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Hyperloop e altre amenità

di , 9 Giugno 2017 19:01

Cos’è “Hyperloop”? E’ un progetto che sfrutta tecnologie avanzate, e la levitazione magnetica, per il trasporto ad alta velocità (1.200 Km/h) di persone e merci lungo un tunnel, dentro capsule “sparate” dentro un tubo; più o meno come la posta pneumatica. Praticamente il futuro del trasporto terrestre (Treno supersonico a levitazione magnetica).  Dopo la prima fase di studi e simulazioni, l’anno scorso è stato realizzato in America, nel Nevada, un primo esperimento lungo un percorso di un miglio. Ed ora si passerà alla fase di attuazione di progetti che, avendo necessità di investire grossi capitali, devono avere anche la prospettiva di grandi rientri economici; ovvero di opere che prevedano grandi flussi di merci e passeggeri su lunghi percorsi su vasti territori. La Russia ed altri importanti Stati hanno già dimostrato un certo interesse per la nuova tecnologia. Ed in questo avveniristico progetto si inserisce la Sardegna.

La Sardegna? Sì, incredibile, ma vero: “Da Cagliari alla Corsica in 40 minuti“. Il progetto è stato presentato dalla Hyperloop One nel corso di una conferenza ad Amsterdam, organizzata dal ministro dei trasporti olandese, alla presenza dell’assessore regionale dei trasporti della Sardegna, Massimo Deiana. Ora, a parte l’entusiasmo per l’opera che tuto il mondo ci invidierà, bisognerebbe fare qualche precisazione. La Sardegna è una delle regioni più povere d’Italia, anzi le province di Catbonia.Iglesia e Medio Campidano sono proprio in cima alla classifica, sono le più povere. Abbiamo tanti problemi irrisolti, dalla disoccupazione alla crisi perenne di settori fondamentali come l’agricoltura, la pastorizia, l’industria. Ogni anno dobbiamo combattere contro incendi che devastano il territorio e la siccità sempre più grave prospetta scenari di desertificazione del territorio. Abbiamo il record di disoccupazione giovanile oltre il 40%. Abbiamo una rete trasporti da terzo mondo. Siamo l’unica regione a non avere nemmno un Km di autostrade; cosa non necessariamente negativa, almeno risparmiamo i pedaggi. L’unica superstrada, che attraversa tutta la Sardegna e collega Cagliari a Sassari e Porto Torres è la Carlo felice che, tra inizio lavori (fine anni ’50), adeguamenti, modifiche, varianti, circonvallazioni, nuovi tragitti ed eterni lavori in corso, è in costruzione da almeno 60 anni. A noi la Salerno-Reggio Calabria ci fa un baffo. In questo panorama non proprio idilliaco, invece che pensare ad utilizzare i pochi fondi disponibili per opere serie, urgenti e di utilità pratica, cosa facciamo? Approviamo un progetto per collegare Cagliari alla Corsica con l’Hyperloop.

Cagliari-Corsica in 40 minuti. Fantastico, finalmente, ecco cosa mancava ai sardi; un treno veloce per la Corsica. Immagino che sia sempre stato il sogno segreto dei cagliaritani: alzarsi al mattino ed andare a fare una passeggiatina ad Aiaccio, Bastia, Bonifacio, prendere un caffè o un aperitivo e tornare a casa per l’ora di pranzo. Ora, come dicevo, un progetto simile richiede un tornaconto economico; ovvero un grande e costante flusso di merci e passeggeri che, nel tempo, non solo ripaghi le spese sostenute, ma garantisca dei profitti. E quanti anni, o secoli, ci vorranno per rifarsi delle spese del progetto, prima di incassare qualche soldino di utili? Bisognerebbe che almeno metà dei cagliaritani  tutti i giorni andassero in Corsica.  Allora, come direbbe Lubrano,  la domanda sorge spontanea: “Ma quanti saranno i cagliaritani che ogni giorno andranno in Corsica o i corsicani che scenderanno a Cagliari? E soprattutto, per fare cosa?”. Mistero.  Eppure l’assessore regionale dei trasporti, Massimo Deiana, ha dato l’annuncio dell’approvazione del progetto con gande orgoglio ed entusiasmo: “Abbiamo colto la portata rivoluzionaria di questa tecnologia.”, afferma. E se lo garantisce un politico possiamo fidarci. No?

Questo progetto Cagliari-Bastia in 40 minuti mi ricorda una vecchia barzelletta di Bramieri; quella del tizio un po’ spaccone che compra un’auto velocissima e tutte le mattine, per provarla, va da Milano a Varese, ogni giorno migliora il tempo di percorso e poi la sera agli amici del bar racconta l’impresa ed il nuovo record. La storia si ripete per una settimana circa,  finché un giorno  lo vedono arrivare al bar  al mattino e, sorpresi, gli chiedono come mai non abbia fatto la solita corsa a Varese: “No, basta con Milano-Varese. Eh, cosa ci andavo a fare tutti i giorni a Varese?”. Ecco, mi sa che questa storia finisce così: “Cosa ci vanno a fare i cagliaritani in Corsica tutti i giorni?”. Mistero. Ma sono certo che il nostro assessore Deiana lo sa e, visto che la fantasia non gli manca, in futuro ci riserverà altri grandi progetti fondamentali per la Sardegna: un tunnel sottomarino Cagliari-Miami beach, una teleferica Gennargentu-Courmayeur, uno scivolo Cagliari-Tripoli (facile, viene in discesa) e chissà quale altra genialata. Che fortuna abbiamo ad avere politici così geniali e creativi.

Ma non è l’unica idea geniale dei nostri governanti. Un altro progetto simile riguarda la costruzione di 2.000 Km di piste ciclabili lungo le coste ed all’interno del territorio dell’isola (Grande rete ciclabile sarda: 2.000 Km di piste). Dicono che attirerebbe milioni di turisti: “Il più importante progetto di infrastrutturazione turistica che la regione abbia mai visto.”, lo ha definito l’assessore regionale al Turismo, Francesco Morandi. E giusto per sopperire alle prime spese hanno già stanziato 15 milioni di euro per una prima tranche del progetto; tanto per cominciare, è solo l’anticipo, poi si vedrà. Dicono che il ritorno economico è assicurato. Immagino che, anche in questo caso, per recuperare le spese debbano arrivare ogni giorno in Sardegna milioni di ciclisti europei. Magari attraverso un tunnel Hyperloop Olbia-Livorno.  Stranamente sembrano dimenticare un piccolo dettaglio; la costante lamentela degli operatori turistici per la mancanza di incremento delle presenze, a causa soprattutto dell’eccessivo costo dei trasporti. Tanto è vero che col solo costo di una traversata in traghetto, una famiglia si paga una settimana di vacanze in altre località non meno belle della Sardegna. Ovvio che venga in mente un’altra domanda alla Lubrano: ma quanti saranno i turisti che verranno a pedalare in Sardegna?  E davvero porteranno i grandi benefici economici ipotizzati? E quanto tempo occorrerà, non solo per avere dei riscontri economici positivi, ma almeno per rientrare dalle spese sostenute? Altro mistero.

Ma per noi queste sono sciocchezzuole, perché abbiamo una creatività incontenibile, ce l’abbiamo nel sangue.  Ne abbiamo così tanta che sprizziamo creatività da tutti i pori. E dobbiamo esprimerla, altrimenti ci viene lo stress, l’ansia e la nevrosi da creatività repressa. La dimostrazione più evidente la forniamo nell’organizzazione nell’arco dell’anno di centinaia di sagre paesane ed eventi culturali. Per le sagre enogastronomiche ormai abbiamo quasi esaurito il repertorio disponibile di frutti, ortaggi, dolci e specialità tipiche. Abbiamo inventato la sagra delle pesche, delle arance, delle ciliegie, dell’asparago, del pane, del grano, dei cereali, della pecora bollita, di tutte le specie di dolci, di frutta ed ortaggi,  e perfino la sagra della patata. Credo che sia rimasta disponibile ancora solo la sagra del cavolo. Ma prima o poi qualcuno farà anche quella, magari proprio all’Isola dei Cavoli (Villasimius).  Strano che ancora non ci abbiano pensato.

Non c’è paesino della Sardegna che nell’arco dell’anno non organizzi una sagra o, specie d’estate, un evento culturale per richiamare i turisti. Siamo col culo per terra per la crisi economica e per la siccità, ma noi pensiamo alla cultura. Possiamo crepare di fame e di sete, ma guai se ci manca la poesia o il Jazz. Si fa più Jazz nel Sulcis e in Marmilla che a New Orleans. La Sardegna pullula di eventi,  rassegne e festival del cinema, della musica, del teatro, della poesia, del Jazz, di musica etnica, di convegni, dibattiti e serate a tema letterario, passerelle di scrittori, giornalisti, intellettuali, personaggi dello spettacolo, sportivi, attori, cantanti, giocolieri e saltimbanchi; c’è spazio per tutti; grazie a lauti contributi di denaro pubblico elargito magnanimamente da Mamma Regione, Comuni e province.  Dicono che “I sardi hanno sete di cultura“; lo dicono quelli (artisti, organizzatori, tecnici) che con queste manifestazioni ci campano (e i sardi ci credono). Così, mentre uno dei problemi più gravi è la perenne mancanza d’acqua e la siccità ormai cronica prelude ad una desertificazione del territorio, dicono che la gente ha sete di cultura. E invece che procurargli l’acqua, organizzano serate Jazz e reading di poesia.

Facciamo un piccolo esempio di cosa riusciamo ad inventarci.  Curcuris è un paesino della Marmilla che conta 307 abitanti. Così pochi? Anzi, sono già tanti. Nella stessa zona, sempre Marmilla, a distanza di pochi chilometri c’è un altro paesino, Setzu, che conta appena 150 abitanti. Uno dei tanti piccoli centri che rischiano di scomparire e che patiscono gli stessi problemi  di crisi economica, disoccupazione, spopolamento; non hanno certo motivo di gioire e festeggiare. Ma non rinunciano alla loro bella sagra. Così da anni organizzano la “Sagra de sa fregua e de su pani indorau“. Di questa sagra e di altre sagre e manifestazioni in Sardegna ( e di cosa sia “su pani indorau“) ho scritto nel post “Jazz e casu marzu” (consiglio di leggerlo per capire perché me la prendo tanto con queste iniziative strampalate; alla fine c’è anche un link che rimanda all’elenco di associazioni che usufruiscono di oltre 6 milioni di contributi regionali, ai quali si aggiungono quelli di Comuni e province, per organizzare questi eventi).

Ora, chiaro che Curcuris, che ha il doppio degli abitanti di Setzu, non può restare indietro; è anche una questione di orgoglio campanilistico. Ed ecco, infatti, cosa hanno inventato. L’anno scorso hanno partecipato, insieme ad altri Comuni della zona, al progetto “Litighi-Amo“, iniziativa originale e fondamentale per la crescita culturale e socio-economica della zona, partorita dalle menti creative del Plus di Ales-Terralba (al cui confronto quelli di Silicon Valley sono dei dilettanti), gestito dalla cooperativa Coagi e dedicato ai bambini.  In cosa consiste? Una specie di corso accelerato con lezioni, pratica, laboratori vari,  per imparare a litigare (come se i bambini abbiano bisogno di qualcuno che glielo insegni) e poi, trovare il modo di fare pace. “Abbiamo fatto vivere ai ragazzi il momento del bisticcio come un’esperienza rigenerante, contenendo il sentimento di colpa provato quando si litiga.“, dice Susanna Murru, una delle mediatrici culturali del progetto. Riusciamo perfino ad inventarci dei corsi per imparare a litigare. Ragazzi, questa è creatività pura, geniale. No?

Nota

A proposito di siccità, giusto per dire che il problema è serio (altro che pensare a Jazz, poesia e sagre del piffero), ecco le notizie recenti riportate dal quotidiano locale L’Unione sarda, un autentico bollettino di guerra:

- Piogge scarse e cambiamenti climatici; agricoltori sardi in allarme. (15 marzo)

- Sassari, siccità; stato di calamità naturale. (6 maggio)

- Mandas, siccità, campi all’asciutto; chiesta la calamità naturale. (7 maggio)

- Emergenza siccità; Coldiretti e sindaci di Guilcier e Barigadu chiedono incontro con Regione. (12 maggio)

- Trexenta, siccità; niente acqua per irrigazione. (12 maggio)

- Sardegna, si aggrava la siccità; stato di allerta per numerosi bacini idrici (13 maggio)

- Sardegna, siccità; bacini vuoti, danni enormi. (15 maggio)

- Siccità; aziende e animali stanno morendo. (19 maggio)

- Emergenza siccità; allarme rosso in Sardegna (20 maggio)

- Villaputzu, siccità; scende in campo il Comune (25 maggio)

- Orgosolo, emergenza siccità. (26 maggio)

- Musei, stato di calamità naturale a causa della siccità (25 maggio)

- Guamaggiore, siccità; dichiarato stato di calamità naturale (7 giugno)

- Selegas, siccità; scende in campo il Comune a sostegno degli agricoltori. (9 giugno)

- Sardegna, siccità: perso il 40% della produzione. (10 giugno)

- Gesico, siccità; agricoltori in crisi. (10 giugno)

Sant’Efisio folk

di , 2 Maggio 2017 09:53

Il 1° maggio è la festa dei lavoratori. La festa dei disoccupati la devono ancora inventare, poi faranno la festa degli esodati, la festa dei precari, ed infine faranno la festa ai pensionati che vivono troppo a lungo, così l’INPS risparmierà sulle pensioni.  Ma in Sardegna il 1° maggio  è anche la festa di Sant’Efisio, che si celebra a Cagliari per sciogliere un voto che risale al 1656, per ringraziare il santo che avrebbe salvato la città dalla peste.  Niente a che vedere con “peste e corna“; infatti salvò Cagliari dalla peste, ma non dalle corna che proliferano ancora oggi. Secondo Wikipedia, Efisio nacque ad Antiochia, in Siria, nel 250, (oggi sarebbe considerato profugo ed ospitato in hotel, vitto e alloggio garantiti).  Secondo l’ufficio stampa del Comune di Cagliari, invece, sarebbe nato a Gerusalemme.  Quando queste fonti autorevoli si metteranno d’accordo vi faremo sapere.

Nasce come festa religiosa e così è stata celebrata per secoli. Fino a quando, a partire dagli anni ’60, è diventata l’occasione per far partecipare numerosi “gruppi folk” che in quegli anni cominciavano a nascere come funghi. Si era in piena riscoperta delle tradizioni sarde; costumi, usanze, feste, rilancio della lingua, malloreddus, pabassinus, vernaccia  e cannonau. Infatti, per dimostrare l’attaccamento alla lingua, i gruppi che indossano i classici costumi sardi si chiamano “folk“, classico termine sardo della Barbagia. No? Beh, non stiamo a sottilizzare. Il fatto è che, anno dopo anno, i gruppi partecipanti alla processione che accompagnava Sant’Efisio, sono diventati sempre più numerosi (partecipare era motivo di orgoglio, specie da quando a fine anni ’70, le televisioni locali cominciarono a fare la cronaca in diretta della festa) e la processione religiosa è diventata più propriamente una sfilata di gruppi in costume, a beneficio di autorità, turisti, fotografi e TV.

Intanto, sempre più numeroso era anche il pubblico che, pur non partecipando alla processione, assisteva al passaggio delle confraternite, dei miliziani a cavallo e del cocchio col simulacro del santo. La festa, grazie anche ad una campagna pubblicitaria di agenzie ed Enti turistici regionali, oltre ai numerosi sardi provenienti da tutta l’isola, richiamò anche turisti dall’Italia e perfino dall’estero. Si allestirono tribune lungo il percorso, in modo che potessero assistere alla processione comodamente seduti e, giusto per onorare la proverbiale ospitalità sarda, i vari gruppi “Folk” (sempre il termine barbaricino) cominciarono ad offrire dolciumi e bevande. E così la festa di Sant’Efisio, più che una processione religiosa che accompagnava il santo dalla città a Nora (il luogo dove venne martirizzato), divenne una sfilata di costumi a favore di telecamere e fotografi, con gentile offerta di specialità locali. Insomma, finì a tarallucci e vino.

La conferma viene da questo articolo pubblicato di recente sul quotidiano locale L’Unione sarda (In vendita i biglietti per Sant’Efisio), nel quale, circa un mese fa,  si annunciava la vendita dei biglietti per i posti nelle diverse tribune sistemate lungo il percorso della processione. I prezzi variano da 15 a 25 euro, secondo l’ubicazione delle tribune, coperte o meno, per un totale di 1.730 posti a sedere. E’ l’unico caso, per quanto ne sappia, in cui si paga un biglietto per assistere ad una processione religiosa. Come si fa al Circo o in un qualunque spettacolo pubblico all’aperto.

Il fatto che siano in vendita i biglietti conferma quanto dicevo, ovvero che non è più una processione religiosa; è uno spettacolo a cui assiste un pubblico pagante. E’ diventato una rappresentazione, una passerella di costumi sardi, gruppi folk e belle ragazze che, in atteggiamento da sfilata di moda più che da processione religiosa, sorridono indossando ricchi costumi e  preziosi monili a beneficio di turisti, fotografi e telecamere. Ma allora non chiamatela Festa di S. Efisio, chiamatela rassegna di gruppi folk e traccas addobbate. Una ulteriore conferma è che, come si vede, la foto che accompagna l’articolo non mostra Sant’Efisio, ma una bella ragazza in costume.  Anche le feste religiose si sono evolute, sono diventate mediatiche. Strano che non abbiano ancora messo sul cocchio del santo il logo di uno sponsor. Ma magari ci stanno pensando.  Eh, signora mia, non ci sono più le processioni di una volta.

Nota – Il post è dell’anno scorso (Santi e sfilate), ma è sempre valido.  La sfilata è la stessa, i costumi sono gli stessi, il santo è lo stesso, i buoi sono gli stessi, i gruppi “Folk” sono gli stessi. Anche  la lunga e noiosa telecronaca in diretta è la stessa  e pure i commenti banali, scontati e falsamente entusiasti dei cronisti, che non  concedono un attimo di tregua e silenzio (parlano ininterrottamente per tre ore; non ci sono 30 secondi di silenzio nemmeno a pagarli a peso d’oro). Forse lo fanno perché sono convinti che quello sia proprio il loro compito: parlare continuamente per evitare di farci sentire in diretta suoni e  rumori che provengono dalla processione, i canti religiosi, le preghiere, i goccius e il suono delle launeddas (tutta roba evidentemente inutile, noiosa e fastidiosa; meglio il chiacchiericcio forzato dei commentatori). Sì, anche la telecronaca è sempre la stessa; stucchevole, petulante e pallosa. L’unica cosa che cambia rispetto allo scorso anno, forse, è il numero delle corna (buoi compresi).

Nota 2 – La Tv ha il grande merito di mostrare in tempo reale gli avvenimenti. Ciò che è insopportabile è l’inspiegabile convinzione che debba esserci qualcuno, spesso più di uno, che spieghi quello che le telecamere riprendono e che tutti vedono e capiscono benissimo senza la necessità dei commenti inutili e banali del cronista di turno. Ma questi telecronisti sono convinti del contrario e, quindi, parlano, parlano, parlano sempre, hanno orrore del silenzio.  Anche quando dovrebbero tacere. Non capire che talvolta il silenzio è il miglior commento è segno di stupidità. Ma siccome in televisione la stupidità è  un ingrediente indispensabile, nessuno ci fa caso. Ho provato anche a scrivere 3 o 4 commenti sul sito del quotidiano L’Unione sarda (è lo stesso editore di Videolina, la TV che trasmetteva la diretta) per segnalare questo fastidioso commento. Come immaginavo non sono passati; censura. Sì, perché la stupidità esiste, è diffusa, ma non si può dire. E se lo dite vi censurano.

In uno dei commenti censurati segnalavo che in quel momento la TV riprendeva il passaggio di un gruppo corale che cantava “Deus ti salvet Maria“, uno dei canti religiosi più belli ed amati  della musica popolare sarda. Lo si sentiva in sottofondo, ma non si poteva seguire perché i nostri infaticabili telecronisti parlavano sopra, dilungandosi in commenti sulla bellezza dei costumi, la fattura, i colori, i monili. Anche questo censurato. Allora, sono io ad essere troppo critico e severo? Può darsi. Giudicate voi, se seguendo la ripresa di una processione (perché anche se lo dimenticano tutti, quella di Sant’Efisio non è una sfilata di moda, ma una processione religiosa) è più serio ascoltare un antico canto sacro oppure l’insopportabile ed inutile chiacchiericcio di due telecronisti che pensano di commentare una sfilata di moda.

Ecco una versione di “Deus ti salvet Maria” nell’interpretazione del Coro di Ozieri.

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Suicidio per legge

di , 1 Marzo 2017 23:38

Suicidarsi sì. ma con calma, piano, giorno per giorno, lentamente. Due giorni fa è comparsa questa notizia su L’Unione sarda: “I ragazzini sardi i più precoci; a 12 anni il primo spinello“.  Una volta tanto siamo primi in classifica. Ma non è il solo primato. Ecco l’ultimissima di oggi: “Redditi: i sardi tra i più poveri d’Italia“. E due; non solo poveri, ma anche drogati. Ma non basta, perché abbiamo anche il record delle due province più povere d’Italia (Iglesias-Carbonia e Medio Campidano) e pure quello della più alta disoccupazione generale e giovanile (che arriva al 60%). Insomma, non ci possiamo lamentare, facciamo la nostra bella figura in graduatoria. Così, forse perché abbiamo capito quale avvenire ci aspetta, cominciamo a drogarci fin da bambini. Chi ben comincia! Si parte con spinelli, roba leggera, poi si aggiunge alcol e roba più pesante, poi si passa a coca, e via in un crescendo di sballo sempre più forte, sempre più devastante.  Pare che i ragazzi sardi siano “tra i maggiori consumatori di stupefacenti in Italia”. Un bel primato di cui andare orgogliosi. Sì, i sardi sono precoci, cominciano ad ammazzarsi presto, ma lo fanno con calma, senza fretta. E’ una forma di eutanasia (oggi va di moda) lenta, graduale, dilazionata nel tempo. Una specie di suicidio a rate.

Ma non è che nel resto d’Italia stiano molto meglio. Ci sono diversi modi di suicidarsi. C’è chi lo fa con la droga e chi lo fa quasi inconsapevolmente con l’inquinamento dell’aria; purché sia contenuto entro i limiti di legge. Anche la morte deve rispettare le norme europee. Del resto, oggi a quanto pare il suicidio, più o meno assistito, va di moda. E’ solo una questione di modalità. C’è chi lo fa in un’unica soluzione in Svizzera e spende 10.000 euro, e chi fa un percorso più lungo (anche contro la propria volontà), cominciando a suicidarsi lentamente fin da appena nato quando va a passeggio sulle strade cittadine su una carrozzina che, per agevolare l’avvelenamento, è giusto all’altezza dei tubi di scappamento delle automobili. Così i tempi del decesso si allungano e si risparmia qualcosa sulle spese.

Una volta era normale sentire che in Val Padana c’era la nebbia. Ma non era preoccupante; poteva creare qualche problema alla circolazione, ma niente di più. Ma il tempo passa e anche le condizioni atmosferiche cambiano. Eh, signora mia, non c’è più la nebbia di una volta.  Oggi nella Val Padana non c’è più la nebbia, ormai da decenni ci sono le polveri sottili Pm 10, un concentrato di veleni micidiali, letali; un problema che interessa in particolare le grandi città (“Smog, l’Italia avvolta dalle polveri sottili: Pm 10 oltre 3 volte i limiti“). Ma ormai queste notizie non allarmano più nessuno, o quasi. A forza di sentire le rilevazioni quotidiane che indicano sempre più spesso livelli superiori a quelli normali, la gente non ci fa più caso, ci si fa l’abitudine, ci si abitua lentamente al veleno. E’ una forma di mitridatismo in versione 2.000. Mitridate, re del Ponto, lo ricordiamo tutti, per paura di essere avvelenato (cosa che ai suoi tempi era abbastanza probabile), assumeva ogni giorno piccole quantità di veleno, per abituarsi e così pensava di diventare immune.

Oggi la gente fa lo stesso; si avvelena giorno per giorno, a piccole dosi, sperando di farci l’abitudine e diventare immune dagli effetti del veleno. Specie nel periodo invernale i dati sulla concentrazione di Pm 10 nell’aria sono allarmanti; i limiti consentiti dalla legge vengono superati di molto (anche fino a 3 o 4 volte) e permangono per decine di giorni. Gli effetti magari non sono percepiti immediatamente, ma sono come un lento e graduale suicidio. E non hanno solo effetti sull’apparato respiratorio (quelli più facilmente riscontrabili). Interessano anche il cervello ed hanno effetti nocivi direttamente sui neuroni, modificando la funzionalità mentale. Ho accennato spesso a questo problema gravissimo che, però, sembra passare inosservato. Ne parlavo anche di recente, accennando alla follia dilagante che sembra non avere una causa specifica e che, invece, ha delle cause anche nell’inquinamento dell’aria (vedi: “Follia umana 1“).

Sì, ci stiamo avvelenando gradualmente, coscientemente (perché siamo coscienti dei danni provocati dall’inquinamento), ma al tempo stesso incoscientemente (perché dimostriamo una incoscienza inaccettabile e tragica di fronte al pericolo reale). Ma ciò che è più assurdo è che, pur sapendo che queste polveri sottili sono dannose, se ne fissa “per legge” il limite massimo in  50 microgrammi per metro cubo. Vuol dire che se sono al 49% non fanno male? Sono dannose, ci avvelenano, ma entro certi limiti sono “tollerate”. Come se ci dicessero che arsenico, cianuro e mercurio sono mortali, ma se ne prendiamo piccole dosi ogni giorno, è consentito dalla legge. L’importante è tenersi entro il limite. La cosa curiosa è che da decenni si combatte una battaglia contro i danni del fumo, anche quello passivo. Hanno proibito il fumo nei locali pubblici, negli uffici, nei parchi, addirittura in macchina. E sui pacchetti di sigarette compaiono avvisi allarmanti sui danni del fumo. Ma non vediamo nessun avviso o cartello di pericolo sulle marmitte delle automobili, sugli scarichi degli impianti industriali o sulle ciminiere delle fabbriche.

Ed infine, se è vero che le Pm 10 sono nocive perché, invece che eliminare le cause che le producono, si consente l’emissione e la concentrazione nell’aria entro quei limiti di legge? Significa che respirare ogni giorno per anni, fin dalla nascita, un’aria che contiene 49 microgrammi di Pm 10 (al di sotto del limite), non è nocivo? Se è entro i limiti di legge invece che avvelenarci fa bene alla salute, libera i polmoni, facilita la respirazione, è come fare delle sedute di aerosol con l’eucaliptolo? No, sono comunque dannosi, ci avvelenano lentamente, e la prolungata esposizione comporta danni irreversibili e riduce di molto la durata della vita. E’ un suicidio lento, ma sempre suicidio è.  Allora bisogna ricordare che incitare al suicidio, aiutarlo o favorirlo è reato (il caso di Marco Cappato, indagato per aver accompagnato ed aiutato DJ Fabo in Svizzera  è tragicamente attuale). Se ciò è vero, favorire e realizzare volontariamente le condizioni che comportano un grave rischio per la salute è ancora più grave di un semplice “aiuto” al suicidio. E’ una responsabilità nei confronti non solo di un singolo individuo, ma dell’intera collettività; una strage. Allora, perché tutti coloro che contribuiscono all’inquinamento atmosferico, che è una forma di suicidio lento, non vengono indagati ed incriminati?  Ovvio, perché sarebbe impossibile eliminare le cause; sconvolgerebbe l’intero sistema sociale ed economico. Quindi è più semplice fingere di rimediare, stabilire dei “limiti di legge”  e se ci si mantiene entro quei limiti non è reato; così possiamo continuare ad avvelenarci, ma legalmente. E’ un suicidio, ma ”entro i limiti di legge“. Buffoni.

Sardi, non ammalatevi

di , 18 Dicembre 2016 04:13

Fuori i sardi dagli ospedali, lasciate posto agli immigrati. Non è una battuta o uno slogan di facile propaganda anti immigrazione; purtroppo è la verità nuda e cruda. Ed è anche la dimostrazione di come l’ideologia terzomondista, il buonismo ipocrita di facciata e la cultura dell’accoglienza siano arrivati a livelli intollerabili di follia e idiozia pura.  La notizia è stata diffusa venerdì scorso da diverse testate nazionali (Il Giornale: Migranti al posto dei pazienti  - Adnkronos: Stop ai ricoveri programmati per far posto ai migranti),  e regionali (Unidos: Bloccare i ricoveri, dimettere i pazienti, arrivano i migranti Sardegna oggi: Polemica di Pili su circolare dell’ospedale Casteddu on line: Sos migranti, degenti allontanati dagli ospedali -  Vistanet: Pericolosa e stupida bufala sui social), e da altri siti di informazione in rete.

La riportano tutti, compreso qualche  TG nazionale. Tutti, ma non L’Unione sarda on line, il maggior quotidiano locale. Curioso, vero? Forse pensano che sia meglio nascondere certe notizie per non “alimentare la xenofobia e l’odio etnico” ed esacerbare gli animi dei sardi già ampiamente esasperati dall’invasione africana. La cosa buffa è che non solo non ne parlano, ma censurano anche i commenti che chiedono perché non abbiano dato la notizia. Se questa non è censura da regime cos’è? In compenso danno sempre ampio spazio a tutte le iniziative e manifestazione che, a vario titolo, promuovono l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati. Quelle le trovate sempre, ogni giorno in prima pagina con ampio rilievo. Ma guai a mettere in dubbio l’imparzialità della stampa. Danno spazio a tutti, purché siano a favore dell’immigrazione. E se non sei d’accordo con la linea editoriale ti censurano; alla faccia dell’art. 21 e della libertà di espressione.

Ecco a lato la circolare, firmata dal direttore medico dei presidi ospedalieri di Cagliari dott. Giuseppe Orrù, che ha come oggetto: “Blocco ricoveri programmati e dimissioni pazienti dimissibili“. La lettera, che era riservata, è stata divulgata dal leader di Unidos Mauro Pili. Dice : “In previsione dello sbarco dei migranti previsto per la giornata di oggi, si invitano le SS.LL  a voler provvedere a bloccare i ricoveri programmati e a dimettere i pazienti dimissibili, al fine di poter affrontare l’eventuale emergenza.”.  Il senso è chiarissimo e non lascia spazio ad interpretazioni di sorta. Ed è talmente folle ed incredibile che qualcuno ha scritto che si trattasse di una vecchia bufala di anni fa. Infatti, dietro segnalazione,  se ne è occupato anche Bufale.net, un sito specializzato nello scovare bufale in rete. Ma dopo aver accertato l’esistenza della circolare chiedendo conferma direttamente agli uffici della Regione, ha constatato che non è una bufala, è vera e si tratta di misure preventive adottate normalmente in occasione di potenziali emergenze sanitarie dovute agli sbarchi di immigrati. E per dimostrare che non solo scovano le bufale, ma sono anche “imparziali” (più o meno come L’Unione sarda) concludono l’indagine classificando la notizia come “Disinformazione“. La notizia è vera, la circolare è vera, il senso è chiaro, ma divulgare questa notizia è…Disinformazione. No comment; si commentano da soli. Diceva Togliatti, il “migliore” (figuratevi gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito.”. Ragazzi, questo è parlar chiaro. Oggi potrebbe aggiungere: “La verità che NON conviene al partito è… Disinformazione.”. Punto.

Infatti, lo stesso assessore alla sanità Luigi Arru, già ieri, dopo la divulgazione della circolare  e la polemica scaturita dalla denuncia di Pili (vedi qui la sua la sua denuncia), rilasciava una dichiarazione riportata dal sito Vistanet.it che titolava “Pericolosa e stupida bufala sui social.”.  Chiaro? Sarebbe una bufala, ovvero una notizia falsa, e pure pericolosa. Ma sarà così? Vediamo cosa dice la dichiarazione di Arru riportata nel sito della Regione Sardegna:

“Cagliari, 16 dicembre 2016 – “Circola in queste ore sui social media la notizia che il direttore sanitario di un presidio ospedaliero di Cagliari avrebbe dato ordine di dimettere i pazienti ricoverati per liberare i posti letto e accogliere i migranti sbarcati martedì”. Così interviene l’assessore della Sanità, Luigi Arru, in riferimento ad una circolare del responsabile di un presidio cagliaritano, emessa in occasione dell’ultimo sbarco di migranti.

“Forse qualcuno non sa che è una regola generale – prosegue Arru – che, quando avvengono dei fatti eccezionali per numero di persone coinvolte o per la gravità delle condizioni cliniche (che potenzialmente potrebbero portare ad un aumentato numero di ricoveri), si attiva un piano che prevede che siano prontamente dimessi i pazienti per i quali il medico che li ha in cura – e solo lui – ha già stabilito la dimissibilità. Nessuna dimissione, quindi, per pazienti che richiedono altre cure, come qualcuno in malafede afferma. Fortunatamente il numero di persone che sono finora sbarcate e che hanno ricevuto cure in ospedale o sono state ricoverate, è inferiore all’1%. Anche durante questo ultimo sbarco nel porto di Cagliari, pur essendoci numerose donne vittime di violenza, numerosi bambini, pochi sono stati coloro che hanno avuto bisogno di cure ospedaliere. Dispiace che si diffondano notizie con il solo scopo di suscitare la paura, odio contro persone che hanno solo bisogno di aiuto e conforto, dopo aver effettuato viaggi lunghi e pericolosi. L’assistenza a queste persone è dovuta e, certamente, non avviene a scapito della risposta sanitaria che ricevono i cittadini sardi.”.

Questa è la spiegazione dell’assessore Arru che vediamo a lato in un primo piano molto espressivo. Ed è anche convinto che sia una spiegazione accettabile. Lo si capisce anche dallo sguardo che denota acutezza d’ingegno e dal sorriso soddisfatto. E bravo assessore. Risposta in perfetto stile buonista che non solo non smentisce la notizia, ma la conferma in tutta la sua allucinante realtà. Quella circolare non è una bufala, come alcuni hanno insinuato. E non è nemmeno stata male interpretata allo scopo di diffondere “paura e odio contro persone che hanno bisogno di aiuto“. Dice esattamente e chiaramente che devono essere bloccati ricoveri già programmati e dimessi i pazienti dimissibili, evidentemente  anche in anticipo rispetto al previsto, altrimenti non avrebbe senso. Sarebbe come dire che “siano dimessi i pazienti che devono essere dimessi“; che sarebbe pleonastico e pure un po’ stupido. E ricorderebbe la famosa domanda che Totò rivolgeva al vigile milanese per sapere “dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare”. Ecco, qualcosa del genere, ma riveduta e corretta in stile sardo/ospedaliero.

Insomma, chi è ricoverato deve essere mandato a casa in anticipo, mentre quelli che hanno già fissato il ricovero dovranno aspettare qualche giorno. Abbiate pazienza, stringete i denti; prima dobbiamo assistere i migranti. Quindi evitate di ammalarvi e, soprattutto, di aver necessità di un ricovero. Aspettate che tutti i nuovi arrivati siano stati accuratamente visitati, siano dichiarati in buona salute, di sana e robusta costituzione, e siano ospitati in qualche delizioso hotel con piscina e vista sul mare (a spese nostre, è bene ricordarlo). Solo allora potrete concedervi il lusso di ammalarvi e di ricoverarvi; sperando che non arrivi un altro carico di “turisti” travestiti da migranti; altrimenti saltate di nuovo il ricovero. Chiaro? Come giustificazione ufficiale di un assessore alla Sanità ci aspettavamo qualcosa di meglio. Non sembra molto convincente.

Anzi, scopriamo che le disposizioni impartite con questa circolare non sono un fatto eccezionale, che sarebbe sempre grave, ma almeno si tratterebbe di un episodio unico e straordinario. No, si scopre che questa è la norma, la prassi adottata ogni volta che arriva una nave con immigrati. Quindi, cari sardi, prima di ammalarvi informatevi bene sul traffico di gommoni e barconi in partenza dalla Libia e sulla possibilità che vengano “salvati”, imbarcati sulle navi che fanno servizio taxi gratuito per l’Italia, e sbarcati a Cagliari. Regolatevi con i tempi di arrivo, magari contattate la Capitaneria di porto per avere informazioni precise, ed eventualmente rimandate la malattia a data da stabilire, in bassa stagione migranti. Oppure, se proprio è urgente, presentatevi all’ospedale come “migranti” appena sbarcati e senza documenti. Allora avrete il posto sicuro ed uno stuolo di specialisti che vi prestano tutte le cure del caso; e pure gratis, non pagate  nemmeno il ticket.  E questa sarebbe la spiegazione dell’assessore. Come dicono al nord “La toppa è peggio del buco“.

Ieri, è intervenuta anche la “prefetta” di Cagliari Giuliana Perrotta (nella foto sotto), che ha dichiarato: “Sui migranti bugie pericolose, uniamo le forze.”.  Anche per lei sono “bufale”. Recentemente la popolazione di Monastir, un paese ad una decina di chilometri da Cagliari, è scesa in piazza per protestare, con in testa il sindaco, contro l’arrivo di immigrati in una struttura prevista come scuola di polizia penitenziaria, ma ancora inutilizzata: “Accoglienza migranti, Monastir dice no.”. Ma anche gli altri sindaci della zona riuniti in assemblea hanno manifestato preoccupazione per l’arrivo di centinaia di immigrati che creerebbero non pochi problemi alla popolazione: “Assemblea popolare contro il centro di accoglienza“. In quella occasione la Perrotta ebbe parole poco simpatiche, anzi decisamente arroganti, affermando che comunque il loro dovere era quello di accogliere i migranti e lo avrebbero fatto con o senza il consenso della gente. Dichiarazione ineccepibile sotto l’aspetto del dovere istituzionale, ma alquanto azzardato e pericoloso in un momento di esasperazione dei cittadini per i continui sbarchi di immigrati.

Subito dopo, per tutta risposta, la struttura fu danneggiata da un incendio doloso ed al prefetto arrivò una lettera minacciosa accompagnata da alcuni proiettili.  Seguì una lettera di rimprovero del prefetto che strigliava il sindaco per le proteste e per l’attentato incendiario, nonché una circolare indirizzata ai sindaci, contestando l’adozione di provvedimenti sulla sicurezza, che suscitò la reazione polemica degli stessi sindaci. Come gettare benzina sul fuoco.  Infine sembrò trovare un aggiustamento assicurando che gli immigrati sarebbero arrivati a Monastir solo in mancanza di altre soluzioni: “Il centro di Monastir sarà aperto solo se necessario“. Il che sembra aver risolto il problema, ma non lo risolve affatto. Significa solo che, siccome tutte le strutture disponibili in Sardegna sono ormai piene da tempo, l’invio di immigrati a Monastir è solo rimandata, questione di tempo. Ora, dopo le minacce ricevute,  il prefetto cerca di minimizzare la propria responsabilità e se la prende con chi le ha addossato la colpa dell’accoglienza dei migranti. “Qualcuno ha pensato che il rappresentante dello Stato avesse il potere di decidere numeri e tempi degli arrivi. Un clamoroso errore.”, dice. E giusto per escludere possibilità che rinunci al proprio ruolo o si trasferisca in altra sede,  strizza l’occhio ai sardi in un ultimo tentativo di conciliazione ed afferma: “Voglio restare, ho tante cose da fare qui.”.

Siamo felici che la signora si trovi bene in Sardegna ed abbia intenzione di restarci a lungo. Dice che non dipende da lei stabilire il numero dei migranti e la data di arrivo. Certo, però ha il potere di decidere dove sistemarli. E, come già messo in atto da altri prefetti, per esempio a Ficarolo ed a Gorino, potrebbe decidere di requisire immobili privati per alloggiare gli immigrati. Per lei accoglierli è un dovere istituzionale, certo, ma è pur sempre un dovere espletato “Contro la volontà popolare“. E questo si chiama autoritarismo, totalitarismo e dittatura. E quando un tiranno impone delle scelte contro il popolo, prima o poi ne paga le conseguenze.

Cara “prefetta”, anche i sardi hanno “tante cose da fare qui“. Fra le tante cose da fare la più importante è una: vogliono vivere. E vorrebbero farlo qui, in pace e tranquillità, perché la Sardegna è la loro casa, la loro  terra. E vorrebbero vivere sereni, senza aver paura di uscire di casa o di intrattenersi in una piazza o un parco pubblico col rischio di essere importunati, minacciati, aggrediti e borseggiati. Vorrebbero vivere qui senza subire quotidianamente ricatti ed estorsioni in tutti i parcheggi pubblici, senza dover fare lo slalom nei marciapiedi occupati permanentemente da venditori abusivi di cianfrusaglie, senza doversi guardare le spalle e difendersi da insulti, aggressioni, scippi, furti, rapine e stupri, senza essere invasi da clandestini travestiti da profughi; e dover anche pagare le spese del loro soggiorno. Vorrebbero vivere qui, in casa loro,  e passeggiare per la città senza  sentire linguaggi incomprensibili invece che la lingua familiare,  senza avere l’impressione di essere finiti, per qualche strano incantesimo o magia, in una casbah, in un mercato popolare di Nairobi o un caravanserraglio di beduini e carovanieri (mancano solo i cammelli, ma con la siccità e la desertificazione che incombe presto arriveranno anche quelli). Vorrebbero vivere qui e sentirsi a casa, sardi fra sardi, e non sentirsi stranieri in patria.

Le bufale, cara “prefetta”, e caro assessore Arru,  sono quelle che raccontano le anime belle, i buonisti per caso, quelli che vogliono imporre la beneficenza di Stato, che fanno i filantropi con i soldi degli altri, gli sciacalli che incassano milioni di euro speculando sull’accoglienza. Bufala è quel governo bocciato dal 72% di sardi che hanno detto NO alle riforme fasulle perché sono stufi di questa marmaglia di sinistra che favorisce l’invasione, pensa a tutelare gli immigrati prima che gli italiani, e sta portando l’Italia alla rovina. Bufale sono quelle di chi continua a raccontarci che gli invasori sono “preziose risorse”, mentre invece ci costano miliardi di euro per pagare vitto, alloggio, assistenza, annessi e connessi. Bufale sono quelle di chi ci dice che dobbiamo accogliere amorevolmente tutti i disperati del mondo perché sono nostri fratelli, ma poi ne paghiamo le conseguenze e subiamo i disagi, la paura, i vandalismi, la violenza spesso bestiale di chi non si fa scrupoli ad aggredire e ammazzare delle persone anziane per rubare pochi euro, come dimostrazione di “riconoscenza”. Bufale sono le giustificazioni fasulle di chi ci obbliga ad una convivenza forzata con gente con cui, per insanabili diversità culturali e religiose, è impossibile qualunque integrazione e convivenza che non generi conflitti, attriti, tensioni sociali che porteranno inevitabilmente a scontri anche violenti. Bufala delle più tragiche è la scellerata  visione del mondo secondo un’ideologia sinistra criminale e storicamente fallimentare mascherata da falso umanitarismo che porterà all’autodistruzione della civiltà occidentale.

Migranti in mare

di , 3 Novembre 2016 21:26

Domanda per i più preparati. La foto sotto accompagna l’articolo “Ennesimo naufragio al largo della Libia“, sul quotidiano L’Unione sarda di oggi, versione on line. Il titolo riferisce del naufragio avvenuto al largo della costa libica nel quale sembra che ci siano più di 200 morti. La didascalia della foto, però, che mostra degli africani su un gommone, dice “Migranti nel Canale di Sicilia“.

Posto che, cosa che ripeto da diversi anni, il Canale di Sicilia si trova ad almeno 300 miglia a nord della costa libica, ed è quel tratto di mare che separa l’estrema punta occidentale della Sicilia dalla Tunisia, perché ogni volta che parlano di barconi con migranti, naufragi, o salvataggi, li collocano sempre nel “Canale di Sicilia”, anche quando lo stesso articolo spesso dice chiaramente che sono al largo della Libia e spesso, addirittura “dentro le acque territoriali libiche“? E’ una domanda che pongo spesso nei siti dei quotidiani che permettono ai lettori di inserire commenti. Lo faccio da anni, ma ancora non ho ricevuto risposta. Chissà perché.

Ed ecco la domanda. Vedendo la foto sopra, da cosa si capisce che quel gommone con degli africani a bordo si riferisce a “Migranti nel Canale di Sicilia“? Più che un agitato mar Mediterraneo sembra un tranquillo laghetto. Ma nemmeno il lago Maggiore o un tranquillo laghetto alpino hanno acque così piatte. Per quel che si vede potrebbe essere una comitiva di africani in gita domenicale sul lago Vittoria. Ma allora perché insistono a citare il Canale di Sicilia? Perché citare la Sicilia fa sentire queste tragedie più vicine a noi, quasi in casa nostra, come se il naufragio sia avvenuto sotto il faro di Calamosca o nella spiaggia del Poetto.  E questa vicinanza quindi, stimola la pietà umana per le vittime, sottintende una nostra ipotetica responsabilità sulle tragedie,  ed alimenta il nostro senso di colpa. Così siamo più disposti ad accoglierli e mantenerli a nostre spese: per la gioia delle coop, delle associazioni umanitarie, di albergatori in crisi e di privati che hanno fiutato l’affare accoglienza.

Giusto per la cronaca anche ieri ed avantieri, sulla costa sud occidentale sarda, sono sbarcati una cinquantina di algerini: “Altri sbarchi di migranti nel Sulcis“. I dati ufficiali dicono che fino ad oggi sono almeno 500 gli algerini sbarcati in Sardegna a bordo di piccoli barchini di 5 metri (come quello nella foto a lato con 16 algerini, su uno sbarco di qualche mese fa)  con a bordo da 15 a 20 persone. Un barchino simile con 20 persone non solo non arriverebbe mai dall’Algeria, ma non  attraverserebbe nemmeno il lago Omodeo senza ribaltarsi. La spiegazione più plausibile è che vengano caricati dalle navi in Algeria e poi calati in mare su quei barchini e lasciati in prossimità della costa sarda.  Si dice che dobbiamo accogliere i migranti perché scappano dalla guerra. Vi risulta che in Algeria sia scoppiata una guerra?

Vedi

- Migranti e costi

- Varia umanità

- Scusi, dov’è la guerra?

Solidarietà al sugo

di , 23 Settembre 2016 18:54

Ottima iniziativa umanitaria di un’associazione culturale cagliaritana che ha organizzato per questa sera una spaghettata all’aperto, nel piazzale della Casa dello studente in via Trentino a partire dalle ore 19.30 fino alle ore 23, per raccogliere fondi a favore dei terremotati di Amatrice: “A Cagliari amatriciana popolare a favore dei terremotati.”.

Si prevede e si auspica una grande partecipazione di pubblico.  Ovviamente la spaghettata sarà la classica amatriciana. Mi raccomando, senza cipolla e pancetta; si fa con il guanciale. Ora, però, l’iniziativa potrebbe essere ripetuta anche per altre situazioni di crisi. Per esempio, tanto per restare in Sardegna, nella zona del  Sulcis (la provincia più povera d’Italia, insieme al Medio Campidano) si vive da anni una situazione di grave sofferenza per la chiusura di fabbriche e la crisi delle miniere. Quindi sarebbe un’ottima idea, dopo l’amatriciana per Amatrice, fare una carbonara per Carbonia.

Jazz e casu marzu

di , 25 Luglio 2016 22:18

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita. In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino con Mameli che sfoglia i quotidiani. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il ”disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato. Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per letteratura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“. Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a Shakespeare e melone. Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza. Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.  Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  ”Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

- 12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

- Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

Santi e sfilate

di , 1 Maggio 2016 21:22

Il 1° maggio è la festa dei lavoratori. La festa dei disoccupati la devono ancora inventare, poi faranno la festa degli esodati, la festa dei precari, ed infine faranno la festa ai pensionati che vivono troppo a lungo, così l’INPS risparmierà sulle pensioni.  Ma in Sardegna il 1° maggio  è anche la festa di Sant’Efisio, che si celebra a Cagliari per sciogliere un voto che risale al 1656, per ringraziare il santo che avrebbe salvato la città dalla peste.  Niente a che vedere con “peste e corna“; infatti salvò Cagliari dalla peste, ma non dalle corna che proliferano ancora oggi. Secondo Wikipedia, Efisio nacque ad Antiochia, in Siria, nel 250, (oggi sarebbe considerato profugo ed ospitato in hotel, vitto e alloggio garantiti).  Secondo l’ufficio stampa del Comune di Cagliari, invece, sarebbe nato a Gerusalemme.  Quando queste fonti autorevoli si metteranno d’accordo vi faremo sapere. 

Nasce come festa religiosa e così è stata celebrata per secoli. Fino a quando, a partire dagli anni ’60, è diventata l’occasione per far partecipare numerosi “gruppi folk” che in quegli anni cominciavano a nascere come funghi. Si era in piena riscoperta delle tradizioni sarde; costumi, usanze, feste, rilancio della lingua, malloreddus, pabassinus, vernaccia  e cannonau. Infatti, per dimostrare l’attaccamento alla lingua, i gruppi che indossano i classici costumi sardi si chiamano “folk“, classico termine sardo della Barbagia. No? Beh, non stiamo a sottilizzare. Il fatto è che, anno dopo anno, i gruppi partecipanti alla processione che accompagnava Sant’Efisio, sono diventati sempre più numerosi (partecipare era motivo di orgoglio, specie da quando a fine anni ’70, le televisioni locali cominciarono a fare la cronaca in diretta della festa) e la processione religiosa è diventata più propriamente una sfilata di gruppi in costume, a beneficio di autorità, turisti, fotografi e TV.

Intanto, sempre più numeroso era anche il pubblico che, pur non partecipando alla processione, assisteva al passaggio delle confraternite, dei miliziani a cavallo e del cocchio col simulacro del santo. La festa, grazie anche ad una campagna pubblicitaria di agenzie ed Enti turistici regionali, oltre ai numerosi sardi provenienti da tutta l’isola, richiamò anche turisti dall’Italia e perfino dall’estero. Si allestirono tribune lungo il percorso, in modo che potessero assistere alla processione comodamente seduti e, giusto per onorare la proverbiale ospitalità sarda, i vari gruppi “Folk” (sempre il termine barbaricino) cominciarono ad offrire dolciumi e bevande. E così la festa di Sant’Efisio, più che una processione religiosa che accompagnava il santo dalla città a Nora (il luogo dove venne martirizzato), divenne una sfilata di costumi a favore di telecamere e fotografi, con gentile offerta di specialità locali. Insomma, finì a tarallucci e vino.

La conferma viene da questo articolo pubblicato di recente sul quotidiano locale L’Unione sarda (In vendita i biglietti per Sant’Efisio), nel quale, circa un mese fa,  si annunciava la vendita dei biglietti per i posti nelle diverse tribune sistemate lungo il percorso della processione. I prezzi variano da 15 a 25 euro, secondo l’ubicazione delle tribune, coperte o meno, per un totale di 1.730 posti a sedere. E’ l’unico caso, per quanto ne sappia, in cui si paga un biglietto per assistere ad una processione religiosa. Come si fa al Circo o in un qualunque spettacolo pubblico all’aperto. Il fatto che siano in vendita i biglietti conferma quanto dicevo, ovvero che non è più una processione religiosa; è uno spettacolo a cui assiste un pubblico pagante. E’ diventato una rappresentazione, una passerella di costumi sardi, gruppi folk e belle ragazze che, in atteggiamento da sfilata di moda più che da processione religiosa, sorridono indossando ricchi costumi e  preziosi monili a beneficio di turisti, fotografi e telecamere. Ma allora non chiamatela Festa di S. Efisio, chiamatela rassegna di gruppi folk e traccas addobbate. Una ulteriore conferma è che, come si vede, la foto che accompagna l’articolo non mostra Sant’Efisio, ma una bella ragazza in costume.  Anche le feste religiose si sono evolute, sono diventate mediatiche. Strano che non abbiano ancora messo sul cocchio del santo il logo di uno sponsor. Ma magari ci stanno pensando.  Eh, signora mia, non ci sono più le processioni di una volta.

Giornalismo d’inchiesta

di , 1 Aprile 2016 01:08

Come si riconosce un terrorista? Semplice, basta fermare chi arriva in Italia e chiedergli “Scusi, lei è terrorista?”.  Se risponde “” lo avete beccato; altrimenti riprovate, sarete più fortunati. Avete qualche dubbio sulla serietà del metodo? Strano, eppure è lo stesso metodo utilizzato per realizzare un servizio, con tanto di video intervista, apparso sul quotidiano L’Unione sarda:A Cagliari non ci sono integralisti“. Ovvero, come imbastire un articoletto per tranquillizzare i sardi, dimostrare che gli immigrati sono tutti brave persone e che fra terrorismo e islam non c’è nessuna relazione; in perfetto stile politicamente corretto.

Per sapere se tra i musulmani presenti a Cagliari ci fossero integralisti e, quindi, pericoli di attentati terroristici, cosa ha fatto il cronista? Ha fatto un’indagine cercando testimonianze, prove, documenti e informazioni dei servizi più o meno segreti? Ma no, troppo complicato. Ha fatto una cosa più facile: è andato a chiederlo direttamente al portavoce della comunità musulmana, il quale, com’era prevedibile, ha tranquillizzato il cronista (ed i sardi), affermando che nella comunità musulmana (sono circa 3.500 nella provincia) non ci sono integralisti, sono tutti tranquilli e mansueti come agnellini. Ecco un buon esempio di giornalismo d’inchiesta.  E tanto basta per fare un titolone in prima pagina ed affermare che a Cagliari non ci sono pericolosi integralisti musulmani. Chi lo dice? Ovvio, i musulmani. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Nemmeno a Olbia c’erano integralisti. Finché, lo scorso anno, è stata scoperta una cellula di Al Qaeda e sono stati fermate 18 persone per “associazione a delinquere finalizzata al terrorismo“: “Terrorismo islamico, scoperta cellula di Al Qaeda a Olbia“. Chissà, forse anche in questo caso qualche solerte cronista aveva fatto un servizio per tranquillizzare la gente; e per scoprire se ci fosse pericolo di terrorismo magari lo aveva chiesto al portavoce della comunità musulmana di Olbia. E non si trattava mica di quattro sfigati fanatici; era una ”base operativa dalla quale partivano uomini, mezzi e programmi per commettere azioni terroristiche” in varie località del mondo, dal Vaticano al Pakistan.  Ma fino alla scoperta della cellula, erano persone del tutto insospettabili, con normali attività commerciali.

Ecco a lato come veniva riportata la notizia.  Sgomento,  incredulità, mai un sospetto, anzi “Una persona educata, un grande lavoratore“, dicono di uno degli arrestati. La solita sorpresa del giorno dopo la strage, quando di qualcuno che ammazza moglie, figli e pure qualche vicino di passaggio, i testimoni parlano di “una persona educata, gran lavoratore“. Sono tutte brave persone. Meno male; figuriamoci cosa farebbero se fossero delinquenti! Anche i terroristi sono “brave persone”, finché non compiono le stragi. Ma la stampa cerca sempre di tranquillizzarci, sminuendo il pericolo e mostrandoci il volto buono degli immigrati. E se vogliono scoprire la presenza di possibili terroristi, vanno a chiederlo ai musulmani. E con queste notizie riempiono le pagine dei giornali. La cosa grave è che questa passi per informazione seria. Ma ancora più grave è che nessuno ci faccia caso e che per tutti questo tipo di informazione sia “normale”.

Chissà, forse oggi è questa la nuova scuola di giornalismo. Magari si impara a fare i giornalisti per corrispondenza, a fascicoli settimanali, come al Cepu o com’era una volta Radio Elettra. Pratico, ma c’è un inconveniente. Può succedere che, per un disguido, perdi un fascicolo, salti una lezione, e ti resta qualche lacuna. E così può succedere che, se hai perso proprio la lezione su come si fanno le inchieste, per scoprire se in Sicilia c’è la mafia o a Napoli c’è la camorra, vai a chiederlo a don Vito Corleone o a Gennaro ‘o fetente, il boss del quartiere. Ironia a parte, questo ci dà la misura di quale sia oggi il livello di serietà e attendibilità dell’informazione. Ciò che conta non è fornire un’informazione seria, documentata ed utile per i cittadini. Conta riempire le pagine, attirare l’attenzione dei lettori, vendere. Ma siccome siamo in tempi di taroccamenti facili, di falsi spacciati per originali, di sofisticazioni alimentari, di cianfrusaglie vendute come monili pregiati, allora ci si può aspettare di tutto. Così come siamo invasi da prodotti taroccati di ogni genere, spesso di provenienza cinese, vuoi vedere che abbiamo anche giornalisti taroccati made in China?  Per accertarlo bisognerebbe fare un’inchiesta. Magari chiedendo al primo cinese di passaggio: “Scusi, i cinesi vendono prodotti taroccati?”.  Se vi risponde “Sì” avete fatto lo scoop. Altrimenti riprovate con un altro cinese; tanto non mancano. Oppure, per essere ancora più sicuri e seguire le regole del moderno giornalismo d’inchiesta, chiedete direttamente al portavoce della comunità cinese.

 

Migranti e costi

di , 29 Gennaio 2016 21:39

Ancora sbarchi di algerini. Tre giorni fa, nel post “Varia umanità“, a proposito degli ultimi sbarchi di algerini sulla costa sud occidentale della Sardegna, dicevo che non avremmo aspettato molto per assistere ad un altro arrivo. Non mio sbagliavo, ecco l’ultima di due giorni fa: “Altri sbarchi di migranti nel Sulcis: 58 a Sant’Antioco, Teulada e Porto Pino”. Dall’inizio dell’anno ne sono già sbarcati 120, in maggioranza algerini. L’anno scorso, complessivamente, ne sono arrivati 5.000, da accogliere ed assistere a spese nostre, in un’isola che è fra le regioni più povere d’Italia. Due province, Medio Campidano e Iglesias-Carbonia, sono addirittura le ultime, le province più povere d’Italia. La crisi economica non accenna a migliorare, la sanità è a pezzi, disoccupazione e precariato sono piaghe endemiche, ma noi accogliamo migliaia di migranti perché, dicono le anime belle, abbiamo il dovere di accogliere chi scappa dalla guerra e dalla fame.

Ecco un articolo che ci informa del fatto che “Iglesias è una città multietnica“. Da dove provengono gli stranieri? Questi citati nel pezzo sono romeni, pakistani, cinesi, senegalesi. Ma ogni giorno si aggiungono quelli che arrivano su barchette di pochi metri, soprattutto algerini.  Ci sono guerre in questi paesi? No. Allora vuol dire che quelli che continuano a giustificare gli arrivi con la balla della guerra stanno ingannando gli italiani. E lo fanno per precisi interessi politici ed economici: il Partito democratico e la sinistra sperano di raccoglierne i voti quando riusciranno a dargli la cittadinanza ed il diritto di voto, le Cooperative e associazioni che gestiscono i centri di assistenza con gli immigrati ci fanno i milioni. Punto.

Allora facciamo un po’ di conti per i più distratti. Se ogni immigrato ci costa 35 euro al giorno (ma i minori anche di più) ed in Sardegna ne sono arrivati 5.000, basta fare una piccola operazione:  35 x 5000 = 175.000 euro al giorno = 5.250.000 al mese = 63.000.000 all’anno = circa 120 miliardi di vecchie lire all’anno. Più quelli che arriveranno quest’anno; perché arriveranno, eccome se arriveranno, algerini, tunisini, egiziani, senegalesi, marocchini. Vengono nel paese del Bengodi: sistemazione in hotel 3 stelle con tutti i confort, vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, carte telefoniche, Wi-Fi (è un diritto, dicono) paghetta settimanale, assistenza sanitaria, sindacale e legale. E sfido io che arrivano. Sì, ci costa un sacco di soldi, ma vuoi vedere la figura che facciamo davanti al mondo; l’ospitalità dell’Italia sta diventando proverbiale. Fra poco i turisti si faranno scaricare su barchette d’occasione vicino alla costa, si spacciano per profughi e si fanno un mesetto di vacanze in hotel. E naturalmente paghiamo noi, di tasca nostra. Quindi pazienza se poi non ci sono soldi per le strade, per l’assistenza sanitaria, per i trasporti, per rilanciare l’economia e per gli eterni problemi della Sardegna: prima gli immigrati, poi, se avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

In campo nazionale ormai siamo al dramma. L’hanno capito anche i sassi che aprire le porte all’immigrazione ci sta portando al disastro totale. Ma i buonisti della sinistra continuano imperterriti a sostenere la loro scellerata ideologia accoglientista e terzomondista; ciechi e sordi anche davanti all’evidenza di una situazione tragica ed insostenibile.  Li vediamo ogni giorno in televisione, sempre le stesse facce che ripetono a memoria la storiellina umanitaria e raccontano balle alle quali non crede più nessuno; ma loro insistono, convinti che gli italiani siano davvero più scemi di quanto si pensi. Anche l’Europa sembra essersi svegliata, finalmente, e cerca di rimediare, finché si è in tempo. Si innalzano muri e barriere di filo spinato, si schierano le forze do polizia e l’esercito, si chiudono le frontiere, si accrescono i controlli, si propone di sospendere l’accordo di Schengen sulla libera circolazione e si annunciano espulsioni di clandestini (Svezia e Finlandia, stop agli immigrati clandestini: pronte 100.000 espulsioni).  Tutti chiudono le porte, noi le apriamo; anzi prepariamo l’accoglienza con festoni, la banda, autorità con la fascia tricolore, spari di razzi e granate, triccheballacche, mandolini, tarallucci e vino.

L’unica vera soluzione, in considerazione di eventi straordinari e di un flusso inarrestabile di migranti che costituiscono un serio pericolo per la stabilità politica, economica e sociale dell’occidente,  sarebbe modificare il famigerato articolo 10 della Costituzione sul diritto d’asilo e gli accordi internazionali su profughi e rifugiati; ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Ora, però,  si rendono conto che non si tratta di accogliere pochi perseguitati ma ci si trova di fronte ad una vera e propria migrazione di massa, un’invasione della quale, forse, non abbiamo la dovuta percezione perché avviene a piccoli gruppi e nel corso di anni. Ma l’effetto è devastante. E nonostante ormai sia chiaro che il mito della società multiculturale e dell’integrazione siano un fallimento completo, noi siamo gli unici che, invece che porre un freno all’accoglienza e potenziare i controlli ai confini, non solo non li fermiamo, ma facciamo di tutto per attirarli, promettendo accoglienza, assistenza, diritti civili, cittadinanza, ius soli, abolizione del reato di immigrazione clandestina e continuiamo ad andare a prenderli direttamente sulle coste libiche: pazzi e incoscienti. Manca solo che stampiamo volantini pubblicitari decantando l’accoglienza e l’ospitalità italiana, e distribuirli in Africa agli aspiranti migranti invitandoli a venire da noi. E’ una politica scellerata ed irresponsabile che ci sta portando dritti dritti alla catastrofe. Mi auguro che un giorno qualcuno abbia il coraggio di allestire un altro processo come quello di Norimberga, contro tutti coloro che, a vario titolo e responsabilità, hanno consentito l’invasione del territorio nazionale consegnando l’Italia agli invasori. Non è una questione di ideologia o di scelte politiche e non ha niente a che vedere con la solidarietà, i diritti umani, le attività umanitarie, il messaggio evangelico. Il criminale atteggiamento di chi apre le porte della città al nemico ha un solo nome: si chiama tradimento della patria.

Ora, proprio a seguito delle restrizione adottate in vari paesi, si paventa il rischio che questo flusso incontenibile modifichi il percorso d’ingresso in Europa e si riversi in Italia: “In Europa tornano le frontiere: 400.000 migranti verso l’Italia“. Un disastro, il colpo fatale per un’Italia già disastrata. Ma sono certo che qualcuno, invece, davanti ad una simile prospettiva, esulta. Una pacchia per cooperative e albergatori che guadagneranno milioni (Mafia capitale).  Ma quando capiranno gli italiani che dietro la politica di accoglienza dei buonisti ipocriti si nascondono interessi politici ed economici? Facciamo un calcolo veloce, come abbiamo fatto per la Sardegna.  Dunque, vediamo: 400.000 x 35 euro al giorno fanno 14.000.000 al giorno, che all’anno sono = 5.110.000.000, circa 10 mila miliardi delle vecchie lire. Quasi una finanziaria. Ma qual è l’azienda italiana che può vantare un fatturato simile? Aveva ragione Buzzi; compagni, con gli immigrati si guadagna più che con la droga. Chiaro?

E non sembrino valutazioni eccessive fatte su numeri fasulli. Questi costi li stiamo sostenendo già oggi. Ricordiamoci che solo negli ultimi due anni, 2014 e 2015, gli immigrati via mare sono stati più di 300.000, grazie alla sciagurata operazione “Mare nostrum“. Aggiungete quelli arrivati negli anni precedenti e siamo già ben oltre i 500.000 immigrati giunti in Italia ed assistiti a spese nostre. Ed inoltre, teniamo anche conto che gli immigrati che arrivano via mare, secondo dati ufficiali, sono solo una minima parte degli immigrati che entrano in Italia. Prepariamoci, quindi, a sopportare questa spesa che graverà sulle nostre tasche ed aggraverà ulteriormente la nostra già disastrata economia. Altro che investimenti per la crescita e per superare la crisi. Finiremo col culo per terra, tutti. Ma continuate pure a dar credito a Renzi, Boldrini, il Papa, la Caritas, le varie associazioni umanitarie. Gli italiani capiranno troppo tardi quale sia stato l’inganno. Dice un vecchio adagio “Del senno di poi son piene le fosse“. Cominciate a scavare.

Vedi

- C’è un limite all’immigrazione?

- Immigrati, c’è un limite?

- Italiani brava gente

- Bassotti romani

 

Varia umanità

di , 25 Gennaio 2016 18:15

Crisi idrica.

In Sardegna, a causa delle scarse piogge autunnali, la crisi idrica si aggrava; già da tempo, specie nel nord dell’isola, si ricorre al razionamento ed alla chiusura notturna della distribuzione. Si verifica così una curiosa e bizzarra situazione:  i sardi sono “con l’acqua alla gola” per mancanza d’acqua. Stranezze acquatiche.

Eppure, incredibile, ma vero, “l’acqua finisce in mare“. Possibile? Certo che è possibile, quando siamo amministrati da incoscienti, incompetenti, incapaci. Succede perché, nonostante i 40 bacini presenti nell’isola arrivino ad essere quasi pieni e potrebbero garantire l’approvvigionamento per l’intera isola senza problemi, gran parte delle riserve accumulate vengono scaricate in mare. La ragione è che molti degli invasi non sono mai stati collaudati, quindi, per ragioni di sicurezza, non possono essere riempiti fino al loro livello massimo di capienza. Così, quando si raggiunge il livello di guardia, l’eccesso viene scaricato in mare. Geniali, vero?

E così siamo già alla crisi idrica; a gennaio, in pieno inverno.  Avete idea di cosa succederà in piena estate, quando, oltre ai sardi, saranno presenti milioni di turisti che affolleranno spiagge ed alberghi, ai quali bisogna assicurare l’approvvigionamento idrico per lavarsi e togliersi dalla pelle quella fastidiosa salsedine marina? Come si spiega una simile idiozia?  Semplice, con l’idiozia. Non c’è altra spiegazione. Le cause, come riportava ieri il quotidiano regionale L’Unione sarda (ma non scopriamo niente, è noto da decenni), sono da ricercare nel conflitto di competenze fra le varie amministrazioni, enti locali Enti ed aziende interessate, e grazie alle lungaggini burocratiche che bloccano i collaudi e tengono l’isola in una situazione di crisi perenne ormai da sempre.

Ora, davanti alla gravissima crisi idrica che si annuncia (ed in futuro può solo peggiorare) bisognerebbe chiedersi chi è il responsabile di tutti questi intoppi burocratici che, mentre i campi sono asciutti, le coltivazioni sono in pericolo, uomini e animali soffrono per la mancanza d’acqua, stanno ancora discutendo di chi sia la competenza e chi debba intervenire, come e quando. Di chi è la colpa? La colpa è di chi ha inventato questa burocrazia soffocante che blocca tutte le attività.   Ed il responsabile non può che essere un idiota; un deleterio, devastante, mortale, perfetto idiota. Si annunciano tempi duri per i sardi e l’abbondanza di acqua sarà un ricordo amaro. A proposito, sapete come si chiama l’amministratore unico di Abbanoa, l’azienda che gestisce l’acqua in Sardegna? Si chiama Alessandro Ramazzotti; già, proprio come l’amaro.

Arrivano le preziose risorse (così le chiamano).

Visto che ci siamo, restiamo in Sardegna, terra notoriamente celebre per la sua proverbiale ospitalità. Durante tutta la bella stagione si sono succeduti gli sbarchi di immigrati africani (soprattutto algerini, tunisini, marocchini ed egiziani), oltre a quelli raccolti dalle navi al largo delle coste libiche ed accompagnati a Cagliari. Arrivano a piccoli gruppi, in genere una decina o poco più, su piccole imbarcazioni ed approdano nella costa sud occidentale dell’isola. Tempo fa, quando stabilirono le quote migranti da distribuire nelle varie regioni, dissero che la Sardegna avrebbe dovuto ospitarne circa 2.500. Bene, ne sono arrivati più di 5.000, ma noi accogliamo tutti perché “siamo ospitali“.

Ieri, dunque, nella località “Coequaddus” (Coda di cavallo) a Sant’Antioco, ne sono sbarcati 14 (ma oggi il numero è stato aggiornato a 19), tutti algerini; e sono stati subito accompagnati in un albergo, il 4 Mori di Cagliari, dove potranno trattenersi come ospiti, con vitto e alloggio a spese nostre.  Per i più curiosi, l’hotel Tre stelle (vedi qui foto interni Hotel 4 Mori) si trova al centro di Cagliari, a due passi dal porto e dalla stazione, ha una quarantina di camere con aria condizionata, TV, Wi-Fi, bagno privato e minibar. Ragazzi, questa è la proverbiale ospitalità sarda. Resta un dubbio su come abbiano fatto ad arrivare dall’Algeria su una barchetta di sei metri; roba che al massimo ci si può andare in 3 o 4 persone e non allontanarsi molto dalla costa. Non vi viene qualche sospetto? A me sì. Ma non approfondiamo, altrimenti ci accusano di xenofobia, e pure di razzismo.

Ci conviene non allontanarci troppo dal luogo dello sbarco di ieri. Da Sant’Antioco ci spostiamo di poco, a Sant’Anna Arresi, località “Is pillonis” (gli uccelli) dove oggi ne sono arrivati altri 10, sempre algerini, su un barchino  andato alla deriva e non rintracciato. Anche questi li ospiteremo all’hotel 4 Mori? Ma se vogliamo restare informati sugli sbarchi ci conviene restare in zona. Tanto domani o dopo, ci potete scommettere, ci sarà un altro sbarco. E siamo in pieno inverno; aspettiamo la bella stagione e vedremo che gli sbarchi si moltiplicheranno. Così, se vogliamo seguire tutti gli sbarchi minuto per minuto, come si faceva con il calcio di una volta, troviamo alloggio in un alberghetto 3 stelle sulla costa e aspettiamo fiduciosi il prossimo barchino con le “preziose risorse“. Tenete presente, però, che noi il soggiorno lo dobbiamo pagare, e pure il ristorante. Gratis è solo per gli algerini. Beh, siamo ospitali; no?

Vedi: “Scusi dov’è la guerra?”, I sardi sono ospitali“, “I sardi sono poveri“, “Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia“.

Cose da pazzi

C’è chi ama la vita tranquilla e chi ama l’avventura. Questione di predisposizione. E c’è chi non solo ama l’avventura, ma predilige le situazioni estreme, a rischio. Se non mettono in pericolo la loro vita non si sentono realizzati. Qualcuno dice che in queste esperienze al limite dell’umano cerca le emozioni forti, la scarica di adrenalina. Se per questo, basta darsi una martellata sulle dita; vedrai che scarica di adrenalina. Ecco perché c’è gente che pratica attività pericolose, sport estremi, imprese al limite delle capacità umane. Hanno bisogno di mettersi continuamente alla prova, di dimostrare qualità particolari, di sentirsi eroi, di sfidare il destino. Contenti loro! Ecco uno di questi eroi in cerca di gloria. E’  Henry Worsley, esploratore britannico, che ha deciso di attraversare da solo l’Antartide. Dopo 71 giorno e 900 chilometri percorsi, però, non ha dato più segnali di vita. I soccorritori lo hanno trovato, dicono le cronache, “morto di stenti“.

Su questa impresa si possono esprimere molti commenti, secondo le proprie tendenze, simpatie, visione della vita e più o meno spiccata predisposizione all’avventura ed al rischio. A parte le personali valutazioni, però, non provo mai né ammirazione, né particolare rispetto per questo tipo di imprese. E non solo perché non amo particolarmente le avventure pericolose, ma perché trovo inutile e stupido rischiare la vita per qualcosa che non porta alcun beneficio né a se stessi, né all’umanità. L’istinto naturale dell’uomo, ma anche degli animali, non è quello di cercare il pericolo, ma di evitarlo. Quindi qualsiasi giustificazione di attività pericolose è del tutto infondata. Se si ama il pericolo c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel cervelletto. Punto.

E’ di pochi giorni fa la notizia (Turisti rapiti dai cannibali) di una coppia di turisti, anche questi in cerca di avventure, che si sono inoltrati nella foresta della Papua Nuova Guinea, sono stati catturati dagli indigeni (nella foto a lato alcuni esemplari della specie) ed hanno rischiato seriamente di essere cucinati in un pentolone, come nelle classiche vignette sui cannibali, ed essere mangiati. L’hanno scampata per miracolo. Sai che scarica di adrenalina! Ma per la ricerca dell’avventura si fa questo ed altro. Così avranno da raccontare per anni a figli, nipoti e pronipoti, la loro incredibile avventura nella foresta.

In quanto al nostro esploratore solitario, se fosse rimasto a casa sarebbe ancora vivo (come direbbe monsieur de Lapalisse). Se uno cerca di attraversare da solo l’Antartide, proprio normale non è. Anzi, direi che deve essere un po’ matto; ma non si può dire. Allora, invece che dire che è morto perché un po’ matto, e forse  anche un po’ stronzo, diciamo che è morto “per gli stenti“. Basta trovare le parole giuste ed anche le pazzie umane diventano imprese eroiche.

 

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

di , 20 Dicembre 2015 20:48

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

I sardi sono ospitali

di , 4 Luglio 2015 13:01

Sembra proprio che i sardi siano disposti a sopportare tutto e di più.  Non che gli italiani siano messi molto meglio, ma i sardi hanno qualcosa in più. Basta ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, un sardo su 4 è povero (il doppio della media nazionale), la disoccupazione è a livelli record, e che le province di Iglesias Carbonia e Medio Campidano sono le province più povere d’Italia. Ne parlavo qui “I sardi sono poveri“.

Ecco l’ultimo esempio di crisi infinita, riportato oggi da L’Unione sarda (Province: 300 interinali restano a casa): “La promessa era quella di trovare 600mila euro per prorogare i contratti fino al 31 dicembre, ma per ora né in Commissione né in Consiglio si è trovato l’accordo: da oggi rimarranno a casa circa 300 lavoratori interinali delle Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Ogliastra.”. Non entriamo nel merito dell’utilità di questi lavoratori interinali, sulle modalità di assunzione, sui compiti svolti e sulla loro effettiva utilità sociale; sarebbe un altro discorso lungo e complesso. Vediamoli semplicemente come “lavoratori” sardi che rischiano di perdere il posto di lavoro e lo stipendio. E confrontiamo il costo di questi lavoratori con i costi dell’accoglienza dei migranti in Sardegna.

Una bella notizia per quei 300 lavoratori, e le loro famiglie, che da un giorno all’altro restano senza lavoro e senza stipendio e che vanno ad aggiungersi alle  migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi. Ma, a quanto sembra, mancano i finanziamenti, siamo in crisi, bisogna ridurre la spesa pubblica, fare sacrifici. Insomma, quei 600.000 euro per garantire il lavoro di quei dipendenti non ci sono. Eppure non si direbbe che l’Italia sia così in crisi. Non siamo la Grecia; almeno fino ad oggi. L’operazione “Mare nostrum“, voluta da quel genio di Enrico Letta, costava (e costa ancora) 300.000 euro al giorno, solo di spese per tenere in mare uomini e navi per assicurare il servizio navetta gratuito Libia-Sicilia. Ora ha cambiato nome, ma il servizio navetta è lo stesso ed il costo pure (se non è addirittura aumentato). Con il costo di soli due giorni di “Mare nostrum” si pagherebbero gli stipendi di 300 lavoratori per sei mesi. Ma per fare i taxi di mare gratis per gli africani i soldi ci sono, per i sardi no.  Questione di priorità.

Come se non bastasse, proprio ieri è partita l’operazione della Marina militare per recuperare il barcone affondato al largo della costa libica ad aprile scorso (Vedi “Italia: azienda recuperi“). Non basta andare fin sulla costa libica per caricare i migranti vivi, ora andiamo a recuperare anche i morti. Ma quanto siamo umanitari e generosi! Non siamo tenuti a farlo, niente e nessuno ci obbliga ad andare a recuperare quel barcone col suo carico di morti. Nessuna norma, nessun accordo europeo o internazionale ci obbliga a farlo. Lo facciamo semplicemente perché il premier Renzi (che, in barba alla spending review, quando vuole lui i soldi li trova sempre; vedi gli 80 euro) vuole farsi bello agli occhi del mondo. L’operazione ci costerà, salvo imprevisti, circa 20 milioni di euro (circa 15 anni abbondanti di stipendio per quei 300 lavoratori). E lo fa, ovviamente, non di tasca propria (a sinistra sono specialisti nel fare beneficenza coi soldi degli altri), ma a spese degli italiani (e dei sardi poveri, disoccupati, cassintegrati e precari). Abbiamo 20 milioni di euro per recuperare barconi africani, carichi di morti africani, in acque africane, ma non abbiamo 600.000 euro per i lavoratori sardi. E’ ancora questione di priorità. Evidentemente tutto viene prima dei lavoratori sardi.

E già, vedendo questo spreco di denaro pubblico alla faccia di chi ha difficoltà a campare, ci sarebbe motivo per incazzarsi di brutto ed andare a Palazzo Chigi a rincorrere con i forconi il fanfarone  toscano che si fa bello con i soldi degli italiani e spreca milioni di euro per inutili operazioni umanitarie in Libia, invece che per aiutare gli italiani in difficoltà. Ma c’è di più. Proprio due giorni fa, a bordo della nave “Rio segura” della Guardia civil spagnola, sono sbarcati a Cagliari 450 migranti, fra i quali sono stati riscontrati 87 casi di scabbia. Ma non dobbiamo preoccuparci, nessun allarme. I buonisti (specie quelli che campano sull’accoglienza) dicono che la scabbia è facilmente curabile. Quindi tranquilli, correte pure ad abbracciare gli africani appena sbarcati, Anche se scoppiasse un’epidemia di scabbia non c’è pericolo; si cura facilmente. Contenti?  Gli ultimi arrivati si aggiungono ai 900 sbarcati giusto un mese fa (“Cagliari, in arrivo nave con 900 migranti“) e che si aggiungono ad altre migliaia di migranti già presenti nei centri di accoglienza dell’isola, in strutture private ed hotel 3 stelle con piscina. Ma non è un problema, i sardi sono ospitali, accolgono tutti;  aggiungi un posto a tavola…che c’è un migrante in più.

In occasione del precedente sbarco il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, accogliendo con grande soddisfazione i nuovi arrivati e convinto di parlare a nome di tutti i sardi e della loro proverbiale ospitalità, disse: “Siamo un’isola al centro del Mediterraneo, il Mediterraneo è il nostro mondo. Mentre qualcuno specula sulla paura per l’arrivo di 800 migranti in fuga dalla fame e dalla guerra. Io so invece che la Sardegna è una terra generosa che, nonostante i suoi molti problemi, è pronta a dare una mano a chi ne ha bisogno, quando ne ha bisogno.“.  Ecco, noi accogliamo tutti perché i sardi sono generosi. Magari sono disoccupati e poveri, ma si tolgono il pane dalla bocca per  aiutare i migranti africani. Prima pensiamo ai migranti, poi, se abbiamo tempo, voglia e avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

Siamo così ospitali che, mentre non si hanno 600.000 euro per garantire la sopravvivenza a 300 lavoratori, e loro famiglie, fino a dicembre, abbiamo 372.000 euro, e spiccioli,  da usare per il progetto “Beni benius” finalizzato a finanziare “Percorsi formativi per migranti, con particolare attenzione all’integrazione culturale, lavorativa e all’autoimpiego” (Vedi qui documento originale in formato Pdf).  E non basta, perché questo è solo uno dei tanti progetti “inventati” dalla fervida fantasia delle associazioni umanitarie sarde per intascare lauti contributi pubblici col pretesto delle iniziative umanitarie a favore dei migranti. Buzzi e le sue cooperative hanno fatto scuola.

Stranamente questi buonisti in servizio permanente non inventano nessun progetto per aiutare i disoccupati, cassintegrati, precari e poveri della Sardegna. Per i sardi non ci sono soldi; ci sono solo per gli africani. Ed i soldi non si trovano solo per accogliere i migranti, si trovano per altre iniziative utilissime per superare la crisi economica e garantire un lavoro ai sardi: progetti, manifestazioni varie, festival, attività imprenditoriali, eventi artistici e culturali, sagre paesane, gruppi folk, mostre d’arte, letture pubbliche di poesie, artisti di strada, cantanti, attori, ballerine, buffoni e ciarlatani. Ce n’è per tutti (Vedi qui: Regione Sardegna, finanziamenti). Ci sono soldi per tutti, eccetto per chi rischia di perdere il lavoro.

Ed ora facciamo un conticino facile facile. Dicevamo dell’arrivo di 450 migranti che, aggiunti ai 900 di fine maggio, fanno 1.350. Per facilitare il calcolo arrotondiamo a 1.500. Come ormai sanno anche i bambini, ogni migrante ci cosata 35 euro al giorno (ma per i minori il costo è superiore). Questo ci dicono, ma in realtà il costo totale è molto maggiore perché quei 35 euro coprono solo vitto, alloggio, pulizia e paghetta settimanale. A questo costo base vanno aggiunti altri oneri relativi al personale militare e civile impiegato per l’accoglienza, controlli sanitari e assistenza medica al momento dello sbarco e durante il soggiorno nelle varie strutture, ricoveri in ospedale, assistenza legale, sindacale e culturale, progetti specifici destinati all’integrazione (il sopra citato “Beni benius” è uno di questi). E’ tutto un mondo che gira attorno ai migranti e che ha un costo enorme per gli italiani. Ma anche questo è prioritario rispetto ai problemi dei sardi.

Ma i media fanno finta di ignorare questo business e si limitano a quantificare in 35 euro la spesa per ogni migrante. Ed a chi si lamenta per l’eccessivo ed insostenibile costo dell’accoglienza,  rispondono, con la sfacciataggine di chi fa il finto tonto, che quelli sono soldi della Comunità europea. Ma quei soldi vengono dai contributi che i paesi dell’Unione versano alla cassa comune europea. E l’Italia è uno dei maggiori contribuenti. Solo nel 20013 l’Italia ha versato nelle casse europee 15 miliardi di euro. A vario titolo (compresi i fondi per l’accoglienza migranti) ce ne sono statti restituiti solo 9 miliardi. Restiamo in credito di 6 miliardi. Quindi, a chi dice che il costo dell’immigrazione è pagato con fondi europei, bisogna ricordare che quelli sono, comunque, soldi nostri, degli italiani. Chiaro?

Un po’ di conti: l’affare migranti spiegato ai bambini.

Bene, allora facciamo il conticino della serva, di quelli che si facevano alle elementari. Problema: “Se arrivano 1.500 migranti ed ogni migrante ci costa 35 euro al giorno, quanto ci costano ogni giorno 1.500 migranti?”. Soluzione: “Ci costano 52.500 euro al giorno.”.

Secondo problemino facile facile: “Se 1.500 migranti ci costano 52.500 euro al giorno, quanto ci costano al mese?“. Soluzione: “Ci costano 52.500 x 30= 1.575.000 euro al mese“.

Terzo problemino: “Se 1.500 migranti ci costano 1.575.00 euro al mese, quanto ci costano in sei mesi?“. Soluzione: “Ci costano 1.575.000 x 6= 9.450.000 euro

Bene, ora ricordiamo che garantire il lavoro e lo stipendio a 300 lavoratori per 6 mesi costerebbe 600.000 euro. Vitto e alloggio per sei mesi a 1.500 migranti ci costa 9.450.000 euro.  Come mai ci sono quasi 10 milioni di euro per gli africani e non si trovano 600.000 euro per i sardi?  Questo è il vero problema.  Questa è la domanda che bisognerebbe porsi, al di là della retorica buonista e dell’ipocrisia di chi specula sull’immigrazione per guadagnare milioni dietro la facciata dell’opera umanitaria. Bisognerebbe chiederlo a Renzi, alla Boldrini, al Papa, a tutte le belle statuine e scimmiette ammaestrate che ogni giorno in televisione recitano la litania buonista e cercano di convincerci che accogliere tutti i disperati della terra è un nostro obbligo, per le norme internazionali, per solidarietà e perché lo dice la Costituzione e gli accordi europei. Balle. Quando le norme non sono più applicabili perché hanno un costo insostenibile e creano gravi pericoli per la sicurezza nazionale e per la stabilità sociale, quelle norme si cambiano, gli accordi si rivedono e la solidarietà viene momentaneamente sospesa. Non ci si può impiccare ad articoli della Costituzione o Carte dell’ONU, accordi di Dublino o ai messaggi del Papa. In condizioni normali accogliere profughi è giusto. In presenza di una invasione di migranti africani non si può applicare il diritto d’asilo a centinaia di migliaia di persone: è un suicidio.

Ma, dicono, al di là degli accordi, dobbiamo accogliere i migranti perché “scappano dalla fame, dalla guerra“. Questo è il mantra che ripetono quotidianamente giornali, telegiornali, opinionisti, politici e giullari di regime. Balle, ancora belle. Quelli che arrivano da paesi in guerra sono una minima parte degli stranieri che arrivano in Italia, via mare o via terra dall’est. Ai primi di maggio in Sardegna arrivò un carico di marocchini e senegalesi, salvati da una nave mercantile ed accompagnati a Cagliari. In Marocco e Senegal non ci sono guerre. Negli stessi giorni arrivò sulla costa di Teulada un barcone con venti migranti: tutti algerini. Nemmeno in Algeria ci sono guerre. E nemmeno fame. E noi accogliamo tutti, a spese nostre. Ecco perché poi non ci sono soldi per i sardi.

Ma quei “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti… di fame” dovrebbero chiedere spiegazioni al Presidente della Regione, Francesco Pigliaru, così entusiasta di accogliere gli africani in Sardegna; sono certo che troverebbe una spiegazione plausibile ed esauriente in linea con lo spirito umanitario della sinistra e con la proverbiale ospitalità sarda. Ma sono certo che quei 300 lavoratori interinali quella risposta non la capirebbero. Ma non succederà niente. Nessuno prenderà i forconi, nessuno oserà contestare l’accoglienza dei migranti. I sardi ancora una volta, resteranno senza lavoro, senza stipendio, senza futuro, ma saranno felicissimi di sopportare crisi, privazioni e perfino la fame, pur di non venir meno al dovere di ospitalità. Perché i sardi sono poveri, sono ospitali e, soprattutto, sono pazienti. Sono molto pazienti; troppo pazienti. Troppo…

Vedi

- Adotta un immigrato

- Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

- I sardi sono poveri

- Cose di Sardegna

- Sardegna, meloni, tartufi ed auto blu

- Cagliari, la città più felice d’Italia

- Tutto va ben, madama la marchesa (#sardistatesereni)

- Sardi e cataclismi

- Parassiti e culi

- Morti, Presidenti e Papi

Cagliari la città più felice d’Italia

di , 22 Marzo 2015 15:10

Oh, come sono felice! Chi l’avrebbe mai detto:  Cagliari è la città più felice d’Italia. Incredibile, specie dopo le ultime statistiche dell’Istat dalle quali risulta che la Sardegna è fra le regioni più povere (vedi “I sardi sono poveri“) e che le province del Medio Campidano e di Iglesias Carbonia sono, in assoluto, le province più povere d’Italia (vedi “Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia“).

Ed ecco l’ultima notizia, riportata due giorni fa dal quotidiano locale L’Unione sarda (“La città più felice? Cagliari“), che ci racconta una realtà non solo meno preoccupante, ma addirittura stravolge tutte le precedenti valutazioni sulla qualità della vita. Cagliari è “la città più felice d’Italia“, un nuovo Eden dove sono tutti felicissimi, se la spassano un mondo, ridono a crepapelle, hanno la gioia che sprizza da tutti i pori e, come nelle favole a lieto fine, vivono a lungo felici e contenti. Oh, perbacco!  E dire che proprio di recente, nel post “Sardegna Felix“, riportavo un elenco di reati commessi nell’isola (in particolare proprio nel cagliaritano) che non davano proprio l’idea di una regione tranquilla e felice. Anzi, al contrario, scippi, furti, rapine, incendi dolosi, violenza, piccola criminalità in aumento; tutti segnali che non lasciano certo dormire sogni tranquilli.

Di recente il ministro dell’interno Alfano, per lodare il proprio operato e tranquillizzare gli italiani, ha sciorinato in televisione una serie di dati “ufficiali” per dimostrare che  i reati sono in diminuzione. Peccato che i dati Istat, dicano il contrario. Peccato che la stessa Polizia lanci l’allarme sulla crescita della criminalità in Sardegna e nel resto d’Italia: “Crimini e bugie“. E per finire ecco la notiziona sulla felicità dei cagliaritani che ha tutta l’aria di una presa per il culo. Sì, lasciamo perdere gli eufemismi e chiamiamo le cose col loro nome.

Ma in base a quali dati hanno stilato questa classifica della felicità? Udite udite, sulla base di un indice “iHabby” che analizza i messaggi su Twitter!  Twitter, il mezzo di comunicazione preferito dal nostro mattiniero premier che già alle prime luci dell’alba comincia a twittare, cip cip cip, come gli uccellini di Villa Borghese. La differenza è che i passerotti cantano e non fanno danni, lo sbruffone toscano di Palazzo Chigi se la suona e se la canta a spese nostre.

Ora, quanti saranno i cagliaritani che usano inviare messaggini su Twitter? In prevalenza giovani. Non credo che twittare sia il passatempo preferito di adulti che lavorano, di anziani, malati, disoccupati, precari e gente che ha altri problemi per la testa che non passare la giornata a mandare messaggini in 140 caratteri. Allora bisogna concludere che una stima della felicità fatta con questi criteri, detto alla Fantozzi, è “Una cagata pazzesca“. L’attendibilità di queste classifiche è pari a zero. Eppure queste notizie vengono diffuse dai media, stampa, internet, televisione, riempiono le pagine dei giornali e fanno notizia.  Ovvero, la nostra informazione oggi si basa su dati fasulli, ricavati da indagini fasulle, che riempiono la testa della gente di idee fasulle. Si può prendere seriamente una società che prende come base per le indagini i messaggini degli adolescenti? No, non si può. A meno che questa non sia una società di rincoglioniti totali.

E purtroppo ormai questa è la prassi dell’informazione, della comunicazione in genere, della politica, dei rapporti sociali: stiamo creando una società fasulla, una realtà virtuale in cui niente è quello che sembra.  Un mondo fasullo che crede di poter valutare la felicità della gente sulla base dei messaggini in 140 caratteri; roba da adolescenti, da ragazzini delle medie. O da presidenti del Consiglio.  Bisognerebbe fare un riscontro. Provate a chiedere ai minatori del Sulcis, ai cassintegrati delle fabbriche sarde in eterna crisi, ai precari e disoccupati cronici, ai cittadini alle prese con problemi di lavoro, di burocrazia, di mutui, affitti e bollette da pagare, di anziani e malati che attendono mesi per una visita, ai cittadini vessati da uno Stato sadico che gode nel sottoporre il popolo a torture psicologiche con l’invenzione di sempre nuove norme cervellotiche, imposte, tasse e balzelli di ogni genere e considera i cittadini come polli da spennare. Chiedete a loro se sono felici. Forse vi risponderanno anche loro con un tweet brevissimo, entro i 140 caratteri, anzi, molto meno: “#Ma vaffanculo….”.

Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

di , 10 Febbraio 2015 21:29

Siamo la provincia più povera d’Italia. Finalmente ci facciamo notare, facciamo notizia, siamo i primi della classifica (partendo dal basso).  Fino a poco tempo fa la zona più povera d’Italia era il Sulcis iglesiente, sempre in Sardegna. Tanto è vero che molto spesso citavo il Sulcis come drammatica realtà sociale in contrapposizione ai vuoti discorsi dei politici di turno ed alle loro beghe lontanissime dai problemi quotidiani della gente. Quello che non specificavano  i media, e quindi non sapevamo, era che se il Sulcis iglesiente era la provincia più povera d’Italia, subito prima c’era il Medio Campidano, eravamo penultimi. Ora ci hanno superato anche i sulcitani, siamo proprio ultimi della classifica.

Lo abbiamo appena scoperto e la cosa non ci rende particolarmente felici, né orgogliosi: “Disoccupati e povertà, allarme Sardegna. Medio Campidano maglia nera d’Italia“. La particolare graduatoria è basata sul PIL del 2013. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Infatti, il Sulcis fa solo un passetto in più e, invece che ultima, è penultima.  E’ un bel progresso, no? Ma anche le altre province sarde non è che fanno salti di gioia; sono tutte nella parte bassa della graduatoria. Siamo l’immagine vivente della crisi perenne, delle cattedrali nel deserto che hanno prodotto disoccupazione, dello spreco inutile di ingenti fondi pubblici e della funesta gestione di una classe politica che ha causato alla Sardegna più danni  delle calamità naturali.  Hanno fatto più danni degli incendi, delle alluvioni, della siccità, della peronospera, della lingua blu, della peste suina e perfino della malaria (se non ci avessero pensato gli americani a debellarla, avremmo ancora anche quella piaga). Noi la crisi la viviamo da sempre. I sardi nascono già con la crisi incorporata, in dotazione di serie.

Però, come ho scritto spesso, ogni tanto arriva in visita ufficiale qualche grosso esponente da Roma, tanto per consolarci e rassicurarci sul fatto che anche noi siano italiani e che  siamo sempre nei pensieri di chi ci governa (Vedi “Morti e presidenti“). Così, Presidenti, Papi, esponenti politici e sindacalisti, arrivano in pompa magna, prendono atto della endemica crisi economica, della disoccupazione, della chiusura delle fabbriche e delle miniere, assicurano vicinanza, attenzione, impegno, benedicono la folla, stringono mani, baciano bambini, intervengono a cerimonie ufficiali di benvenuto, sfilano in corteo, elogiano la Sardegna, ne decantano la bellezza selvaggia, e prima di ripartire fanno scorta di prodotti locali offerti dai sardi, notoriamente molto generosi ed ospitali, specie con chi arriva dal “Continente” (abbiamo ospitato tutti, fenici, punici, romani antichi, vandali, pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi, romani moderni; l’ospitalità è il nostro forte). Poi salutano tutti e tornano a Roma. I Presidenti tornano a fare i Presidenti, i Papi a fare i Papi ed i sardi a fare i sardi; tutto come prima. Va avanti così da 50 anni.

Il Medio Campidano comprende 28 comuni. Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana. Ma qui facciamo provincia, con tanto di consiglio, consiglieri, presidente, assessori, consulenti, sedi e auto blu. Eppure una volta questa zona era una delle più ricche della Sardegna, con grandi pianure fertili che producevano il miglior grano duro in commercio ed un’agricoltura fiorente che era la base dell’economia del territorio e garantiva un’esistenza decorosa a tutti. Poi è arrivato il progresso, i macchinari, nuove sementi, pesticidi, diserbanti, progetti di sviluppo, incentivi e contributi pubblici, esperti che hanno stravolto le storiche colture della zona, sciacalli che campano sfruttando il lavoro altrui e tromboni di Stato per abbindolare gli ingenui. Ed infine, ciliegina sulla torta, è arrivato il mercato globale, che ha aperto le frontiere, ha consentito l’arrivo di prodotti a minor costo da tutto il mondo, ha sconvolto l’equilibrio economico ed ha scardinato tutti i criteri che per secoli avevano regolato gli scambi, il commercio, l’artigianato e la vita delle comunità.  Il colpo di grazia. Vedi “Il cappellino di Lianne“.

Risultato, oggi l’agricoltura, che era l’asse portante dell’economia della zona, è in crisi perenne e molte terre restano incolte, abbandonate, un po’ perché i giovani sono attratti da lavori meno gravosi e abbandonano la campagna, ed un po’ perché i ricavi spesso non coprono i costi. Ed in molti casi, le aziende, confidando sui contributi pubblici, integrazioni, sussidi e vari aiuti di Stato, invogliati dalla facilità di ottenere mutui agevolati dalle banche (dietro ipoteca dei beni, ovvio), si sono indebitate e poi, non riuscendo a far fronte agli impegni, falliscono.  Gli ultimi anni hanno visto le fertili pianure della Sardegna diventare cimiteri di guerra, con centinaia di croci di agricoltori e allevatori che o hanno fallito, o sono sull’orlo del fallimento. Spesso le loro proprietà vengono pignorate e vendute all’asta dalle banche; perdono tutto, casa, terra e aziende.  Emblematico il recentissimo caso della famiglia Spanu (padre di 76 anni, madre e tre figli), ad Arborea, solo l’ultimo in ordine di tempo, che dopo una vita di lavoro hanno perso casa ed azienda, pignorate e messe all’asta dalla banca.  Ne dava notizia venti giorni fa l’Unione sarda: “Arborea, famiglia costretta a lasciare la casa, 100 agenti impegnati“.

Cento agenti di polizia per obbligare la famiglia, che minacciava di darsi fuoco, a lasciare casa e azienda. Nemmeno per l’arresto di Totò Riina si era visto un tale dispiegamento di forze. Ma evidentemente la famiglia Spanu era molto più pericolosa di un boss mafioso. Un patrimonio di circa 600.000 euro messo all’asta per 115.000 euro. Tutto per una cambiale non pagata di 15 milioni di vecchie lire (Una delle tante vittime di Equitalia). Vedi qui il servizio video “Arborea, sfratto ad alta tensione, sfiorato il dramma.”.

Ma non è un caso unico o isolato. Solo ad Arborea sono almeno una cinquantina le aziende a rischio, come riportava La Stampa un anno fa: “Presidi e barricate ad Arborea, 50 aziende sotto procedimento giudiziario.”. Ma l’episodio di Arborea non è che l’ultimo di una lunga serie di sfratti forzati e l’esempio di quella tragedia che colpirà presto  centinaia o forse migliaia di famiglie che dovranno abbandonare le loro abitazioni. Secondo le stime di associazioni di consumatori, solo  nei prossimi due mesi si andrà incontro ad un’autentica svendita per circa” 700 immobili pignorati e messi all’asta“. Ma per capire qual è il perverso meccanismo che porta a queste tragedie e quale sia la portata devastante per la comunità sarda (ma il problema è nazionale) basta leggere quest’ultima notizia che riguarda una vedova di Macomer, Maria Citzia: “ L’ipoteca giudiziaria le porta via la casa da 300.000 euro, venduta a 30.000“. Ed a quanto riporta l’articolo, solo a Macomer sono una sessantina le famiglie nelle stesse condizioni e che rischiano di perdere case e attività. E noi pensiamo a Sanremo!

Arborea, un gioiello che è sempre stata un fiore all’occhiello del settore agroalimentare e sede della più importante azienda lattiero casearia della Sardegna. Un paese giardino con grandi viali alberati, giardini fioriti, belle ed eleganti palazzine, aziende modello, così diversa dai paesi agricoli del Campidano che negli anni ’50/’60 era diventata meta delle gite di Pasquetta (Vedi “Arborea“). Nacque per volontà di Mussolini negli anni ’30 e fu creata dal nulla (così come Carbonia), ricavata dalla bonifica di una vasta area paludosa nel territorio dell’oristanese. Ed una volta terminata l’opera di bonifica, i poderi vennero assegnati ai coloni veneti. Già, ai coloni provenienti dal Veneto, quella che allora era una delle zone più depresse d’Italia. Ma siccome i sardi sono generosi ed ospitali, si fanno le bonifiche, si crea un paese modello, con poderi, case, stalle e animali, ma invece che assegnarli ai sardi, li diamo ai veneti. In verità anche i sardi, in precedenza, erano andati in Veneto ed al nord nel ’15/’18; non per prendere possesso di case e terre, ma per morire nelle trincee del Carso. Poi il tempo cancella croci e ricordi, i veneti diventano ricchi, si inventano la “Padania“, si dimenticano di quando erano poveri contadini, dimenticano quanti sardi e meridionali sono morti per difendere le loro case, vogliono creare la Repubblica veneta, staccarsi dal resto d’Italia  e ci chiamano terroni. Così va il mondo.

Ma torniamo al Medio Campidano. Ha due centri capoluogo; Sanluri e Villacidro. A Sanluri ha sede la presidenza, la giunta e la sede legale, a Villacidro si riuniscono il Consiglio provinciale e le commissioni. Non bastava una sola sede? No, meglio averne una di scorta, non si sa mai. E poi anche il Parlamento europeo ha due sedi, Bruxelles e Strasburgo. Mica potevamo essere da meno, ne va del prestigio della provincia.  Così abbiamo due sedi, giusto per adeguarci alla spending rewiev e risparmiare sui costi. Sanluri è il paese di nascita dell’inventore di Tiscali, Renato Soru, che oltre ad essere attualmente europarlamentare, è stato anche governatore della Sardegna per 5 anni. Ma forse, oberato dal gravoso lavoro del ruolo ricoperto, non ha avuto molto tempo da dedicare al suo paesello di nascita, né al territorio circostante. Tuttavia la provincia, è stata amministrata, fino al 2013, quando è stata commissariata, da compagni del suo schieramento politico, giunte di sinistra guidate per 10 anni dallo stesso presidente, Fulvio Tocco, anch’egli proveniente dal PCI/PDS/DS/PD. Insomma, da quello schieramento che è sempre pronto ad accusare gli avversari di malgoverno, di corruzione, di incapacità e bla bla bla. Quelli che quando sono all’opposizione accusano gli avversari di ogni malefatta e nefandezza. Poi, quando riescono ad andare al potere, fanno esattamente come gli altri, se non peggio. Quelli che sono convinti di essere gli unici onesti, buoni, perbene, capaci, competenti, mani pulite e superiorità morale. Ecco, quelli, in dieci anni di governo della provincia, non solo non sono riusciti a rilanciare l’economia, il commercio e l’agricoltura, ma non sono riusciti nemmeno ad inventarsi uno stemma. Uno stemma, anche piccolo, senza pretese ce l’hanno tutti, regioni, province e comuni. Ce l’ha perfino Setzu, il paesino con 146 abitanti.  Il Medio Campidano è l’unica provincia d’Italia a non avere uno stemma (fonte Wikipedia). Eppure se si visita il sito istituzionale (Vedi “Provincia Medio Campidano“) sono elencate tante di quelle attività e settori di interesse da far invidia ad un ministero. Ecco perché non hanno avuto tempo, in dieci anni, per inventarsi uno straccio di stemmino che potrebbe fare qualunque ragazzino al computer con un programmino di grafica da quattro soldi. In compenso, però, si sono attivati moltissimo per riuscire a far diventare la provincia del Medio Campidano la più povera d’Italia. Bravi, complimenti.

Vedi:

- “I sardi sono poveri

- “Sardegna: province, meloni, tartufi ed auto blu“.

Sardegna felix

di , 4 Gennaio 2015 20:22

Isola felice, baciata dal sole e dalla fortuna, dove non esiste criminalità. Anzi, se dovessimo dar credito alle statistiche ed ai comunicati ufficiali delle autorità preposte alla sicurezza, che da anni ci parlano di un continuo e costante calo dei reati, ormai la criminalità dovrebbe essere scomparsa del tutto. Ecco alcuni titoli recenti molto rassicuranti che non lasciano adito a dubbi.

1) 7 marzo 2014Criminalità, Sardegna isola felice, i sardi si sentono sicuri.”

2) 5 novembre 2014Vice dirigente squadra mobile Cagliari: Non c’è alcun allarme sociale, il trend delle rapine rispetto allo scorso anno è in calo.”

3) 11 novembre 2014Questore: nessun allarme criminalità a Cagliari“.

4) 22 dicembre 2014Carabinieri, a Cagliari i reati sono in calo“.

5) 23 dicembre 2014Polizia, questore Dispenza: reati in calo“.

Queste sono solo alcune delle dichiarazioni riportate recentemente dalla stampa. Ma se torniamo indietro nel tempo troviamo altre dichiarazioni simili ripetute negli anni scorsi. Una per tutte, risale al 6 ottobre 2011:Criminalità, reati in calo nell’isola“. Ma sarà davvero così come affermano questori e dirigenti? Ho qualche  dubbio. Tanto è vero che giusto un mese fa, nel post “Tutto va ben, madama la marchesa…” , riportavo un elenco non proprio rassicurante di reati compiuti nell’isola nell’arco di appena 15 giorni.  Le dichiarazioni ufficiali e le statistiche vanno prese sempre con beneficio d’inventario. I numeri spesso vengono presentati in maniera distorta, ad uso e consumo delle tesi che si vogliono dimostrare, per non creare allarmismi o per convincere la gente che la situazione è sotto controllo.

Vediamo allora, riprendendo le ultime notizie di cronaca, se davvero la Sardegna è quell’isola felice che vogliono mostrarci e se i sardi si sentono sicuri  e possono dormire sonni tranquilli. Teniamo ben presente, però, che molto spesso, specie per piccoli reati o per quelli compiuti in piccoli centri dell’interno della Sardegna, non viene nemmeno presentata denuncia (spesso del tutto inutile) e che non sempre questi atti di piccola criminalità finiscono in cronaca.  Ed inoltre le notizie riportate sono prese dal quotidiano L’Unione sarda che dedica ampio spazio alla cronaca del sud dell’isola, ma un po’ meno alle notizie riguardanti il nord dove il quotidiano più diffuso è La Nuova Sardegna.  Questo elenco, quindi, riporta solo una piccola parte, forse nemmeno 1/3,  dei reati effettivamente commessi nell’arco di soli 45 giorni.

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Funghi e cinghiali

di , 22 Dicembre 2014 19:13

E’ risaputo che i funghi possono facilmente essere confusi con i cinghiali. Anche se non è detto che un porcino sia un porco piccolo che quando cresce diventa una scrofa. Lo sanno bene alcuni “fungaioli” fermati giorni fa dalle guardie forestali all’interno dell’oasi faunistica di Monte Linas a Gonnosfanadiga, in Sardegna, accusati di aver abbattuto un cinghiale. Si difendono dicendo che stavano semplicemente cercando fughi e, distrattamente, hanno trovato un cinghiale (Vedi “Accusati di bracconaggio si difendono: stavamo solo cercando funghi“). Ecco una tranquilla famigliola di cinghiali che grufolano nel bosco. E’ evidente, vista la loro grande somiglianza con porcini e prataioli, che a prima vista ci si può confondere. No?

Ecco perché nei boschi della Sardegna spesso succedono disguidi,  fraintendimenti ed equivoci e si possono scambiare funghi per cinghiali e “fungaioli” per cacciatori. Basta un niente, un attimo di distrazione e, mentre pensi di cogliere un fungo, ti ritrovi fra le mani un cinghialetto, “Unu sirboni“, detto alla sarda.

Così, delle guardie forestali travestite da cacciatori hanno arrestato dei cacciatori travestiti da cercatori di funghi che avevano preso un cinghiale travestito da porcino gigante. E siccome porci e cinghiali sono cugini è molto difficile distinguerli. Ecco perché si può sbagliare. Pensi di aver trovato una nuova e rarissima specie di fungo gigante con le setole che, stranamente, grugnisce, invece porti a casa un cinghiale da fare trifolato. Succede. Ma vallo a spiegare alle guardie forestali…

I sardi sono poveri

di , 21 Dicembre 2014 16:57

Secondo i dati pubblicati dall’ultimo dossier 2014 della Caritas, in Sardegna 1 sardo su 4 è povero, il doppio della media nazionale che è del 12,6%. Se poi si aggiungono anche le persone “a rischio povertà“. la percentuale sale ancora fino al 31,7%, circa 520.000 persone, un terzo dell’intera popolazione dell’isola.

Un bel primato, no? Una volta tanto siamo in testa alla classifica. Non che le altre regioni stiano molto meglio. Ormai la crisi economica di cui non si vede la fine è aggravata anche  dai costi dell’invasione di disperati africani e asiatici (per la gioia dei buonisti d’Italia e delle Coop che li assistono  spese nostre) e sta mettendo in ginocchio l’intera economia italiana, creando gravi rischi di conflitti sociali e disordini, nonché un aumento esponenziale della criminalità. Ma queste cose non si dovrebbero dire; scatta subito l’accusa di razzismo e xenofobia. Ma noi le diciamo lo stesso, anche se le anime belle ed i media nazionali fanno di tutto per nascondere il problema, negare che l’immigrazione sia un problema e facendo appello al dovere di accogliere i migranti ed assisterli amorevolmente a nostre spese.

In verità la Sardegna non ha solo questo triste primato della più alta percentuale di poveri. Da anni, anzi bisognerebbe dire da decenni, vanta anche il primato della disoccupazione e dell’area più povera d’Italia, quella del Sulcis-Iglesiente. Ma la gente ormai ci ha fatto l’abitudine, convive con la precarietà del lavoro e la povertà come una volta si conviveva con pulci, pidocchi e malaria. Ma i sardi sono gente forte, austera, orgogliosa; ogni tanto, è vero, protestano, ma di solito preferiscono sopportare in silenzio, “pan’e casu e binu arrasu” e si tira a campare. Anzi, quando giunge nell’isola qualche grosso esponente del potere dal “Continente“, lo ricevono con tutti gli onori e, per dare prova della leggendaria ospitalità sarda, sono tutti lì, intorno, ad ossequiarlo, omaggiarlo, ringraziarlo per la visita, ricoprendo il percorso di fiori ed erbe aromatiche, ”sa romadura“, come si usa fare per la processione di S. Efisio. Così Presidenti, esponenti politici, segretari sindacali, Papi, sembrano tanti santi scesi dal cielo per aiutare i sardi.

Li riempiono di doni, li sorprendono con effetti speciali: l’esplosione di colori e ricchezza dei costumi tradizionali adornati con preziosi monili d’oro, argento  e corallo, si esibiscono in balli popolari, da “su ballu tundu“ a “su passu torrau“, cori e canti a tenore, culurgionis, malloreddus, porceddu, casu marzu, cannonau, vernaccia e pistoccus, sperando così di toccare il cuore degli illustri ospiti che ringraziano commossi, elogiano la bellezza della Sardegna, baciano qualche bambino, accarezzano un disabile in carrozzina, stringono mani di minatori disperati, assicurano la vicinanza, il sostegno e promettono di tutto e di più. Poi i “grandi” tornano nei loro palazzi (siano Presidenti, Papi o sindacalisti), si riposano, ritemprano le forze e ripartono per altre regioni e città dove riceveranno altre festose accoglienze e dove faranno le stesse promesse.

Il fatto è che, dicono, non ci sono le risorse per affrontare seriamente la situazione lavorativa. Sarà vero? Forse, ma solo in parte. In realtà i soldi ci sono, anzi c’è un mare di denaro pubblico che viene elargito regolarmente a soggetti pubblici e privati, sotto diverse voci e con diverse destinazioni d’uso. Un flusso enorme di denaro che la Regione versa annualmente a questi soggetti. Soldi che, spesso, si aggiungono ad altri contributi da parte dello Stato e dei Comuni per le più svariate attività; sport, editoria, associazioni culturali, sagre e feste paesane, gruppi teatrali e musicali, danza, mostre…insomma ce n’è per tutti. Mamma Regione finanzia tutti, dalla filodrammatica di Trescagheras alla sagra delle lumache della Marmilla.  Chi ha un po’ di pazienza, e di curiosità, potrebbe dare uno sguardo a questo sito (Regione Sardegna: finanziamenti) dove scoprirà tutti i finanziamenti, agevolazioni e contributi concessi.

Ecco un esempio concreto. Riguarda i finanziamenti del progetto “Beni benius” (benvenuti) per favorire l’integrazione culturale e  lavorativa dei migranti (vedi qui documento completo in formato pdf).

Se ne sentiva il bisogno, vero? Bisognerebbe chiederlo ai minatori del Sulcis.  Ma noi, è risaputo, siamo ospitali. Quindi non solo accogliamo tutti con un abbraccio fraterno, offriamo doni, orniamo il percorso con “sa romadura“, perché “sono nostri fratelli” (dice il Papa), sono “preziose risorse” (come dicono Boldrini e Kyenge), ma siamo disposti anche a rinunciare a dei soldini della Regione in loro favore. Così, non solo i migranti vengono ospitati (sempre a spese nostre, ovvio), ci costano un sacco di soldi e fanno la fortuna delle associazioni e Coop che li assistono (Mafia Capitale docet), ma ci aggiungiamo anche del nostro, soldini che potrebbero essere usati per alleviare i problemi di quel quarto della popolazione sarda che secondo la Caritas è in povertà. Siamo disperati, non riusciamo ad arrivare a fine mese, abbiamo sempre qualche balzello da pagare, facciamo i salti mortali per sopravvivere, ma poi abbiamo soldini da destinare ai migranti; ce li togliamo praticamente di tasca, ci tassiamo, rinunciamo anche al companatico e mangiamo solo pane, per tenere alto l’onore e la fama di sardi ospitali.  Ed ecco quanto mamma Regione ha stanziato per questo progetto umanitario: 372.562.08 euro.

Contenti? Già, i sardi sono buoni, accoglienti, ospitali. Forse un po’ rudi, burberi, taciturni e di poche parole, ma sono gente tutto cuore, si tolgono il pane dalla bocca per aiutare gli africani che poi, riconoscenti, troviamo in tutte le spiagge dell’isola, ad offrirci cianfrusaglie di ogni genere, e nei parcheggi della città e dintorni, ospedali, cimiteri, centri commerciali. Ci indicano il parcheggio vuoto, che noi abbiamo già visto da lontano, ma loro sentono il dovere di indicarcelo con precisione. E’ il loro modo di ringraziarci per l’accoglienza (dietro versamento dell’obolo, ovvio, altrimenti vi rigano l’auto).

Per fortuna, di recente i sardi hanno eletto un loro rappresentante al Parlamento europeo, Renato Soru, che era già stato presidente della regione per 5 anni e che, dunque, conosce molto bene i problemi dell’isola. Siamo certi che, forte della sua esperienza da governatore, opererà bene nell’interesse dei sardi. Infatti, appena insediato, ha fatto subito una proposta, favorevolmente accolta da Bruxelles. Ovviamente si tratterà di una proposta che interessi la Sardegna, penserete voi. Peccato, vi sbagliate. Ecco la notizia riportata dal quotidiano locale L’Unione sarda circa un mese fa: “L’Unione europea dice sì a Renato Soru: a Lampedusa il premio per la Cittadinanza europea“.

Eccolo che posa, per la classica foto ricordo, con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ed il deputato del PD Khalid Chaouki, originario marocchino, uno dei tanti che ultimamente hanno trovato l’America in Italia. Dice Soru, felicissimo di questa sua prima vittoria: “E’ con grande soddisfazione che ricevo la notizia che il Premio per la Cittadinanza Europea è stato assegnato agli abitanti di Lampedusa. E’ per me motivo di grande gioia sapere che la proposta da me inoltrata l’11 settembre ha trovato l’unanime riconoscimento del Parlamento Europeo che così rende merito all’enorme sforzo di solidarietà compiuto dai lampedusani in questi anni terribili di tragedie sulle loro coste“. Ci comunica la sua vittoria  “con viva e vibrante soddisfazione…”; sembra di sentire Crozza quando imita Napolitano. Sardo, eletto dai sardi, va a Bruxelles ed invece che pensare ai sardi pensa ai migranti africani e a  Lampedusa. No comment; si commenta da solo. Punto.

Bene, bene, la Sardegna può aspettare, prima viene Lampedusa ed i migranti. Poi, se abbiamo tempo, soldi ed energie residue proveremo anche a pensare alla Sardegna ed ai sardi. Ma con calma, non c’è fretta. I sardi sono pazienti, hanno sopportato tante invasioni nel corso della loro storia, fenici, cartaginesi, romani, vandali (sì, ci sono passati anche quelli), pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi; sopporteremo e sopravvivremo anche a questa nuova invasione (speriamo). Intanto pensiamo a spendere bene quei 372.000 euro per aiutare i poveri immigrati ad integrarsi e trovare un lavoro. Sì, è vero che il lavoro non c’è nemmeno per i sardi, ma prima pensiamo agli africani; altrimenti dove va a finire la nostra proverbiale ospitalità? I sardi poveri e senza lavoro,  invece,  se non hanno di che sfamarsi, possono sempre andare a mangiare alla Caritas. No?

A proposito di Sardegna, vedi anche…

- Cose di Sardegna

- Tutto va ben, madama la marchesa (#sardistatesereni)

- Sardi e cataclismi

- Gigi Riva e Van Persie

- Parassiti e culi

- Festa di popolo e riti collettivi

- Morti , Presidenti e Papi

Cose di Sardegna

di , 27 Novembre 2014 19:31

Notizie dalle scuole sarde (e non solo).

I genitori lasciano i bambini a casa per protestare contro la presenza, in una classe di quinta elementare,  di un bambino particolarmente irrequieto che minaccia i compagni, scaglia sedie per aria e va a scuola con un coltello in tasca. Così, due giorni fa il piccolo turbolento si è ritrovato solo in classe. “Finché ci sarà lui, i nostri figli non faranno lezione“, affermano i genitori degli altri alunni i quali sono entrati a scuola solo dopo che la madre del bambino troppo vivace lo ha ritirato ed accompagnato a casa. La soluzione prospettata da dirigente scolastico è trasferire il piccolo in altro istituto. Ma gli assistenti sociali che seguono la famiglia (evidentemente si tratta di una situazione familiare già sotto osservazione) sono contrari. Dicono che “sarebbe un trauma” per il piccolo. Quindi, per non creare traumi al piccolo, preferiscono traumatizzare l’intera classe. Fantastici questi assistenti sociali. (Vedi L’Unione sarda)

Anche a Cagliari (Vedi L’Unione sarda), per dimostrare che si è al passo coi tempi, nelle scuole organizzano “corsi gender“. Dovrebbero essere dei corsi che, secondo i “docenti” ed i sostenitori di questa nuova pedagogia,  educano alle “Pari opportunità, abbattimento degli stereotipi di genere e rispetto della diversità“, specie di genere sessuale. In realtà il dubbio è che siano delle vere e proprie lezioni che tendono ad inculcare la cultura omosessuale e trans.  Sembra che questo genere di lezioni siano presenti e si stiano diffondendo in molte scuole nazionali. Di recente ha fatto notizia, con tanto di proteste da parte dei genitori,  la lezione tenuta da Luxuria in un liceo di Modena (Lezioni di sesso al liceo) in cui la nota trans forse ha illustrato agli studenti le delizie dell’amore omosessuale. Stesso genere di lezioni si tengono in diverse scuole di Roma e di altre città. Ormai, a quanto pare, la cultura omosessuale, è entrata a far parte dei programmi ministeriali. Forse bisognerà portarla agli esami insieme alle altre materie; italiano, greco, matematica, fisica e…cultura gay. E nessuno si sogni di protestare; vi accuserebbero subito di omofobia. Poi non lamentiamoci se il mondo è in declino.

Ma non dobbiamo preoccuparci per i ragazzi. Sono sempre in ottime mani, seguiti da ottimi insegnanti, assistenti sociali e, quando non bastasse ed avessero problemi caratteriali, di personalità e crisi esistenziali,  possono sempre contare sul supporto anche di affidabilissimi psicoterapeuti. Eccone uno a caso…

Notizia di oggi (Vedi Corriere.it) che riguarda ancora il mondo della scuola, a Roma. Il nostro specialista, quello che dovrebbe essere un riferimento certo per i bambini e ragazzi, aveva il vizietto dell’esibizionismo. Si appostava nella sua auto nelle vicinanze delle scuole e si mostrava mentre compiva atti osceni. Ora bisognerà trovare un bravo psicoterapeuta che curi lo psicoterapeuta col vizietto, sperando che anche quello non abbia altri strani vizietti che ne consiglino la cura con altro psicoterapeuta.  Che brava personcina! Quello che dovrebbe curare i ragazzi problematici, è il primo a doversi curare. Ma potrà continuare la sua attività esibizionista in altri luoghi. Infatti ha solo l’obbligo di firma negli orari di entrata ed uscita dalle scuole. Per il resto del giorno può “esibirsi“ tranquillamente. Ma siamo sicuri che questo mondo sia normale? Ho qualche dubbio.

Chiudiamo ancora con una notizietta dalla Sardegna, che non è solo Costa Smeralda, è anche una regione eternamente in crisi.

Proprio due giorni fa c’è stato l’ennesimo sciopero dei metalmeccanici che hanno sfilato in corteo a Cagliari, con in testa il segretario generale della Fiom, Landini. Ma è l’intera economia dell’isola ad essere in crisi: Alcoa, Portovesme, Meridiana, miniere del Sulcis, Eurallumina, Keller. Siamo la dimostrazione lampante di cosa siano le “cattedrali nel deserto“. Nei primi anni ’60 sono arrivati  in pompa magna imprenditori e grandi aziende, attirati dai fondi della Cassa per il Mezzogiorno e dai lauti contributi regionali finalizzati all’industrializzazione della Sardegna. Hanno aperto le fabbriche, hanno incassato i contributi pubblici, hanno lavorato un po’ per ripagarsi delle spese e poi hanno chiuso, lasciando a casa migliaia di lavoratori che,  con l’illusione del posto fisso in fabbrica, abbandonavano la terra, la pastorizia,  il lavoro artigianale o piccole attività commerciali, per ritrovarsi, dopo pochi anni, in cassa integrazione, senza niente o, i più fortunati, utilizzati nei cosiddetti “Lavori socialmente utili“.  Chi si ricorda più di Ottana, della Snia Viscosa, della Rumianca?

Evoluzione dei sardi

- dalle caverne ai nuraghi.

- dal nomadismo alla pastorizia.

- dalla pastorizia all’agricoltura.

- dall’agricoltura all’industria.

- dall’industria alla…cassa integrazione !

Né va meglio l’agricoltura o la pastorizia, settori fondamentali dell’intera economia sarda. Fra quote latte decise a Bruxelles, lingua blu, peste suina, alluvioni, incendi e calamità varie, siamo sempre a rischio fallimento. Forse per consolarci, da decenni continuano a venire in visita di cortesia segretari sindacali, leader politici, Presidenti, Papi, tutti a portare sostegno ai sardi. Abbracciano la gente, esprimono la loro vicinanza e solidarietà, fanno promesse, lanciano appelli e dichiarazioni di circostanza a beneficio dei media, fanno scorta di dolci, pecorino, vernaccia e cannonau, salutano tutti e ringraziano per l’accoglienza e la proverbiale “calda ospitalità” dei sardi.

Poi ripartono, tornano nei loro palazzi  e tutto resta come prima. Il Presidente torna al Quirinale, il Papa continua a fare il Papa in Vaticano, Landini tornerà nei salotti TV o a fare altri cortei, Vendola torna in Puglia dal suo caro Eddy…e i sardi continuano a fare i sardi, fessi e contenti, fino alla prossima visita di Stato. Bene, e cosa si scopre in questo panorama di crisi endemica? Niente di particolarmente eclatante, abbiamo visto e sentito di peggio. Ma anche questa notizietta dà un’idea di come si spreca il denaro pubblico, invece di utilizzarlo per progetti seri. Ecco la notizia: “La Regione spende 350 mila euro in foto mai utilizzate e nascoste da cinque anni“.

Avete capito bene? Qui in Sardegna c’è il più alto tasso di disoccupazione d’Italia, i poveri crescono ogni giorno, perfino la Caritas tempo fa ha lanciato un appello perché, visto che il numero dei poveri è in costante aumento, non riescono più a garantire i pasti, c’è gente che non ha nemmeno il pane, che soffre la fame e questi spendono 700 milioni di vecchie lire in…fotografie!

Si tratta di un progetto che risale al 2007 per conto dell’ISRE, Istituto superiore regionale etnografico. Le foto sono state scattate, dicono, da professionisti di “chiara fama” e, fino ad oggi, sono rimaste custodite negli archivi dell’Istituto.   L’ex direttore generale si giustifica così: “Non ci hanno dato soldi per fare mostre o un catalogo: visti i risultati, un investimento forse sbagliato.“. Non mettiamo in dubbio che i fotografi fossero di “chiara fama”, né che si sia trattato di un “investimento sbagliato“, non sarebbe il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo.

Sembra strano, tuttavia, che si spendano tanti soldi senza prevedere un utilizzo del materiale. Anzi, ad essere sinceri, sarebbe strano in un paese normale. Da noi, dove la serietà, la capacità e la competenza degli amministratori sono un optional, non è per niente strano; anzi è la regola. Ma, soprattutto, ci chiediamo, e se lo chiedono migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi, che bisogno c’è di sprecare 350 mila euro (700 milioni di vecchie lire) per fotografare pecore al pascolo, vecchiette intente a cucire, angoli pittoreschi di paesetti dell’interno e feste paesane, quando ci sono centinaia di migliaia di sardi che sono in povertà totale e devono mangiare alla Caritas? A quanto pare, per i nostri geniali amministratori, più che aiutare i poveri e dargli da mangiare, conta fotografarli. Magari creperanno di fame, però, prima o poi, finiranno in una mostra etnografica. Anche queste sono soddisfazioni.  Questione di punti di vista.

Primarie e slip

di , 27 Ottobre 2014 23:39

Renato Soru ha vinto le primarie del PD in Sardegna. Ecco il motto del neo segretario per rilanciare il partito democratico…

Sarà un partito “porta a porta“. Se i sardi non vanno al PD sarà il PD ad andare a casa loro. Così se alle 8 del mattino sentirete suonare alla porta non dovete pensare che siano i Testimoni di Geova. Potrebbero essere i testimoni di Giave (siamo in Sardegna, bisogna adeguarsi) che vi invitano a riflettere insieme sui temi dibattuti alla Leopolda e sul messaggio del Vangelo secondo Matteo (Renzi).

Pari opportunità

Il tema delle pari opportunità e del difficile rapporto donna-lavoro è di attualità.  Ormai le donne svolgono tutti i lavori, anche quelli che una volta erano di stretta competenza degli uomini. E’ giusto, quindi, che se ne parli e che si superi l’anacronistico stereotipo della donna relegata in casa a fare la maglia, cucinare o rammendare calzini.

Ecco un bell’esempio di servizio giornalistico che mostra le donne impegnate in lavori manuali. Lo propone un serio ed autorevole quotidiano nazionale (I lavori di casa si fanno in slip) che mostra Laura Cremaschi (chi era costei?) intenta a tinteggiare le pareti di casa. Cosa non si fa per guadagnare un servizio sulla stampa. E cosa deve inventarsi  la stampa per riempire le pagine ed attirare lettori con la visione di un bel fondo schiena.  Forse il lavoro non sarà fatto a regola d’arte. Forse l’abbigliamento non sarà quello più adatto. Ma in questi tempi di crisi e di depressione generale, l’immagine proposta aiuta a sostenere la causa delle pari opportunità, dimostra che le donne ci sanno fare col pennello  e, soprattutto, tira su…il morale.

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