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Gender e ghigliottina

di , 1 Agosto 2017 15:26

Piccoli grillini crescono“, si potrebbe dire. E’ quello che viene in mente leggendo questo articolo “Così la scuola fabbricherà piccoli grillini gay friendly“. Sono alcune delle linee guida della politica del M5S. A cominciare dalla scuola, perché è li che è più facile manipolare le menti dei bambini che, incapaci di opporre valutazioni critiche all’insegnamento, assorbono tutto come spugne. E’ il primo intervento di ogni regime totalitario; il controllo della scuola. E cosa insegneranno di bello per indottrinare i bambini e farli diventare dei perfetti piccoli Balill…pardon, grillini? Per cominciare, stop alle scuole private; solo scuole pubbliche. Poi educazione alimentare ed ambientale. Magari con particolare insistenza su diete vegetariane o vegane (La “sindaca” di Torino, Appendino, ha già sperimentato una settimana di dieta vegana nelle scuole piemontesi).

Ed ecco il fulcro, il perno della pedagogia grillina: “L’ambizione più grande è formare cittadini che rispettino e valorizzino le diversità, che includano le minoranze e promuovano la cultura della tolleranza. Per questo motivo i nuovi percorsi interdisciplinari di educazione all’affettività e alla parità di genere sensibilizzeranno i nostri studenti sulla necessità di accettare e rispettare tutte le differenze.”. In pratica la diffusione delle teorie gender; cosa che stanno già facendo da tempo nella scuola. Ed a seguire cambiare radicalmente usi, costumi, abitudini, stili di vita degli italiani. Basta automobili, sostituite dalla “mobilità dolce” (poi ci spigheranno cosa vuol dire; intanto è sconsigliata ai diabetici): “L’obiettivo è diminuire il numero dei veicoli privati in circolazione.”. Immagino la gioia di Marchionne.

Sembra una di quelle idee strampalate di cui ho accennato nel post “Pesci d’aprile“. In particolare quella di un certo ministro dei trasporti, Giancarlo Tesini, che riporto: “Mi ricorda un’altra pensata geniale di un ministro dei trasporti di molti anni fa. Per ridurre il traffico cittadino e l’inquinamento ebbe la geniale idea di consentire la circolazione alle auto solo con 4 persone a bordo. Non è uno scherzo. Era Giancarlo Tesini, ministro dei trasporti nel governo Amato nel biennio 1992/’93.  Avete idea di quali sarebbero state le conseguenze di una simile legge? Per uscire in auto, magari per una urgenza, avreste dovuto caricarvi la mamma, la nonna paralitica e il portinaio, oppure pagare dei passanti per accompagnarvi. A Napoli si sarebbero inventati subito una nuova professione “I passeggeri accompagnatori; anche festivi, prezzi modici“. Per fortuna l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.“. Una “Tesinata pazzesca“.

Insomma, vogliono rifare un mondo a misura di grillini. Uno Stato etico che controlla tutto e tutti e forgia le menti fin dall’asilo per ottenere il prototipo di perfetto “cittadino” (così si chiamano fra loro: manca solo l’adozione della ghigliottina, ma ci arriveranno). Sull’esempio del vecchio motto fascista “Libro e moschetto, fascista perfetto” introdurranno il nuovo testo unico ad uso delle scuole del Regno…pardon, della Repubblica. Ovviamente, vista la loro predilezione per l’informatica, il motto sarà così modificato “Web e dischetto, grillino perfetto“.

Ma il fallimento dell’URSS, non ha insegnato nulla? Il Venezuela ed il fallimento del socialismo in stile cubano non vi dicono niente? Il tragico fallimento di ogni ideologia che ha tentato di creare uno Stato etico non basta?  Questi ragazzotti di belle speranze sognano di costruire il mondo a misura della loro fantasia adolescenziale e confondono la politica con i giochi di società. Ma un conto è governare una nazione, altro è giocare a Monopoli. E’ un tragico errore che nella storia dell’umanità hanno commesso in tanti; e tutti con esiti catastrofici. Poi, appena crescono, lasciano il Monopoli e si scontrano con la realtà, vanno in crisi e si rendono conto della loro completa inadeguatezza, impreparazione, incapacità di risolvere anche i problemi più elementari.

Ma la colpa non è dei dilettanti allo sbaraglio finiti in Parlamento; la colpa è di chi ce li manda. La colpa del degrado di Roma non è di Virginia Raggi, ma di chi l’ha votata. La colpa non è di un comico che da un giorno all’altro si inventa politico e pensa di cambiare il mondo al grido di “Vaffanc…”. La colpa è di chi ne ha consentito, anzi favorito, il successo, portando gli italiani all’esasperazione ed al totale distacco dalla politica (ci dice niente il 50% circa di astenuti ad ogni tornata elettorale?) e lo vede come ultima ratio contro il totale degrado di una nazione allo sbando. La colpa è di quella classe politica incapace e corrotta che oggi lo contesta, perché teme di perdere in tutto o in parte il proprio potere, ma che ne è la causa scatenante, la ragione della sua nascita. Come i vermi nascono dalla carne putrefatta, così il grillismo nasce dalla putrefazione della democrazia.

Ed infine il grillismo è l’ultimo germoglio di una pianta dura a morire, quella della  strampalata e nefasta ideologia figlia di “Liberté, egalité, fraternité”, del tanto sbandierato principio “una testa, un voto” (sulla carta; in pratica “Tutte le teste sono uguali, ma alcune teste sono più uguali delle altre”, come direbbero i maiali di Orwell), degli esiti non digeriti di Rousseau e della “Volontà generale”, di Proudhon, Saint-Simon, Fourier, del socialismo utopistico, delle Comuni agricole dell’800 (tutte fallite, chissà perché), dell’assemblearismo, delle decisioni a maggioranza, dell’egualitarismo contro natura grazie al quale anche gli imbecilli, i gay, i cattocomunisti e lo scemo del villaggio si sentono normali. Ancora una volta dovrete sbatterci la testa contro per capire che la realtà è dura, fa male e non la cambierete a forza di “Vaffanc…”. Ma nemmeno questa volta imparerete la lezione, perché, come disse il Signore a Mosè, riferito al suo popolo eletto che si era costruito un vitello d’oro da adorare (ma vale per tutta l’umanità): “è un popolo dalla dura cervice”.

Del resto, però, non stiamo dicendo niente di nuovo. Più o meno, mutatis mutandis, è ciò che scriveva Platone, circa 2.400 anni fa, nella sua Repubblica:Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.”. O il grillismo.

Razzismo, calzini e il Re di Rwenzururu

di , 4 Dicembre 2016 22:38

Oggi ti accusano di razzismo per un niente. Basta che guardi storto l’africano che vuole venderti calzini, salviette e accendini, e sei razzista. Qualunque atto, gesto, espressione, giudizio meno che benevolo nei confronti di un immigrato, specie se africano, è razzismo. Così alimentano il senso di colpa e favoriscono l’accettazione, volenti o nolenti, dell’invasione africana.

Sembra che la condizione per stabilire che si tratta di razzismo è che le parole o azioni siano rivolte ad un nero. Non conta tanto il contenuto di atti e parole, ma il soggetto al quale sono rivolti. Così, se tu dici che Tizio  faceva l’ambulante e vendeva calzini, non c’è niente di strano. Se però lo dici ad un nero è razzismo. Di esempi simili ormai ne abbiamo ogni giorno. Tempo fa toccò a Tavecchio, presidente Figc, che fu accusato di gravi insulti razzisti perché disse che un certi giocatori fino a poco tempo prima mangiavano banane e da un giorno all’altro arrivano in Italia e giocano in serie A. Voleva semplicemente dire che il mondo del calcio dà eccessivo spazio agli stranieri, anche sopravvalutandoli, a scapito dei giocatori di casa nostra. Ma tutti gli si scagliarono contro chiedendo le sue dimissioni. Basta che in uno stadio qualcuno faccia Booohhh nei confronti di un calciatore nero e scatta l’accusa di razzismo, si va incontro a sanzioni, multe e perfino alla squalifica del campo. In passato il tifo allo stadio non era certo più elegante. Ai giocatori avversari, e all’arbitro, si lanciavano accuse di ogni genere. Ma era solo tifo calcistico. Se, però, gli stessi insulti vengono rivolti oggi ad un calciatore nero, non è più solo tifo, ma è razzismo. Chiaro? Oggi abbiamo l’ennesimo esempio. Dopo il derby Roma – Lazio, giocata questo pomeriggio e vinto dalla Roma, il calciatore  Senad Lulic della Lazio ha fatto alcune dichiarazioni alla TV, riferendosi al calciatore della Roma Rudiger. E subito dopo scatta l’infamante accusa di “insulto razzista“: “Lulic attacca Rudiger“.

Cosa ha detto di così offensivo? Ha detto, riferendosi a Rudiger: “Già parlava prima della partita, due anni fa a Stoccarda vendeva calzini e cinture e adesso fa il fenomeno.”. Forse un’espressione poco elegante che poteva risparmiarsi. Ma è davvero così offensiva? Nel mondo del calcio si è sentito di molto peggio. E’ razzismo? Evidentemente sì, visto che sul Corriere già dopo poche ore compare in prima pagina con bella evidenza la notizia  riportata a lato in cui si definisce la frase di Lulic come “insulto razzista“. Già in passato ho evidenziato spesso questa strana interpretazione del termine “razzismo”. E faccio di solito degli esempi pratici per mostrare come la parola “razzismo” sia usata troppo spesso e quasi sempre a sproposito. Ma fa comodo perché così si blocca qualunque forma di espressione non proprio favorevole ai neri, all’immigrazione ed alla realizzazione della tanto agognata società multietnica.

Una settimana fa è stata riportata dalla stampa la notizia di violenti scontri etnici in Uganda e in Congo tra militari e milizie separatiste che sostengono il re di Rwenzururu: “ Uganda, 55 morti per indipendenza del Rwenzururu“. Non sapete dove si trova Rwenzururu? Tranquilli, non è grave.

Il re di Rwenzururu”; sembra il titolo di una favola per bambini. Mi scappa da ridere. Migliaia di anni fa in Europa si costruivano città, piramidi, torri, acquedotti, strade, teatri, regge, Troia, Atene, Roma faro di civiltà e Caput mundi, e le sette meraviglie del mondo. Grazie alle scoperte scientifiche ed al progresso tecnologico  siamo andati sulla Luna e stanno già programmando una missione su Marte. E questi, dopo 5.000 anni di storia e di evoluzione sono ancora nelle capanne di fresche frasche. Esattamente come li trovarono i primi esploratori europei che si avventurarono nell’Africa nera. Ma guai a parlare di superiorità della cultura occidentale; sarebbe razzismo. Guai a maltrattare un africano o solo non apprezzarne usi, costumi e tradizioni o non gradire l’insistenza nel volervi vendere cianfrusaglie. Guai a lamentarsi dell’arrivo continuo di migliaia di africani, e non essere disposti a sostenere con grande gioia le spese di soggiorno di questi ospiti non invitati. Guai a dire che bisogna fermare questa invasione che sarà devastante per la nostra civiltà. Basta e avanza per essere accusati di xenofobia e razzismo.

Poi vedi che in Africa sono sempre in atto gravissimi scontri etnici e tribali e si arriva ad autentici genocidi, come è stato in Ruanda e Sudan. Oggi gli scontri sono in  Uganda e Congo, ma sono molti i conflitti etnici e le guerre che insanguinano l’Africa dalla fine del colonialismo e sono in atto ancora oggi. Neri che ammazzano neri e sterminano  intere tribù e fanno pulizia etnica. Se però in Italia guardi storto un africano è razzismo. Se Tavecchio dice che certi giocatori mangiavano banane è razzismo. Se fai degli apprezzamenti non proprio entusiasti sull’estetica della Kyenge è razzismo. Se Lulic dice che Rudiger vendeva calzini è razzismo. In Africa non solo si guardano storto o si accusano di vendere calzini e di mangiare banane, ma si stanno sterminando a vicenda da decenni. E stranamente nessuno accusa gli africani di essere razzisti. Curioso, vero? Allora è inevitabile chiedersi se, forse, queste continue accuse di razzismo per sciocchezzuole insignificanti che con il razzismo non hanno niente a che fare, siano esagerate e fuori luogo e siano usate in maniera strumentale per mettere a tacere qualunque forma di critica nei confronti dell’invasione africana.

Facce romane

di , 12 Giugno 2016 13:34

Quest’uomo potrebbe diventare sindaco di Roma; con quella faccia.

Quest’uomo, con quella faccia, aspira a governare la città che fu la Caput mundi, faro di civiltà, che creò il più grande e potente impero dell’antichità, e che ancora oggi, per storia, cultura e patrimonio artistico, non ha eguali al mondo. Se quest’uomo, con quella faccia, può aspirare a tanto nell’indifferenza generale, significa che il sistema che glielo consente contiene in sé qualche grave errore di fondo.

Rivalità, xenofobia e diversità

di , 25 Maggio 2016 02:05

La rivalità fra popoli, nazioni, città, genti, perfino tra piccoli borghi, fa parte della storia dell’umanità, ne costituisce il filo conduttore. Storia e cronaca  ci raccontano rivalità secolari e piccole faide di paese. Nel post “Guelfi e xenofobia” accennavo alla storica rivalità tra città toscane, come Firenze e Siena, Pisa e Livorno, o tra fazioni, come guelfi e ghibellini, o ancora fra contrade, come a Siena. Ma rivalità e campanilismo non sono certo una prerogativa esclusiva della Toscana. Non c’è zona dell’Italia che sia immune da qualche forma di rivalità, più o meno accesa, antica o recente. Basta considerare che molto spesso esistono rivalità dure a morire anche tra piccoli paesi distanti pochi chilometri. Si scatenano attriti per il controllo del territorio, per i pascoli, per reciproci furti di bestiame, per una fonte, per qualche sgarbo fatto o subito in passato; o semplicemente per antichi rancori di cui non si ricordano più nemmeno l’origine e la causa scatenante, ma che lasciano traccia di ataviche contrapposizioni che si perpetuano nel tempo per consuetudine, come fosse una eredità culturale da rispettare, una tradizione comune da tramandare ai posteri.

Perfino all’interno dello stesso paesello nascono rancori e odio che sfociano spesso in sanguinose e tragiche faide familiari che si rinnovano e passano di generazione in generazione. Sembra che la rivalità, più o meno violenta, sia una pulsione naturale, uno stato di tensione permanente che nasce spontanea in una comunità, ed alla quale, a meno che non si sia in odore di santità, non ci si può sottrarre. Qualcosa  che scorre nel sangue dell’uomo e forse serve a scaricare quella buona dose di aggressività innata che solitamente viene repressa, ma è sempre pronta a salire a galla ed esplodere al minimo pretesto. Forse sono ricordi ancestrali di ataviche lotte tribali per la conquista del territorio, di una preda, una sorgente o una grotta. Sembra un istinto naturale comune a tutti gli esseri viventi. Uno degli istinti più evidenti negli animali è proprio la difesa del proprio territorio. Così ancora oggi l’uomo ha un bisogno quasi fisiologico di individuare un nemico da combattere o trovare qualche motivo per dividersi e schierarsi in opposte fazioni, tra tifoserie calcistiche, politiche, culturali, artistiche. E quando non ci sono più i guelfi papali e i ghibellini imperiali, ci si divide su Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, polentoni e terroni, S. Ambrogio e S. Gennaro; è il trionfo del fanatismo, spesso anche violento,  del tifo da stadio, applicato a tutte le relazioni umane.

La rivalità, intesa come forma di competizione e sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, è la condizione naturale di tutte le specie viventi, di uomini, animali, e perfino vegetali. Forse non ci facciamo caso, ma anche tra i fiori del giardino, tra gli alberi di un bosco, tra i cespugli e le erbe dei campi esiste una forma di rivalità che consente alle specie  più forti di crescere e svilupparsi a discapito di quelle più deboli. Anche tra i vegetali esiste una forma di istinto di sopravvivenza che si esprime  in una competizione per la vita che determina vincitori e vinti, vita e morte. A dispetto di chi continua a propugnare l’amore universale, anche i fili d’erba si fanno la guerra. Ecco perché tutte le ideologie fondate sulla supposta bontà dell’essere umano, sul mito del buon selvaggio alla Rousseau, su “ama il prossimo tuo come te stesso“, e sul “peace and love“, sono destinate a fallire miseramente:  sono contro le leggi della fisica, della chimica, della biologia; sono contro natura. Anche la materia è in continua lotta, non esiste condizione di stasi, di equilibrio; tutto l’universo è in continuo movimento, evoluzione, lotta tra forze contrarie, tra materia ed anti materia, tra cariche positive e negative, tra forze centrifughe e centripete, tra forze che si attraggono e forze che si respingono; non esiste l’armonia universale. Quando ci sembra che qualcosa abbia raggiunto una condizione di equilibrio, è solo il risultato della contrapposizione di due forze uguali e contrarie, ma sempre in tensione.

Ma lasciamo le guerre tra galassie e torniamo a cose più terra terra. Ha radici antiche la rivalità fra città, popoli, nazioni, civiltà: i toscani l’hanno sviluppata a livelli quasi patologici, ma il germe viene da lontano. Roma e Cartagine, Atene e Sparta, ne sono un esempio storico. Nel post sopra richiamato, parlavo di rivalità spinto dalla dichiarazione di un conduttore televisivo toscano, Paolo Del Debbio, il quale afferma che gli xenofobi gli fanno schifo; dimenticando che essi, i toscani, la rivalità ce l’hanno nel sangue. Ma rivalità e xenofobia, seppure complementari, sono concetti diversi. La rivalità è presente nella vita quotidiana e la si trova in ambiti diversi, nel lavoro, lo sport, il commercio, arti e professioni e perfino in amore; la si può tranquillamente scambiare per una forma quasi innocua di concorrenza o confronto, più o meno leale, ma di solito senza conseguenze tragiche. Anzi, talvolta, una rivalità non aggressiva può stimolare un maggiore impegno ed avere effetti positivi. La xenofobia è un atteggiamento mentale diverso dalla semplice rivalità e, come tutti sanno, è una parola greca composta da xenos (straniero) e  phobos  (paura) e significa, quindi, “paura dello straniero“.

Essendo parola di origine greca, giusto per fare ancora un esempio concreto di quanto siano antiche le radici della contrapposizione fra città anche vicine,  viene spontaneo ricordare la storica rivalità fra Atene e Sparta. Bisogna anche ricordare che per i greci tutti gli stranieri, che non parlavano la lingua greca, erano considerati barbari  (barbaroi), che non significa uomo con la barba“,  come si potrebbe pensare perché in italiano il richiamo onomatopeico viene spontaneo,  ma indica la ripetizione della sillaba “bar…bar“. Alle orecchie dei greci gli stranieri parlavano lingue buffe ed incomprensibili e, forse a causa di un suono ricorrente, sembrava che avessero difficoltà di pronuncia. Così, sarcasticamente, li indicavano come quelli che parlano “Bar…bar…”, ripetendo le sillabe come se, appunto, fossero balbuzienti.  Da qui la definizione di “Barbaroi“, barbari. Come noi usiamo dire “Bla, bla…” di discorsi vuoti, o “Gne gne…” di un parlare lezioso e monotono, o come se noi oggi, indicando i popoli anglosassoni, la cui lingua ha molte parole con desinenza in “…tion”, li chiamassimo gli “Scionscioni“.

Detto questo, bisogna anche ricordare che allora i rapporti fra i popoli non erano molto pacifici. Se riuscivano a farsi la guerra fra Atene e Sparta vuol dire che allora la cosa più frequente non era la pace, ma la guerra. E la storia antica ci racconta proprio vicende di scontri continui tra città, popoli, imperi. Il continuo pericolo di essere invasi e finire magari schiavi in paesi lontani (pensiamo al popolo ebraico per secoli schiavo a Babilonia e in Egitto) non lasciava certo dormire sonni tranquilli. Ovvio, quindi, che la “paura dello straniero” fosse  la cosa più naturale. Per i Greci  i persiani erano “stranieri“, ed  avevano mille ragioni per averne paura. Per fortuna, si dirà, oggi non c’è più il pericolo di essere invasi e di finire schiavi a Babilonia. Il mondo vive un periodo di relativa pace e sembrano finiti i tempi in cui re e imperatori scatenavano guerre solo per ingrandire il proprio territorio o per affermare la propria potenza.  Almeno così sembra, apparentemente.

Non ci sarebbe più alcun motivo, quindi, di aver paura dello straniero. Ecco perché ci ripetono ogni giorno che la xenofobia e la paura dello straniero, che identificano con la paura del  ”diverso” (che sembra lo stesso concetto, ma non lo è: è “diverso”) non sono accettabili. Lo ripetono così spesso che anche Del Debbio ne è convinto e dice che gli xenofobi gli fanno schifo.  Non solo gli xenofobi fanno schifo a Del Debbio, ma se la paura dello straniero comporta anche un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello che si ha solitamente nei confronti degli italiani, si corre il rischio di incorrere nel reato previsto dalla legge Mancino che punisce la  discriminazione razziale, etnica e religiosa. Altro che libertà di pensiero, di opinione, di stampa; vale solo in un senso. Del Debbio ha piena libertà di espressione e può tranquillamente dire in televisione che gli xenofobi gli fanno schifo. Normale, come se dicesse che gli fa schifo la pasta scotta o gli scarafaggi fritti. Ma non è consentito il pensiero contrario. Se qualcuno si azzarda a dire che gli fanno schifo gli stranieri, rischia pesanti sanzioni, o addirittura la galera. C’è schifo e schifo: c’è lo schifo di Stato, quello regolare, ufficiale, a norma, omologato; e c’è lo schifo non consentito, senza il marchio CE, lo schifo abusivo, fuorilegge.

Oggi, per esempio, il presidente emerito Napolitano, è intervenuto ad un convegno presso la Scuola di politica diretta da quel genio di Enrico Letta: quello che, per pacificare gli animi ed evitare di dividere l’opinione pubblica, aveva nominato ministro la congolese Cécile Kyenge; quello che aveva lanciato il servizio taxi navale gratuito Libia-Italia (molto apprezzato dai buonisti e terzomondisti d’Italia), che hanno chiamato Mare nostrum e ci costa 300.000 euro al giorno solo di spese correnti; quello che a Palazzo Chigi non è rimasto nemmeno il tempo per capire dove sistemare la biancheria; quello che è stato liquidato con un sms “Enrico stai sereno“, da un ciarlatano toscano in cerca di gloria. Ora, che Letta, dopo il fallimento “politico” del suo breve mandato da presidente del Consiglio, insegni politica è davvero bizzarro. Diceva una vecchia battuta di Woody AllenChi sa fare, fa. Chi non sa fare insegna“. Ecco, Letta insegna politica.

Napolitano, che non si rassegna a stare in un angolino e godersi lauti compensi e privilegi da senatore a vita, ma vuole essere ancora in primo piano e, seppur senza l’assiduità di quando era al Quirinale, non manca di trovare l’occasione per esternare il suo pensiero, fornire “saggi” consigli non richiesti, stigmatizzare fatti e personaggi non di suo gradimento. Fra le altre baggianate presidenziali, oggi se la prende con la Lega e li bolla come “xenofobi“: “Lega su posizioni xenofobe“. E la Lega lo denuncia (finalmente). Oggi, quando si vuole insultare qualcuno, specie se ha idee diverse da quelle dominanti, basta accusarlo di essere razzista, xenofobo, fascista e populista. Queste sono le accuse più ricorrenti contro coloro che non sono allineati al pensiero unico dominante. E con questo chiudono il discorso ed ogni possibilità di dialogo.  Siamo in pieno regime della sinistra. Il pensiero unico politicamente corretto è diventato etica di Stato. E l’essere in contrasto con esso è “quasi” reato. Manca solo che impongano per legge l’etica di regime e che modifichino l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: purché sia omologato all’etica di Stato e non sia contrario o in contrasto con il pensiero del regime“. In confronto a questa gentaglia che si definisce “democratica” e antifascista, il fascismo era un’associazione umanitaria che si batteva per la massima libertà di espressione. Punto.

Si fa passare per xenofobia la semplice e naturale volontà di opporsi all’invasione degli immigrati, quella che arricchisce cooperative, associazioni e privati che gestiscono l’accoglienza. Ma a quanto pare lo scandalo di “Mafia Capitale” non ha insegnato niente. Abbiamo dimenticato presto ( o facciamo finta di dimenticarlo) che Buzzi disse che si guadagna più con i rom e i migranti che con la droga.  Ma se qualcuno si oppone a questo business dei migranti lo si accusa di xenofobia, di razzismo, di paura del diverso. In verità, però, la paura dello straniero/diverso non è solo quella che si nutre nei confronti di qualcuno che viene da un paese diverso dal nostro, con diversa lingua, abitudini, usi e costumi, tradizioni e perfino colore della pelle. Quando si assimila la paura dello straniero al concetto di paura del diverso si compie una truffa semantica, e lo si fa coscientemente ed intenzionalmente, perché per “diverso” si intende poi, per estensione, tutta una categoria di persone che hanno qualche caratteristica (fisica, psichica, religiosa, etnica, sessuale, etc) che le rende differenti dalla “normalità” della maggioranza della comunità. In fondo la normalità è questo: ciò che rientra nella “norma”, ciò che è comune alla maggioranza dei componenti di una comunità, di un sistema, di un insieme di persone, oggetti, animali, eventi. Ma nel tentativo di dare riconoscimento a tutto ciò che fuoriesce dagli schemi sociali, col lodevole intento di evitare discriminazioni, si tende a far passare ciò che è diverso come del tutto normale, per il semplice fatto di esistere.

E’ normale che esista la diversità, ma la diversità non è normale; altrimenti non sarebbe diversità. E si considera scandaloso e degno di pubblica condanna chi non accetta il concetto che ciò che è diverso sia normale. Ma se è normale non c’è ragione perché debba godere di una attenzione particolare. E se è diverso non c’è ragione per cui debba essere considerato normale. Eppure nessuno tenta di spiegare questa curiosa contraddizione; una specie di aporia che, vista l’impossibilità di trovare una soluzione (o la convenienza a non trovarla), tutti evitano come la peste. Non tutto ciò che esiste in natura è normale. Non tutto ciò che è normale è accettabile. Simpatia e antipatia sono sentimenti del tutto normali e naturali. Ma tendiamo istintivamente (e “naturalmente”) a frequentare le persone simpatiche ed evitare (in pratica discriminandole) quelle antipatiche. E per fortuna, dire che una persona è antipatica non è reato (per il momento). Ma l’aberrazione di questo concetto anti discriminazione è che se dici che ti è antipatico il vicino di casa è del tutto normale. Se dici che non ti è simpatico l’ambulante africano che insiste per venderti cianfrusaglie, è xenofobia, è razzismo. Ma nessuno spiega il perché. Si vorrebbe imporre, per legge, la simpatia universale.

Terremoti, valanghe, inondazioni, uragani, sono fenomeni naturali e, pertanto, “normali”, nel senso che è normale che accadano. Ciò non significa che guardiamo ai cataclismi naturali con lo stesso piacere e l’ammirazione che abbiamo verso il  fiorire dei ciliegi a primavera. Tutto ciò che esiste in natura è “naturale”, ma non per questo mettiamo tutto sullo stesso piano; anzi operiamo sempre delle “discriminazioni”, scegliendo ciò che è bello, piacevole o utile,  ed evitando ciò che è brutto, spiacevole o dannoso. Esiste Biancaneve ed esiste la strega cattiva. Se preferiamo Biancaneve stiamo discriminando le streghe?  Tutti ricorderanno un celebre sonetto di Cecco Angiolieri “S’i’ fosse foco“, che concludeva così: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui/ torrei le donne giovani e leggiadre:/e vecchie e laide lasserei altrui.”.  Angiolieri discriminava le donne brutte? E’ da condannare chi sceglie donne giovani e belle e lascia quelle brutte e vecchie? Secondo l’opinione corrente sembrerebbe di sì; non dovremmo fare nessuna distinzione tra bello e brutto, tra piacevole e rivoltante; sarebbe una discriminazione. Oggi il nostro Cecco susciterebbe le furie delle femministe.

Ma non divaghiamo su questioni estetiche. La paura e la diffidenza nei confronti di ciò che è diverso è connaturata nell’uomo, è un istinto naturale fortissimo. Anzi è un istinto primario complementare all’istinto di sopravvivenza. Aver paura di ciò che non conosciamo è un’arma di difesa che la natura ci ha fornito per metterci in stato di allerta davanti a situazioni pericolose per la nostra incolumità. Grazie a questo istinto abbiamo paura del buio perché non sappiamo cosa vi si nasconde; abbiamo paura dello sconosciuto perché non sappiamo chi sia, da dove provenga, quali intenzioni abbia e se possiamo fidarci o meno; abbiamo paura di insetti strani e animali non domestici perché non sappiamo se costituiscono un pericolo; abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da ciò che conosciamo per esperienza diretta perché non conosciamo le possibili insidie  nascoste. E facciamo bene ad aver paura, perché è questo istinto che ci evita di commettere errori che possono essere fatali.

Così, per tornare alla questione iniziale ed allo “schifo per gli xenofobi” di Del Debbio, ed alle accuse di xenofobia alla Lega, anche aver paura dello straniero o di migliaia di stranieri che invadono il nostro spazio vitale, costituisce una difesa istintiva, del tutto normale, anzi fa parte della nostra natura più profonda; perché non sappiamo, e nessuno lo sa o è in grado di fornire assicurazioni, quale pericolo possa costituire per noi la presenza di milioni di persone di lingua, cultura, tradizioni e abitudini diverse dalla nostra. Se poi aggiungiamo che arrivano a casa nostra senza essere stati invitati e soggiornano a spese nostre, mi sa che qualche motivo di preoccupazione gli italiani lo abbiano, a ragione. Si può, quindi, essere più o meno disponibili nei confronti degli stranieri, più o meno disposti all’accoglienza, ma non si può condannare con infamia la paura dello straniero, perché è del tutto naturale. Ciò che non è naturale, invece, è proprio il voler imporre un atteggiamento di amore e fratellanza universale sulla base di concetti astratti e principi morali che in natura non esistono; questo sì contro natura.

Forse non corriamo il rischio di finire schiavi a Babilonia o di dover fermare i persiani alle Termopili, ma ciò non significa che dobbiamo aprire le porte a tutti i disperati del terzo mondo solo perché aspirano ad una vita migliore. Non c’è nessuna ragione razionale e logica perché l’Italia si faccia carico di diventare una grande Caritas che sfama tutti gli affamati del mondo. Non è scritto da nessuna parte e non possiamo nemmeno permettercelo, perché avrebbe effetti devastanti sul piano dell’economia, della sicurezza e della convivenza sociale. Allora aver paura dell’invasione non è solo un diritto, ma è un dovere di ogni cittadino, perché altrimenti si pone a rischio non solo la sicurezza individuale, ma dell’intera comunità. Aprire le porte all’invasione non è solidarietà, è follia.

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

di , 20 Dicembre 2015 20:48

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

Marino, congiure e pugnali

di , 31 Ottobre 2015 19:18

Quest’uomo si è proprio montato la testa. Da quando indossa la fascia tricolore di primo cittadino di Roma caput mundi (la indossa anche a letto sopra il pigiama), è convinto di essere un primo attore. Invece si è dimostrato solo una piccola comparsa; compare all’improvviso e subito scompare,  come le comete.  A forza di stare al Campidoglio, a ridosso del Foro romano e delle vestigia dei fasti imperiali, si sente inebriato dallo spirito degli avi e, come un novello Cesare, teme intrighi e tradimenti, e vede  agguati, congiure e sicari nascosti dietro ogni colonna. Solo che le fatidiche “Idi di marzo“, forse a causa degli sconvolgimenti climatici e stagionali, invece che a marzo sono cadute a ottobre: e visto che il nostro Cesarino di borgata non se l’aspettava, è rimasto fregato.  Ora grida al complotto di palazzo, dice che è stato tradito e pugnalato alle spalle.  Lo hanno accoltellato in 26. Tre pugnalate in più di Giulio Cesare. Esagerato; pura megalomania.

Pare che, vedendosi pugnalato anche dal suo consigliere più fidato, quello che stimava come un figlio, per restare fedele all’immagine del Cesare morente e volendo adattare la sua storica esclamazione nei confronti di Bruto, abbia esclamato: “Anche tu brutto figlio di puttana…”. Beh, lui è bravo a falsificare gli scontrini, ma tradurre dal latino non è il suo forte. Nessuno è perfetto.

 

 

 

 

Papi e occhiali

di , 5 Settembre 2015 14:00

Il Papa doveva cambiare le lenti. Così, come avrebbe fatto  un qualunque romano de Roma, è andato da un ottico di Via del Babuino, a due passi da Piazza del Popolo.  Strano, ma non ci sono ottici in Vaticano?  Oppure non sono affidabili? Ovvio che si sia radunata una piccola folla incuriosita. Tutti i media hanno riportato la notizia, il negozio ha avuto una grande pubblicità gratuita ed il Papa ha avuto modo, ancora una volta, di mostrarsi umile, alla buona, confermando l’immagine che da subito ha voluto dare di se stesso, quella del Papa che rifugge il lusso, gli sprechi,  il fasto, l’esibizione di ricchezza e potere ed  i privilegi che gli competono per il ruolo ricoperto. Insomma, un Papa che si comporta come una persona normale, un cittadino qualunque. Anzi, molto attento a non spendere più del dovuto, per dare esempio di modestia: “Cambio solo le lenti, non voglio spendere“. Che bravo Bergoglio: “Com’è umano lei…”, direbbe Fantozzi.

Peccato che il Papa non sia una persona qualunque; altrimenti non sarebbe Papa. Ci sono cerimonie, circostanze,  ruoli sociali, che richiedono il rispetto di esteriorità e rigidi cerimoniali. Per certi personaggi  che ricoprono incarichi pubblici o, ancor più, assumono un ruolo di simbolo di istituzioni civili o religiose, il rispetto del protocollo è d’obbligo; la forma diventa sostanza.  Soprattutto quando si tratta del Papa. Bergoglio sembra dimenticare troppo spesso  che il ruolo di capo della Chiesa comporta dei doveri che non sempre sono compatibili con atteggiamenti da popolani. Ne va di mezzo l’immagine,  l’autorevolezza ed il rispetto della figura del Pontefice.  Viene svilito e sminuito il valore del capo della cristianità,  del simbolo di un potere che fa del Papa una persona al di sopra della comunità, un rappresentante del Cristo in Terra, che non è, non può e non deve essere “una persona normale, uno qualunque“. C’è e deve esserci una differenza sostanziale, chiaramente individuabile anche dai segni esteriori e dal comportamento,  tra il Papa ed un curato di campagna, tra il capo della Chiesa ed il vice parroco di Zagarolo.

L’umiltà, la sobrietà, lo sprezzo del lusso, degli agi  e della ricchezza sono doti lodevoli che ben si addicono a chi ha preso il nome del poverello di Assisi (anche se, viste le ricchezze accumulate nei secoli dalla Chiesa, qualche dubbio sull’umiltà dei Papi ci viene). Ma quando si esagera si corre il rischio che tale atteggiamento esteriore appaia falso, un’ipocrita ostentazione, giusto per accreditare l’immagine di un Papa umile, modesto., alla buona, vicino al popolo ed ai poveri.  Poco ci manca che domani lo si veda andare dal barbiere alla Garbatella o aggirarsi con la borsa della spesa a Campo dei fiori a comprare broccoli e patate. Santità, si ricordi che “Quod licet Iovi, non licet bovi “.

 

Bassotti romani 2

di , 10 Dicembre 2014 12:24

Buzzi & C. Ovvero, la “Banda Buzzotti” e l’accoglienza degli immigrati.

 

Arte e autoerotismo

di , 5 Marzo 2014 14:43

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2″ di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

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La grande bellezza

di , 5 Marzo 2014 00:55

E’ appena finito, su Canale 5. Quasi tre ore, compresa la pubblicità. Di solito non guardo film in TV, se non raramente. Ma questo mi ha incuriosito, visto che da mesi non si parla d’altro. E poi tutti dicono che è un gran film. Ieri ha addirittura vinto l’Oscar del cinema come miglior film straniero. Quindi, se tutti dicono che è bello, dev’essere bello, per forza.

Sì, bello, anche se forse con qualche piccolo ritocco sarebbe stato ancora più bello. Per esempio Sorrentino, che oltre ad  essere il regista è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, poteva avvalersi di altri collaboratori, invece che fare il solito “One man show“.  Lo si poteva fare meno lungo, con un soggetto diverso, una diversa sceneggiatura e dialoghi più accurati. Magari con una fotografia diversa e colori meno accesi. Forse con meno scene notturne e riprese in interni. Forse con una migliore gestione del sonoro e della presa in diretta, consentendo di capire cosa dicono i personaggi quando bisbigliano sottovoce. Forse con meno esasperanti pause e lungaggini ingiustificate.  Forse con una diversa colonna sonora. Magari con meno frequenti (troppo) citazioni felliniane che, se non si sanno fare, è meglio non fare. Magari anche con interpreti diversi. Un po’ meno cupo ed angosciante. Più rispettoso della realtà.

Non è, come alcuni commentatori sostengono, un omaggio a Roma, né ai romani, né alla bellezza. Roma è più bella di come la si mostra. I romani non sono così stronzi come quei quattro debosciati che ballano in terrazza. I diversi personaggi sembrano delle figurine appiccicate a caso su un pannello, senza una storia, senza un filo conduttore che li tenga insieme, senza una logica, senza una trama. Ecco, forse con qualche piccolo ritocco, cambiando il soggetto, la sceneggiatura, la fotografia, il sonoro, gli attori, l’ambientazione e, perché no, cambiando anche il regista,  si poteva fare un film “più bello“. Bastava fare tutta un’altra cosa; un altro film. Ma gli esperti dicono che è un capolavoro e se lo dicono gli esperti deve essere vero, per forza. Infatti ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Figuriamoci gli altri!

Oscar, risate e Fiorello in moto

di , 3 Marzo 2014 18:05

Miglior film? Ovvio, “12 anni schiavo“. Ci avrei scommesso. Stavo addirittura pensando, qualche tempo fa, di dedicargli un post, preannunciandone la vittoria. Perché ha vinto e perché era prevedibile? Perché è un grande film? Perché gli interpreti sono fantastici? Perché la storia è originale e coinvolgente? Perché è realizzato in maniera perfetta dal punto di vista tecnico? Perché la regia è perfetta? Perché si tratta di un film che segnerà una tappa fondamentale e resterà nella storia della cinematografia mondiale? No, niente di tutto questo. La spiegazione,  che nessuno avrà il coraggio di riconoscere, è molto semplice;  è il giusto coronamento cinematografico all’escalation del “Black power“, portato ai massimi livelli dall’avvento alla Casa Bianca di Obama. E’ l’ennesimo tentativo di lavare la coscienza sporca dell’America schiavista.  Ma il discorso sarebbe lungo e non politicamente corretto. Ergo, lasciamo perdere, tanto lascia il tempo che trova.

Ma restiamo in casa nostra. Grande tripudio per la vittoria del film di Sorrentino “La grande bellezza“, come miglior film straniero. Da molto tempo questo film ha ricevuto grande spazio ed attenzione da parte dei media. Come se lo si volesse pompare per portarlo alla designazione degli Oscar. Niente di male, semplice orgoglio nazionale e investimento pubblicitario per un prodotto nostrano. La foto che solitamente accompagnava tutti gli articoli ed i servizi video era questa a lato, la foto di Servillo che ride. In questi ultimi mesi lo abbiamo visto mille volte, sulla stampa, in video, su internet, in televisione, sempre quella brevissima scena e quella faccia con uno strano sorriso, ambiguo ed indecifrabile. Non capisco perché la produzione e gli addetti stampa abbiano scelto quella immagine come simbolo del film. Fin dalla prima volta che l’ho vista l’ho trovata irritante, antipatica, a mezza strada fra la risata di un drogato o alcolizzato e la risatina scema di chi vuol prenderti per i fondelli. Misteri della comunicazione. Si vede che oggi va di moda l’ambiguità, il sembrare invece che l’essere o l’essere sempre sopra le righe, sorprendere continuamente il pubblico o prenderlo per il culo. Ma forse è proprio questo che la gente vuole.

Incidenti e feriti

La notizia è questa. A Roma, in prossimità di un passaggio pedonale sulla via della Camilluccia,  una fila di macchine si ferma per lasciar passare un pedone. Arriva un motociclista che, pensando di fare il furbo (as usual), sorpassa a destra la fila di macchine e, non avendolo visto, investe in pieno il pedone sulle strisce. Entrambi finiscono all’ospedale. Il pedone, un anziano di oltre 70 anni,  riporta diverse fratture gravi ed è ancora in sala operatoria, dove dovrà essere sottoposto ad intervento chirurgico alla spalla. L’investitore accusa solo una lieve amnesia e, riporta la stampa, “si è staccata la visiera del casco” (Oh perbacco, oh poverino…).

Ora, immaginiamo che alla guida dello scooter ci fosse stato il solito rom o extracomunitario, magari in stato di ebbrezza o sotto gli effetti della droga. I titoloni dei giornali avrebbero sbattuto in prima pagina l’ennesimo mostro ubriaco o drogato che investe il povero vecchietto sulle strisce. Ma siccome su quello scooter che sorpassa a destra ed investe un vecchietto sulle strisce c’è il “Fiorello” nazionale…alt, il povero vecchietto passa in secondo piano e tutta l’attenzione si sposta sulla salute e sulle conseguenze riportate dal nostro idolo nazionale. Non ci si preoccupa dell’investito, delle varie fratture riportate e dell’intervento che subirà il vecchietto, con tutte le possibili conseguenze. No, ci preoccupiamo dello stato di salute dell’investitore Fiorello.  Poverino, ha una “leggera amnesia” e, come se non bastasse, gli si è “staccata la visiera del casco”. Oh, povera stella, ora dovrà comprare un casco nuovo! Ecco, questa è l’informazione oggi. E non si vergognano nemmeno. E’ la stampa, bellezza!

Serenità e uguaglianza

di , 6 Dicembre 2013 14:41

Angelino Alfano ha presentato ieri il simbolo del “Nuovo Centro Destra“. La prima impressione è di sorpresa. Pensi che quello non sia il simbolo, ma solo una bozza mal riuscita e che il simbolo vero sia un altro.

Poi guardi il video e senti Angelino Jolie della Trinacria che ride mostrando i suoi dentoni, felice e soddisfatto come Bunny quando sbocconcella un carotone gigante, e conferma che quello è proprio il nuovo simbolo. E allora ti cadono le braccia, e qualcos’altro, e ti viene in mente la celebre e mitica battuta di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin: “Una cagata pazzesca“.

Un ragazzino al primo anno di grafica avrebbe fatto di meglio. Ma non è solo il logo a lasciare perplessi. Dice Alfanino: “Da oggi la nostra squadra gioca con il blu“. Ecco cosa mancava, il colore identificativo. Ecco il vero motivo della scissione da Forza Italia; una discordanza sull’estetica del simbolo, una semplice questione di tenui nuances, di sfumature. Ormai la politica è una questione di colori: dalle vecchie e superate camicie nere, siamo passati al popolo viola, alle bandiere rosse, alle cravatte verdi dei leghisti, alle bandiere arcobaleno dei pacifisti con l’hobby dell’amore libero. E’ tutto un fiorire di colori, come a primavera. Se vi venisse in mente di fondare un nuovo movimento affrettatevi a scegliere il vostro colore, prima che ve lo freghino.

Se poi al colore si abbina anche uno slogan efficace siete già a buon punto. Basta lanciare una campagna mediatica martellante ed il successo è assicurato. Oggi la politica è tutta qui: bandiere, slogan e promesse di cambiamento. Pensate a quel chirurgo pentito che ha lasciato il bisturi per la politica e che oggi fa il sindaco per caso, Ignazio Marino. Tutta la sua campagna elettorale era basata sulla necessità di cambiamento.  Le paroline magiche che sintetizzavano tutto il suo programma erano quelle della serata conclusiva della campagna elettorale “Musica e parole per cambiare Roma“. In altre parole, se la suonano e se la cantano o, meglio ancora ”Canta che ti passa…”. Lo slogan con il quale ha tappezzato tutta Roma era questo: “Daje“.

Sì, oggi basta azzeccare lo slogan giusto ed il più   è fatto; puoi anche vincere le elezioni (o le primarie). Pensate a “ailatI’L… cambia verso” di Renzi. Chissà quante menti creative hanno lavorato per inventarsi quella “Italia” scritta al contrario. Lo slogan è tutto. Obama si è inventato “Yes We Can…” ed è diventato Presidente.  Così i nostri americani a Roma, gli Obamini di Trastevere, arruolano stuoli di “creativi”  di borgata e adeguano il motto, adattandolo al più popolare “Se po’ fa…”,  e sintetizzano il concetto in un geniale Daje“. Ricorda una vecchia stornellata un po’ scurrile che cantavamo da ragazzi: “Daje de tacco, daje de punta, quanto è bona la sora Assunta…”. E anche Marino ride. Cosa avranno da ridere non si sa. L’Italia è ormai al collasso, la gente piange miseria e loro passano il tempo a fare comparsate televisive e  inventare slogan, simboli, programmi che sono un’antologia delle banalità e …ridono!

Ma torniamo al nostro Angelino felix. Dice ancora (vedi ANSA): “Il blu simboleggia la serenità, il quadrato l’uguaglianza“. Ragazzi non sforzatevi troppo le meningi. Questi sono concetti profondi che stancano la mente. Ecco perché poi sbagliate anche i conti sull’IMU e non sapete più come rimediare. Ecco perché dite di essere “guardiani delle tasse” e poi le tasse aumentano. Ecco perché in Parlamento urlate contro quella sinistra che ha votato la decadenza di Berlusconi e poi andate a cena insieme. Siete stressati per l’eccessivo sforzo mentale. Rilassatevi.

Ora è chiaro, questo sarà un partito che riscopre i valori dell’ascetismo monacale, la ricerca della “serenità interiore“. Una via di mezzo fra i monaci buddisti ed i frati trappisti. Niente più problemini politici, economici, sociali, culturali, spread, rapporti internazionali, visite di Stato, debito pubblico, tutti adempimenti che ci distraggono dalla ricerca della vera pace dell’anima. La nuova politica è un ritorno all’ascetismo e, soprattutto, alla realizzazione di un altro valore fondamentale: l’uguaglianza. Più che un partito politico sembra una setta mistica. A questa nuova destra all’amatriciana e quasi protocristiana non resta che adottare anche un nuovo motto: “Pace e bene“, come Padre Mariano. E poi il gioco è fatto.

Ma per rendere ancora più radicale il cambiamento e adeguare l’azione politica ai nuovi principi di “serenità e uguaglianza“, fate una scelta drastica: abbandonate il Parlamento e ritiratevi in preghiera e penitenza in un vecchio convento di carmelitani scalzi. Vai, Angelino, vai, sei sulla buona strada per la  beatificazione. A te Papa Francesco ti fa un baffo!

Ecco il verbo della nuova destra: pace, serenità e uguaglianza. La nuova divisa, per intonarsi alla povertà che dilaga, sarà un semplice ed umile saio francescano. Certo, sentire un esponente di centro destra che si batte per l’uguaglianza lascia un po’ perplessi. Del resto, però, se la sinistra da tempo ha sponsorizzato la “meritocrazia“, perché mai la destra non può farsi portavoce dell’uguaglianza? Sì, forse stanno facendo un po’ di confusione, ma bisogna avere pazienza, dargli tempo. Di solito queste menti confuse, vedi i cattocomunisti, impiegano un po’ di tempo a capire, hanno i riflessi intorpiditi, sono lenti a carburare, come i vecchi motori diesel. Possono impiegare anche anni o decenni per rendersi conto di aver sbagliato tutto; vedi i comunisti ex Unione sovietica che hanno impiegato 70 anni!

Quindi dobbiamo avere pazienza. Diamogli tempo, prima o poi capiranno che hanno sbagliato tutto e che avrebbero fatto meglio ad occuparsi d’altro, invece che di politica. L’unico inconveniente è che quando loro lo capiranno, forse noi non ci saremo più. Tutti morti, di fame.

Panico a Roma

di , 30 Ottobre 2013 19:31

Giornata di panico per i tifosi romanisti. Il sindaco Marino, che ogni tanto se ne inventa una per finire in prima pagina, oggi ha rilasciato una dichiarazione, subito ripresa dall’ANSA con grande rilievo, che ha lasciato di stucco e molto preoccupati i tifosi giallorossi. Ecco la notizia…

Promette di imitare la Ferilli?”. Ma questa non è una promessa, è una minaccia.  Il pericolo serio adesso è che i calciatori, pur di evitare a se stessi ed ai tifosi la vista del sindaco nudo decidano di perdere le partite. Però, visto che a causa delle tasse e balzelli sempre crescenti, i cittadini ormai sono in mutande, è più che giusto che anche il sindaco finisca con le chiappe all’aria. Ma non avrebbe lo stesso effetto della Ferilli. Romanisti, non si sa mai,  meglio prendere le dovute precauzioni e fare gli scongiuri: toccatevi le pall…i palloni; questo porta sfiga!

 

Slogan e magliette

di , 7 Ottobre 2013 13:52

Anche il calcio fa la sua parte di buonismo quotidiano. Durante gli ultimi allenamenti i calciatori della Roma hanno indossato questa maglietta con un “profondissimo” pensiero dedicato alla tragedia di Lampedusa: “La vita è un diritto di tutti“. Bene, ora siamo informati. E allora?

E dopo questa “acutissima” riflessione, degna di entrare a pieno titolo fra le più alte vette del pensiero umano, tutto resterà come prima. Fino al prossimo sbarco, al prossimo naufragio, alle prossime vittime, al prossimo cordoglio generale ed al prossimo slogan. Al prossimo allenamento, invece, forse cambieranno slogan: “Non esistono più le mezze stagioni“. Ed infine, con grande sforzo creativo, faranno stampare il celebre motto di Catalano: “Meglio ricchi e sani che poveri e malati“.

E’ curioso come la gente si inventi le cose più banali e inutili quando non ha niente da dire, ma vuole “partecipare” al rito collettivo della commozione generale per sembrare tutti più buoni.

A proposito di immigrati. Poco fa ho visto in TV uno spot pubblicitario dell’UNICEF nel quale si invita a fare una donazione o fare testamento (!?) a loro favore per costruire delle scuole per bambini in Eritrea. Ora qualcuno dovrebbe avvertire l’UNICEF (forse ultimamente sono distratti e gli è sfuggito qualcosa sul traffico nel Mediterraneo, specie verso Lampedusa) che sarebbe meglio che quelle scuole le costruissero qui da noi, visto che eritrei, somali e africani di varia provenienza si stanno trasferendo tutti in Italia.

Nel caso, però, qualcuno, in preda ad irrefrenabile impeto buonista,  volesse fare testamento e lasciare tutti i propri beni ad una delle mille associazioni umanitarie operanti nel mondo, legga prima questo breve articolo sul business degli aiuti umanitari e sulle strutture che ci campano: “Immigrati e business“.

 

Le oche buoniste

di , 10 Luglio 2013 03:47

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città.  I pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito, si asserragliarono sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

Oggi assistiamo ad una vera e propria invasione. Già, perché se vogliamo capirci, bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome. Ora, finché si tratta di accogliere pochi esuli perseguitati per motivi politici o religiosi, passi. Che si voglia accogliere anche qualche centinaio o migliaio di persone che scappano dai loro paesi e che cercano lavoro, passi pure. Ma se si tratta di un flusso continuo, ininterrotto, senza controllo, di milioni di persone che arrivano in Italia, senza arte, né parte, e finiscono necessariamente per accrescere la delinquenza comune e la malavita organizzata, allora non si tratta più di accoglienza: questa è una vera e propria “invasione“.

Allora, memori delle antiche leggende, si potrebbe pensare che anche oggi qualcuno ci avverta del pericolo. Magari delle oche moderne che, starnazzando sui media, ci mettano in guardia e ci consentano di respingere gli invasori. Invece no. Stranamente le oche moderne fanno a gara nel rassicurarci, nel convincerci che, in fondo, sono un bene, che non c’è nessun pericolo. Anzi, sono per noi una ricchezza e dobbiamo diventare una società multietnica e multiculturale, perché…perché lo dicono loro. Insomma, le oche moderne non solo non starnazzano per avvertirci del pericolo, ma ci tengono buoni e, nottetempo, aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste.

Che tempi, signora mia, non ci sono più le oche di una volta!

Follie di giornata

di , 9 Aprile 2013 11:07

Come le uova della vecchia fattoria, Ia, Ia, oh! La prima riguarda quel pazzo coreano che ha messo in allarme il mondo dichiarando che a breve darà il via ad un attacco nucleare contro Corea del sud, Giappone e Sati Uniti; per il momento. Poi si vedrà, magari bombarderà anche la Patagonia, San Marino e le Isole Vergini che, essendo vergini, sono illibate, quindi senza macchia e peccato e, dunque, che colpa ne hanno, poverine? Boh.

Ma la pazzia di questo figuro è talmente grande che è difficile vederne i confini.  Ecco una foto che lo ritrae mentre scruta l’orizzonte. Cosa guarda? Forse sta cercando di vedere fin dove arriva la sua pazzia che si estende a perdita d’occhio. Ecco perché, per vederla tutta deve usare i binocoli. In realtà Kim Jong Un è un’abbreviazione. Il nome completo è Kim Jong Un Po’ Stronz.

Altra notizia, altra foto, ma sempre di follia si tratta. Il Giappone, per predisporre una difesa  contro il pazzo coreano, non si sa mai, ha schierato batterie di missili Patriot. Ed ecco come, stamattina, l’ANSA riporta la notizia.

Oddio, la nazionale di calcio giapponese, invece che limitarsi ai normali moduli difensivi, schiera una batteria di Patriot contro gli attaccanti avversari? Per quanto oggi succeda di tutto ed il calcio sia spesso terreno di scontri fisici anche violenti, non siamo ancora arrivati a tanto. Ma oggi siamo così calcio-dipendenti che se si parla di “Difesa” pensiamo subito al modulo difensivo di una squadra di calcio; a due, tre o quattro difensori in linea, più il portiere.  Ecco perché, forse, per la nostra agenzia di stampa il fatto che il Giappone prepari la “difesa“, è un argomento che riguarda il “Calcio“.

In realtà, però, non hanno tutti i torti, perché ormai gli stadi di calcio stanno diventando il luogo in cui si scatenano i peggiori istinti e si dà libero sfogo alla violenza. Ecco un titolo che si riferisce al derby giocato ieri fra Roma e Lazio…

Per il momento ci si limita alle coltellate, ma non è detto che in futuro non si passi ai lanciafiamme, bazooka, bombe a mano e, perché no, una batteria di Patriot schierata contro la tifoseria nemica. Da questo mondo di pazzi è tutto, termina il collegamento satellitare,  vi saluta il vostro Min Caz Un Po’, inviato speciale in Asia Argento (sembra argento, ma è taroccato Made in China),  linea alla regia, restate con noi, pubblicità…

Grillo e la gita fuori porta

di , 5 Aprile 2013 13:58

I grillini vanno in gita, fanno la Pasquetta in ritardo, tanto per dire che sono diversi dagli altri. Eccoli che aspettano, nel piazzale Flaminio a Roma, il pullman che li accompagnerà in una località segreta per un ritiro spirituale. In mattinata, però, si è scoperto che la località “segreta” non è più segreta; è un agriturismo nella campagna romana, nei pressi del lago di Bracciano, dotato di parco, ristorante e piscina. In questa amena residenza i piccoli grilli ascolteranno in devoto silenzio le meditazioni proposte dal Grillo dominante. Poi, forse, in perfetto stile da scuola aristotelica, i neo peripatetici, passeggiando tra fiori, piante, piscine, fontanelle  e vialetti ombrosi, rifletteranno sulle sagge parole del maestro e si scambieranno opinioni e commenti. Che carini!

In verità, più che un raduno di parlamentari sembra un gruppo di ragazzi in attesa della partenza per la gita scolastica. Oppure una di quelle gite in pullman a 20 euro, viaggio e pranzo compreso, di solito offerte a casalinghe e pensionati, dove poi vi vendono una batteria di pentole per 500 euro. Insomma, pur con qualche giorno di ritardo, anche i grillini fanno la loro gita fuori porta. Visto, tuttavia, che sembrano confusi e spaesati nelle aule parlamentari e non hanno ancora capito bene come e perché si sono ritrovati in Parlamento e cosa ci vanno a fare, forse al rientro dalla gita faranno una sosta al Santuario del Divino Amore, sperando che la Madonna gli chiarisca un po’ le idee. Non resta che sperare nella grazia; per il loro bene ed anche per il nostro.

L’uomo forte ed il leader

di , 6 Febbraio 2013 10:38

Ieri mattina era il titolo di apertura dell’agenzia Ansa, del Corriere e di altri quotidiani. Ovvero, la notizia più importante della giornata. Eccola: “Vendola a Roma ha paura di uscire la sera da solo“. Oh, poverino, allora si faccia accompagnare, così è tranquillo. Dice Nichi: ”Questo clima mi impone di limitare gli spazi della mia vita privata. Sono costretto a gestire ogni mossa con molta prudenza. Se a Roma di sera mi viene voglia di fare due passi da solo, rinuncio”.

Beh, Vendola dovrebbe consolarsi, non è il solo, è in buona compagnia. Ci sono milioni di italiani che hanno paura di uscire di casa la sera. Ed in molti casi hanno paura anche di giorno. Lo chieda alle donne stuprate in strada, ai cittadini che ogni giorno subiscono scippi, furti, rapine. Lo chieda a chi quotidianamente, sotto casa, deve fare lo slalom fra spacciatori, drogati e prostitute. Lo chieda a quelle persone anziane che non solo hanno paura di uscire a passeggio la sera, ma non sono sicure nemmeno in casa propria e vengono aggredite e, spesso, anche uccise per rubare quattro soldi. Sì, Vendola, è in buona compagnia, grazie alla politica scellerata di una sinistra che ha aperto le porte dell’Italia a milioni di disperati che arrivano qui da mezzo mondo e, visto che non hanno né arte, né parte, finiscono per delinquere e riempire le patrie galere (a spese nostre). E questa invasione la chiamano accoglienza e predicano tolleranza, integrazione e rispetto dei diritti umani. E guai a protestare perché si viene subito accusati di xenofobia e razzismo e l’ONU ci bacchetta. Questa è l’Italia che state costruendo voi, lei Vendola ed i suoi amici di sinistra. Quindi, se ha paura di uscire la sera da solo a Roma, faccia una bella cosa; stia a casa e zitto. E si faccia un bell’esame di coscienza.

Ora, a parte il fatto che se ha paura ad uscire da solo può sempre farsi accompagnare, cosa ci fa Vendola a Roma? Ma non è governatore della Puglia? Non è pagato dai cittadini per fare il governatore? Perché, invece che passeggiare a Roma, non passeggia a Bari?  Perché è sempre in giro per l’Italia, sempre presente in tutti i salotti televisivi ed in tutte le piazze dove ci sia una manifestazione o una protesta, e ovunque ci siano elezioni amministrative per sostenere i propri candidati? Ma quando lavora?

L’altra considerazione riguarda queste sue esternazioni, in piena campagna elettorale. Invece che parlare di programmi, continua a parlarci della sua vita privata, a ricordarci che lui è gay, è innamorato del suo Eddy, vuole sposarsi in chiesa ed ha paura ad uscire da solo a Roma. E chi se ne frega non ce lo mettiamo? Non sarà che sfrutta a scopi elettorali questa sua sessualità estrosa per guadagnare qualche voto in più da gay, lesbo, trans e sessoconfusi vari?

Intanto, però, di questa ultima sparata vendoliana non si sa niente di più. Non chiarisce quale sia questo “Clima” che lo intimidisce, né se ci siano stati episodi reali in cui ha dovuto affrontare situazioni pericolose o spiacevoli. Non lo dice, lo lascia intendere, ma non riporta fatti reali. E se la prende con Roma, tanto per lanciare un’accusa generica ad Alemanno. Vuol dire che le altre città sono più sicure? Vuol dire che Bari è un’isola felice, un nuovo Eden? Vuol dire che nei viali periferici e semibui di Bari si può tranquillamente andare a passeggio la notte, come se si trovasse nei giardini vaticani? Significa che quando è andato a Milano per sostenere Pisapia, poteva tranquillamente uscire a passeggio alle due di notte in periferia, da solo, senza correre alcun rischio? Vendola, Vendola, ma che Nicchiate dice?

A Roma negli anni di Alemanno ho visto lo sdoganamento dei piccoli gruppi dediti all’igiene del mondo”, dice ancora, alludendo a Casa Pound. Dimentica di dire che negli ultimi 60 anni l’Italia ha assistito allo “sdoganamento” di estremisti di sinistra di ogni genere. Quelli sì dediti alla propaganda della rivoluzione con tutti i mezzi  per realizzare l’igiene del mondo. Perché lo sdoganamento di Casa Pound è male e lo sdoganamento del comunismo rivoluzionario è bene? Perché Casa Pound no e quei covi di estremisti che sono i centri sociali sì? Perché Marx sì e Pound no?

E ancora: “”il fatto che io sia insultato da fascisti e nazisti di vari network non e’ neanche oggetto di rammarico”. Ha ragione Nichi, non sta bene insultare le persone. A proposito, ma allora perché, giusto due giorni fa, ha definito Berlusconi “Vanna Marchi e mago Otelma“? O forse questi titoli sono dei complimenti? “Com’è umano lei…”, direbbe Fantozzi. Oppure, secondo la più affermata logica sinistra, anche gli insulti sono da interpretare? Oppure solo la sinistra ha l’insulto libero?  Certo, da quelle parti sono così sensibili, umani, rispettosi, non si sognerebbero mai di offendere o insultare qualcuno. Al massimo lanciano in testa un cavalletto fotografico o un modellino del Duomo, ma mai offendere. Giusto? Beh, ma se questi gesti di “simpatia” sono attuati contro Berlusconi vanno benissimo. Ma guai ad usare qualche appellativo poco simpatico nei confronti del caro Nichi, sono insulti fascisti. Basta saperlo.

A proposito di rispetto per la persona e di buoni sentimenti, visto che queste dichiarazioni le ha rilasciate al quotidiano Il Fatto, tanto per restare in casa, chieda al caro Travaglio cosa scrisse quando quel pazzo, a Milano, lanciò il famoso modellino del Duomo in faccia a Berlusconi. Lo ricorda? Rispondendo a chi stigmatizzava la campagna di odio di certa stampa che poteva portare ad episodi di vera e propria violenza, scrisse, chiaro e tondo, che lui rivendicava il suo diritto ad odiare Berlusconi e perfino ad augurarne la morte. Che bravo, che sensibile, che rispetto per le persone. Anche per il nostro Marco si potrebbe dire “Com’è umano lei…”. Che curiosi principi morali hanno da quelle parti; odiare qualcuno ed augurarne la morte è lecito, ma anche solo chiamare “frocio” un gay è un inaccettabile insulto fascista. Il calciatore Cassano per aver usato quel termine durante una conferenza stampa, ha dovuto pagare una multa, inflitta dalla Federazione, di diecimila euro. Dire frocio è un insulto, incitare all’odio verso Berlusconi è libertà di parola e di pensiero. A sinistra la “licenza di odio” contro gli avversari  te la consegnano insieme alla tessera del partito.

Forse ricorda anche una puntata del programma di Gad Lerner che in quella occasione chiese all’ospite in studio, il solito esperto intellettuale di regime, cosa pensasse dell’aggressione a Berlusconi. E cosa disse il nostro illuminato ospite? Disse che i personaggi che hanno grande notorietà e carisma provocano grandi entusiasmi, ma anche  reazioni forti. Quindi, lanciare un modellino del Duomo in faccia è una normale reazione che può succedere e che bisogna aspettarsi. Insomma, tradotto in parole povere: Berlusconi se l’è cercata! Chiaro?

Ma, naturalmente, guai a rivolgersi a Vendola con termini meno che gentili e di apprezzamento. Potrebbe risentirsi, poverino, è un’anima sensibile. Come i musulmani che per due vignette su Maometto attaccano ambasciate, bruciano chiese ed ammazzano i cristiani. Anche loro sono molto sensibili. Strano che la sensibilità stia sempre da una parte, mentre agli altri si può dire di tutto e di più. Di Pietro, in Parlamento, definì Berlusconi “Serpente a sonagli“. Anche questo è un complimento? Si potrebbe scrivere un libro sugli insulti ed offese rivolte a Berlusconi ed agli altri esponenti del centrodestra. Ma quelli sono normali, sono consentiti, sono dialettica politica, sono espressioni della libertà di stampa. O, per male che vada, sono “Satira“.  E se si fa satira, è risaputo, tutto è concesso, perché la satira deve essere libera e contro il potere. Non sempre (Vedi “Satira libera; dipende…” e ancora “Si può ridere dei musulmani?“)

Ma c’è ancora qualcosa, in merito a questa importantissima notizia, che è degna di nota. Riguarda le reazioni riportate dai vari organi e siti d’informazione. Ecco cosa scriveva, ieri,  uno dei tanti commentatori, riferito al nostro Nichi orecchinato: “ La sua è una vita condizionata dal fatto di essere un politico di grande livello...”. E poco dopo: “L’uomo forte della coalizione di Centrosinistra …”. Uomo forte? Politico di “Alto livello”? Breve pausa per consentire qualche risata ad hoc.

Bene, il direttore del Fatto, Padellaro, ha lanciato, a sostegno del nostro Nichi, offeso da ipotetici pericoli nelle sue passeggiate romane, un appello “… oggi ha chiesto a tutti i leader politici di esprimere, con un coming out comune, la solidarietà a Nichi Vendola“. E chi ha risposto fra i “leader politici”? Bersani, Monti, Casini, Berlusconi, Fini? No, ha risposto l’inviato speciale di Santoro, ora candidato con Ingroia, quello col baffone stile Airbag: Sandro Ruotolo. “Anch’io sono gay“, ha dichiarato provocatoriamente. E’ evidente che Ruotolo è convinto di essere un leader politico (!?). Altra breve pausa di ilarità.

Da queste ultime osservazioni dobbiamo dedurre che: 1) Nichi Vendola è un “Uomo forte“. 2) Sandro Ruotolo è un leader politico. Ora breve pausa, non di buon umore, ma di riflessione. Sì, perché dopo queste definizioni si resta molto perplessi e spiazzati. Ruotolo, di punto in bianco, è diventato un leader politico? Vendola è un “Uomo forte”? Non può essere. Questa non è informazione; è satira!

N.B.

Non inserisco le foto di Vendola e Ruotolo per non rovinare l’estetica della pagina.

Resistenza?

di , 20 Ottobre 2011 11:17

Bella la vita, non ci si annoia perché ogni giorno c’è qualcosa da imparare. Prendiamo il caso della guerriglia urbana a Roma. Abbiamo visto immagini e video e ci siamo fatti un’idea della violenza messa in atto. Aggressione alle forze dell’ordine, lancio di molotov e bombe carta, oltraggio ad una statua della Madonna, incendi di auto e di un furgone dei carabinieri, vetrine di banche e negozi sfasciate. A questi atti vandalici avremmo dato un nome, ma avremmo sbagliato. I dodici fermati dalla polizia sono accusati semplicemente di “Resistenza aggravata a pubblico ufficiale“. Adesso il vandalismo e la guerriglia urbana si chiama così: Resistenza.

Buono a sapersi. Così se domani vedete qualcuno che vi incendia l’auto o sfascia le vetrine del vostro negozio, non affrettatevi a dare giudizi avventati, sta solo facendo resistenza. Intanto Alemanno e Maroni hanno chiesto per quelli che fanno “Resistenza punizioni esemplari. Ma siccome siamo in Italia, i termini vanno interpretati. Giusto per fare un esempio, tempo fa a Napoli si è concluso il processo in cui erano imputati qualche decina di questi giovani esuberanti che amano fare resistenza ed avevano messo in atto nella città partenopea scene di violenza che nulla avevano da invidiare alla guerriglia romana. Com’è finita? Tutti assolti perché non si trattava di violenza, ma di “Libera espressione della protesta sociale“. Tutti assolti, tutti liberi, tutti a casa. Pronti per organizzare la prossima giornata di “Resistenza”. Splendido esempio di “punizione esemplare” da parte della nostra magistratura sempre attenta, tollerante e comprensiva nei confronti dell’esuberanza giovanile. Toghe rosse? Ma quando mai, le toghe rosse non esistono, sono un’invenzione di Berlusconi.

Intanto i fermati negano di essere dei Black bloc. Il ragazzo fotografato mentre lancia un estintore sui carabinieri, Er pelliccia,  dice che stava spegnendo un incendio. Questo lo ingaggiano a Zelig. La madre di una ragazza fermata dice che la figlia si è trovata in mezzo alla guerriglia “per caso“, non è Black bloc e poi…vestire di nero non è reato. Un altro fermato ripreso mentre lanciava candelotti ha dichiarato che quel candelotto gli era caduto fra i piedi e lo stava solo rilanciando per liberarsene. Anche questi hanno buone possibilità di entrare nel cast di Zelig. Non mi stupirei, a questo punto, se anche la versione ufficiale dei fatti venisse modificata così:

Versione finale. Sabato scorso a Roma un gruppo di fedeli mariani ha prelevato una statua della Madonna dalla chiesa di San Marcellino per accompagnarla in processione, fra canti liturgici e preghiere, verso San Giovanni, dove si sarebbe celebrata una santa messa seguita da una serata di preghiere alla Vergine. Durante il tragitto, però, il corteo di devoti è stato assalito da un gruppo di satanisti travestiti da carabinieri che hanno scaraventato per terra la statua della Madonna riducendola in mille pezzi. Il corteo dei fedeli si è così diviso. Una parte è andata a piazza Vittorio dove una nota orchestrina multietnica, i “Black bloc ensamble“, eseguiva brani classici del suo repertorio, intrattenendo piacevolmente i presenti. Un altro gruppo ha proseguito verso piazza San Giovanni dove un centinaio di allievi della scuola di recitazione “Teatro di strada” ha improvvisato una edificante rappresentazione dell’eterna lotta fra il bene ed il male, riscuotendo l’apprezzamento e l’applauso degli abitanti della zona.

La serata si è conclusa festosamente con un improvvisato spettacolo pirotecnico con lancio di razzi, granate e mortaretti. Uno di questi ha accidentalmente colpito delle auto in sosta generando un principio d’incendio. Per fortuna l’incendio è stato domato grazie al tempestivo intervento di un giovane dell’Azione cattolica di zona, tale “Er Pelliccia“, il quale ha prontamente spento le fiamme con un estintore che, per puro caso, aveva a portata di mano.

Sì, credo che questa sia la versione più attendibile. O no?

Lettere e stupri

di , 19 Febbraio 2011 14:47

Una volta le “Lettere al direttore” erano una rubrichetta, presente in tutti i quotidiani, in cui i lettori si rivolgevano al direttore per segnalare qualche problema specifico, esprimere un’opinione su fatti di attualità o politica o chiedere il parere del direttore su qualche argomento particolare. Erano lettere inviate da lettori normali, da comuni cittadini. Ultimamente, però,  scrivere la “lettera al direttore” è diventato un vezzo di personaggi noti, meno noti e aspiranti alla notorietà; lo fanno per esprimere la loro visione del mondo, per proporre fantasiose soluzioni ai problemi dell’Italia e del mondo, o per raccontare in pubblico le faccende private.

Fece scalpore la famosa lettera di Veronica Lario a Repubblica, in cui parlava del suo rapporto con Silvio. Ricordiamo anche le lettere al Corriere di Celentano, sempre pubblicate in prima pagina; l’ultima, di recente, con la trascrizione di una telefonata con Grillo.  Ricordiamo una lettera al direttore, ancora del Corriere, di Walter Veltroni in cui esponeva le sue proposte per salvare l’Italia.  A stretto giro, giusto per non essere da meno, gli rispose Bersani con un’altra lettera al direttore di Repubblica. Ormai questa gente comunica a mezzo stampa.

Oggi è la volta del Presidente Napolitano. Non ha certo bisogno di scrivere una lettera al direttore di un quotidiano per avere visibilità.  Tutti gli starnuti del Presidente finiscono in prima pagina, ogni TG gli dedica uno spazietto e l’ufficio stampa del Quirinale sforna note e comunicati a ciclo continuo, per esprimere il parere del Presidente su tutti gli argomenti possibili. Ma evidentemente anche il Presidente è stato contagiato dal virus della “Lettera al direttore”. Così oggi, invece che affidare il suo pensiero alla solita nota dell’ufficio stampa, ha scritto la sua bella letterina a Babbo Natale…pardon, al direttore di Repubblica. Segno dei tempi. Ormai anche i Presidenti scrivono “Lettere al direttore”, come un signor Rossi qualunque. O come un Celentano…

Ecco l’ultimissima del “Bollettino quotidiano degli stupri”: “Giovane stuprata in centro a Roma“. Giusto pochi giorni fa, sempre a Roma, ci fu un altro stupro ai danni di una turista americana, a Villa Borghese. Lo riferivo proprio ieri in ”L’accendiamo?”, riportando la reazione di Alemanno che proponeva di “accendere il Colosseo“. Mi chiedevo cosa avrebbe fatto Alemanno se una turista fosse stata stuprata al Colosseo. Avrebbe acceso Villa Borghese? Mi sono sbagliato di poco. Infatti lo stupro c’è stato, ma a Trinità dei monti. Adesso il dubbio è questo: cosa accenderà oggi Alemanno? Boh…forse un cero alla Madonna. Solo un miracolo può salvarci…

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