. Se tutti gli imbecilli d’Italia, e sono tanti, si radunassero al Circo Massimo per chiedere a gran voce, e con relativi striscioni “Idiot is beautiful“, bandiere colorate e palloncini, il riconoscimento giuridico che “Idiota è bello“, avrebbero ragione solo perché sono milioni? E dire che per millenni, da Socrate in poi, l’umanità si interroga su cosa sia la verità. Ci sono due risposte possibili. La prima è quella già riportata del Migliore “La verità è ciò che conviene al partito”. La seconda è quella  della democrazia della piazza; la verità è ciò che la maggioranza ritiene come tale (una variazione di “E’ bello ciò che piace” e del celebre “Ogni scarrafone è bello a mamma soja“). La verità si stabilisce a maggioranza, è una questione numerica (povero Socrate). Ora resta solo da stabilire cosa sia la maggioranza. Ma questo ce lo dice chiaramente una vecchia battuta di Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli.”. Chiaro?

Bastardi e moralisti col timer

di , 18 Novembre 2015 20:28

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

- Popper: Tv e violenza (video intervista)

- Ti odio, ti ammazzo

- AdolesceMenza

- Il mondo visto dalle mutande

- Il Papa ha ragione

- Pane, sesso e violenza

- Quando i bambini fanno “Ahi”

- Manicomio Italia

EXPO e teppisti

di , 2 Maggio 2015 22:35

Primo maggio, Milano a ferro e fuoco: la polizia sta a guardare. Le immagini della devastazione di Milano (vedi qui) le abbiamo viste sulla stampa, in rete, in televisione; non hanno bisogno di commenti. Gli italiani hanno capito benissimo cosa è successo, perché è successo e perché la polizia, ieri come tante volte in passato, si tiene a debita distanza dai vandali; ordini dall’alto, bisogna limitarsi a controllare la situazione, evitando gli scontri con i manifestanti ed evitando di provocare i delinquenti per evitare reazioni violente e maggiori danni. Questa è la linea “politica” del nostro sistema di difesa dei cittadini e di tutela dell’ordine pubblico.

Ciò che lascia allibiti è la reazione del potere, della stampa  e dei commentatori. A sentire e leggere certi commenti sembra che si riferiscano a fatti diversi da quelli visti a Milano. Ma chi è abituato a guardare la realtà in maniera critica e, soprattutto, a giudicare i fatti non lasciandosi condizionare dai media, sa benissimo che l’informazione è talmente manovrata e manipolata da essere del tutto inattendibile. Non ci meravigliamo più di tanto, quindi, ben sapendo che la realtà viene presentata dai mezzi d’informazione applicando il criterio della doppia morale. “La verità è ciò che conviene al partito“, diceva Togliattiil migliore” (figuriamoci gli altri).  Quel principio è sempre valido: raccontare la realtà non per quello che è, ma secondo la convenienza del potere politico, economico, culturale.

Ultimamente la parola d’ordine sembra essere l’ottimismo. Tutto va ben madama la marchesa, va tutto ben. Chi non è d’accordo ne paga le conseguenze. Vedi, giusto per fare un esempio recente, la sostituzione di dieci deputati del PD in Commissione riforme, colpevoli solo di non essere d’accordo con la linea del premier Renzi sulla riforma elettorale. Un provvedimento che non si era mai visto alla Camera. Ma guai a parlare di autoritarismo; Matteo dice che è nelle regole della democrazia. E se lo dice Matteo non si può contestare (salvo andare incontro a guai seri), le sue parole sono legge: ipse dixit. Ma torniamo alle prove di guerriglia urbana messe in atto a Milano.

Ecco il titolo dell’ANSA :”Teppistelli figli di papà“, così se la cava il nostro fanfarone toscano.  Insomma, quattro ragazzi un po’ scalmanati, ma niente di preoccupante. E tanto per confermare che non è successo niente di grave, come viene ripreso nel titolo, il sindaco Pisapia invita i milanesi a rimboccarsi le maniche per ripulire la città e rimediare ai danni. Come dire che non è successo niente, ora diamo una ramazzata, sostituiamo qualche vetrina rotta, rottamiamo le auto bruciate e tutto torna come prima. Anche il ministro Alfano è soddisfatto: “La tattica di ordine pubblico adottata a Milano  ha infatti evitato il peggio.”.  Chiaro? Ringraziamo il cielo perché poteva andare molto peggio.

Lo afferma anche un autorevole editorialista del Corriere, Luigi Ferrarella, che senza nemmeno vergognarsi un po’, afferma “E’ andata bene” ed apre così il suo pezzo: “Com’è andata? Bene.” . E chiarisce anche il perché della sua soddisfazione: “… il risultato “nessun ferito” serio, e 11 contusi tra i poliziotti, é già una gran cosa.”. Chiaro, un ottimo risultato. Queste sono le “grandi firme” del giornalismo di casa nostra, quelli che creano l’opinione pubblica. Anche Napolitano, che insieme alla sua Clio non ha voluto rinunciare all’occasione della passerella all’Expo, ha minimizzato la devastazione: “Ieri è stata una giornata bellissima, una magnifica inaugurazione“. Anzi, ha criticato i media perché, a suo dire, hanno dato troppo spazio ai disordini e i vandalismi dei black bloc; “capovolgono la realtà“. Non bisognava parlarne per non rovinare la festa.

Avrebbero voluto che i media tacessero sui black bloc. Sì, niente resoconti, niente servizi televisivi, silenzio. Meglio dedicare spazio alla passerella di Renzi, Napolitano e consorte, Pisapia, Prodi (c’era anche lui) e tutta la coorte di compagni sinistri. Come se già non fossero tutti i giorni in prima pagina e su tutti i TG. Strano, quando al governo ci sono loro non sopportano le contestazioni, gli scioperi, i disordini. Guastano il clima da salvatori della patria. Se invece al governo c’è il centrodestra, allora via con i cortei, le proteste, il diritto alla manifestazione, la rabbia della gente, il popolo che scende in piazza. Già, anche la protesta è elastica, dipende da chi la fa e contro chi. E siccome questi black bloc o antagonisti, o No Expo, o centri sociali, o disubbidienti, o comunque li si voglia chiamare, sono quasi sempre di estrazione sinistra, allora si cerca di minimizzare. Ricorda molto la vecchia storiella dei terroristi delle brigate rosse che insanguinarono l’Italia negli anni di piombo, nati, cresciuti e allevati nelle sezioni del PCI a pane e Marx, lotta di classe e anticapitalismo, ma che per la sinistra erano solo “compagni che sbagliano“.

Pensate che se i disordini fossero stati causati da movimenti di destra, la reazione sarebbe stata la stessa? No, altra storia, allora ne avrebbero fatto una sorta di attentato, di insurrezione, di rivoluzione armata, di guerra, avrebbero chiesto le dimissioni di ministri, sindaci, prefetti, questori e dell’intero governo. Sarebbe successo il finimondo. Ma se i dimostranti sono di sinistra, allora la cosa non è molto grave; sono solo quattro teppistelli. Sono talmente disonesti e in malafede che arrivano perfino a travisare completamente i fatti. Ieri Andrea Camilleri, comunista e intellettuale di regime, appena avuto notizia dei disordini di Milano ha scritto su Twitter “Caro ragazzino di Casapound che oggi hai fatto il #blackblock Lo sai che rompendo le vetrine delle banche non fai la rivoluzione?”. Per Camilleri i vandali di Milano erano di Casa Pound. Effetti della senescenza, ma anche della malafede congenita.

Questa però supera anche la fantasia più sfrenata. E’ ancora un titolo dell’ANSA “Savina, il questore che ha fermato i black bloc“. Un elogio sperticato del questore, dell’azione della polizia, dell’attività di controllo preventivo, della strategia adottata: “La strategia della Questura è stata vincente“, scrive l’Ansa. E meno male che è stata vincente e che il questore “ha fermato i black bloc“. Figuriamoci se non li avesse fermati! Insomma, dobbiamo ringraziare il cielo che ce la siamo cavata con poco. Ma andate a dirlo a chi ha avuto l’auto bruciata, le vetrine rotte, i negozi devastati. E ditelo ai cittadini che devono pagare i danni. Maroni ha promesso un primo intervento di un milione e mezzo di euro per venire incontro a chi ha subito danni. Ma non sono soldi che calano dal cielo, sono sempre soldi dei cittadini, dei milanesi, degli italiani. I delinquenti distruggono e noi paghiamo i danni.

Ma i media tendono a sminuire gli effetti della guerriglia e vogliono far dimenticare l’accaduto, per non intaccare l’immagine positiva del governo Renzi, non guastare la festa dell’inaugurazione dell’EXPO e rovinare l’atmosfera idilliaca di un’Italia che esiste solo nei tweet mattutini del premier per caso. Così, minimizzano l’accaduto e, anzi, tutti si dicono soddisfatti di come sono andate le cose. E’ la dimostrazione che questa gente vive in un altro mondo, non in quello della gente normale, è un’altra dimensione, un universo parallelo in cui va tutto bene e centinaia di delinquenti che devastano il centro di Milano sono solo quattro teppistelli figli di papà, magari annoiati, che fanno un po’ di baldoria per distrarsi e divertirsi. Niente di grave. Ora i milanesi si armano di scope e stracci, ripuliscono tutto e Milano torna come nuova.

Si rifiutano di riconoscere la loro responsabilità: la completa incapacità dello Stato di difendere i cittadini e le città dalla violenza di delinquenti di professione, dall’internazionale della guerriglia e da bande di criminali stranieri che vengono a delinquere in Italia contando su leggi che sembrano fatte apposta per tutelare i delinquenti e punire le forze dell’ordine, e sulla benevolenza dei giudici. Attraverso i mezzi d’informazione, controllati e manipolati ad arte,  ci presentano una realtà virtuale che esiste solo nei palazzi del potere. Non vedono e non vogliono vedere la quotidianità scomoda. Preferiscono vivere di promesse, di slides, di cartoline di un Paese che non esiste, di autocompiacimento, di ologrammi che scambiano per realtà. Ecco perché nello  spettacolo musicale dedicato all’ inaugurazione dell’Expo, trasmesso in mondo visione da piazza del Duomo il 30 aprile, hanno voluto sul palco un interprete di questo nuovo modo di guardare il mondo, o meglio di “non guardare e non vedere”; hanno scelto il testimonial ideale, Andrea Boccelli, un tenore cieco  Geniali.

Questa doppia morale della sinistra mi fa venire in mente un vecchio post del 2007 in cui ricordavo che quando per decenni si allevano i giovani a pane e rivoluzione, ideologia e contestazione del potere, può succedere che quando poi quei maestri di violenza arrivano al potere la contestazione gli si ritorce contro e gli alunni prendono a sassate i professori.  Vedi “Cria cuervos“.

Par condicio e sorprese postali

di , 5 Febbraio 2013 14:25

Di recente avevo segnalato nel post “Tiscali e la par condicio” le sorprese che solitamente ritrovo entrando nella casella di posta. Solitamente si tratta di box con donnine nude o quasi e notizie gossipare fondamentali per il progresso dell’umanità. Almeno penso che questa sia l’opinione dei redattori del sito, visto che le ripropongono costantemente e quotidianamente. Ecco un bell’esempio di News di primo piano, giusto di due giorni fa…

Che dicevo? Mica si può vivere senza sapere che una certa Dakota ha riso (!?) o che arrivano i nuovi costumi per Tekken (?) o sapere che in assenza di Belen si spoglia un certo Stefano. No, no, meglio essere informati, ne va della nostra esistenza, della pace nel mondo, della salvaguardia dell’ambiente, della salvezza del panda e del progresso umano. Per fortuna queste importantissime notizie ce le fanno trovare direttamente nella casella personale, così non ci sfuggono. Grazie Tiscali.

Ma in quel caso si trattava di un post del giornalista Oliviero Beha che esaltava la figura del candidato Ingroia, definendolo “magistrato senza macchia e senza paura“. Un autentico spot elettorale a favore del magistrato che agli incarichi ONU in Guatemala preferisce battersi per una poltrona in Parlamento. Non ripeto quanto già detto. Basta dire che lo stesso Beha ha già una sua rubrica nella Home page del portale Tiscali dove scrive regolarmente esprimendo il suo punto di vista sul mondo e dintorni.

Ma che motivo c’è, allora, che mi si faccia trovare dentro la casella di posta personale (e come me a tutti quelli che hanno una casella e-mail su Tiscali) un ulteriore scritto di Beha, ripreso dal suo blog? E’ un messaggio così importante da dovermelo inviare direttamente “a casa“?  E’ una specie di messaggio tipo “Pubblicità progresso” da lasciare nella buca delle lettere, come un qualsiasi volantino pubblicitario?

No, è semplicemente un articolo di propaganda elettorale a favore di Ingroia. Bene, siamo in campagna elettorale, tutto normale. Solo che, visto che viene diffuso privatamente in un portale che dovrebbe essere super partes e garantire almeno la par condicio, mi aspetterei che, dopo il messaggio di Beha, arrivino altri messaggi a favore di Berlusconi, di Monti ed altri. Anzi, considerata la proverbiale onestà intellettuale della sinistra (!?)  e le continue dichiarazioni e battaglie in nome della par condicio e del pluralismo dell’informazione, in quel post dichiaravo di essere assolutamente certo che sarebbero arrivati anche i messaggi in favore degli altri candidati.

Sono stato tratto in inganno (si fa per dire) perché se vado sul sito de L’Unità, so di leggere un giornale del PCI/PDS/DS/PD, edito da Renato Soru, stesso patron di Tiscali. Se vado sul sito di Repubblica so di leggere un quotidiano della famiglia De Benedetti che, da 20 anni, fa la guerra totale a Berlusconi. Se leggo Il Fatto quotidiano, so che è una specie di gazzetta delle procure, che ha dichiarato guerra, guarda che combinazione, a Berlusconi. E potrei continuare. Ma se entro nel portale Tiscali, che fornisce la connessione internet a tutti (non solo ai simpatizzanti del PD) e, quindi, è una specie di servizio pubblico, non c’è scritto in alto “Portale del PD” o “Sito di sinistra” o “Internet democratico”.

Non c’è alcuna indicazione, come, del resto, è giusto che sia, visto che trattandosi di un provider che fornisce, come dicevo, un servizio pubblico, non ha alcun motivo per essere schierato politicamente. Le aziende che forniscono altri servizi non mi mandano lettere a casa per sostenere questo o quel candidato politico. Così, ENEL, Telecom, Abbanoa, mi forniscono i servizi elettrici, telefonici e la fornitura idrica a prescindere dalle mie simpatie politiche, Non mi risulta che facciano sconti in base alla tessera di partito.

Bene, devo riconoscere che mi sono sbagliato. Succede, lo ammetto. Ecco, infatti, che pochi giorni fa, invece di ritrovarmi nella casella di posta un articolo in favore di Monti, di Casini o di Berlusconi, mi ritrovo un altro post, ancora di Oliviero Beha. il quale, tanto per cambiare (questi sinistri hanno una fantasia illimitata), ironizza sul parallelismo fra Berlusconi e Mussolini. Eccolo…

Alla faccia della par condicio. Beh, ma è risaputo, la sinistra ha una visione del tutto personale e particolare delle norme, delle leggi, dei principi, della libertà di stampa e, ovvio, della par condicio. In pratica, il criterio fondamentale per giudicare la legittimità o meno di una norma o di un comportamento è questo: “Tutto è lecito se conviene alla sinistra“.  Attenti, però, a non  applicare alla lettera le stesse indicazioni perché se le stesse cose che fa la sinistra le facesse la destra, diventerebbero, per miracolo, illegittime, criminali, odiose, macchina del fango, populismo e demagogia. Si verifica una strana e curiosa metamorfosi dei principi, per cui ciò che va bene a destra non va bene a sinistra e viceversa. A giudicare sulla verità dei principi è, neanche a dirlo, sempre e solo la sinistra, unica depositaria della verità rivelata. Già, perché per capire questi moralisti sinistri, sempre pronti a sentenziare e sputare sentenze su tutto e tutti, bisogna ricordare una massima del “Migliore“, Palmiro Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito“.

Alla faccia della par condicio e del pluralismo dell’informazione. Meditate, gente, meditate. E ricordate che “La sinistra ha una sua logica che la logica non comprende“.

Marxismo liberale

di , 30 Novembre 2012 20:10

Sembra un ossimoro. Anzi lo è proprio. Eppure è esattamente quanto ha dichiarato Bersani ieri, ospite a Porta a porta. Rispondendo ad una domanda, ha affermato che “essendo liberale…” apprezza il riconoscimento del merito e del valore, aggiungendo che, però, occorre anche tutelare l’uguaglianza. Da qualche tempo questi ex/post comunisti pentiti, ma non troppo, usano farsi paladini della meritocrazia. Parola che solo fino a qualche anno fa, fra i comunisti non ancora pentiti, suonava come una vera bestemmia.

Poi hanno avuto una crisi esistenziale, hanno cambiato bandiera, stemma, segretari, canzoni (da Bandiera rossa a Over the Rainbow), fanno il tifo per Obama, fanno le primarie e, per miracolo, diventano “democratici e liberali“. Così trasformati, cambiano anche  abitudini e stile di vita. D’Alema si trasforma in lupo di mare e veleggia su una elegante barca, Ikarus,  da 18 metri, partecipando alle regate veliche (roba da ricchi, mica da proletari). Quelli che anni fa erano in piazza, un giorno sì e l’altro pure, a protestare contro la Nato e gli americani “brutti, sporchi e cattivi“, oggi parlano inglese, copiano gli slogan made in USA ,”I care“, e si sentono tutti Yankee: Veltroni acquista casa a New York, non nel Bronx o ad Harlem, ma nell’esclusivo quartiere per ricconi di Manhattan e Bersani vola in USA per portare una corona di fiori sulla tomba di J.F.Kennedy. Roba da farsi venire le convulsioni dal ridere.

Gli ex segretari di Rifondazione comunista, Bertinotti e Giordano, per riposarsi dopo decenni di lotta di classe e dure battaglie contro i padroni ed i ricchi borghesi, acquistano vecchi cascinali in Umbria, a Massa Martana, li fanno restaurare da prestigiosi architetti e ci ricavano delle ville con piscina e parco intorno, roba da ricchi borghesi (alla faccia dei proletari). Da comunisti mangiapreti diventano pii e devoti chierichetti (giusto per rimediare qualche voto in più, in occasione delle “Primarie“, fra i cattocomunisti confusi); Vendola ha dichiarato di avere come modello il defunto cardinale Martini (!) e Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!). Trasformazione completa che li rende irriconoscibili, come nuovi.  In verità, sotto sotto, sono quelli di sempre. Hanno solo cambiato pelle; come i serpenti!

E’ come se, dopo la caduta del muro di Berlino, avessero preso i comunisti sbandati ed in fuga in ordine sparso, li avessero sistemati dentro un enorme shaker, avessero agitato con forza a lungo e poi li avessero lasciati liberi. Sono rimasti storditi, confusi e non sanno più chi sono, chi erano, da dove vengono e dove vanno. E così esaltano la meritocrazia e si dichiarano liberali. Ho la sensazione che questi non sappiano di cosa parlano. Se lo sapessero capirebbero che è un concetto totalmente in contrasto con tutta la loro ideologia e che meritocrazia ed uguaglianza, così come libertà ed uguaglianza, sono concetti opposti, contrastanti ed inconciliabili.

E’ una contraddizione che si stanno portando appresso da anni, dai tempi della fusione con quella specie politica altrettanto stordita e confusa, i cattolici pentiti della ex Margherita, con i quali hanno consumato un matrimonio contro natura. Dissero, comunisti e cattolici, che avevano radici comuni e volevano le stesse cose (!). Più confusi di così non si può. Ecco casa scrivevo 5 anni fa, in occasione di quella fusione a freddo fra ex/post comunisti e cattolici in crisi esistenziale.

Marxisti liberali e gattopardi rosa. (14 settembre 2007)

Si dice che solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Il che non significa, però, che coloro che cambiano idea non possano essere, al tempo stesso, imbecilli, né che gli imbecilli debbano, necessariamente, non cambiare idea. E’ uno di quei luoghi comuni che apparentemente sembrano avere una loro saggezza di fondo, ma che vanno presi con le pinze; anzi, con le pinzette, perché talvolta quel pizzico di verità che contengono può essere, se usata male, vanificata del tutto.

Se si assume come verità il fatto che cambiare idea sia sintomo di intelligenza, allora bisogna concludere che coloro che cambiano spesso idea, che smentiscono alla sera ciò che dicono al mattino e che sono in perenne mutazione, siano molto intelligenti. Se ne deduce, allora, che nel centro sinistra, siano tutti intelligentoni, una succursale del Mensa. E che Prodi, ovviamente, sia un genio!

Va da sé che, in tal caso, visto che, da quando è stata inventata la matematica, 2+2 fa sempre 4, tutti i matematici che in millenni non hanno mai cambiato idea, siano dei perfetti idioti! N’est ce pas?

E veniamo al dunque. Ultimamente, nella sinistra storica, è tutto un rimescolio generale, un riassestamento, una continua evoluzione verso posizioni lontanissime da quelle di partenza. Cominciano a preoccuparsi di sostenere le aziende, l’artigianato, il commercio, la piccola e media industria, promuovono ed incentivano la produttività e la competitività nazionale ed estera, elogiano il libero mercato e favoriscono la concorrenza, costituiscono società quotate in borsa, si preoccupano della sicurezza dei cittadini, adottano drastiche misure per liberare i centri urbani da accattoni, prostitute, nomadi e lavavetri. Insomma, sono talmente cambiati che se un emigrato tornasse in Italia, dopo 20 anni, e sentisse parlare gli ex/post comunisti penserebbe che siano diventati tutti di destra.

Per avvalorare questo cambiamento stanno scendendo in campo, al fine di fornire una spiegazione scientifica del fenomeno, fior fiore di intellettuali, giornalisti ed illustri studiosi. Si organizzano convegni, si pubblicano studi e ricerche, si organizzano dibattiti, si sta mettendo in atto una portentosa macchina mediatica per convincere gli ancora dubbiosi ex compagni a “cambiare idea”, a rinnegare decenni di ideologia marxista per diventare come il baffetto velista D’Alema, il pezzo da novanta della sinistra, che, dopo anni ed anni di pane e Marx, considerando che anche vivere da borghesi benestanti non è poi disprezzabile, è diventato “liberal“.

Ed ecco che appare un libretto, di Alesina e Giavazzi, intitolato “Il liberismo è di sinistra” nel quale i due autori cercano di dimostrare che siccome il liberismo favorisce la crescita dell’economia e, quindi, della ricchezza, e che questa ricchezza comporta un miglioramento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori, significa che il liberismo comporta conseguenze positive per il proletariato. Ergo, il liberismo è di sinistra.

Il che è come affermare che l’erba favorisce l’attività mentale; perché nutre le vacche che producono il latte che viene trasformato in formaggio che si grattugia sugli spaghetti che ci forniscono carboidrati che, come tutti sanno, fornisce energia al cervello. Ergo, l’erba fa diventare intelligenti!

Il concetto è lo stesso; una cavolata. Ma gli autori ci scrivono un libro che venderà un sacco di copie che produrranno tanti soldoni in diritti d’autore e vai col liscio. Ma ecco che, ad avvalorare ulteriormente questa bizzarra tesi, arriva, fresco fresco di stampa, un altro libello “d’autore“: “Il  partito democratico per la rivoluzione liberale” di Michele Salvati.

La differenza fra i due libri, come riferisce oggi un articolo del Corriere.it, è che Salvati, contrariamente agli altri due giornalisti, è “dentro il partito democratico“. Così dentro che, già quattro anni fa scrisse un altro libro “Il partito democratico“, anticipando la svolta attuale dei DS. Così “dentro” che “…la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana“.

Ora, le sezioni dei DS sono le stesse sezioni dell’ex PCI dove ancora fanno bella mostra, come capita di vedere in alcuni servizi TV, le immagini dei “padri” del comunismo, da Marx a Lenin, a Gramsci, a Togliatti. Allora mi viene un po’ da sorridere pensando a cosa mai potranno pensare questi “padri gloriosi” sentendo i discorsi dei loro nipotini che sono diventati “liberali“.

Comunque la si rigiri è una bella contraddizione, un paradosso, un ossimoro politico. Ma ricordando la iniziale premessa, dovremmo riconoscere che, visto che cambiano idea, non sono imbecilli. Allora a cosa è dovuto questo brusco cambiamento di rotta?

Le ragioni sono diverse, ma sostanzialmente la ragione di fondo è che, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il disfacimento dell’impero sovietico, questi nipotini di Marx si sono trovati col sedere per terra. Non potevano continuare a farsi portatori e sostenitori di una ideologia che ormai era morta e sepolta ed il cui fallimento era sotto gli occhi di tutti. Correvano il rischio di scomparire e seguire la loro ideologia nella tomba. Allora bisognava trovare una soluzione che consentisse di non perdere il patrimonio di consensi e di voti. Anche perché, negli anni seguenti, in piena epoca di “mani pulite“, la magistratura stava facendo il “lavoro sporco“; stava facendo piazza pulita di tutta la nomenclatura politica della prima Repubblica, partiti e dirigenti compresi; escluso, guarda caso, proprio il PCI, perché loro, si sa, sono “Persone perbene” (se lo dicono da soli, ma ne sono convinti).

Non restava che raccogliere i frutti e predisporre quella “gioiosa macchina da guerra” che Occhetto vedeva lanciata inevitabilmente verso la vittoria e la conquista del potere. Poi la macchina si è inceppata ed è rimasta la ineludibile esigenza di cambiare faccia e di inventarsi una nuova identità. E sono cominciati i cambiamenti, da PCI a PDS e poi DS. Fra congressi, lacrime e dichiarazioni d’amore: “Quel simbolo (alludendo alla falce e martello) lo porteremo sempre nel cuore“, disse un D’Alema commosso dal palco del congresso che decretava la morte definitiva del vecchio PCI.

Ma è vero cambiamento? Oppure è solo un modo per presentarsi diversi e continuare a gestire il potere? Non metto in dubbio che qualche ripensamento sincero, all’interno dei DS, ci sia stato e ci sia tuttora. Del resto, se proprio non si hanno i paraocchi e la mente obnubilata da decenni di marxismo, è difficile continuare ad essere comunisti. Alcuni ci riescono, ma, sempre se dobbiamo prendere per buona l’affermazione iniziale, significa che, visto che non cambiano idea,  dovremmo considerarli almeno un po’ “imbecilli“. Beh, non si può accettare quella affermazione solo quando fa comodo.

In questo contesto nasce l’ulteriore svolta DS, la costituzione di un nuovo partito “democratico“, insieme ai cattocomunisti confusi della Margherita. Il diavolo e l’acqua santa. Ma loro dicono che le diversità arricchiscono la dialettica interna, che hanno un fine comune. Contenti loro!

Ma torniamo alle nuove idee liberiste e liberali. C’è un qualcosa di più che la necessità di adeguamento a idee più moderne. E’ qualcosa che non viene detto esplicitamente e pubblicamente. Forse se lo dicono fra loro, in quelle lunghe discussioni nelle ex sezioni PCI, ma resta un segreto perché fa parte della strategia interna del partito.

Eppure non ci vuole molto a capirlo. Basta ricordare il lungo discorso di Fassino all’ultimo congresso, quando si è deciso di andare avanti e di costituire ufficialmente il partito democratico. Lo si potrebbe prendere come esempio del classico discorso politico che dice tutto e niente, che vuole accontentare tutti, secondo la vecchia utopia di chi vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Come si costruisce un discoso politico d’effetto e che raggiunga il massimo del consenso? Semplice; si fa un lungo elenco di tutti i mali possibili della società, di tutti i possibili problemi delle varie categorie, li si espone con forza e passione, come se chi li pronuncia non dormisse la notte pensando alle soluzioni possibili, si lascia intendere che tutti i problemi esposti saranno affrontati e risolti, ma si evita accuratamente di proporre soluzioni precise, perché si corre il rischio di creare conflitti fra le varie categorie ed i gruppi di potere.

Non c’è bisogno, per esempio, che si dica chiaramente come si intende risolvere il problema del potere d’acquisto di stipendi e salari. Basta rimarcare con forza che “la gente non arriva a fine mese, che gli stipendi sono bassi, le pensioni ridicole…”. Ecco, basta e avanza, tutti sono d’accordo e applaudono al tribuno di turno. Non c’è bisogno di dire chiaramente come si combatte la disoccupazione ed il precariato. Basta urlare “Bisogna garantire la certezza del posto di lavoro. Dobbiamo garantire un futuro ai giovani…”. Basta e avanza, tutti soddisfatti e riapplauso. Perché questo è stato, stringi stringi, il lungo ed appassionato discorso di Fassino, con lacrimuccia finale che fa sempre effetto e la gente pensa “Come è bravo e sensibile…”.

Se poi si chiude il congresso con un classico “inno” storico della sinistra…Internazionale? Bandiera rossa? No, no…”Over the rainbow“. Beh, allora le lacrime si sprecano, baci e abbracci, commozione e pianto generale.  Più che un congresso di ex/post comunisti sembra una riunione delle dame della carità. Il discorso di Rutelli, al congresso della Margherita, è esattamente dello stesso tipo, una fotocopia di quello di Fassino (forse lo hanno preparato e concordato insieme). Veltroni, ora in tour propagandistico, sta applicando le stesse regole del bravo tribuno. Il suo motto, a proposito di tasse, “Pagare meno, pagare tutti“, aggiornamento del vecchio “Lavorare meno, lavorare tutti” (ma che fantasia!), è uno splendio esempio. Visto che c’era poteva anche annunciare di aver scoperto l’acqua calda. Qualcuno gli avrebbe creduto sulla parola.

Allora, cosa c’è dietro questo riformismo e trasformismo del vecchio PCI? Ce lo dice chiaro e tondo lo stesso Salvati. Ma, onestamente, lo avevamo già capito da soli: “…la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi“. Ecco cosa c’è. Non conta  tanto l’avere delle idee e programmi precisi nei quali credere e difenderli, costi quel che costi, conta trovare quelle  proposte giuste, anche se non ci si crede (basta far finta di crederci), che possano raccogliere consensi e voti per raggiungere il potere.

Tanto poi, una volta al governo, non è detto che si debbano rispettare i programmi. Qualche buon motivo per giustificare modifiche e cambiamenti lo si trova sempre. E’, dunque, un partito costruito a tavolino su misura per raccogliere consensi. Tutto il comntrario di ciò che i partiti politici, nel bene e nel male, sono stati fino ad oggi. Al diavolo l’ideologia, al diavolo i principi, al diavolo le cause giuste in cui credere e per le quali battersi, al diavolo i “padri nobili”, al diavolo anche i nonni, i cugini, i cognati, al diavolo tutti. Ciò che conta è che la gente li voti. Questo conta, mantenere il potere.

Alla faccia di chi crede ancora nella forza delle idee. Questo partito democratico è, né più, né meno, che una sapiente operazione di mercato, mercato politico e di voti, ma pur sempre operazione di mercato, costruita scientificamente a tavolino per conquistare quote di consenso. Come quando si lancia un nuovo detersivo; è sempre lo stesso, ma ve lo presentano in maniera nuova, vi dicono che “lava più bianco“, la gente ci crede e lo compra.

Allora questi nuovi “marxisti liberali” appaiono per quello che sono, i soliti gattopardi che fanno finta di cambiare tutto per lasciare tutto com’è. In questo caso, per mantenere il potere e le poltrone. Tant’è che con tutti questi cambiamenti e sconvolgimenti annunciati e le primarie farsa, chi resterà a capo del “nuovo” partito? Sempre loro, i Fassino, D’Alema, Veltroni, Rutelli e compagnia cantante. E non credo che si alimenteranno a pane e cicoria. Ma giusto per dare una parvenza di cambiamento hanno abbandonato i temi a loro tanto cari, la lotta di classe, il padronato che sfrutta i lavoratori e amenità simili. Sono diventati meno rossi, tutto qui. A forza di gustare le prelibatezze e le comodità del benessere economico, hanno cominciato a cambiare colore; da rosso fuoco a rosso sbiadito, rossiccio, rosa carico, rosato, rosa tenue, rosatino, rosa sbiadito…Si sono trasformati in una strana nuova specie animale: i gattopardi rosa!

Come se non bastasse, in merito ai cambi di rotta degli ex/post comunisti pentiti (o quasi), leggete questo illuminante post del 2007: “Lavavetri e comunisti bucolici“.

B & B e la concussione

di , 16 Febbraio 2011 17:52

L’accusa di concussione per Mr.B, Berlusconi, a causa della sua telefonata alla questura di Milano, mi fa venire in mente un’altra telefonata ed un altro celebre signor B, una gloria nazionale, Gino Bartali. Cosa c’entra con la concussione? Vediamo. Era il 1948, si correva il Tour de France. Il nostro portabandiera era proprio lui, Ginetaccio. Ma i giornali sportivi, considerandolo troppo vecchio, aveva 34 anni, non riponevano molte speranze nelle sue prestazioni e possibilità di vittoria. Infatti, a metà del Tour Bartali aveva 21 minuti di ritardo nei confronti della maglia gialla Bobet. Poche speranze di ribaltare la situazione.

Poi il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e festa nazionale francese, il tour si concesse una giornata di riposo. Quello stesso giorno, in Italia, avvenne un fatto tragico, l’attentato a Palmiro Togliatti nei pressi di Montecitorio. Un esaltato gli sparò con una pistola. Togliatti fu ricoverato in ospedale, in gravi condizioni. L’attentato causò subito gravi tumulti che potevano facilmente sfociare in una guerra civile. Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio, ebbe una felice idea. Chiamò al telefono la squadra italiana impegnata al Tour e li spronò ad impegnarsi al massimo per tentare di riportare una vittoria che avrebbe calmato gli animi in patria. Il primo ad essere investito di quella responsabilità fu, ovviamente, proprio Bartali. L’episodio è stato ricostruito anche in una recente fiction televisiva dedicata al campione toscano.

Successe il miracolo. Bartali sembrò ritrovare le migliori energie di un tempo, accumulando vittorie su vittorie. E sulle tappe dei Pirenei si scatenò infliggendo a Bobet, in una sola tappa, un distacco di 19 minuti. Bobet restava maglia gialla, ma con solo poco più di un minuto di vantaggio su Bartali il quale vinse ancora delle tappe, arrivando da trionfatore a Parigi ed infliggendo un distacco di quasi mezzora al secondo classificato. Un trinfo. In quei giorni di esaltanti vittorie gli italiani seguivano con ansia e speranza il tour e gli animi si calmarono. La vittoria finale fu importantissima per scongiurare definitivamente l’aggravarsi degli scontri di piazza.

Per nostra fortuna i francesi non seppero mai di quella telefonata di De Gasperi. Altrimenti avrebbero potuto denunciarlo per “Concussione“. De Gasperi sarebbe fnito in tribunale, indagato, ci sarebbe stata una grave crisi politica, sarebbe caduto il Governo e forse sarebbero ripresi gli scontri. E’ evidente che De Gasperi, con quella telefonata che imponeva a Bartali di vincere il Tour (E mica si poteva dire di no a De Gasperi), abbia ricavato un beneficio, evitando crisi di Governo e restando saldamente al suo posto di presidente del Consiglio. Più concussione di così! Per fortuna non se ne seppe nulla. Non c’erano ancora Repubblica, Il Fatto, le procure rosse, Ruby, Boccassini, Santoro e le intercettazioni di massa. Già, l’abbiamo scampata bella! E tutto grazie ad una telefonata del presidente del Consiglio De Gasperi. Abbiamo salvato l’Italia ed abbiamo vinto anche il Tour de France. Roba che ai francesi, come cantava Paolo Conte, “Le palle ancor gli girano...”.

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Foibe e amnesie

di , 10 Febbraio 2011 16:59

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

-  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

-  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

-  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

-  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

-  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

-  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

D’Alema e le amnesie senili.

di , 15 Dicembre 2010 15:17

E’ davvero curioso leggere oggi i vari commenti alla Waterloo finiana in Parlamento. Dice Fini che la conferma della fiducia a Berlusconi è una vittoria numerica, ma non una vittoria politica. Non dice, però, che la sua è una sconfitta numerica, politica ed anche morale.  Sullo stesso tono altri autorevoli esponenti dell’opposizione, maestri nel ribaltare la realtà a loro uso e consumo. Tutti impegnati, sostenuti ampiamente dai media, ad accusare Berlusconi di aver “comprato” i voti. Ne hanno fatto la giustificazione della sconfitta. Di Pietro si era perfino affrettato, sospettando qualche defezione in casa propria, ad andare in procura per fare un esposto “verbale” (così riportava la stampa qualche giorno fa) ai suoi ex colleghi magistrati i quali saranno anche oberati di lavoro, ma se Tonino chiama rispondono prontamente, il tempo lo trovano. E così, basandosi fiduciosamente sulle rimostranze verbali di Tonino e su “notizie apparse sulla stampa” (anche questo era riportato dai giornali), aprono seduta stante un’inchiesta sulla compravendita di voti.

Ora, a quanto pare, si sta arrivando a perfezionare il metodo “Toga rossa trionferà“. Non c’è più nemmeno bisogno che ci siano esposti o denunce, reati comprovati e prove. Basta che un solerte magistrato legga qualche notizia su Repubblica, L’Unità, il Fatto o, perché no, sul blog di Tonino da Bisaccia, in cui si vagheggia il sospetto che qualche parlamentare possa essere “comprato” e via, scatta l’inchiesta. Poi dicono che la magistratura non lavora e la giustizia è lenta. Malelingue. Uno dei tanti che anche oggi ribadisce questo sospetto è Max baffo D’Alema, “il più intelligente” dei suoi, come viene definito. Figuriamoci gli altri.

Oggi l’ANSA riporta alcune dichiarazioni del “più intelligente“: “D’Alema: da cretini fare ditrofront...”. Tranquillo Max, non c’è bisogno di fare dietrofront, si può essere cretini anche da fermi. Dice, riferito a quei pochi parlamentari dell’opposizione e finiani che hanno votato la fiducia al premier: “deputati comprati, nascosti dietro le tende fino all’ultimo per proteggere la vergogna di un voltafaccia“. Ecco, ci siamo. E perché sarebbero stati comprati? Ovvio, perché Berlusconi è ricco e può permetterselo. Lui ed il PD, invece, non possono permettersi di “comprare” i voti; sono poveri…anzi, poverini! Aggiunge, infatti, riferendosi ai pochi mezzi del suo partito: “Certo, non ha né i soldi né il potere del Cavaliere“.

Ora, sarà anche il più intelligente, però, forse a causa dell’età che avanza, comincia ad avere qualche preoccupante amnesia. Dimentica, per esempio, che fino a 20 anni fa il suo “povero” partito in cui è nato, cresciuto e pasciuto, il PCI, ha ricevuto per decenni vagonate di rubli da Mosca. Caro Max, cosa ci avete comprato con quei rubli?  Vi è andata bene perché erano i tempi della guerra fredda. Già, perché se fosse stata una guerra un po’ più calda, ricevere soldi da una potenza ostile, com’era Mosca, significava essere al soldo del nemico. Il che vi avrebbe portati dritti dritti alla Corte marziale e sareste finiti al muro, fucilati come traditori della patria. Per vostra fortuna la guerra si è sfreddata e voi, invece che essere accusati di alto tradimento (come sarebbe stato più che logico e giustificato) siete finiti in Parlamento a darci lezione di libertà, democrazia e morale. L’unico muro contro cui siete andati a sbattere è il muro di Berlino. Quando è caduto avete preso una tale capocciata che siete storditi ancora oggi e vagate confusi e smarriti, in preda a crisi d’identità, alla perenne ricerca, come direbbe Battiato, di un centro di gravità permanente.

A proposito di ricchezza e di fondi del partito, ci sarebbe un’altra piccola curiosità da soddisfare. Che fine ha fatto, caro compagno Max, il tesoro di Dongo, recuperato dai partigiani rossi durante la fuga di Mussolini e di cui non si è saputo più nulla? L’unica ipotesi, sulla quale concordano molti storici e sulla quale ci sono pochi dubbi, è che quel tesoro sia finito nelle casse del PCI, ma Togliatti “Il migliore“, non ha mai fornito spiegazioni.  Che ci avete comprato? Come li avete investiti? Beneficenza ed opere di bene? Ah, saperlo…

Ma non basta. Dimentica anche un altro fatto che riguarda direttamente il trasformismo parlamentare. E qui la questione si fa seria, perché è davvero preoccupante che dimentichi una circostanza che lo riguarda personalmente: la sua nomina a presidente del Consiglio. Ricorda Max? Furono una cinquantina i parlamentari di altri schieramenti che votarono la fiducia al suo Governo. Possibile che l’abbia dimenticato? Non sarà che a furia di veleggiare, di strambare e di stare in mare aperto, anche la memoria vola via nel vento? Meno male che proprio ieri sera, a Ballarò, questa circostanza gliel’ha ricordata non il direttore del Giornale o di Libero, ma Paolo Mieli, ex direttore del Corriere, non certo berlusconiano. Così le avrà rinfrescato, speriamo, la memoria.

Allora, siccome noi, forse, non siamo all’altezza di capire a fondo certe sottigliezze della politica, lei, che è il più intelligente, non avrà difficoltà a spiegarci per quale arcano motivo se 50 parlamentari di altri schieramenti votano la fiducia al suo Governo è tutto normale e rientra nella prassi parlamentare, ma se 4 o 5 deputati dell’opposizione decidono di votare la fiducia a Berlusconi sono stati “comprati“. Ecco, Max, ce lo spieghi. Sa, non tutti sono intelligenti come lei (per fortuna).

Gaber vs Santoro.

di , 16 Ottobre 2010 11:59

Santoro ha concluso l’ultima puntata cantando alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber, “Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione…”. E’ curioso che continuino ad invocare la libertà proprio quelli che la usano e ne abusano, quando dove e come vogliono, e paventino bavagli alla libertà di espressione. Proprio quelli che te li ritrovi ovunque; in televisione, alla radio, sulla stampa, su internet. Pontificano e sproloquiano da mattina a sera in ogni spazio libero, ma…chiedono libertà. Salvo poi tentare con ogni mezzo di mettere a tacere chi non la pensa come loro. Ma, si sa, la libertà è un bene prezioso, bisogna meritarsela, non la si può concedere a tutti, cani e porci. Meglio riservarla per pochi eletti che decidano, a loro insindacabile giudizio, chi abbia diritto alla libertà e chi, invece, debba avere una “libertà vigilata“. S’intende, per il bene pubblico!

Perché la libertà è bella, ma non esageriamo. Se tutti sono liberi significa che anche gli avversari hanno diritto di esercitare la libertà. E questo non va bene, questo non è bene pubblico. Il bene pubblico, in Italia, è solo quello che fa comodo alla sinistra. Il resto è demagogia, populismo, fascismo, razzismo e mafia. La mafia c’è sempre di mezzo, come la Cia, il Mossad ed i servizi segreti, ovviamente quelli deviati. E non vi venga in mente di mettere in dubbio questi concetti sacrosanti. E’ verità rivelata, ve la consegnano, gratis, insieme alla tessera di partito. Altrimenti, a cosa sarebbero serviti 60 anni di propaganda comunista? “La verità è ciò che conviene al partito“, sentenziava Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri). Quindi, compagni…zitti e Mosca!

Il nostro paladino dei poveri, dei cassintegrati e dei senzatetto, con villa ad Amalfi, ama dare prova delle proprie doti canore. Ricordiamo ancora la sua toccante interpretazione di “O bella ciao…“. Ma possiede anche il gusto della battutina facile che elargisce spesso e volentieri, durante il programma, per la gioia dei fan. Né possiamo tralasciare le sue doti da consumato attore. Basta vedere con quanta bravura ed immedesimazione nel personaggio (Stanislavkij gli fa un baffo) usa recitare il suo monologo d’apertura; roba da far impallidire i più celebrati mattatori del palcoscenico. E’ un artista completo, recita, canta, sa tenere la scena come pochi. Magari la prossima volta, in tutù e danzando sulle punte, si esibirà anche in un balletto, deliziandoci con un intenso pas de deux, insieme a Vauro, sulle note del Lago dei cigni. Per male che vada, ha sempre un avvenire nel mondo dello spettacolo, dell’avanspettaccolo o dell’avan…bicchiere!

Certo vedere Vauro e Santoro cantare non è spettacolo consueto. Ma in questo cinico mondo dello spettacolo ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa per tenersi a galla, far parlare di sé e portare a casa la pagnotta. Quindi anche un giornalista ed un vignettista possono permettersi di cantare Gaber. Ma cosa penserebbe Gaber nel vedere il giornalista Santoro cantare “Libertà è partecipazione…”? Mah, forse potrebbe dirgli più o meno così: “Mi fa piacere che lei abbia intonato quei versi. Ma lei, da buon giornalista, ha la pessima abitudine di prendere dalla realtà ciò che fa conodo e dimenticare ciò che può essere scomodo. Ora, dopo aver inneggiato alla libertà, per correttezza, dovrebbe alla prossima puntata cantare altri versi, sempre di una mia canzone. Dovrebbe farlo perché quei versi interessano direttamente la categoria dei giornalisti, di cui lei orgogliosamente fa parte, e la strana interpretazione che gli stessi giornalisti hanno del concetto di libertà. Se non li conoscesse o li avesse dimenticati, glieli ricordo. Eccoli…”

Da “Io se fossi Dio” (vedi testo completo)

Io se fossi Dio

maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti

che certamente non sono brave persone

e dove cogli, cogli sempre bene.

Compagni giornalisti, avete troppa sete

e non sapete approfittare della libertà che avete

avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate

e in cambio pretendete

la libertà di scrivere

e di fotografare.

 

Immagini geniali e interessanti

di presidenti solidali e di mamme piangenti

e in questo mondo pieno di sgomento

come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:

cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti

e si direbbe proprio compiaciuti

voi vi buttate sul disastro umano

col gusto della lacrima

in primo piano.

 

Sì, vabbè, lo ammetto

la scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia

ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza

non avrei certo la superstizione

della democrazia.

Ahi ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…

di , 13 Febbraio 2007 20:55

In occasione della giornata del ricordo, 10 febbraio, il Presidente Napolitano ha tenuto un discorso molto apprezzato da tutti, ricordando che per troppo tempo la tragedia delle foibe è stata ignorata "per cecità". "Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica" (Corriere.it) Un discorso concluso con un forte richiamo "…ai valori di pace, libertà, solidarietà e tolleranza della nuova Europa…nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia.".

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