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Gender e ghigliottina

di , 1 Agosto 2017 15:26

Piccoli grillini crescono“, si potrebbe dire. E’ quello che viene in mente leggendo questo articolo “Così la scuola fabbricherà piccoli grillini gay friendly“. Sono alcune delle linee guida della politica del M5S. A cominciare dalla scuola, perché è li che è più facile manipolare le menti dei bambini che, incapaci di opporre valutazioni critiche all’insegnamento, assorbono tutto come spugne. E’ il primo intervento di ogni regime totalitario; il controllo della scuola. E cosa insegneranno di bello per indottrinare i bambini e farli diventare dei perfetti piccoli Balill…pardon, grillini? Per cominciare, stop alle scuole private; solo scuole pubbliche. Poi educazione alimentare ed ambientale. Magari con particolare insistenza su diete vegetariane o vegane (La “sindaca” di Torino, Appendino, ha già sperimentato una settimana di dieta vegana nelle scuole piemontesi).

Ed ecco il fulcro, il perno della pedagogia grillina: “L’ambizione più grande è formare cittadini che rispettino e valorizzino le diversità, che includano le minoranze e promuovano la cultura della tolleranza. Per questo motivo i nuovi percorsi interdisciplinari di educazione all’affettività e alla parità di genere sensibilizzeranno i nostri studenti sulla necessità di accettare e rispettare tutte le differenze.”. In pratica la diffusione delle teorie gender; cosa che stanno già facendo da tempo nella scuola. Ed a seguire cambiare radicalmente usi, costumi, abitudini, stili di vita degli italiani. Basta automobili, sostituite dalla “mobilità dolce” (poi ci spigheranno cosa vuol dire; intanto è sconsigliata ai diabetici): “L’obiettivo è diminuire il numero dei veicoli privati in circolazione.”. Immagino la gioia di Marchionne.

Sembra una di quelle idee strampalate di cui ho accennato nel post “Pesci d’aprile“. In particolare quella di un certo ministro dei trasporti, Giancarlo Tesini, che riporto: “Mi ricorda un’altra pensata geniale di un ministro dei trasporti di molti anni fa. Per ridurre il traffico cittadino e l’inquinamento ebbe la geniale idea di consentire la circolazione alle auto solo con 4 persone a bordo. Non è uno scherzo. Era Giancarlo Tesini, ministro dei trasporti nel governo Amato nel biennio 1992/’93.  Avete idea di quali sarebbero state le conseguenze di una simile legge? Per uscire in auto, magari per una urgenza, avreste dovuto caricarvi la mamma, la nonna paralitica e il portinaio, oppure pagare dei passanti per accompagnarvi. A Napoli si sarebbero inventati subito una nuova professione “I passeggeri accompagnatori; anche festivi, prezzi modici“. Per fortuna l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.“. Una “Tesinata pazzesca“.

Insomma, vogliono rifare un mondo a misura di grillini. Uno Stato etico che controlla tutto e tutti e forgia le menti fin dall’asilo per ottenere il prototipo di perfetto “cittadino” (così si chiamano fra loro: manca solo l’adozione della ghigliottina, ma ci arriveranno). Sull’esempio del vecchio motto fascista “Libro e moschetto, fascista perfetto” introdurranno il nuovo testo unico ad uso delle scuole del Regno…pardon, della Repubblica. Ovviamente, vista la loro predilezione per l’informatica, il motto sarà così modificato “Web e dischetto, grillino perfetto“.

Ma il fallimento dell’URSS, non ha insegnato nulla? Il Venezuela ed il fallimento del socialismo in stile cubano non vi dicono niente? Il tragico fallimento di ogni ideologia che ha tentato di creare uno Stato etico non basta?  Questi ragazzotti di belle speranze sognano di costruire il mondo a misura della loro fantasia adolescenziale e confondono la politica con i giochi di società. Ma un conto è governare una nazione, altro è giocare a Monopoli. E’ un tragico errore che nella storia dell’umanità hanno commesso in tanti; e tutti con esiti catastrofici. Poi, appena crescono, lasciano il Monopoli e si scontrano con la realtà, vanno in crisi e si rendono conto della loro completa inadeguatezza, impreparazione, incapacità di risolvere anche i problemi più elementari.

Ma la colpa non è dei dilettanti allo sbaraglio finiti in Parlamento; la colpa è di chi ce li manda. La colpa del degrado di Roma non è di Virginia Raggi, ma di chi l’ha votata. La colpa non è di un comico che da un giorno all’altro si inventa politico e pensa di cambiare il mondo al grido di “Vaffanc…”. La colpa è di chi ne ha consentito, anzi favorito, il successo, portando gli italiani all’esasperazione ed al totale distacco dalla politica (ci dice niente il 50% circa di astenuti ad ogni tornata elettorale?) e lo vede come ultima ratio contro il totale degrado di una nazione allo sbando. La colpa è di quella classe politica incapace e corrotta che oggi lo contesta, perché teme di perdere in tutto o in parte il proprio potere, ma che ne è la causa scatenante, la ragione della sua nascita. Come i vermi nascono dalla carne putrefatta, così il grillismo nasce dalla putrefazione della democrazia.

Ed infine il grillismo è l’ultimo germoglio di una pianta dura a morire, quella della  strampalata e nefasta ideologia figlia di “Liberté, egalité, fraternité”, del tanto sbandierato principio “una testa, un voto” (sulla carta; in pratica “Tutte le teste sono uguali, ma alcune teste sono più uguali delle altre”, come direbbero i maiali di Orwell), degli esiti non digeriti di Rousseau e della “Volontà generale”, di Proudhon, Saint-Simon, Fourier, del socialismo utopistico, delle Comuni agricole dell’800 (tutte fallite, chissà perché), dell’assemblearismo, delle decisioni a maggioranza, dell’egualitarismo contro natura grazie al quale anche gli imbecilli, i gay, i cattocomunisti e lo scemo del villaggio si sentono normali. Ancora una volta dovrete sbatterci la testa contro per capire che la realtà è dura, fa male e non la cambierete a forza di “Vaffanc…”. Ma nemmeno questa volta imparerete la lezione, perché, come disse il Signore a Mosè, riferito al suo popolo eletto che si era costruito un vitello d’oro da adorare (ma vale per tutta l’umanità): “è un popolo dalla dura cervice”.

Del resto, però, non stiamo dicendo niente di nuovo. Più o meno, mutatis mutandis, è ciò che scriveva Platone, circa 2.400 anni fa, nella sua Repubblica:Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.”. O il grillismo.

Fede dubbiosa

di , 9 Marzo 2017 00:55

Bergoglio non riesce a dirne una giusta nemmeno per sbaglio. Ecco, da un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit, l’ultimissima della giornata: “Anch’io sono peccatore“. Dice: “una fede che non attraversa crisi per crescere, resta infantile.”. Meno male che era rettore della facoltà di Teologia a Buenos Aires. Una castroneria simile non la direbbe non solo un Papa, ma nemmeno il sagrestano di Pompu. La fede non cresce, non lievita come la pasta della pizza; la fede o c’è o non c’è, o si ha o non si ha. Quando si ha la fede non c’è crisi, perché essere in crisi significa mettere in dubbio ciò in cui si crede. La fede è sinonimo di incrollabile certezza in una verità. Ma se credo in una verità non la metto in dubbio; altrimenti non è più una verità. La fede non ammette dubbi; significa credere ciecamente. Infatti, “credere per fede” significa proprio credere in qualcosa senza avere bisogno di spiegazioni razionali o certezza scientifica. Quindi fede e dubbio non possono coesistere, si annullano a vicenda. Se c’è la fede non c’è il dubbio; se c’è il dubbio non c’è la fede. Non possono coesistere nella stessa persona e nello stesso momento.  E non sono nemmeno intercambiabili o alternativi. Non si cambia la fede ogni giorno, come le mutande. Non sono come le frecce lampeggianti della vecchia barzelletta sul carabiniere che, controllando se le frecce di un’auto funzionassero, vedendo che si accendevano e spegnevano alternativamente, concludeva: “Adesso funzionano, adesso no, adesso funzionano, adesso no…”.

Ecco, la fede non è come le frecce, non funziona a fasi alterne “Ora c’è, ora non c’è…”. Ma se lo stesso Papa ha dei dubbi sulla fede, ancor più i semplici fedeli sono autorizzati ad avere dei dubbi; specialmente sull’autorevolezza della suprema guida spirituale che invece che dare certezze suggerisce dubbi. La fede non nasce dal dubbio, perché se si coltiva il dubbio non si giunge mai ad avere certezze, ancor meno ad avere una fede cieca; così come il dubbio non nasce quando c’è la fede, perché la fede non ammette verità alternative. E’ curioso che un Papa non capisca questo concetto semplicissimo che sarebbe ovvio anche all’ultimo dei seminaristi o al più scarso degli alunni di una scuola serale del Burundi.

Nell’Emilio di J. J. Rousseau, c’è un breve capitoletto “Professione di fede di un Vicario savoiardo”, in cui il buon vicario afferma il proprio convincimento nell’esistenza di Dio, non perché abbia ragioni scientifiche e razionali per crederlo, ma semplicemente perché glielo dice il cuore. E tanto gli basta. Aveva più fede quel vicario di quanta ne dimostri il Papa. Il che la dice lunga sulla profondità teologica di Bergoglio che spesso fa gli stessi ragionamenti ed usa le stesse argomentazioni banali che avrebbe fatto la vecchia Perpetua di Don Abbondio. Lo avevo citato anche in “Cose da pazzi”. Dice infine che “non mi vedo come qualcuno straordinario”. Che persona umile e modesta questo Bergoglio; vero? Però quella affermazione non verrebbe mai in mente a chi non si veda o pensi che altri lo vedano come “straordinario”. Il che significa che, sotto sotto, si ritiene straordinario, ma, per falsa modestia, lo nega.  E’ un caso da Bignamino di psicologia, un elementare lapsus freudiano; la classica “excusatio non petita”. Tranquillo, Bergoglio, nemmeno noi pensiamo che sia straordinario; anzi, tutt’altro.

Rivalità, xenofobia e diversità

di , 25 Maggio 2016 02:05

La rivalità fra popoli, nazioni, città, genti, perfino tra piccoli borghi, fa parte della storia dell’umanità, ne costituisce il filo conduttore. Storia e cronaca  ci raccontano rivalità secolari e piccole faide di paese. Nel post “Guelfi e xenofobia” accennavo alla storica rivalità tra città toscane, come Firenze e Siena, Pisa e Livorno, o tra fazioni, come guelfi e ghibellini, o ancora fra contrade, come a Siena. Ma rivalità e campanilismo non sono certo una prerogativa esclusiva della Toscana. Non c’è zona dell’Italia che sia immune da qualche forma di rivalità, più o meno accesa, antica o recente. Basta considerare che molto spesso esistono rivalità dure a morire anche tra piccoli paesi distanti pochi chilometri. Si scatenano attriti per il controllo del territorio, per i pascoli, per reciproci furti di bestiame, per una fonte, per qualche sgarbo fatto o subito in passato; o semplicemente per antichi rancori di cui non si ricordano più nemmeno l’origine e la causa scatenante, ma che lasciano traccia di ataviche contrapposizioni che si perpetuano nel tempo per consuetudine, come fosse una eredità culturale da rispettare, una tradizione comune da tramandare ai posteri.

Perfino all’interno dello stesso paesello nascono rancori e odio che sfociano spesso in sanguinose e tragiche faide familiari che si rinnovano e passano di generazione in generazione. Sembra che la rivalità, più o meno violenta, sia una pulsione naturale, uno stato di tensione permanente che nasce spontanea in una comunità, ed alla quale, a meno che non si sia in odore di santità, non ci si può sottrarre. Qualcosa  che scorre nel sangue dell’uomo e forse serve a scaricare quella buona dose di aggressività innata che solitamente viene repressa, ma è sempre pronta a salire a galla ed esplodere al minimo pretesto. Forse sono ricordi ancestrali di ataviche lotte tribali per la conquista del territorio, di una preda, una sorgente o una grotta. Sembra un istinto naturale comune a tutti gli esseri viventi. Uno degli istinti più evidenti negli animali è proprio la difesa del proprio territorio. Così ancora oggi l’uomo ha un bisogno quasi fisiologico di individuare un nemico da combattere o trovare qualche motivo per dividersi e schierarsi in opposte fazioni, tra tifoserie calcistiche, politiche, culturali, artistiche. E quando non ci sono più i guelfi papali e i ghibellini imperiali, ci si divide su Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, polentoni e terroni, S. Ambrogio e S. Gennaro; è il trionfo del fanatismo, spesso anche violento,  del tifo da stadio, applicato a tutte le relazioni umane.

La rivalità, intesa come forma di competizione e sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, è la condizione naturale di tutte le specie viventi, di uomini, animali, e perfino vegetali. Forse non ci facciamo caso, ma anche tra i fiori del giardino, tra gli alberi di un bosco, tra i cespugli e le erbe dei campi esiste una forma di rivalità che consente alle specie  più forti di crescere e svilupparsi a discapito di quelle più deboli. Anche tra i vegetali esiste una forma di istinto di sopravvivenza che si esprime  in una competizione per la vita che determina vincitori e vinti, vita e morte. A dispetto di chi continua a propugnare l’amore universale, anche i fili d’erba si fanno la guerra. Ecco perché tutte le ideologie fondate sulla supposta bontà dell’essere umano, sul mito del buon selvaggio alla Rousseau, su “ama il prossimo tuo come te stesso“, e sul “peace and love“, sono destinate a fallire miseramente:  sono contro le leggi della fisica, della chimica, della biologia; sono contro natura. Anche la materia è in continua lotta, non esiste condizione di stasi, di equilibrio; tutto l’universo è in continuo movimento, evoluzione, lotta tra forze contrarie, tra materia ed anti materia, tra cariche positive e negative, tra forze centrifughe e centripete, tra forze che si attraggono e forze che si respingono; non esiste l’armonia universale. Quando ci sembra che qualcosa abbia raggiunto una condizione di equilibrio, è solo il risultato della contrapposizione di due forze uguali e contrarie, ma sempre in tensione.

Ma lasciamo le guerre tra galassie e torniamo a cose più terra terra. Ha radici antiche la rivalità fra città, popoli, nazioni, civiltà: i toscani l’hanno sviluppata a livelli quasi patologici, ma il germe viene da lontano. Roma e Cartagine, Atene e Sparta, ne sono un esempio storico. Nel post sopra richiamato, parlavo di rivalità spinto dalla dichiarazione di un conduttore televisivo toscano, Paolo Del Debbio, il quale afferma che gli xenofobi gli fanno schifo; dimenticando che essi, i toscani, la rivalità ce l’hanno nel sangue. Ma rivalità e xenofobia, seppure complementari, sono concetti diversi. La rivalità è presente nella vita quotidiana e la si trova in ambiti diversi, nel lavoro, lo sport, il commercio, arti e professioni e perfino in amore; la si può tranquillamente scambiare per una forma quasi innocua di concorrenza o confronto, più o meno leale, ma di solito senza conseguenze tragiche. Anzi, talvolta, una rivalità non aggressiva può stimolare un maggiore impegno ed avere effetti positivi. La xenofobia è un atteggiamento mentale diverso dalla semplice rivalità e, come tutti sanno, è una parola greca composta da xenos (straniero) e  phobos  (paura) e significa, quindi, “paura dello straniero“.

Essendo parola di origine greca, giusto per fare ancora un esempio concreto di quanto siano antiche le radici della contrapposizione fra città anche vicine,  viene spontaneo ricordare la storica rivalità fra Atene e Sparta. Bisogna anche ricordare che per i greci tutti gli stranieri, che non parlavano la lingua greca, erano considerati barbari  (barbaroi), che non significa uomo con la barba“,  come si potrebbe pensare perché in italiano il richiamo onomatopeico viene spontaneo,  ma indica la ripetizione della sillaba “bar…bar“. Alle orecchie dei greci gli stranieri parlavano lingue buffe ed incomprensibili e, forse a causa di un suono ricorrente, sembrava che avessero difficoltà di pronuncia. Così, sarcasticamente, li indicavano come quelli che parlano “Bar…bar…”, ripetendo le sillabe come se, appunto, fossero balbuzienti.  Da qui la definizione di “Barbaroi“, barbari. Come noi usiamo dire “Bla, bla…” di discorsi vuoti, o “Gne gne…” di un parlare lezioso e monotono, o come se noi oggi, indicando i popoli anglosassoni, la cui lingua ha molte parole con desinenza in “…tion”, li chiamassimo gli “Scionscioni“.

Detto questo, bisogna anche ricordare che allora i rapporti fra i popoli non erano molto pacifici. Se riuscivano a farsi la guerra fra Atene e Sparta vuol dire che allora la cosa più frequente non era la pace, ma la guerra. E la storia antica ci racconta proprio vicende di scontri continui tra città, popoli, imperi. Il continuo pericolo di essere invasi e finire magari schiavi in paesi lontani (pensiamo al popolo ebraico per secoli schiavo a Babilonia e in Egitto) non lasciava certo dormire sonni tranquilli. Ovvio, quindi, che la “paura dello straniero” fosse  la cosa più naturale. Per i Greci  i persiani erano “stranieri“, ed  avevano mille ragioni per averne paura. Per fortuna, si dirà, oggi non c’è più il pericolo di essere invasi e di finire schiavi a Babilonia. Il mondo vive un periodo di relativa pace e sembrano finiti i tempi in cui re e imperatori scatenavano guerre solo per ingrandire il proprio territorio o per affermare la propria potenza.  Almeno così sembra, apparentemente.

Non ci sarebbe più alcun motivo, quindi, di aver paura dello straniero. Ecco perché ci ripetono ogni giorno che la xenofobia e la paura dello straniero, che identificano con la paura del  ”diverso” (che sembra lo stesso concetto, ma non lo è: è “diverso”) non sono accettabili. Lo ripetono così spesso che anche Del Debbio ne è convinto e dice che gli xenofobi gli fanno schifo.  Non solo gli xenofobi fanno schifo a Del Debbio, ma se la paura dello straniero comporta anche un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello che si ha solitamente nei confronti degli italiani, si corre il rischio di incorrere nel reato previsto dalla legge Mancino che punisce la  discriminazione razziale, etnica e religiosa. Altro che libertà di pensiero, di opinione, di stampa; vale solo in un senso. Del Debbio ha piena libertà di espressione e può tranquillamente dire in televisione che gli xenofobi gli fanno schifo. Normale, come se dicesse che gli fa schifo la pasta scotta o gli scarafaggi fritti. Ma non è consentito il pensiero contrario. Se qualcuno si azzarda a dire che gli fanno schifo gli stranieri, rischia pesanti sanzioni, o addirittura la galera. C’è schifo e schifo: c’è lo schifo di Stato, quello regolare, ufficiale, a norma, omologato; e c’è lo schifo non consentito, senza il marchio CE, lo schifo abusivo, fuorilegge.

Oggi, per esempio, il presidente emerito Napolitano, è intervenuto ad un convegno presso la Scuola di politica diretta da quel genio di Enrico Letta: quello che, per pacificare gli animi ed evitare di dividere l’opinione pubblica, aveva nominato ministro la congolese Cécile Kyenge; quello che aveva lanciato il servizio taxi navale gratuito Libia-Italia (molto apprezzato dai buonisti e terzomondisti d’Italia), che hanno chiamato Mare nostrum e ci costa 300.000 euro al giorno solo di spese correnti; quello che a Palazzo Chigi non è rimasto nemmeno il tempo per capire dove sistemare la biancheria; quello che è stato liquidato con un sms “Enrico stai sereno“, da un ciarlatano toscano in cerca di gloria. Ora, che Letta, dopo il fallimento “politico” del suo breve mandato da presidente del Consiglio, insegni politica è davvero bizzarro. Diceva una vecchia battuta di Woody AllenChi sa fare, fa. Chi non sa fare insegna“. Ecco, Letta insegna politica.

Napolitano, che non si rassegna a stare in un angolino e godersi lauti compensi e privilegi da senatore a vita, ma vuole essere ancora in primo piano e, seppur senza l’assiduità di quando era al Quirinale, non manca di trovare l’occasione per esternare il suo pensiero, fornire “saggi” consigli non richiesti, stigmatizzare fatti e personaggi non di suo gradimento. Fra le altre baggianate presidenziali, oggi se la prende con la Lega e li bolla come “xenofobi“: “Lega su posizioni xenofobe“. E la Lega lo denuncia (finalmente). Oggi, quando si vuole insultare qualcuno, specie se ha idee diverse da quelle dominanti, basta accusarlo di essere razzista, xenofobo, fascista e populista. Queste sono le accuse più ricorrenti contro coloro che non sono allineati al pensiero unico dominante. E con questo chiudono il discorso ed ogni possibilità di dialogo.  Siamo in pieno regime della sinistra. Il pensiero unico politicamente corretto è diventato etica di Stato. E l’essere in contrasto con esso è “quasi” reato. Manca solo che impongano per legge l’etica di regime e che modifichino l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: purché sia omologato all’etica di Stato e non sia contrario o in contrasto con il pensiero del regime“. In confronto a questa gentaglia che si definisce “democratica” e antifascista, il fascismo era un’associazione umanitaria che si batteva per la massima libertà di espressione. Punto.

Si fa passare per xenofobia la semplice e naturale volontà di opporsi all’invasione degli immigrati, quella che arricchisce cooperative, associazioni e privati che gestiscono l’accoglienza. Ma a quanto pare lo scandalo di “Mafia Capitale” non ha insegnato niente. Abbiamo dimenticato presto ( o facciamo finta di dimenticarlo) che Buzzi disse che si guadagna più con i rom e i migranti che con la droga.  Ma se qualcuno si oppone a questo business dei migranti lo si accusa di xenofobia, di razzismo, di paura del diverso. In verità, però, la paura dello straniero/diverso non è solo quella che si nutre nei confronti di qualcuno che viene da un paese diverso dal nostro, con diversa lingua, abitudini, usi e costumi, tradizioni e perfino colore della pelle. Quando si assimila la paura dello straniero al concetto di paura del diverso si compie una truffa semantica, e lo si fa coscientemente ed intenzionalmente, perché per “diverso” si intende poi, per estensione, tutta una categoria di persone che hanno qualche caratteristica (fisica, psichica, religiosa, etnica, sessuale, etc) che le rende differenti dalla “normalità” della maggioranza della comunità. In fondo la normalità è questo: ciò che rientra nella “norma”, ciò che è comune alla maggioranza dei componenti di una comunità, di un sistema, di un insieme di persone, oggetti, animali, eventi. Ma nel tentativo di dare riconoscimento a tutto ciò che fuoriesce dagli schemi sociali, col lodevole intento di evitare discriminazioni, si tende a far passare ciò che è diverso come del tutto normale, per il semplice fatto di esistere.

E’ normale che esista la diversità, ma la diversità non è normale; altrimenti non sarebbe diversità. E si considera scandaloso e degno di pubblica condanna chi non accetta il concetto che ciò che è diverso sia normale. Ma se è normale non c’è ragione perché debba godere di una attenzione particolare. E se è diverso non c’è ragione per cui debba essere considerato normale. Eppure nessuno tenta di spiegare questa curiosa contraddizione; una specie di aporia che, vista l’impossibilità di trovare una soluzione (o la convenienza a non trovarla), tutti evitano come la peste. Non tutto ciò che esiste in natura è normale. Non tutto ciò che è normale è accettabile. Simpatia e antipatia sono sentimenti del tutto normali e naturali. Ma tendiamo istintivamente (e “naturalmente”) a frequentare le persone simpatiche ed evitare (in pratica discriminandole) quelle antipatiche. E per fortuna, dire che una persona è antipatica non è reato (per il momento). Ma l’aberrazione di questo concetto anti discriminazione è che se dici che ti è antipatico il vicino di casa è del tutto normale. Se dici che non ti è simpatico l’ambulante africano che insiste per venderti cianfrusaglie, è xenofobia, è razzismo. Ma nessuno spiega il perché. Si vorrebbe imporre, per legge, la simpatia universale.

Terremoti, valanghe, inondazioni, uragani, sono fenomeni naturali e, pertanto, “normali”, nel senso che è normale che accadano. Ciò non significa che guardiamo ai cataclismi naturali con lo stesso piacere e l’ammirazione che abbiamo verso il  fiorire dei ciliegi a primavera. Tutto ciò che esiste in natura è “naturale”, ma non per questo mettiamo tutto sullo stesso piano; anzi operiamo sempre delle “discriminazioni”, scegliendo ciò che è bello, piacevole o utile,  ed evitando ciò che è brutto, spiacevole o dannoso. Esiste Biancaneve ed esiste la strega cattiva. Se preferiamo Biancaneve stiamo discriminando le streghe?  Tutti ricorderanno un celebre sonetto di Cecco Angiolieri “S’i’ fosse foco“, che concludeva così: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui/ torrei le donne giovani e leggiadre:/e vecchie e laide lasserei altrui.”.  Angiolieri discriminava le donne brutte? E’ da condannare chi sceglie donne giovani e belle e lascia quelle brutte e vecchie? Secondo l’opinione corrente sembrerebbe di sì; non dovremmo fare nessuna distinzione tra bello e brutto, tra piacevole e rivoltante; sarebbe una discriminazione. Oggi il nostro Cecco susciterebbe le furie delle femministe.

Ma non divaghiamo su questioni estetiche. La paura e la diffidenza nei confronti di ciò che è diverso è connaturata nell’uomo, è un istinto naturale fortissimo. Anzi è un istinto primario complementare all’istinto di sopravvivenza. Aver paura di ciò che non conosciamo è un’arma di difesa che la natura ci ha fornito per metterci in stato di allerta davanti a situazioni pericolose per la nostra incolumità. Grazie a questo istinto abbiamo paura del buio perché non sappiamo cosa vi si nasconde; abbiamo paura dello sconosciuto perché non sappiamo chi sia, da dove provenga, quali intenzioni abbia e se possiamo fidarci o meno; abbiamo paura di insetti strani e animali non domestici perché non sappiamo se costituiscono un pericolo; abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da ciò che conosciamo per esperienza diretta perché non conosciamo le possibili insidie  nascoste. E facciamo bene ad aver paura, perché è questo istinto che ci evita di commettere errori che possono essere fatali.

Così, per tornare alla questione iniziale ed allo “schifo per gli xenofobi” di Del Debbio, ed alle accuse di xenofobia alla Lega, anche aver paura dello straniero o di migliaia di stranieri che invadono il nostro spazio vitale, costituisce una difesa istintiva, del tutto normale, anzi fa parte della nostra natura più profonda; perché non sappiamo, e nessuno lo sa o è in grado di fornire assicurazioni, quale pericolo possa costituire per noi la presenza di milioni di persone di lingua, cultura, tradizioni e abitudini diverse dalla nostra. Se poi aggiungiamo che arrivano a casa nostra senza essere stati invitati e soggiornano a spese nostre, mi sa che qualche motivo di preoccupazione gli italiani lo abbiano, a ragione. Si può, quindi, essere più o meno disponibili nei confronti degli stranieri, più o meno disposti all’accoglienza, ma non si può condannare con infamia la paura dello straniero, perché è del tutto naturale. Ciò che non è naturale, invece, è proprio il voler imporre un atteggiamento di amore e fratellanza universale sulla base di concetti astratti e principi morali che in natura non esistono; questo sì contro natura.

Forse non corriamo il rischio di finire schiavi a Babilonia o di dover fermare i persiani alle Termopili, ma ciò non significa che dobbiamo aprire le porte a tutti i disperati del terzo mondo solo perché aspirano ad una vita migliore. Non c’è nessuna ragione razionale e logica perché l’Italia si faccia carico di diventare una grande Caritas che sfama tutti gli affamati del mondo. Non è scritto da nessuna parte e non possiamo nemmeno permettercelo, perché avrebbe effetti devastanti sul piano dell’economia, della sicurezza e della convivenza sociale. Allora aver paura dell’invasione non è solo un diritto, ma è un dovere di ogni cittadino, perché altrimenti si pone a rischio non solo la sicurezza individuale, ma dell’intera comunità. Aprire le porte all’invasione non è solidarietà, è follia.

Papa, colombe e presagi funesti

di , 26 Gennaio 2014 22:43

Stamattina il Papa si è affacciato alla finestra per il consueto messaggio dell’Angelus e per salutare i fedeli che affollavano piazza San Pietro.

Poi i fedeli hanno assistito ad un altro rito consueto; la liberazione, da parte di due bambini, delle colombe della pace. Gesto più che mai appropriato ed in sintonia con lo spirito della giornata, visto che la piazza era gremita in gran parte da partecipanti  alla “Carovana della pace”. Tante volte da quella finestra è stata invocata la pace.  Sembrerebbe però, visti i risultati, che i continui appelli papali alla pace ottengano addirittura un effetto contrario.  Più i Papi invocano la pace e più conflitti si scatenano nel mondo. Tanto che sarebbe quasi consigliabile che il Papa, almeno per una volta (tentar non nuoce), si affacci a quella finestra e invece che fare il solito appello alla pace,  auspichi una bella guerra; hai visto mai che sia la volta buona che scoppia davvero la pace.

Le colombe volano libere sulla grande piazza, per la gioia di adulti e bambini. Ma forse, abituate alla sicurezza delle colombaie vaticane, sono del tutto ignare dei pericoli che incombono nel mondo esterno. La loro innocenza sembra quasi la rappresentazione in chiave animale  dell’ingenuità del classico messaggio buonista fondato sulla pace, sulla bontà d’animo e sulla fratellanza universale; concetti che trovano ampio spazio nel mondo astratto dei buoni sentimenti, del mito del buon selvaggio alla Rousseau, dell’evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso“, delle pompose dichiarazioni di tanto sbandierati, inapplicati ed inapplicabili “diritti dell’uomo“.  Concetti astratti, costruzioni artificiose della mente umana che sembrano avere giustificazione e ragion d’essere nel mondo della metafisica, ma che poca o nessuna attinenza hanno con il mondo reale. E infatti…

Ecco che le candide colombe, appena liberate, si rendono subito conto che la vita, fuori dalle loro rassicuranti voliere, è qualcosa di molto diverso da quello che immaginavano. Vediamo qui una drammatica sequenza fotografica che documenta la breve libertà di una colomba della pace: “La triste fine della colomba del Papa”.

Riferisce l’articolo che la colomba, appena volata via dalle mani dei bambini, è stata prima aggredita da un corvo e poi da un gabbiano che l’ha divorata. Fine della libertà e della pace. Gli antichi àuguri, che traevano auspici interpretando il volo degli uccelli, le viscere degli animali ed altri eventi, osservando questo fatto ne avrebbero tratto tristi presagi di sventura. Un corvo nero che aggredisce una bianca colomba della pace è un segno così inequivocabile che nemmeno i segni premonitori delle piaghe d’Egitto  furono così espliciti. Triste presagio ancora più inquietante perché avviene sotto gli occhi di chi, ogni giorno, auspica la pace. Vola la bianca colomba della pace. Poi arriva un corvo nero e, sotto gli occhi atterriti della “Carovana della pace“, aggredisce la colomba che diventa così messaggera di pace…eterna!  Ma per fortuna oggi non ci sono più gli àuguri a predire sventure. Ciò non significa, però, che le sventure non possano arrivare anche senza essere previste.

Scalfari e la mosca

di , 18 Dicembre 2007 00:43

Ho appena seguito, su La7, la puntata di Otto e mezzo dedicata ad un tema sempre attuale “Religione e politica“. Unico ospite in studio l’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. L’argomento trattato prende spunto proprio da un editoriale nel quale Scalfari  chiede espressamente alla senatrice Binetti di rivelare se abbia avuto delle comunicazioni telefoniche con un alto prelato che avrebbe condizionato il suo voto negativo al Senato.

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