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Culi e guerriglia

di , 27 Agosto 2017 07:38

Qual è il soggetto preferito dai media? Il culo. Non ha rivali.  Le foto erotiche sono il sale dell’informazione, sono  come il grigio, vanno bene su tutto, qualunque sia l’argomento trattato. Ne accennavo anche due giorni fa in “Chiesa e censura“. E siccome ogni giorno in pima pagina deve esserci il “culo del giorno“, se non hanno quello fresco di giornata, se lo inventano, riciclano quelli vecchi stagionati e li fanno passare come nuovi. Esempio.

Pochi giorni fa sul Giornale, sempre in prima pagina c’era questo titolone “La Ferilli supersexsy a 53 anni“.  E per dimostrarlo uniscono la foto a lato. Ora, sinceramente, magari era una bella donna da giovane, forse è ancora piacente, ma il tempo passa per tutti. Allora che a 20 anni fosse una gran bella gnocca non c’è dubbio; che lo sia ancora a 53 non direi. Che bisogno c’è di esaltare una bellezza che non c’è più? A meno che non si sia appena sbarcati con l’ultimo gommone in arrivo dalla Libia, dopo mesi di astinenza sessuale, o si abbiano curiosi gusti estetici,  come Carlo d’Inghilterra che alla giovane, fresca e bella Diana preferiva la secca e stagionata Camilla, o si sia affetti da gerontofilia acuta (in stile Macron, per intenderci) come si fa  a definire “supersexy”  quella sagoma flaccida, grassa, cadente? Sembra esagerato. No? Diceva Petrolini nel suo “Nerone”. “Quando il popolo si abitua a dire che sei bravo, pure se non fai niente sei sempre bravo“.  La stampa gossipara è come il popolo di Petrolini; quando si abitua a dire che una donna  è bella, anche a 80 anni è sempre bella e sexy. Questo è un esempio lampante del grado di onestà e affidabilità della stampa.

Avete dei dubbi? Facciamo un altro esempio. Ieri cercando un vecchio post sono capitato su questo “Oche e bikini” del 2013. in cui riferivo di un servizio del Corriere on line su una manifestazione di protesta e scontri con la polizia in Brasile.  Scrivevo: “A Rio de Janeiro sono in corso violenti scontri fra manifestanti e polizia. Si protesta contro l’assegnazione di concessioni per nuove trivellazioni petrolifere offshore. Il Corriere on line ne dà notizia con un box in Home ed una serie di 28 fotografie che documentano gli scontri: fumogeni, auto ribaltate, cassonetti incendiati, solito repertorio da guerriglia urbana. Le foto sono visibili qui (Foto). Fra le 28 foto ben 27 mostrano immagini degli scontri ed una (solo una fra 28) mostra una ragazza brasiliana in bikini, forse non proprio interessata alla protesta, che avanza sulla spiaggia passando fra due poliziotti.“.

Dopo aver visionato le foto (non ci sono le frecce laterali, per cambiare foto basta cliccare sull’immagine) , indovinate quale, fra le 28, finisce in prima pagina per documentare i gravi scontri. Indovinato? Bravi, esatto, proprio quella, la ragazza in bikini.

Forse al Corriere hsnno una fissazione particolare per il lato B e per le foto erotiche da sbattere in prima pagina per attirare gli utenti. Può essere, anzi è quasi certo.  Altrimenti non si spiegherebbe perché per documentare “scontri in strada”, proteste e disordini usino la foto di una ragazza in bikini sulla spiaggia.

Ma non è solo il Corriere ad avere questa linea editoriale. Ormai è una mania dilagante che coinvolge tutta l’informazione, specie quella in rete, data la facilità di inserire immagini e video.  Ma a lungo andare si ha l’impressione che in realtà mentre mostrano il lato B di giornata stiano prendendo per il cul…per il lato B i lettori.  Vedi “Guardi siti porno?”.

Come volevasi dimostrare; storia vecchia. E per dimostrare che non è una mia fissazione date uno sguardo a questo articolo di Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura,   comparso  sul quotidiano spagnolo El Pais molti anni fa e ripreso da La Stampa nel 2007: “Troppe T.e C. Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip“.  Per capire meglio l’involuzione dell’informazione in questi ultimi tempi è illuminante leggere, sempre di Vargas Llosa “La civiltà dello spettacolo”.

E qual è oggi il più potente mezzo di comunicazione ? Ovvio, la televisione, quella che tutti i giorni, senza tregua, 24 ore su 24, ci propina tonnellate di spazzatura facendola passare per informazione, intrattenimento, cultura e spettacolo. Riprendo ancora da quel vecchio post.  Ecco, nell’immagine sotto, un gruppo di ospiti, figuranti, opinionisti, esperti, tuttologi, comari e lavandaie, mentre ordinatamente si avviano verso gli studi televisivi per partecipare ai quotidiani programmi di intrattenimento. (Foto Ansa)

Per il momento è tutto, linea alla regia, non cambiate canale, restate con noi, pubblicità.

Chiesa e censura

di , 23 Agosto 2017 23:03

Mi censurano? Ed io lo scrivo qui. Ho accennato spesso alla censura sui social e sui siti di informazione, compresi quotidiani in rete. Ormai sono rassegnato, ma certe volte dà veramente fastidio, ci si sente truffati, privati anche del diritto di esprimere le proprie idee. E questo succede spesso quando si esprimono giudizi poco lusinghieri sui politici, il Papa, la Chiesa e quando si critica il contenuto di certi articoli, il pensiero del giornalista,  la linea editoriale  di un quotidiano o i fanno notare banali errori grammaticali e strafalcioni lessicali (cosa he succede più spesso di quanto si pensi). Per esempio, due degli errori più frequenti (e nemmeno tra i più gravi) sono l’uso del termine bagnasciuga (errato) al posto del corretto “battigia” e l’espressione cacofonica “scontro tra treni” invece che “fra treni” (regoletta che una volta si imparava già alle scuole medie). E non parlo del Giornalino delle Giovani marmotte, questi errori li trovate molto spesso anche su prestigiosi quotidiani nazionali come il Corriere. Ma se lo fate notare quasi mai il commento viene pubblicato (non vogliono riconoscere di aver sbagliato). Ma la cosa ancora più incredibile è che, nonostante gli si faccia notare l’errore, non si prendono nemmeno la briga di correggere. Il che dimostra quanta considerazione e rispetto abbiano dei lettori; quasi pari a zero. I media possono riversarci addosso montagne di schifezze, di gossip e pettegolezzi da lavandaie, imporci il pensiero (si fa per dire) di intellettuali di regime, le corbellerie quotidiane delle autorità e dei personaggi di primo piano della cultura e dello spettacolo; ma se vi permettete di lamentarvi, vi censurano; alla faccia dell’art. 21. E’ consentita la libertà di espressione purché sia omologata al pensiero unico di regime. Era anche il pensiero di Stalin. “Siete liberi di esprimervi liberamente, purché siate d’accordo con me.”, diceva ai suoi stretti collaboratori.

O addirittura si rischiano denunce, come ha minacciato di recente Laura Boldrini. Lei può dire tutte le sciocchezze possibili (e infatti le dice speso e volentieri; può permetterselo, è al terza carica dello Stato), ma se vi permettete di risponderle a tono, usando qualche termine non proprio elegante, le critiche diventano insulti e Boldini minaccia di querelarvi (Boldrini contro gli haters: ora basta, vi denuncio). Bene, la censura quotidiana è arrivata anche oggi e, guarda caso, ancora con un commento che riguarda il Papa e la Chiesa. Già, ancora il Papa. Qualcuno dirà che, visto che ne parlo spesso,  ce l’ho con Bergoglio. Io? No, è lui che ce l’ha con me e con milioni di italiani; ed ogni giorno  rilascia dichiarazioni Urbi et Orbi  e consigli non richiesti che riempiono giornali e Tg e  che suonano come un insulto, una provocazione. Ma il vero problema non è Bergoglio (se nessuno gli dà ascolto è innocuo). il problema sono i media che danno tanto spazio  alle sue esternazioni quotidiane e riportano con grande risalto ogni santo giorno tutti gli starnuti del Vaticano e le flatulenze papali.

Anche avantieri, la sua presa di posizione a favore dello ius soli era l’articolo di apertura del Giornale (Sì a ius soli e ius culturae), e di altri quotidiani (ne parlo qui: Il Papa non sta bene), Mi è venuto spontaneo lasciare un commento (questo stranamente l’hanno pubblicato). “Perché ogni giorno c’è Bergoglio in primo piano? Vi siete convertiti tutti al pensiero cattomarxista? E’ una provocazione? Oppure siete così sadici da farlo apposta per rovinare la giornata ai lettori? Ieri, commentando un articolo di Borrelli, dicevo che il suo pezzo era perfetto per l’Avvenire; e gli consigliavo di farsi assumere al quotidiano della CEI dove avrebbe avuto un “avvenire” assicurato. Ma non c’è bisogno, qui si trova benissimo; anzi, Bergoglio ha più spazio qui che su Avvenire. Ogni giorno c’è in home un articolone con i suoi consigli non richiesti. Ormai non c’è differenza; stessa identica noiosa litania buonista. I media di regime (stampa, TV, web) sono un coro di voci bianche che da decenni cantano all’unisono (anche se non se ne rendono conto), ed a reti unificate (Mediaset compresa), l’Inno terzomondista, multietnico e politicamente corretto. “Che noia, che barba, che barba che noia…”, diceva Mondaini.

Ieri, invece, tanto per non privarci della sua faccia in prima pagina,  c’era anche un articolo a firma di Stefano Zurlo “Metodo Bergoglio; il Pontefice che parla da politico“. Basta? No, perché anche il direttore Sallusti si sente in dovere di dedicargli il suo editoriale: “Il golpe del Papa re“.

A questo articolo ho lasciato ieri un primo commento (pubblicato). “Il Papa “ne ha facoltà, fa il suo mestiere.”, dice Sallusti. No, va ben oltre il suo mestiere. Così come, per tutta la durata dei suoi due incarichi presidenziali, è andato “oltre il suo mestiere” Napolitano che ogni giorno interveniva su tutto e tutti, senza che nessuno si azzardasse a farglielo notare. Così come va oltre il suo mestiere Laura Boldrini. Stranamente Gentiloni incontra in segreto Bergoglio, così come ha incontrato in segreto Soros (si è mai saputo di cosa hanno parlato?). E chissà quanti altri incontri segreti avvengono nelle “segrete stanze”, di cui non sappiamo niente proprio perché sono segreti. Le risulta che, solitamente, Bergoglio intervenga su leggi e questioni di politica interna dell’Austria, l’Arabia saudita, il Liechtenstein, o altri paesi? Non mi risulta. Allora perché si permette di farlo con pesanti ingerenze sulla politica interna dell’Italia? E perché nessuno glielo fa notare?”. Del resto, non mi pare che l’Italia dia consigli al Papa su come governare il Vaticano (il cui sistema di governo, a rigore può essere definito totalitario), sui criteri di nomina dei cardinali ed altre sue specifiche competenze. Allora, se noi non diamo consigli a Bergoglio, perché Bergoglio si sente in diritto e dovere di darne a noi?

Ma poiché Sallusti, dicendo che il Papa “fa il suo mestiere“  sembra giustificare Bergoglio, ho voluto chiarire un aspetto che è fondamentale in quello che nei discorsi del Papa sembra essere dettato dal messaggio evangelico e sul quale ho molti dubbi da sempre. Il Papa fa il Papa ed è giusto che lo faccia, ma è il messaggio che è sbagliato. Come dire che se l’oste dice che il suo vino è buono è comprensibile; l’oste fa l’oste. Sì, ma ciò che dobbiamo valutare non è il fatto che l’oste sia libero di esprimere la sua opinione ed il suo giudizio sul vino che vende, ma verificare se la sua opinione corrisponde al vero ed accertare se il vino è buono o è adulterato.  Anche Dulcamara ingannava gli ingenui paesani illudendoli che il suo “specifico” fosse  una  pozione miracolosa,  un rimedio che curava tutti i mali; dal mal di pancia al mal d’amore. E così, per sollevare qualche dubbio sulla qualità del  vino di Bergoglio ho inviato questo breve commento (il limite dei mille caratteri non consente un discorso articolato; bisogna essere sintetici):

La Chiesa ha molte colpe ed errori da farsi perdonare. La prima è che si fonda su una morale da schiavi, sull’esaltazione dei poveri e la beatificazione degli ultimi che saranno i primi, sull’amore per il prossimo, sul perdono delle offese, sul porgere l’altra guancia ed amare il nemico come se stessi, anche se minaccia la tua vita. Con un morale simile un popolo può solo soccombere a chiunque lo attacchi e lo minacci. Ecco perché ci stiamo calando le braghe davanti a quattro sfigati africani che ci stanno invadendo grazie alle nostre stesse leggi ed alla nostra “morale da schiavi”. La nostra tragedia è che siamo in mano ai cattocomunisti. Quindi, alla morale da schiavi cattolica si abbina il progetto mai accantonato dei comunisti che sognano ancora il totale sconvolgimento della società occidentale, con o senza rivoluzione armata. E per realizzarla fomentano e sostengono qualunque situazione favorisca disordini e conflitti sociali. Un mix tragico e letale.”.

L’ho inviato 3 volte, dal pomeriggio alla sera, a distanza di ore,  e non passa. Evidentemente in questo commento c’è qualcosa che non si può dire. Forse non si può dire che: Non è diventando poveri che si aiutano i poveri. non è facendo gli eremiti, i flagellanti o i penitenti di professione che si aiuta il prossimo. Non è amando il prossimo come se stessi e porgendo l’altra guancia che si ferma la violenza. Non è vestendosi di stracci e predicando agli uccelli che si porta la pace nel mondo. Non è con la bontà che si ferma la cattiveria umana. Non è con l’amore che si ferma l’odio. Per aiutare davvero i poveri, i bisognosi, gli ultimi, bisogna  disporre di risorse economiche.  Solo la ricchezza può aiutare i poveri, non la povertà.  Scegliere volutamente di vivere in povertà per sentirsi più buoni, umili e vicini ai poveri, non è da santi, è da idioti. Fare gli eremiti non serve a nessuno, è una scelta inutile, rinunciataria, vigliacca e stupida, da falliti. Non si può generalizzare il messaggio evangelico che va interpretato ed applicato  secondo le circostanze storiche e sociali. Le opere di misericordia vanno benissimo in condizioni normali, ma sono inapplicabili e diventano insostenibili o devastanti per l’individuo e la comunità se portate all’eccesso ed applicate senza tener conto della realtà. “Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini” sono belle parole e vanno benissimo se gli affamati, gli assetati ed i pellegrini sono pochi e non abbiamo difficoltà a fornire cibo e alloggio.

Ma se già abbiamo difficoltà economiche a far quadrare il pranzo con la cena, e   in un tempo molto ristretto ci arrivano in casa centinaia di migliaia di pellegrini africani, è un’invasione che fa saltare tutti gli equilibri sociali, politici, economici, e diventano un gravissimo pericolo per la stessa sopravvivenza di una nazione.  Non si può togliere il pane ed il tetto  ai propri figli per aprire la porta di casa ed offrire vitto e alloggio a tutti i poveri ed i pellegrini di passaggio; questo non è essere buoni, non è messaggio evangelico; sarebbe da idioti.  Chi continua a predicare queste sciocchezze o è uno sciacallo che specula su questa accoglienza  realizzando facilmente grandi guadagni, o è un fanatico rivoluzionario che spera in tal modo di creare conflitti e disordini che favoriscano il totale sconvolgimento della civiltà  occidentale, o è malato di buonismo cronico, la malattia del secolo. Il buonismo è come la droga; altera lo stato di coscienza e fa vedere un mondo diverso dalla realtà. Oppure è semplicemente gente che a causa di qualche grave  psicopatologia che altera le normali funzioni mentali, ha una visione distorta del mondo ed è fuori dalla realtà e pure fuori di testa; che sia Papa o sagrestano. E’ questo che non si può dire?

Ma naturalmente non c’è solo Bergoglio in prima pagina. I nostri quotidiani, per distrarci e alleggerire la tensione, non mancano di fornirci anche notizie leggere che non hanno alcun interesse reale, ma servono benissimo a riempire le pagine.  Così non mancano mai i selfie di Naike Rivelli quasi sempre nuda;le foto di Naike vestita sono più rare delle figurine del feroce Saladino(viene da chiedersi. ma siete proprio così scemi, o fate finta?) e di altre sciacquette in cerca di visibilità, le notizie sulle peripezie sentimentali di Belen Rodríguez  ed i pettegolezzi su tutte le vere o presunte divette, oltre alle immancabili foto sexy che non sfigurerebbero su Playboy (servono come specchietto per le allodole, il richiamo erotico funziona sempre). Ormai questa è la linea editoriale della stampa italiana. Continuo da anni a lasciare commenti critici sull’eccesso di gossip e di foto erotiche su un quotidiano che dovrebbe avere un linea editoriale più seria e non rincorrere Novella 2000 o le riviste porno, ma inutilmente; 4 volte su 5 vengono censurati. Ho dedicato molti post a questo argomento, ne segnalo due per tutti: “Guardi siti porno’” del 2008, e più recentemente, nel 2014 “Pane, sesso e violenza“.

Ecco un esempio di commento che sto inviando da anni, con qualche variazione riferita allo specifico articolo al quale è riferito. Questo l’ho inviato circa una settimana fa per commentare un articolone che in prima pagina sparava questa notizia “Laura Freddi sarà di nuovo mamma“.  Vi interessa la notizia? Ne dubito; credo che la prima risposta  a quel titolo sia “e chi se ne frega?”. Infatti quello è il commento che più spesso lasciano i lettori. Ma i nostri solerti giornalisti gossipari sono convinti che queste siano notizie importantissime per la nazione (o meglio fingono di crederlo, perché su queste gossipate ci campano e portano a casa la pagnotta). Ed ecco il commento: “Ogni quotidiano o periodico ha un suo target di riferimento ed a quel target bisogna attenersi per stabilire la linea editoriale. Non tenerne conto è da…incoscienti. Se si propone ad un pubblico di anziani il gossip sulle peripezie amorose degli idoli di adolescenti e casalinghe disperate o, al contrario, in un settimanale indirizzato agli adolescenti si parla di politica, economia e finanza, si sbaglia target e si rischia la chiusura per fallimento. Questo almeno ve lo hanno spiegato? Oppure avete saltato proprio quella lezione? Peccato. Il lettore medio del Giornale è maschio adulto ed ha già superato da molto la mezza età. Allora, voi pensate che al signor ZXY40, pensionato settantenne della Ciociaria interessi sapere che Laura Freddi è in dolce attesa? Lo pensate davvero? Sì? Allora, cambiate mestiere.”. Questo è passato, ma più spesso questi commenti vengono censurati.

E’ cambiato qualcosa in questi anni? Direi di no, qualunque pretesto è buono per inserire immagini erotiche, sia che vendano auto, frigoriferi o detersivi, l’immagine fissa è sempre quella; una donna più o meno nuda. Ed ecco l’ennesima conferma, anche oggi, sempre in prima pagina.

Bella foto, vero? Sembra proprio presa da una rivista porno. Invece era tutto il giorno nella Home del Giornale (ora è stata tolta). Ma la cosa divertente è che era a corredo di un articolo sui pericoli delle creme per il corpo: “Essere belli costa. perché la crema a buon mercato ci fa venire allergie ed eczemi“.  Potevano usare una foto di mani, braccia, gambe, viso. Invece no, usano la foto di un bel culo in primo piano. Quindi, leggendo il titolo e guardando la foto, si è portati a pensare che si parli di creme specifiche per quella parte del corpo umano. E mi è venuto spontaneo lasciare questo commento (che stranamente è stato pubblicato): “Parlate di creme e mostrate in primo piano la gigantografia di un cul… pardon, di un Lato B (dimenticavo che lo si può mettere in primo piano e mostrarlo in tutti i modi e le diverse angolazioni, ma non lo si può nominare; abbiamo uno strano senso del pudore). Si tratta di speciali creme per uso anale?”. La domanda finale mi sembra più che naturale; “Sorge spontanea“, direbbe Lubrano. No? Ma sì, meglio riderci sopra e prenderla con  ironia. “E’ la stampa, bellezza”.

News di giornata

di , 2 Giugno 2017 11:37

Titoli dei quotidiani e commenti al volo.

- “Manila, dà fuoco ad un resort; 36 persone morte per asfissia.”.  Quel resort era un mortorio. Così, per creare un po’ di brio e allegria, ha cercato di riscaldare l’ambiente.

- “Gentiloni porta bene all’Italia. Il Pil non saliva così da 7 anni.”. Abbinare il nome di Gentiloni alla crescita (!?) del Pil è come ringraziare la sindaca Raggi per il Ponentino romano.

- “Il silenzio di Mattarella sulla legge elettorale.”.  Tra il silenzio di Mattarella e i discorsi di Mattarella, dal punto di vista semantico, c’è pochissima differenza. Tanto vale che stia zitto: lui si riposa e noi pure.

- “Renzi copia (male) le fake news grilline.”. Renzi non ha bisogno di copiare le Fake news. Renzi “è” una fake news vivente, una bufala in forma umana; fra poco farà anche la mozzarella.

- “Festa della Repubblica, Mattarella: I valori del 1946 devono essere la nostra guida.” . Gli unici valori del 1946 rimasti sono i valori bollati; sono solo più cari.

- “Alfano mostra i muscoli. Accettiamo la sfida…”. Bravo Alfano, ora fa il duro e mostra i muscoli. Sì, ma… i muscoli di chi?

- “Padoan chiede l’eurosconto. Così risparmio 9 miliardi.”. Ormai, per sopravvivere, dobbiamo appellarci al buon cuore di Bruxelles e sperare sugli sconti, le promozioni, le offerte speciali, i “prendi 3 paghi 2”, il formato gran risparmio, le confezioni famiglia o i saldi estivi di stagione. Dopo ci resta solo la mensa della Caritas.

- “Torino, neonato gettato dalla finestra: ferite compatibili con caduta dall’alto.”. Grazie all’autopsia hanno scoperto che “è caduto dall’alto“. Anche perché “cadere dal basso” sarebbe molto difficile.

- “Blue whale, salvato un giovane in attesa di farsi travolgere da un treno.”. Per fortuna in Italia i treni sono sempre in ritardo. Così gli aspiranti suicidi, mentre aspettano il treno stesi sui binari, hanno il tempo di ripensarci, rinunciare al suicidio e salvarsi; oppure muoiono con due ore di ritardo.

- “Trump esce dall’accordo di Parigi sul clima“. Ma il riscaldamento della Terra è reale: Ecco sotto la prova…

FAI paura

di , 22 Marzo 2017 22:26

Il Fai è il Fondo ambiente Italiano, un ente che si occupa di difendere e tutelare le bellezze artistiche, naturali, ambientali e paesaggistiche d’Italia. Insomma, valorizza le bellezze nazionali. Specie adesso, con l’arrivo della primavera, la natura si fa bella, veste i suoi colori più smaglianti, tutto rifiorisce in un tripudio di fiori, colori, profumi. Insomma, un inno alla bellezza. Poi capita sotto gli occhi questo articolo che oggi sul quotidiano regionale L’Unione sarda, annuncia la 25° edizione delle “Giornate di primavera“, organizzata proprio dal FAI.

Questa nella foto è la presidentessa del FAI Sardegna. Ora, si resta un po’ perplessi, perché associare questa immagine al concetto di bellezza tutelata dal FAI sarebbe un’impresa molto azzardata. Con tutto il rispetto per la signora, forse poteva agghindarsi in maniera più sobria. Passi per quel rossetto sparato; passi per quella collanona da charleston anni ruggenti; passi per quel collettino bianco da educanda;  passi per quella pettinatura da scolaretta anni ’50; ma quei super mega occhialoni sovradimensionati dove cavolo li ha acquistati, nella terra dei giganti di Brobdingnag? Se il Carnevale non fosse finito si potrebbe pensare ad uno scherzo o una mascherata. Infatti, mi è venuto spontaneo scrivere questo commento di getto: “Ma questa si guarda allo specchio prima di uscire di casa?  Se la vede la strega di Biancaneve le viene un infarto per lo spavento. Una volta per far stare buoni i bambini si minacciava di chiamare l’uomo nero. Oggi forse dicono “Guarda che se non FAI da bravo chiamo il FAI. Boh…”. Forse ho esagerato, ma mica tanto. Oggi l’estetica è un optional.  Come immaginavo, questo commento non è stato pubblicato; censura.

Non mi sorprende, è normale. La media dei commenti pubblicati, su questo e su altri siti in rete,  è di 2 su 5. Forse sono io che esagero. Eppure non uso scurrilità, volgarità e turpiloquio. Mi limito ad esprimere pacatamente la mia opinione. Allora comincio a pensare che ciò che disturba non è il linguaggio, ma il pensiero espresso. Ma davvero il mio commento era da censurare? Era così esagerato ed offensivo? No, sono certo che la maggioranza delle persone, vedendo, questa foto, penserebbe esattamente quello che ho pensato io. Ma siccome una delle componenti fondamentali di questa società è l’ipocrisia, allora certe cose si pensano, ma non bisogna dirle. “Si fa, ma non si dice…”, era il titolo di una maliziosa canzoncina cantata da Milly negli anni ’30.  Alla faccia della libertà di espressione. E’ la stampa, bellezza.

Papa fra gli ultimi

Eccolo di nuovo in viaggio. Proprio non riesce a stare a casa. Forse non si trova bene a Santa Marta, o forse ha lo spirito del giramondo che deve sempre cercare nuove avventure. Ma una cosa è sempre uguale: la vicinanza agli ultimi. E’ il suo pensiero fisso: gli ultimi. Santità, non dico di pensare anche ai primi, ma almeno ai penultimi, i terzultimi, quelli di mezza classifica. E che diamine, sono tutti figli di Dio, no?

 

 

Al ristorante: l’ordinazione.

Gli inconvenienti di un menu troppo ricco di scelte. Ecco cosa può succedere quando si hanno a disposizione troppe varianti e possibilità. E’ una scena da “Qua la mano picchiatello” (Cracking Up) del 1982, con Jerry Lewis. Peccato che non ci sia la versione in italiano. Ma si capisce benissimo anche in originale. Meglio farci una risata.

Video importato

YouTube Video

I bulli della stampa

di , 26 Gennaio 2017 03:03

La vittoria di Donald Trump proprio non gli va giù. Ne faranno una malattia. Poverini, questi democratici ed i loro giullari mediatici bisogna capirli; godono solo quando vincono i loro idoli, altrimenti è una sciagura e la democrazia è in pericolo. Dicevo nel precedente post “Stampa libera e il ballo di Trump” che fino ad oggi la quasi totalità della stampa italiana è stata impegnata per 8 anni ad esaltare in ogni modo Barack Obama e che, da oggi in poi, avremmo assistito ad un cambio di atteggiamento (citavo in particolare il Corriere). Dalle sviolinate ad Obama passeremo all’attacco costante a Trump: “prepariamoci al cambio di registro ed a leggere anni di peste e corna contro Trump“, ho scritto. Non mi sbagliavo. E non dobbiamo nemmeno aspettare tanto per avere la conferma.

Ecco la conferma già ieri. Il solito Corriere riporta in Home due articoli che chiariscono bene quale sarà la posizione del quotidiano per i prossimi anni nei confronti di Trump e della first lady. Dice che la first lady, durante la cerimonia era “disperata“. Addirittura? E perché mai avrebbe dovuto essere disperata nel giorno dell’insediamento e della consacrazione della vittoria del marito? Lo sanno solo quelli del Corriere. Tutti gli occhi, ed i teleobiettivi, puntati su lei, su Donald e sul piccolo Barron, per cercare di trovare una sfasatura, una gaffe, un pretesto qualunque per sputtanarli. C’era perfino un box ieri in cui si faceva osservare che Trump aveva detto qualcosa a Melania durante la cerimonia e che lei aveva cambiato espressione, diventando seria.  Cosa avrà mai detto di così preoccupante alla moglie? Le avrà chiesto se si era ricordata di chiudere il gas prima di uscire di casa? Mistero, forse ce lo sveleranno nei prossimi giorni con uno scoop  esplosivo. Ma qui già esuliamo dalla cronaca, siamo in perfetto stile gossip da Novella 2000.

Si sono accaniti perfino sul piccolo Barron di dieci anni, dicendo che durante la cerimonia era annoiato, che sembrava impacciato, che è timido, che faceva le smorfie, sbadigliava. Non hanno detto che si metteva le dita nel naso e che scoreggiava, ma poco ci manca. Katie Rich, autrice del popolare programma della NBC Saturday Night Live, ha ironizzato pesantemente sull’atteggiamento del ragazzo durante la cerimonia d’insediamento, sul suo sguardo assente, e su Twitter ha scritto: “Barron sarà il primo a fare una strage a scuola pur studiando a casa“. Poi si è scusata per questa frase ed altre, ma la cattiveria del commento resta lì, evidente. Tanto è vero che è stata licenziata, giustamente. E non è la sola ad aver usato toni poco simpatici sia nei confronti del piccolo Barron che dei genitori. Specialmente su internet si è abusato di commenti ironici e insulti. Tanto che perfino Chelsea Clinton, che da tredicenne alla Casa Bianca dovette subire le stesse attenzioni non sempre discrete della stampa,  è intervenuta per dire che bisogna evitare di coinvolgerlo in servizi mediatici: “Barron Trump ha il diritto che tutti i bimbi devono avere: quello di essere un bambino.”.  Cosa avrebbe dovuto fare un bambino di dieci anni, immerso in una cerimonia pallosissima come quella dell’insediamento del presidente per rendersi simpatico agli acuti osservatori di stampa e TV? Anche questo ce lo diranno al prossimo scoop.

Ecco un altro articolone, ancora sul Corriere di ieri, che sbeffeggia Melania sulla quale si fanno addirittura delle parodie degne di un musical di Broadway. Cosa dovremo aspettarci nel futuro? Di tutto e di più, come la RAI. Ma temo che questo sarà il tono dominante della stampa italiana su tutto ciò che riguarda il presidente Trump, la first lady Melania, il piccolo Barron ed il resto della famiglia. Ancora ieri Josh Whedon, regista di Avengers, ha definito Ivanka, figlia di Donald, “una cagna pechinese“. Molto fine, vero? Non ricordo apprezzamenti di questo tono su Michelle Obama. Anzi a lei riconoscevano fascino, bellezza, eleganza, stile. Tanto da ricevere diversi riconoscimenti, premi e copertine di riviste importanti,  compresa una recente copertina di Vogue. Punti di vista. Il Nuovo mondo è così “nuovo” che ha dei criteri  estetici primitivi, devono ancora affinarli. Diamogli tempo. E poi i gusti son gusti; anche quelli barbari.  Per tacere della nuova linea politica che, se Trump mantiene le promesse (e pare proprio che lo faccia), stravolgerebbe otto anni di  politica obamiana. Il che sta già facendo saltare i nervi agli oppositori e creando qualche leggero fastidio epatico a personaggi illustri come il finanziere Soros o Papa Bergoglio che lo ha paragonato a Hitler con presagi di sventura per l’umanità. Ciò che continua a sorprendermi, nonostante ormai sappia benissimo come gira il mondo e non abbia speranze o possibilità di cambiarne il senso di rotazione, è la totale mancanza di coerenza, di razionalità, di logica, di onestà intellettuale che pervade, alimenta e determina la storia dell’umanità. Non mi interessa tanto difendere Trump, quanto osservare la reazione nevrotica degli avversari davanti alla sconfitta.

E’ lo stesso tipo di atteggiamento che ho sempre avuto nei confronti della sinistra  e della loro battaglia contro  Berlusconi.  Non si è mai visto tanto accanimento politico, mediatico, giudiziario, nei confronti di una persona, usando metodi e sistemi al limite del lecito e del legale; e forse anche oltre il limite. Nemmeno con i peggiori boss mafiosi. Useranno gli stessi metodi con Trump. Questa non è informazione, non è lotta politica; è qualcosa di molto simile al bullismo, al mobbing, alla diffamazione e calunnia a mezzo stampa, all’intimidazione, alla minaccia, alla persecuzione, ai mezzi in uso nei peggiori regimi totalitari per distruggere gli oppositori. Ma questa propaganda e militanza politica mascherata da normale cronaca è una truffa ancora più pericolosa e subdola, perché mostrandosi come innocua attività di informazione, cultura, spettacolo, intrattenimento, inganna  il cittadino che, non avvertendo il pericolo, abbassa la guardia e si trova impreparato a difendersi.

Questi sono i sistemi di lotta di una certa parte politica che una volta era identificata nel PCI e nei gruppi di estrema sinistra; oggi, dopo varie mutazioni e cambi di bandiera, di stemmi, di segretari, di inni, sono diventati liberal, progressisti e, dopo decenni di lotta al capitalismo, all’America ed al suo imperialismo, vanno a depositare corone di fiori sulla tomba di J. F. Kennedy, di colpo cambiano colore come i camaleonti, invece che Bandiera rossa cantano Over the rainbow e diventano tutti democratici.  Hanno il cambiamento facile. Periodicamente, per sopravvivere, cambiano pelle; come i serpenti. Ma questi ibridi cattocomunisti non perdono il vecchio imprinting;  ritengono sempre  di essere la parte migliore della società, di essere i soli onesti, duri e puri, con le mani pulite, di poter dettare le regole della politica e della morale e di essere  l’unica forza politica legittimata a governare. Se vincono loro è una grande vittoria democratica del popolo; se vincono gli avversari è un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Mi sa che i democratici made in USA somigliano molto a quelli di casa nostra. In quanto dotati della saggezza di serie, di altri optional esclusivi e detentori della verità rivelata, non accettano sconfitte. E quando perdono usano tutti i mezzi possibili per screditare, sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari sotto il profilo politico, umano e morale. E’ esattamente quello che faranno nei confronti di Trump nei prossimi anni.

Delfini medium e droghe papali

di , 16 Aprile 2016 23:11

Gli strani delfini di Torre delle stelle, in Sardegna.

Il quotidiano locale L’unione sarda, riferisce oggi di un delfino a “Trance“. Arpionato e poi abbandonato sulla spiaggia da uno dei tanti idioti che, grazie a Basaglia,  circolano a piede libero. Poi, evidentemente non soddisfatto dell’impresa, è tornato sul luogo del delitto (lui o qualcuno di passaggio che ha pensato di organizzare una grigliata con amici o rivenderlo ai ristoranti cinesi) e, secondo il giornale, lo ha fatto a “Trance“.  Ma la notizia, anche se riportata da un “autorevole” quotidiano, sembra poco attendibile.

Un delfino in “Trance“? In preda ad  allucinazioni, estasi, visioni mistiche? Oppure si tratta di un delfino medium che  tiene sedute spiritiche e, in stato di “trance”, parla con i delfini morti? Non è credibile. E’ più probabile che il delfino l’abbiano fatto a “Tranci“. Vero? Sì, forse l’unico in “Trance” è il cronista che ha scritto il pezzo.

P.S.

Vedo stamattina (17/4 ore 11)  che quel titolo è stato corretto in “fatto a tranci“. Forse perché ieri, sotto quell’articolo, ho lasciato un commento in cui segnalavo l’errore. Però il commento non è stato pubblicato; censura. Pazienza, l’importante è che il cronista abbia superato lo stato di “trance“. La cosa curiosa di questi quotidiani on line che consentono di lasciare un commento è che, se il commento non gli è gradito perché critica il contenuto del pezzo, l’attendibilità della notizia, o segnala qualche errore o imprecisione nel testo, molto spesso non lo pubblicano. Dipende dal censore di turno che può essere più o meno tollerante.  Alla faccia della libertà di espressione. Ma questa è un’altra storia.

Papa e droghe

Evo Morales, presidente della Bolivia,  è in visita ufficiale in Vaticano. E, come da usanze diplomatiche, non viene a mani vuote, porta un dono al Papa. Questo Morales deve avere degli strani gusti, visto che fa degli strani regali. In occasione della visita del Papa in Bolivia regalò al pontefice un crocifisso a forma di Falce e martello. Bergoglio fece buon viso a cattivo gioco ed accettò il dono. Ora Morales, visto che gli è andata bene col precedente regalo, cosa avrà portato in dono? Ha portato tre libri sulla coca: “Coca, una banca biologica”, “Coca dieta citogenica” e “Coca fattore antiobesità“. Insomma, un vero trattato sui benefici dell’uso della coca. E naturalmente ha consigliato al Papa di farne uso “contro il logorio della vita moderna“, come diceva un vecchio slogan della pubblicità di un amaro.

Niente di strano. Forse Morales  vuole solo fare un po’ di pubblicità al prodotto nazionale più conosciuto della Bolivia.  Del resto se Renzi va in Iran o Arabia saudita a promuovere le “eccellenze” nazionali sperando di sottoscrivere accordi commerciali, perché Morales non dovrebbe fare lo stesso promuovendo l’eccellenza più conosciuta ed apprezzata della Bolivia? Certo, regalare dei libri sulla coca e consigliare al Papa di farne uso è un po’ bizzarro e fa sorridere. Mancava solo che stendesse una striscia di polverina bianca su un tavolinetto ed invitasse Bergoglio a farsi una sniffata. Veramente, però, la cosa non ci sorprende più di tanto. Viste le quotidiane dichiarazioni strampalate di questo Papa, che non sempre riusciamo a spiegarci, viene davvero il dubbio che la causa delle sue discutibili idee (specie in tema di immigrazione) siano dovute al fatto che, oltre al Mate la bevanda nazionale argentina, faccia uso anche di altre sostanza o bevande.  Ma perché Morales gli ha regalato proprio dei libri sulla coca? Non sarà che è a conoscenza dei gusti papali? Mistero.

Smemorati e ipocrisia di Stato

di , 10 Febbraio 2016 14:06

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre un post di cinque anni fa “Foibe e amnesie” (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo.

Foibe e amnesie (10 febbraio 2011)

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

-  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

-  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

-  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

-  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

-  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

-  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che anche i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini.

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

 

Doppia morale e numeri da Circo

di , 1 Febbraio 2016 15:43

La morale vista da sinistra: è bene ciò che mi fa comodo qui ed ora (domani chissà). E’ una particolare visione etica che viene da lontano. Già Togliatti, il Migliore, diceva: “La verità è ciò che conviene al partito“. Si può pensare di instaurare un dialogo, discutere e ragionare con chi parte dal principio che la verità è ciò che gli conviene? No, è tempo sprecato. Diceva Arthur Bloch, l’autore delle Leggi di Murphy: ”Mai discutere con un idiota; la gente potrebbe non notare la differenza“. Con un idiota o, aggiungo io, con un comunista: non solo sprechi tempo, ma ci rimetti anche la salute  Ormai la doppia morale della sinistra è talmente scontata che non ci si dovrebbe più meravigliare. Invece, ogni volta che ne possiamo constatare un esempio pratico (cosa che succede spesso e volentieri) ci sorprendiamo della naturalezza con cui la sinistra finge di non saperlo: esempio, le unioni civili. Premetto che a me di queste unioni civili non può fregarmene di meno, fate un po’ come vi pare; unioni gay, lesbiche, miste e assortite, famiglie allargate,  due mamme, tre papà. otto nonni, dodici cognati, genitore 1 e genitore 2, omogenitoriali, plurigenitoriali, e plurigenitali, a piacere.

Ciò che mi sorprende è sempre l’atteggiamento degli schieramenti in campo e la quotidiana rappresentazione scenica, in perfetto stile da Gioco delle parti pirandelliano, di quel teatrino della politica che sta diventando ridicolo. Li osservo da lontano con curiosità per l’apparente serietà con cui si immedesimano nel ruolo. Sono così contrario a tutte le manifestazioni di piazza, ai cortei urlanti, ai riti collettivi, che la sola vista mi provoca attacchi di orticaria; come i programmi della De Filippi ed  i salotti televisivi per ochette starnazzanti e casalinghe disperate. Il giorno che mi ritrovassi a partecipare ad un corteo, urlando slogan con una bandiera in mano, (o a guardare C’è posta per te, Uomini e donne, Domenica In, Domenica live, Forum, Verdetto finale, La vita in diretta, Quarto grado, Chi l’ha visto, Storie maledette, Amori criminali, giochini con i pacchi e senza, etc…l’elenco è molto lungo) comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale (Vedi “Masquerade“).

La proposta di legge sulle unioni civili è un’altra prova della nostra predisposizione genetica a schierarci sempre in due fazioni opposte. Da una parte la sinistra unita preme per approvare la legge, dall’altra l’opposizione è contraria. Sull’argomento interviene anche la Chiesa a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Cirinnà. E qui scatta il timer della morale sinistra, quella che si applica a tempo, a piacere, secondo la convenienza, ed in perfetta sintonia col motto del Migliore. Il fronte laico e di sinistra protesta accusando la Chiesa di illecita interferenza politica, ricordando che lo Stato è laico,  e denunciando le ingerenze del Vaticano. Bene, fin qui niente di strano.

La sinistra ha perfettamente ragione a dire che il Vaticano non deve interferire, suggerire, consigliare, supportare, promuovere, approvare o condannare iniziative, leggi e provvedimenti di competenza dello Stato. E’ il suo punto di vista. Fermo restando, però, che chi è contrario ha perfettamente ragione di esprimere un’opinione  opposta e contraria; compresi preti, vescovi e Papa. Ma, libertà di espressione a parte,  bisogna chiedersi, se la sinistra protesta per le ingerenze della Chiesa sulle unioni civili (così come protestò con forza a suo tempo sull’eutanasia e prima ancora sull’aborto e sul  divorzio), come mai non si sente nessuna protesta, neppure una pallida allusione a ingerenze vaticane, quando il Papa ed  i vescovi invitano L’Italia ad aprire le porte ai migranti ed accogliere tutti a braccia aperte (ed a spese nostre), anche nelle case private, perché sono nostri fratelli? O quando il Papa, riferendosi ai gay dice “Chi sono io per giudicarli?”, lasciando intendere, anzi fraintendere, una qualche forma di approvazione? Come mai i nostri laicisti sinistri, duri e puri, sempre attenti alle ingerenze vaticane, non solo non aprono bocca, non protestano, ma fanno di più e di meglio; approvano gli appelli del Papa e lo citano come fonte autorevole alla quale ispirarsi. Abbiamo un Papa autorevole a giorni alterni? Oppure abbiamo una sinistra che ha la morale ballerina che è valida a giorni alterni? Una cosa è certa; per la sinistra la morale è mobile, ma la faccia da culo ce l’hanno sempre, è fissa.

Ma una considerazione sulla manifestazione del Family day voglio farla. Non sul tema etico, ma sui resoconti dei media. Come sempre la cosa curiosa è che tutti danno i numeri. Non nel senso che sono impazziti, ma che sparano cifre a pera sulla partecipazione. Si leggevano titoli che  annunciavano “Un milione al Circo Massimo“. Altri più ottimisti rispondevano “Siamo due milioni“. Sembra un’asta in cui si aspetta chi offre di più. Ma c’è stato anche di peggio. Veltroni in occasione di una manifestazione del PD, sempre al Circo Massimo, urlava dal palco “Siamo due milioni e mezzo“. Ma ancora meglio fece la CGIL che, in occasione di una manifestazione nel 2009, annunciava trionfante la partecipazione di 2.700.000 persone; ma per la questura erano solo 200.000. Per avere un’idea dell’entità…anzi, no, diciamo chiaro e tondo, dell’enorme cazzata sparata dalla CGIL, basta pensare che quel numero corrispondeva all’intera popolazione di Roma. Non per essere pignoli, ma la questione della capienza del Circo Massimo è stata già accertata molti anni fa. Non capisco perché si continui a sparare numeri fuori da ogni logica. Ma questa è la serietà di politici, sindacalisti e pure “familydaysti“; mentono sapendo di mentire e pretendono di essere creduti. Lo riferivo già in un post del 2009 (CGIL flop, flop).  

Eppure lo sanno tutti quale sia la capienza di quell’area. Al Circo Massimo ci stanno circa 300.000 persone. Lo stabilì uno studio tecnico voluto da Veltroni quando era sindaco, proprio per accertare una volta per tutte l’effettiva capienza dello spazio. E tuttavia lo stesso Veltroni (quello che affermò “Non sono mai stato comunista” e che poi disse che avrebbe lasciato la politica per andare in Africa ad occuparsi di attività umanitarie; il che dimostra il grado di onestà ed affidabilità del personaggio), in occasione della solita adunata rossa, dimenticando quello studio (da lui stesso commissionato), disse che erano presenti in due milioni e mezzo. Non solo è inaffidabile e non mantiene ciò che promette, ma ha anche la memoria corta; carenze mnemoniche che sono qualità preziose in politica per dimenticare le sciocchezze che si fanno e si dicono.

Bisogna, però, riconoscere che questa volta i media hanno fatto notare l’esagerazione delle cifre, ricordando la giusta capienza dell’area. Lo ha fatto bene La Stampa (Il Family day e la bufala dei due milioni), calcolando esattamente la lunghezza (621 metri) e la larghezza (118 metri) dell’area, per un totale di circa 73 mila metri quadri, 3 o 4 persone a metro quadro, che fanno in totale circa 300.000 persone. Esattamente quanto calcolato da quel famoso studio voluto da Veltroni. Quando vogliono anche i giornalisti sanno fare due conticini facili facili da geometra; ma li fanno solo quando gli conviene. Per esempio quando va in piazza il Family Day sono bravissimi a fare i conti, quando invece va in piazza il PD o i sindacati, hanno delle improvvise lacune matematiche. 

Curioso che i maggiori quotidiani abbiano scoperto improvvisamente che 2 milioni è un numero esagerato. Peccato che queste precisazioni le facciano oggi, ma non le facessero in occasione dei raduni del PD o della CGIL, quando, invece, si parlava solo di grande successo e partecipazione. Ma bisogna ricordare che per i nostri media tutte le manifestazioni organizzate dalla sinistra sono sempre grandi successi di partecipazione, feste di popolo e  di democrazia; quelle organizzate dalla destra sono sempre flop,  vengono ridicolizzate, sminuite e condannate come populiste, demagogiche e pericolose per la democrazia. Basta saperlo e sai già come titoleranno i vari quotidiani. Nel post citato in precedenza (CGIL flop, flop) riportavo apposta alcuni titoli di Corriere, Repubblica, Unità, i quali non si ponevano nemmeno il problema di verificare l’esattezza dei numeri e, stranamente, nessuno parlava di “bufale”. Le bufale le scoprono solo quando in piazza vanno quelli del Family Day. Tutti titolavano mettendo in evidenza i due milioni di partecipanti ed il grande successo della manifestazione. Ecco sopra, a conferma di quanto dico, il titolo del Corriere.it. Ma non stiamo a sottilizzare, altrimenti bisognerebbe parlare anche dell’affidabilità della stampa ed il discorso si complica. 

Numeri a parte, ma non è ridicola questa democrazia della piazza, dove vince chi riesce a portare più gente in corteo, bandiere più colorate ed urla più forte e dove anche i principi morali sono validi in base al numero dei partecipanti? Ma allora a cosa serve il Parlamento? La verità, la giustizia, il bene comune, sono concetti matematici che si stabiliscono in base al numero di persone che ne  riconoscono il valore? Deve essere un nuovo metodo epistemologico. Se tutti gli imbecilli d’Italia, e sono tanti, si radunassero al Circo Massimo per chiedere a gran voce, e con relativi striscioni “Idiot is beautiful“, bandiere colorate e palloncini, il riconoscimento giuridico che “Idiota è bello“, avrebbero ragione solo perché sono milioni? E dire che per millenni, da Socrate in poi, l’umanità si interroga su cosa sia la verità. Ci sono due risposte possibili. La prima è quella già riportata del Migliore “La verità è ciò che conviene al partito”. La seconda è quella  della democrazia della piazza; la verità è ciò che la maggioranza ritiene come tale (una variazione di “E’ bello ciò che piace” e del celebre “Ogni scarrafone è bello a mamma soja“). La verità si stabilisce a maggioranza, è una questione numerica (povero Socrate). Ora resta solo da stabilire cosa sia la maggioranza. Ma questo ce lo dice chiaramente una vecchia battuta di Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli.”. Chiaro?

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

di , 20 Dicembre 2015 20:48

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

Cervelli unisex

di , 2 Dicembre 2015 14:11

Ovvero: come si fanno i titoli a capocchia. Non è che io ce l’ho in particolare con la stampa, è che certi cronisti sono proprio dei “peracottari“, come diceva un ingegnere romano che insegnava fisica.

Prendiamo, per esempio, questo titolo comparso sul Giornale.it di qualche giorno fa: “Il cervello è unisex“. Non c’è possibilità di equivocare, significa che il cervello umano non ha differenziazioni di genere maschile e femminile; i cervelli di uomini e donne sono perfettamente identici. Ma siccome la baggianata è talmente grossa che si stenta a credere che in questa affermazione ci sia qualcosa di anche lontanamente scientifico, non resta che leggere l’articolo per verificare. Ed infatti il pezzo dice qualcosa di completamente diverso dal titolo.

Inizia citando l’autorevole fonte “United States National Academy of Sciences” che avrebbe pubblicato il risultato di una ricerca dalla quale si scopre che il cervello è “unisex“. E se già nelle prime righe conferma la notizia, significa che deve essere vero. E, proseguendo nella lettura, si ha la conferma che “Non esisterebbe un vero e proprio dimorfismo sessuale del cervello“, e che “uomini e donne sono cerebralmente uguali.”. Chiarissimo, non c’è alcuna differenza, sono perfettamente uguali.

Ma subito dopo dice: “ Esistono però regioni più comuni tra i maschi e regioni più comuni tra le donne.”. Quindi si sostiene che esistono alcune “regioni del cervello” che sono più o meno presenti nel cervello maschile o femminile e che, quindi, esiste già una differenza. Infatti, prosegue: “Inoltre, se si prende il cervello di un uomo, è altamente probabile che al suo interno ci siano anche tante, se non tantissime, regioni neurali di tipo “femminile” (la cui forma è statisticamente più diffusa nel cervello di donne), oltre che regioni neurali di tipo “maschile” (la cui forma è invece statisticamente più diffusa nel cervello di maschi).”.

Ovvero, esistono regioni e forme cerebrali che possono essere presenti in diversa misura sia nel cervello maschile che in quello femminile, ma che, essendo fortemente caratterizzate, le forme femminili sono più presenti nel cervello femminile, e quelle maschili nel cervello maschile. Quindi, esiste una chiara differenza fra regioni e forme maschili e femminili e, per conseguenza, tra cervelli maschili e femminili. Il che è esattamente il contrario dell’affermare che il cervello non ha differenze di genere ed è “unisex“. Ora, però, sorge una curiosità. Viene il dubbio che esista anche un tipo di cervello speciale: quello in dotazione a certi giornalisti.

In verità una certa vaga idea che i cervelli maschili e femminili siano diversi l’abbiamo sempre avuta. Non ci vogliono grandi ricerche scientifiche per saperlo; basta un minimo di buon senso e di capacità di osservazione. Ma siccome oggi il verbo del politicamente corretto dice che bisogna annullare le differenze di genere a favore di un genere indefinito, neutro, che può essere indifferentemente maschile e femminile, o vie intermedie, e può variare nel tempo (una specie di applicazione sessuale della fisica quantistica), allora ecco che, nonostante si affermi chiaramente che esistono forme cerebrali  prettamente maschili o femminili, si annuncia che il cervello non ha un genere specifico, ma è “unisex“. Come se dicessero che esistono il bianco ed il nero, ma che c’è solo il grigio. Come se dicessero che al mondo ci sono uomini e donne, ma sono tutti come Luxuria. Se poi gli andate a dire che questo non è giornalismo, non è scienza, né divulgazione scientifica, ma è pura confusione mentale, per non dire di peggio, magari si offendono. E’ pura psicopatologia monomaniacale di tipo sessista. Magari, fra non molto, ci informeranno che una nuova ricerca ha accertato che il cervello  non è maschile o femminile, e nemmeno unisex, è ‘ “Transgender“. E la chiamano informazione.

 

Top news

di , 29 Novembre 2015 21:47

Le Top news sono le notizie d’apertura, le più importanti della giornata. Il titolo d’apertura può cambiare, secondo la linea editoriale della testata o le indicazioni del direttore, ma di solito riguarda la politica, l’economia, eventi di rilevanza nazionale ed internazionale o fatti di cronaca particolarmente gravi. Anche l’ambito di diffusione della stampa periodica può influire sulle scelte di un giornale, compresi gli articoli di prima pagina ed i titoli di apertura. Un grande quotidiano nazionale darà più spazio ai temi di interesse generale, un quotidiano regionale sarà impostato in gran parte su notizie di carattere locale. Ma l’apertura, e la prima pagina, generalmente è riservata a notizie di rilevanza nazionale o internazionale, mentre la cronaca regionale è collocata nelle pagine interne.

Bene, fra i siti che seguo regolarmente, c’è quello del quotidiano regionale L’Unione sarda. Contrariamente a quanto fanno altri quotidiani nazionali, L’Unione sarda non riporta gli articoli per intero, ma fa una specie di riassunto in poche righe dell’articolo e rimanda chi volesse leggerlo per intero all’edizione cartacea. E’ una scelta editoriale, avranno le loro buone ragioni. Ma quello che mi incuriosisce è che le notizie di apertura quasi sempre riguardano fatti di cronaca come incidenti stradali, incidenti sul lavoro, morti ammazzati per faide di paese, violenze di vario genere, sesso, droga (e rock’n roll).  Insomma, sembra un bollettino di guerra. Questa, salvo casi particolari, è l’impostazione del quotidiano. Tanto che circa un mese fa mi son preso la briga di prendere nota per qualche giorno di quale fosse la notizia d’apertura che compariva in testa alla pagina, accompagnata sempre da una grande foto, per ricavarne un curioso post in cui mostrare con ironia la linea editoriale del nostro maggior quotidiano regionale. Poi si lascia perdere, un po’ perché non vale la pena di dedicare tempo e pazienza a scrivere delle considerazioni che sono del tutto personali , un po’ perché alla gente, molto probabilmente, poco importa di notare queste curiosità. Eppure bisognerebbe farci caso, perché anche da queste piccolezze si può capire quale sia l’atteggiamento della stampa nei confronti della realtà quotidiana e quale sia il loro indice di priorità nel diffondere le notizie.

Oggi, però, l’eccesso di notizie di incidenti era tale che non si poteva non notarlo. Sembrava davvero un bollettino degli incidenti stradali a cura dell’Anas. Ed allora ho ripreso quel vecchio post, che avevo salvato giusto con i link ai titoli di apertura di una settimana. Li riporto così com’erano.

- 19 ottobre 2015: Nonnina nel dirupo al rientro dalla festa

- 20 ottobre 2015: Omicidio a Benetutti, allevatore di 51 anni freddato nelle campagne del paese.

- 21 ottobre 2015: Nuoro, sesso a pagamento nel centro massaggi. Blitz della polizia, 8 indagati.

- 22 ottobre 2015: Scontro frontale fra due auto; donna muore dopo salto di corsia.

- 23 ottobre 2015: Cagliari, violenza sessuale su un trans: due pregiudicati in manette.

- 24 ottobre 2015: Cagliari, scippo davanti all’ospedale; ragazza in cella insieme ai due fratelli.

25 ottobre 2015: Incidente mortale nella notte a Olbia: muore scooterista di 29 anni.

Ecco, queste erano le Top news dell’Unione sarda nella settimana dal 19 ottobre al 24 ottobre. Viene da sorridere notando che la Top news del 19 ottobre, la notizia più importante della giornata, sia quella che riporta la caduta di una vecchietta che rientrava a casa dopo la festa del paesello, a San Vito. Una volta queste erano notizie da riportare con dieci righe in cronaca nelle pagine interne. Oggi diventano “Top news“, la notizia più importante della giornata, titolone d’apertura “La nonnina nel fossato“. All’Unione devono avere una strana idea della rilevanza dei fatti di cronaca. Deve essersi verificato qualche strano incidente di percorso  nell’evoluzione della stampa.

Sarà un caso particolare, una curiosa coincidenza? Sarà che proprio in quei giorni i cronisti erano tutti in ferie e le notizie di prima pagina le scriveva un apprendista aspirante praticante giornalista in prova che aveva seguito un corso accelerato per corrispondenza tenuto da Topo Gigio? No, evidentemente è proprio la linea editoriale del nostro quotidiano. Ecco, infatti, la “Top news” di oggi: “Sestu, auto fuori strada, muore una ragazza“. Fatta salva la pietà ed il rispetto per i morti, sinceramente vi sembra che questa possa essere la notizia più importante della giornata per i sardi e la Sardegna? Posto che familiari, parenti ed amici saranno già informati del tragico incidente, che interesse può avere per un sardo di Alghero, di Olbia, di Tresnuraghes o Noragugume? E’ una notizia di interesse generale? No, non lo è. Punto. Quindi usarla come “Top news” e notizia di apertura è quantomeno anomalo e poco corretto. Ma andiamo oltre, vediamo quali sono le altre notizie di prima pagina di oggi.

Eccole qui, esattamente sotto la Top news di apertura questo è l’elenco delle notizie di “Primo piano“. Stiamo parlando sempre di notizie che dovrebbero essere quelle più importanti della giornata: 1) Pedone travolto alla Caletta. 2) Scontro frontale a Muravera. 3) Coniugi morti in auto a Ussana. 4) Moto fuori strada a Lanusei. 5) Villacidro, incidente all’ippodromo. A noi sardi il terrorismo dell’Isis, gli attentati di Parigi, l’invasione degli immigrati, la disoccupazione e la povertà in crescita ci fanno un baffo. Quello che ci interessa sono gli incidenti stradali. O almeno, da quello che si vede, questo è ciò che pensano all’Unione sarda. Che interesse possono avere queste notizie per il 99,9% dei sardi? Qualcuno all’Unione se lo chiede? Non è un quotidiano d’informazione, è un bollettino stilato dalla Polizia stradale. A chi può interessare? Direi soprattutto alle Agenzie di pompe funebri, alle ditte di soccorso stradale e, se le auto non sono troppo malridotte, ai carrozzieri. Non sono cinico, sto giusto facendo una considerazione logica e razionale. Eppure questa è quella che spacciano per informazione, per servizio pubblico. E guai a criticarli, vi accusano subito di attentare alla libertà di stampa ed alla libera informazione.

Continuo ad avere molte perplessità su ciò che intendono oggi per informazione e servizio pubblico. Ed ogni giorno ho la conferma che ciò che penso da sempre sulla stampa e sui media non è una mia fissazione, ma è la pura e semplice verità riscontrabile quotidianamente. Riempiono le pagine di notizie inutili per evitare di parlare di cose serie che interessano davvero i cittadini. Mi viene in mente un vecchio post di 12 anni fa (ottobre 2003). Avevo aperto da poco questo blog e, a dimostrazione che questo argomento lo sento particolarmente, dedicai un post “Notizie inutili” ad una frase di Emilio Fede, direttore del TG4. Dopo una serie di notizie varie, disse chiaramente “Ed ora una notizia di utilità collettiva“. La notizia riguardava uno sciopero del personale delle Ferrovie che, quindi, interessava tutti gli italiani. E concludevo amaramente: “Se ha sentito la necessità di specificare che quella è una notizia di utilità collettiva significa, pari pari, che tutte le notizie date precedentemente…non sono di utilità collettiva. Altrimenti non avrebbe avuto senso specificare. Giusto? Ma se le altre notizie non sono utili…sono inutili. E se sono inutili…perché le dicono?“.  Già, perché?

Dicevo anche che bisognerebbe chiedersi quale sia il vero interesse pubblico delle notizie che ci propinano ogni giorno e spacciano per informazione. Scrivevo: “Facciamo una semplice prova. Quando ascoltiamo i TG o leggiamo i quotidiani, proviamo a chiederci “Mi interessa? E quanto?” Ma non intendo la partecipazione emotiva alla notizia. Intendo dire proprio se quella certa notizia è di qualche interesse per me, se ha una qualche utilità pratica immediata o nel futuro. Se siamo onesti ci renderemo conto che la stragrande maggioranza delle notizie che ci propinano stampa e TV non sono di alcun interesse per noi.”. E allora che senso ha questo gigantesco apparato mediatico che sulla stampa, radio e televisione, internet,  ci inonda di milioni di notizie da tutto il mondo in tempo reale? A chi giova veramente? Certo giova molto a chi ci lavora e ci campa; molto meno ai cittadini.

Ecco, bisognerebbe fare questo piccolo esperimento, ogni volta che leggiamo un quotidiano, una rivista o seguiamo in televisione un telegiornale o un talk show. Forse la gente non si rende conto di quanto sia importante un’informazione seria, corretta e di vera utilità per i cittadini. I media formano l’opinione pubblica che è quella che poi opera le scelte politiche, etiche, sociali, culturali e condiziona perfino i consumi. Chi ne conosce il potere lo usa a proprio beneficio; i cittadini che non ne conoscono i meccanismi non hanno difese nei confronti dell’informazione (e della pubblicità) e sono alla mercé di operatori senza scrupoli che manipolano l’informazione a proprio vantaggio. I cittadini dovrebbero essere informati di questo pericolo. Ma chi dovrebbe informarli? Ovvio, i mezzi d’informazione che, però, non lo faranno mai perché sarebbe contro il loro interesse. Cari cittadini, mi sa che siete fregati, comunque, senza scampo.

Decine di post dedicati a questo argomento sono riportati nella colonna a lato sotto la voce “Mass media, società e violenza“, “E’ la stampa, bellezza”, e “Stampa, TV, Web“.

 Vedi

- Pane, sesso e violenza

- Mondiali e delitti

- Il Papa ha ragione

- Quei farabutti della stampa

- Libertà di stampa, per chi?

- La stampa (e la rincorsa verso il basso)

- Guardi siti porno?

- Stampa copia/incolla

- Stampa di regime

- Cronisti copia/incolla

Ma soprattutto, a conferma del fatto che non sono io ad avere la fissazione di prendermela con la stampa,  vale la pena di leggere questo articolo che ho citato spesso in passato e che spiega molto meglio di quanto possa fare io la deriva della stampa di oggi:” Troppe tette e culi.  Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip“. E’ un articolo pubblicato anni fa sul quotidiano spagnolo El Pais, poi tradotto e pubblicato su La Stampa nel 2007. L’autore è il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Prende spunto per l’articolo dal dilagare del gossip su tutti i mezzi d’informazione. Ecco cosa scrive: “…da cinque giorni, non riesco a evitare d’imbattermi, qualsiasi giornale apra e qualsiasi programma di notizie ascolti o veda, nel corpo nudo della signora Cecilia Bolocco Menem.”.

La signora alla quale si riferisce è questa a lato, Cecilia Bolocco, Miss Cile 1987 e poi, nello stesso anno, anche Miss universo. Sposata poi dal 2001 al 2007 con l’ex presidente argentino Carlos Menem. E questa foto è una di quelle che riempivano tutte le riviste spagnole in quel periodo. La nostra stampa non è certo da meno di quella spagnola.  In quanto a gossipate non ci batte nessuno.

 

Bastardi e moralisti col timer

di , 18 Novembre 2015 20:28

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

- Popper: Tv e violenza (video intervista)

- Ti odio, ti ammazzo

- AdolesceMenza

- Il mondo visto dalle mutande

- Il Papa ha ragione

- Pane, sesso e violenza

- Quando i bambini fanno “Ahi”

- Manicomio Italia

Severgnini, Franzen, la voce e le librerie

di , 21 Ottobre 2015 14:00

Beppe Severgnini, firma di primo piano del Corriere, ha l’aria di un intellettuale, anzi di un intellettuale che un po’ se la tira. Ed oggi, visti gli esemplari in circolazione, essere definiti intellettuali se non è proprio un’offesa, poco ci manca: è come ricevere un avviso di garanzia; non sei ancora condannato, ma è meglio che cominci a preoccuparti e trovare un buon avvocato. E come ogni intellettuale che si rispetti è un po’ vanitoso, narcisista e  ci tiene a curare la propria immagine. Infatti sul Corriere c’è sempre una sua bella foto o un video, oppure, nella storica rubrica “Italians” una sua caricatura con occhialoni, taccuino,  impermeabile fino ai piedi e lunga e nera capigliatura. Visto, però,  che ormai la capigliatura è incanutita e meno folta, forse dovrebbe cambiare immagine e cambiare pure l’impermeabile che, dopo quasi 20 anni di onorato servizio, deve essere ormai logoro.

 Uno dei segni distintivi  dell’intellettuale è il possesso di una vasta cultura. E se proprio non si possiede una cultura enciclopedica, almeno bisogna lasciare intendere di averla. Per accreditare questa immagine di sé, ogni volta che l’intellettuale viene ripreso da una telecamera, immancabilmente lo fa avendo alle spalle una ricca libreria. Più libri si vedono e più l’intellettuale sembra colto. Per qualche strana ragione la gente è portata a pensare che chi è circondato dai libri debba averli letti tutti e, soprattutto, li abbia capiti. Come se l’edicolante debba leggere tutte le riviste che ha in esposizione, o l’agente di pompe funebri abbia provato personalmente tutte le bare. Lo fa anche Severgnini.  Da qualche giorno nel sito del Corriere compare un video in cui il nostro giornalista annuncia una nuova rubrica domenicale dedicata alla lettura. Ma la voce è fuori campo, mentre la telecamera non inquadra il suo volto, come sarebbe normale, ma scorre lungo la sua libreria, mostrando libri e scaffali (video: “Ho ascoltato Franzen, l’ho amato di meno. Anche il suono della voce conta.“. Abbiamo scoperto un nuovo modo di giudicare gli scrittori (secondo il metodo Severgnini): dalla voce. Chissà che voce avevano Omero e Platone, Dante o Virgilio; mistero. Per loro fortuna, allora non c’era un Severgnini; altrimenti magari li avrebbe stroncati sul nascere.

Si, la voce conta, eccome se conta. La voce è una caratteristica fondamentale  degli esseri umani. Il timbro vocale è unico per ciascun individuo, può essere più o meno piacevole o fastidioso e sgradevole, con tutte le conseguenze del caso, e può essere determinante per raggiungere o meno il successo, specie per chi opera nel campo della comunicazione. Severgnini dice che la voce di Franzen non gli piace. Questione di punti di vista; anzi, di udito. Parlavo dell’importanza della voce in un post del 2008 “La voce umana” in cui, fra l’altro, dicevo che trovavo fastidiosa la vocina nasale di un attore celebratissimo come Mastroianni o l’insopportabile gne gne, sempre nasale,  di un’altra gloria del nostro cinema, Sofia Loren, ed in genere le voci stridule e acute. Ma è così terribile la voce di Franzen? Eccolo in questo video in inglese “Purity“, ed in una intervista a Che tempo che faJonatham Franzen da Fazio“. A me, sinceramente, sembra una voce del tutto normale, senza particolari connotazioni fastidiose. Ma forse Severgnini ha la capacità non umana di cogliere nella voce di Franzen  particolari vibrazioni o ultrasuoni, come i cani, che lo infastidiscono.

 A proposito di librerie, non bisogna lasciarsi ingannare  dalle apparenze; molto spesso i libri che vediamo dietro l’intellettuale di turno non sono nemmeno acquistati, glieli inviano in omaggio le case editrici o gli stessi autori, confidando in una recensione favorevole o almeno una citazione “casuale” all’interno di un articolo. E non sempre li leggono: l’importante è che facciano la loro bella figura sullo scaffale. Ovviamente, Severgnini non è l’unico che ama avere come sfondo i libri; è un vezzo comune, sta diventando uno status symbol.  Moltissimi personaggi della cultura, dell’informazione e perfino gente che con la cultura avrebbe poca attinenza, ama farsi riprendere avendo alle spalle una bella e ricca libreria; fa chic. Se poi fai un mestiere che in qualche modo rimanda alla lettura ed alla scrittura, allora la libreria è d’obbligo. Mai che si facciano riprendere in giardino (ammesso che lo si abbia), o in cucina davanti al frigorifero, in salotto, in bagno (beh, lì non sarebbe elegante). No, sempre davanti ad una libreria: fa cultura, e fa anche arredamento.

Qualche volta ho il sospetto che dietro l’uso delle librerie come sfondo, ormai consueto nelle riprese televisive, ci sia davvero un preciso accordo fra tutti gli operatori e che siano sponsorizzati da mobilieri e case editrici. Un po’ come succedeva nei film degli anni ’70/’80 che, anche per recuperare le spese, erano infarciti di richiami a bevande, sigarette,  quotidiani e automobili di marche particolari, sempre ben in vista e riconoscibili. Sembravano immagini ed inquadrature casuali, ma erano veri e propri messaggi pubblicitari; quello che poi si chiamò pubblicità occulta. Ecco un’altra illustre firma del giornalismo, Massimo Gramellini, che nella sua pagina sulla Stampa (vedi l’articolo di ieri “In nome del Papa re“; una volta tanto concordo con lui) usa questa foto (che sembra un’istantanea, ma non lo è; è una posa studiata) che lo riprende con lo sguardo rivolto verso un punto indefinito (ma dove guarda?) e l’espressione di serenità spirituale (forse ha le visioni mistiche), con la classica libreria d’ordinanza alle spalle.

 Ma torniamo al nostro Severgnini. Ciò che mi ha sorpreso in quel video è il fatto che dichiari di essere stato deluso dalla voce di Franzen e che ciò ha comportato un calo della sua stima nei confronti dell’autore. Qualcuno, non proprio assiduo frequentatore di librerie ed eventi letterari, potrebbe chiedersi chi sia questo Franzen che ha una voce che non piace a Severgnini. E’ Jonathan Franzen, uno degli scrittori più in voga oggi in America, autore di romanzi che sono stati grandi successi editoriali. Severgnini lo cita forse perché ne parlerà nella nuova rubrica a proposito dell’ultima fatica di Franzen, il romanzo “Purity“, appena uscito in USA;  un polpettone di 560 pagine che immagino pallosissimo e che non leggerei nemmeno sotto tortura (“Arriva Purity, il nuovo libro di Jonathan Franzen“, di Gianni Riotta). Ma io non sono un assiduo lettore di romanzi, la narrativa mi annoia, salvo rare eccezioni.

Ma di Franzen ho letto di recente con grande piacere un libro, “Il progetto Kraus“, edito in Italia lo scorso anno: una raccolta di note, scritte insieme a Paul Reitter e Daniel Kehlmann, su tre brevi saggi (Heine e le conseguenze, Nestroy e la posterità, Postfazione a Heine e le conseguenze) di Karl Kraus, scrittore austriaco vissuto a Vienna nel secolo scorso (morì nel 1936), ma che sarebbe utilissimo rileggere ancora oggi per la sua carica polemica e critica nei confronti di certi scrittori e certa stampa. Non è un caso che Franzen, che passa per essere una specie di enfant terrible della letteratura contemporanea americana, abbia scelto di riprendere quegli scritti di Kraus che un secolo fa si scagliava con rabbia contro certo giornalismo al servizio del potere e l’imbarbarimento della lingua tedesca proprio a causa dello stile letterario imposto da Heinrich Heine, scrittore, drammaturgo e poeta tedesco trapiantato a Parigi e morto nel 1856, e degli effetti negativi del suo stile letterario (imbarbarito dallo “stile latino” francese) sugli imitatori (le “conseguenze” alle quali accenna Kraus). La stessa rabbia che oggi, forse, anima anche Franzen, considerato un po’ troppo critico nei confronti di media e tecnologia.

Riporto due brevissime note, giusto per avere un’idea dell’atteggiamento di Kraus (e di Franzen) nei confronti della stampa del tempo. La prima nota è di Franzen e si riferisce al fatto che Kraus definiva “briganti” gli operatori della stampa: “Vale la pena ricordare che Kraus non sta parlando di “briganti” in senso metaforico. Giornali come la Neue Freie Presse erano effettivamente coinvolti in manipolazioni del mercato azionario, campagne diffamatorie, speculazioni edilizie, diffusione di pubblicità mascherata da contenuti editoriali e macchinazioni politiche in stile Hearst (in stile Fox news!), il tutto sotto il velo dell’estetismo viennese.”. Considerazioni che, com’è evidente, calzano a pennello anche alla stampa di oggi; niente di nuovo sotto il sole.

La seconda nota è di Paul Reitter e dà il senso di quale fosse lo spirito che animava la stampa viennese tanto deprecata da Kraus: “Il fondatore di Die Presse, un importante quotidiano viennese, una volta affermò che il suo obiettivo era possedere un giornale in cui ogni riga fosse pagata, cioè comprata, da qualcuno dotato dei mezzi e della volontà di manipolare le notizie.”. Forse è esattamente lo stesso auspicio di certi direttori di oggi.

Mi sono dilungato su questo saggio di Franzen perché tocca un argomento, la stampa, di cui mi occupo spesso. Ed è confortante trovare riscontro a ciò che dico da tempo nelle parole, ben più autorevoli delle mie, di uno scrittore come Franzen e, addirittura, nelle pesanti  denunce che faceva Kraus un secolo fa. Significa che quando attacco spesso e volentieri la stampa, forse qualche piccola ragione devo averla. Detto questo, ora sorge il dubbio che Severgnini non sopporti la voce di Franzen proprio perché si senta in qualche modo, in quanto giornalista, preso di mira e sotto accusa: touché? Sarà, non sarà, ma il dubbio me lo tengo.

Ma per pura combinazione, lo stesso giorno, sempre sul Corriere, c’è anche un servizio su Pier Paolo Pasolini, ricordato nell’ambito della festa del cinema di Roma, con due documentari che hanno per titolo “Ricordando Pasolini: la voce“, e “ Pasolini, il corpo e la voce“. Questo il video: “Niente è più feroce della banalissima televisione“. Come si vede, il punto focale è “la voce” di Pasolini. Ora, non è il caso di entrare nel merito del valore artistico di Pasolini; ogni pretesto è buono per ricordarlo, esaltarlo ed usarlo strumentalmente. E’ pur sempre un mito del  culturame di sinistra. Del resto, non a caso, tra gli ospiti chiamati ad animare l’immancabile dibattito dopo proiezione (è la versione aggiornata dei cineforum del post ’68), c’è quel giovane enfant prodige della sinistra, il filosofo neo-marxista che spopola nei talk show televisivi, Diego Fusaro. Speriamo che prima o poi, durante questi assembramenti pseudo culturali, passerelle per intellettualoidi militanti di regime, autoreferenziali, ripetitivi e funzionali solo al mantenimento del potere culturale della sinistra, arrivi un Fantozzi in versione nuovo millennio che salga sul palco ed urli “Questo dibattito è una cagata pazzesca“. Amen.

Una cosa, però, è chiara; la voce di Pasolini è così importante da meritare di essere celebrata con ben due documentari. Ora, verrebbe quasi spontaneo fare le solite considerazioni sulla doppia morale diventata prassi nell’attuale società uniformata al pensiero unico dominante della sinistra pre-renziana. Meglio specificare perché quella renziana è altra cosa, non è nemmeno sinistra, nessuno ha ancora capito cosa sia, nemmeno Renzi,  ma lui ci campa; ed il pensiero unico non è più quello della sinistra, ma è semplicemente il suo, il pensiero unico di Renzi; non si accettano punti di vista diversi, contrastanti o in dissenso. Punto.  Ma non si può fare a meno di notare che anche la voce si presta a diverse interpretazioni, secondo le circostanze: se è quella di un compagno è sempre bella, e gradevole, se è di chi critica la stampa è orribile.

Così mentre da una parte Severgnini non sopporta la voce di Franzen, che appare del tutto normale, più avanti si esalta la voce di Pasolini, del quale tutto si può dire, ma non che avesse una voce bella e piacevole. Anzi, se vogliamo essere sinceri, era proprio sgraziata e sgradevole, una vocina flebile, acuta, cantilenante, quasi infantile e lamentosa. Ma siccome Pasolini è Pasolini, state a vedere che adesso si dirà anche che aveva una bella voce, calda, suadente, affascinante e ci ricavano due documentari. Sono certo che anche Severgnini, che trova fastidiosa la voce di Franzen,  troverà affascinante e melodiosa quella del compagno Pasolini. Severgnini, ma  mi faccia il piacere; direbbe Totò.

Metaformofosi e bimbi gialli

di , 9 Ottobre 2015 08:15

Ancora titoli curiosi presi dal web. Leggere le notizie sta diventando una pena, una sorta di penitenza alla quale ci sottoponiamo in nome della necessità di essere informati. Quindi ogni giorno, anche se non leggiamo gli articoli, dobbiamo almeno necessariamente leggere i titoli di notizie di gossip, cronaca nera, pubblicità occulta, idiozie spacciate per informazione e le ultimissime della politica nazionale ed estera, drammatiche e poco rassicuranti sul nostro futuro.

Per fortuna  capitano anche degli articoli e titoli che ci fanno sorridere. Così compensiamo in qualche modo l’effetto deprimente della cronaca quotidiana. Ecco un esempio di titolo “casual” riportato due giorni fa nella Home Tiscali: “Ricerca sulla metaformofosi dei neutrini”. Si tratta dell’assegnazione dei Nobel per la fisica. E quando si parla di scienza si deve stare attenti a ciò che si scrive, perché la scienza è una cosa seria, è per definizione “esatta”. Quindi, a prima vista, siamo portati a pensare che anche questo titolo sia esatto e che i due fisici siano stati insigniti del prestigioso riconoscimento per una ricerca sui neutrini e su una strana e sconosciuta loro proprietà: la “Metaformofosi“.  Incuriositi si legge, quindi, l’articolo, ma di questa metaformofosi non c’è traccia. Inutile anche tentare un rapida ricerca su Google, non la trovereste nemmeno lì.  Com’è facilmente intuibile, infatti, si tratta del solito strafalcione, il classico refuso o errore di battitura. Forse per la fretta o la disattenzione, al posto di una corretta metamorfosi  ci scappa una metaformofosi.

Niente di grave, succede. Ciò che, però, non è molto comprensibile e giustificabile, cosa che ripeto da anni,  è che quell’errore sia rimasto al suo posto, in prima pagina, tutta la giornata. Quel box con quel titolo è sparito solo il giorno dopo, quando al mattino sono state inserite nuove notizie in home. Allora ci si chiede come sia possibile che in tutta la giornata nessuno si prenda la briga di controllare cosa si pubblica in prima pagina, ed eventualmente correggere gli errori.  E’ la domanda che mi pongo spesso, ed ancora non trovo risposta; se non la certezza che l’informazione in rete sia fatta con molta leggerezza, approssimazione, e mancanza di rispetto per i lettori.

Ancora un titolo curioso, sempre su Tiscali di avantieri. Non è propriamente un errore, è solo un effetto umoristico dettato dalla necessità di comporre un titolo breve, conciso, ma esplicativo. Lo si nota perché capita proprio sotto il precedente titolo sulla “metaformofosi“. Allora non si può non notare l’effetto involontariamente umoristico di questo titolo che usa il termine “giallo” per indicare che sul fatto c’è qualcosa di poco chiaro. Il termine “giallo” una volta indicava i racconti di genere poliziesco, quelli lanciati alla fine degli anni ’20 del secolo scorso dalla casa editrice Mondadori (Gialli Mondadori) e che erano caratterizzati proprio dalla loro inconfondibile copertina gialla. Da questa particolarità editoriale nacque l’abitudine di estendere il termine “giallo” a tutto ciò che, in televisione, al cinema o in letteratura, riguardava storie di argomento poliziesco.

Ma, come succede spesso con l’evoluzione della lingua, il suo significato viene solitamente esteso a tutto ciò che è misterioso, poco chiaro, che lascia in sospeso domande senza risposta ed enigmi irrisolti. Ed ecco che il verificarsi di un fatto del quale non sono ben chiare le cause diventa “un giallo“. Già questo suscita ironia, perché, se dovessimo intendere il significato del termine “ giallo” per quello che era in origine, si dovrebbe interpretare la notizia in questo modo: “Precipita un bambino: è un racconto poliziesco“. Ma la prima domanda che viene alla mente è la seguente: è giallo il bambino, oppure è giallo l’ottavo piano? Se vogliamo, però, dedurre il significato del titolo dalla  “analisi logica” della frase (esercizio linguistico che credo scomparso dalla prassi didattica), dovremmo concludere che  dall’ottavo piano è precipitato un bimbo che, per qualche strano motivo, è “giallo“. Forse è caduto in un secchio di vernice gialla, o forse è stato dipinto di giallo seguendo la moda del body painting. E’ un mistero; o per stare in tema “è un giallo: il giallo del bambino giallo“.

Come se non bastasse, quel titolo si presta ad un altro possibile equivoco. Con il termine “giallo” si identificano anche le popolazioni dell’estremo Oriente: giapponesi e cinesi  (i “musi gialli“; ma guai a dirlo, vi accuserebbero di razzismo). Allora quel titolo potrebbe essere inteso anche in questo modo: “Precipita bimbo: è cinese“. Non basta, perché il colorito giallo può essere sintomo di un ittero, una disfunzione epatica. E allora la notizia si potrebbe leggere anche così: “Precipita bimbo: era affetto da itterizia“. Ma c’è anche un’altra ipotesi, la più logica e razionale, che può scaturire dalla lettura di quel titolo “Bimbo di 10 anni precipita dall’ottavo piano: è giallo”,  e concludere che si tratti semplicemente di un errore. In realtà, infatti, se un bimbo cade dall’ottavo piano, la cosa più probabile non è che sia giallo, ma che sia morto. No?

Sembrerebbe risolto il caso, o meglio “il giallo”. Così, per evitare  equivoci e fraintendimenti,  basta sostituire “giallo” con “morto“, ed otteniamo questo nuovo titolo: “Bimbo di 10 anni precipita dall’ottavo piano: è morto.”. Così sarebbe più chiaro? Ma nemmeno per sogno. Ora si porrebbe un nuovo dilemma: è morto il bambino, oppure è morto l’ottavo piano? Mistero; anzi, un giallo!

Guarda tu in che guaio semantico ci si può ficcare per un semplice titolo di stampa. Bisognerebbe essere più chiari quando si scrive. Si scherza, si scherza; ma mica tanto.

Titoli pedestri

di , 30 Settembre 2015 19:47

La lettura delle notizie in rete riserva sempre qualche sorpresa, negli articoli ed anche nei titoli. Gli errori, le imprecisioni, le castronerie, le autentiche bufale, sono così tante ed all’ordine del giorno che il più delle volte si lascia perdere, si sorride e si va oltre. Ma ogni tanto bisogna anche segnalare qualche caso, tanto per ricordarci quale sia oggi la professionalità di quelli che gestiscono l’informazione.

Ecco il primo esempio, preso ancora una volta dal Corriere.it di avantieri: “I borghi italiani più belli d’Italia“.  Non è che ce l’ho in particolare con il Corrierone nazionale, è che talvolta si ha l’impressione, vista la frequenza di errori, che in redazione ci siano Cip e Ciop e Topo Gigio. Questo titolo figurerebbe benissimo in una lezione di giornalismo su pleonasmi e ripetizioni da evitare accuratamente, specie nei titoli. Se sono borghi italiani è ovvio che siano in Italia e non in Francia. E se sono borghi d’Italia è ovvio che siano italiani e non francesi. Quindi, o si scrive “I borghi italiani più belli”, oppure si scrive “I borghi più belli d’Italia“. Così evidente che lo capisce anche un bambino delle elementari. Vederlo riportato, invece, con grande evidenza nella prima pagina del Corriere non solo fa sorridere, ma lascia qualche dubbio (anzi, più di uno) sull’accuratezza e la serietà della redazione. Ma, sinceramente, abbiamo visto anche di peggio. E’ solo un esempio di informazione “stampodista“, stampa-podista, pedestre, di chi scrive con i piedi.

Corriere e terremoti

di , 17 Settembre 2015 09:44

Ecco come il Corriere.it stamattina dà la notizia del fortissimo terremoto che ha colpito il Cile.

Ciò che colpisce subito è che, secondo il Corriere, l’epicentro di questo terremoto sarebbe stato localizzato a “11 metri di profondità“. Praticamente nello scantinato, in garage, in cantina, nel locale caldaie. Un po’ troppo superficiale, no? Ovvio che si tratti di un errore di battitura. In realtà, come riportano gli altri siti la profondità è di 11 chilometri. Ma un errore scappa a tutti, anche nelle migliori famiglie editoriali, perfino nel Corrierone nazionale. Sono certo che all’interno, nell’articolo, avranno riportato la notizia corretta. Così, per curiosità, clicchiamo sul link “Terremoto in Cile; un milione di evacuati“,  e vediamo la pagina interna. Eccola sotto…

Ops, anche nella pagina interna viene ripetuto lo stesso errore. Mah, forse il redattore era un po’ assonnato. O forse hanno ripreso pari pari il sottotitolo di prima pagina e, quindi, sbadatamente hanno ripetuto l’errore. Succede che, nella fretta di riportare la notizia in prima pagina,  ci scappi l’errore, e che poi, sempre per la fretta di pubblicare il pezzo, lo si ripeta anche nel sottotitolo all’interno.  Ma sono certo che nel corpo dell’articolo riporteranno l’informazione giusta. Vediamo, scorriamo il testo ed ecco cosa si legge…

Ma allora insistono. Allora non si tratta di una svista, del solito errore di battitura, anche in ragione della fretta di pubblicare. Allora chi ha scritto il pezzo è proprio convinto che il terremoto in Cile sia a livello sottopassaggio. Bene, facile ironizzare sulla serietà, l’attenzione e lo scrupolo, dei redattori del Corrierone. Ho riportato spesso svarioni, errori vari, refusi e titoli ambigui che si prestano a varie interpretazioni. Ormai, in tempi di informazione in tempo reale, succede che si battano notizie giusto per riempire le pagine, senza verificare, senza accertare le fonti, senza chiedersi se certe notizie siano davvero “notizie”, oppure siano spazzatura spacciata per informazione.  Già, perché la cosa inaccettabile di questa informazione usa e getta non è tanto l’errore di battitura, che può sempre succedere, ma è il fatto ingiustificabile che non rileggono nemmeno quello che scrivono. Come ho ripetuto spesso, questo modo di fare informazione, approssimativo, superficiale, dilettantesco,  è intollerabile, è assoluta mancanza di rispetto nei confronti dei lettori. Beh, nonostante i vari aggiornamenti della pagina che vengono effettuati di continuo, alle ore 9.30 quell’errore è ancora lì, sia in prima pagina, sia all’interno.  E non parliamo del Corrierino delle Giovani marmotte, stiamo parlando del Corriere, il più importante, diffuso ed autorevole quotidiano d’Italia. Resta solo la curiosità di vedere quando qualche redattore un po’ più sveglio degli altri se ne renderà conto  e si deciderà a correggerlo. E’ la stampa, bellezza.

 

Aquile, cornacchie e talebani

di , 29 Luglio 2015 18:41

Carlo e Camilla, in visita ad una tradizionale mostra floreale, sono spaventati (dice il Corriere) da un’aquila calva che si agita all’arrivo del principe e della duchessa (“L’aquila calva spaventa Camilla“). In realtà è l’aquila calva che si agita disperata perché spaventata alla vista di una cornacchia bionda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Mullah è ri-morto

Annunciata la morte del mullah Omar, braccio destro di Bin Laden e leader dei talebani. Visto che già nel 2013 lo avevano dato per morto, per maggior sicurezza oggi lo danno per ri-morto, sperando che sia la volta buona. Dicono che fosse un tipo molto tollerante. Anche davanti alle peggiori atrocità commesse dai suoi seguaci si mostrava sempre comprensivo e di solito …chiudeva un occhio.

 

Tzatziki, grechi e santuari

di , 22 Luglio 2015 13:33

Perle di stampa, tanto per cominciare la giornata in allegria.

Di recente, nel post “Renzi, Fibonacci ed il bulgur“,  ho parlato del “Tabbouleh“, una insalata libanese proposta dal sito “Piattoforte” che ha come sottotitolo “Cucinare italiano“. La stranezza è che un sito che si propone la valorizzazione della cucina italiana proponga una ricetta libanese. Forse si è trattato di un caso isolato? Una concessione occasionale alle ricette esotiche? Vediamo, oggi lo stesso sito propone ancora una salsina particolare, lo “Tzatziki“. E se lo propone “Cucinare italiano“, deve essere una specialità italiana. Chi è che non conosce lo Tzatziki? Lo conoscono tutti, da Gorizia ad Agrigento, da Aosta a Pompu. Siamo cresciuti tutti a pane e tzatziki. O forse no. In realtà si tratta ancora di una specialità mediorientale. E se siete curiosi di sapere cos’è guardate qui “Insalate e condimenti; salse a base di yogurt“. E buon appetito.

Questo titolo compariva ieri sul sito del Giornale. L’articolo parla della ricerca sul DNA dei siciliani per accertare la discendenza dai coloni greci che, per il Giornale, diventano “Grechi“. Nonostante già da ieri i lettori abbiano segnalato l’evidente errore, nessuno si è preso la briga di correggerlo. Lo hanno fatto solo poco fa (intorno alle ore 13).  E questo articolo compare, giustamente, nella sezione “Cultura”. Già, ma chi si occupa di cultura al Giornale? Forse Topo Gigio, Cip e Ciop, Qui, Quo Qua? E’ solo l’ennesima dimostrazione che oggi si scrive con i piedi, solo per riempire le pagine, senza nemmeno verificare quello che si scrive.

Ed ecco un’altra perla, questa volta riportata oggi da L’Unione sardaUna casa santuario…”. La casa-santuario si trova a Sestu ed è quella di Emanuela Loi,  la ragazza morta nella strage di via D’Amelio di 23 anni fa che costò la vita al giudice Borsellino ed agli agenti di scorta. Giusto ricordarla. Ma perché parlare di “casa-santuario“? Perché bisogna sempre esagerare, eccedere, usare iperboli, metafore che spesso sono del tutto fuori luogo? Cos’è un santuario? Lo sanno tutti, anche i bambini, è un luogo sacro, un tempio, un luogo di culto. E se proprio si hanno dei dubbi, si va a consultare un vocabolario.  Basta cercarlo in rete. Ecco cosa dice il sito della Treccani: “Santuario. Nelle varie tradizioni religiose, luogo che ha acquistato carattere sacro per la manifestazione o la presenza in esso della divinità, o perché connesso a eventi e fenomeni considerati soprannaturali; nell’antica religione ebraica, la parte più interna e più sacra del tempio, cioè il sancta sanctorum; nella tradizione cristiana, luogo di devozione legato a eventi o manifestazioni divine della Madonna, dei santi e dei martiri; anche, parte della chiesa dove sono conservate reliquie o immagini miracolose, che perciò è oggetto di particolare venerazione e meta di pellegrinaggi.”.  Chiaro?

Allora, cari cronisti d’assalto, cosa c’entra il santuario con la casa della Loi? Significa che dobbiamo aggiungerla all’elenco dei santuari; Lourdes, Fatima e Sestu? Significa che in Sardegna abbiamo ora due santuari; quello di Bonaria e la casa di Emanuela? Ma che bisogno c’è di ricorrere a questi inutili  trucchetti semantici per parlare della casa di una persona morta in servizio e che non ha alcun bisogno di vedere manipolata la sua immagine ed il suo ricordo? Ma perché certi cronisti non tornano nei campi a zappare? C’è tanto bisogno di braccia in agricoltura. Purtroppo, oggi questa è la stampa.

Fisica e stampodismo

di , 25 Giugno 2015 11:20

L’informazione scientifica secondo lo stampodismo, Cos’è lo stampodismo? E’ un neologismo che mi è venuto in mente per definire quello che passa ogni giorno sui media e che chiamano informazione. E’ la “stampa podistica “, quella di chi scrive con i piedi. Esempi di stampodismo possiamo rilevarli quotidianamente; basta dare uno sguardo alle notizie in rete. Ecco un buon esempio di stampodismo comparso ieri sul quotidiano L’Unione sarda: “Primo messaggio quantistico al mondo via satellite“.

Primo dubbio: “Cos’è un messaggio quantistico”? E ancora, cos’è “quantistico“, il messaggio o il mezzo usato per trasmetterlo? Oppure è “quantistico” il satellite? Ma, più semplicemente, cosa significa “quantistico“?  Ci si aspetterebbe che l’articolo ce lo spieghi. Ma non lo fa; forse per dimenticanza, per distrazione, per mancanza di spazio, oppure…

La scienza non è argomento da bar dello sport. Credo siano davvero pochi quelli che possono affermare di conoscere, capire e saper spiegare cosa sia esattamente la fisica quantistica. Diceva Max Plank, il padre della teoria dei quanti, per la quale ricevette il Nobel per la fisica nel 1918, che coloro che dicono di aver capito la meccanica quantistica stanno mentendo. Giusto per avere un’idea delle implicazioni si può dare uno sguardo al celebre paradosso del “gatto di Schrödinger“. Allora, quando si trattano argomenti scientifici bisognerebbe essere sicuri di conoscere l’argomento trattato e, soprattutto,  cercare di illustrarlo nella maniera più semplice e comprensibile. Altrimenti è bene occuparsi d’altro, di gossip, calcio, cronaca nera, dei morti ammazzati di giornata, ed evitare di parlare di ciò che non si conosce o non si è in grado di trattare in maniera seria.  A tal proposito, (cito a memoria, forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello), diceva Einstein: “Non puoi dire di aver capito veramente qualcosa finché non riesci a spiegarlo con parole semplici a tua nonna.”.

A leggere certa stampa, si potrebbe pensare che chi scrive non abbia capito bene ciò di cui parla, oppure che non abbia una nonna alla quale spiegarlo con parole semplici. Ma oggi ciò che conta, l’ho ripetuto spesso, non è informare, fare divulgazione seria, riportare notizie utili ed interessanti; ciò che conta è riempire le pagine. La notizia riportata su L’Unione riguarda proprio un’applicazione della fisica quantistica. Poiché il pezzo è brevissimo (più che un articolo giornalistico sembra un telegramma) lo si può riportare per intero.

Eccolo: “Una trasmissione di dati quantistica con un satellite, sulla distanza record di 1.700 chilometri, è stata eseguita con successo per la prima volta al mondo. Il test è il risultato di uno studio tutto italiano, portato avanti dal Centro di Geodesia spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana e dall’Università di Padova. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters.”. Tutto qui, 4 righe 4; fine del pezzo. Ragazzi, questa è informazione seria, documentata ed  esauriente.

La caratteristica del nostro quotidiano regionale è che di solito non riporta gli articoli per intero, ma si limita a fare un sunto della notizie, spesso di poche righe, e rimanda alla lettura del pezzo intero sulla edizione cartacea. Mah, deve essere una nuova forma di marketing. Al di là della strategia editoriale, immagino che questo pezzo, riportato nel sito web del quotidiano, sia stato letto da qualche migliaio di persone. Ora sarebbe interessante sapere (magari si potrebbe lanciare un sondaggio sullo stesso quotidiano) quanti lettori hanno capito esattamente il significato del testo, cosa sia successo, in cosa consista questo esperimento, perché sia così straordinario e, soprattutto, cosa sia un “messaggio quantistico“. Credo che si potrebbe usare l’espressione di Planck e dire che se qualcuno afferma di averlo capito sta mentendo. Questo è uno splendido esempio di Stampodismo; scrivere con i piedi.

Ecco una divertente citazione del paradosso del gatto di Schrödinger applicato alle relazioni sociali.

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Cronisti copia/incolla

di , 19 Giugno 2015 19:04

Con internet fare i giornalisti è facile; basta saper fare il copia/incolla.

Una volta bisognava scovare la notizia, impostare il pezzo, scriverlo, magari tenendo la mitica Lettera 22 Olivetti sulle gambe, come una celebre foto di Indro Montanelli. Altri tempi, altra stampa, altri giornalisti e altre notizie. Poi, grazie all’avvento del computer,  che ha mandato in soffitta la macchina per scrivere, è scomparsa anche la linotype e la composizione tipografica. Oggi è tutto più facile e pulito, scomparso l’odore del piombo, è tutto un lavoro di grafica. Ma c’è un’altra novità nella composizione della pagina di un giornale. Oggi, con la grande diffusione di internet, notizie e immagini sono a disposizione di tutti. Così anche fare un giornale on line è facilissimo, basta saper fare copia/incolla. Ho scritto spesso di strane somiglianze fra i vari quotidiani che sembrano concordare notizie e titoli.  E spesso, addirittura, riportano lo stesso testo. Nella colonna a lato, sotto la voce  ”E’ la stampa, bellezza” ci sono decine di post dedicati alle stranezze della stampa.  Uno dei tanti esempi: “Repubblica e il copia/incolla“.

Ed ecco l’ultimo esempio fresco di giornata  di stampa copia/incolla. L’Ansa riporta stamattina la notizia delle elezioni in Danimarca: “Elezioni in Danimarca: la destra riconquista il Parlamento“. Ed ecco le prime righe del pezzo: “In Danimarca torna a soffiare un vento di destra. Con la conquista di oltre 90 seggi su un totale di 179, i Blu, il blocco conservatore dell’ex premier Lars Lokke Rasmussen, ottiene la maggioranza necessaria per guidare il Paese scandinavo per i prossimi anni, grazie al risultato sorprendente dei populisti xenofobi del Partito del popolo danese. Questi ultimi, facendo della bandiera anti immigrazione uno dei temi della loro campagna elettorale, hanno conquistato il 21,1% dei voti, diventando di fatto il secondo partito in Parlamento. I socialdemocratici della premier uscente Helle Thorning-Schmidt restano il primo partito con il 26,3% dei voti, ma hanno ammesso la sconfitta. “Abbiamo perso per un soffio”, ha commentato Thorning-Schmidt, annunciando che si sarebbe dimessa da premier e da leader del partito.“.

Dopo aver dato uno sguardo al sito dell’Ansa, vado a leggere il nostro maggior quotidiano regionale L’Unione sarda; bisogna informarsi anche sulle notizie che ci riguardano da vicino. Ed anche qui trovo la notizia sulle elezioni in Danimarca: “Danimarca, il Parlamento alla destra“. Ed ecco le prime righe del pezzo: “In Danimarca torna a soffiare un vento di destra. Con la conquista di oltre 90 seggi su un totale di 179, il Blu, il blocco conservatore dell’ex premier Lars Lokke Rasmussen, ottiene la maggioranza necessaria per guidare il Paese scandinavo per i prossimi anni, grazie al risultato sorprendente dei populisti xenofobi del Partito del popolo danese. Questi ultimi, facendo della bandiera anti immigrazione uno dei temi della loro campagna elettorale, hanno conquistato il 21,1% dei voti, diventando di fatto il secondo partito in Parlamento. I socialdemocratici della premier uscente Helle Thorning-Schmidt restano il primo partito con il 26,3% dei voti, ma hanno ammesso la sconfitta. “Abbiamo perso per un soffio”, ha commentato Thorning-Schmidt, annunciando che si sarebbe dimessa da premier e da leader del partito.”.

I pezzi sono identici, parola per parola, comprese le virgole. Chi ha copiato chi? Visto come è facile fare un giornale? Basta saper fare copia/incolla. Così siamo bravi tutti a fare i giornalisti. E’ la stampa, bellezza.

P.S.

A conferma di quanto detto arrivano il giorno dopo (20 giugno) questi due articoli ancora dell’Ansa (“Pedopornografia: operazione polizia, 17 arresti e 92 denunce“) e de L’Unione sarda: (“Pedopornografia: 17 arresti, seuqestrati computer e smartphone“). Articoli identici, virgole comprese: semplice operazione di copia/incolla.  Considerato che è molto improbabile che sia l’Ansa a copiare i pezzi dall’Unione sarda, è più probabile che avvenga il contrario. Ovviamente questi riportati non sono casi isolati, sono quasi la norma ed interessano quotidiani on line, siti di informazione, forum e blog. Ma allora, quando si usano informazioni, testi, brani o articoli interi presi in rete,  perché non citare la fonte (meglio ancora sarebbe inserire un link) o anche semplicemente segnalarlo fra parentesi (ANSA) all’inizio o alla fine dell’articolo, come fanno altri siti in rete? Anche questo sarebbe un segno di serietà, onestà e rispetto per i lettori; tutte cose, purtroppo, scomparse dalla deontologia professionale di  certa stampa, ma anche di certi “ladri” internettiani che rubano a piene mani pezzi altrui e poi li pubblicano, senza indicare la fonte,  facendoli passare come propri. Anche questo è un segno dei tempi. Tempi di decadenza, morale da basso impero, anzi da suburra.

 

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