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Vasco, rock e business

di , 4 Luglio 2017 03:40

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

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Ci sei o ci fai?

di , 4 Gennaio 2017 03:27

La differenza fra chi è e chi finge di essere è sostanziale. Se si ha la predisposizione a riconoscere la differenza viene quasi spontaneo, altrimenti può essere molto difficile, specie oggi che i mistificatori sono professionisti specializzati con master. Mi viene in mente perché tempo fa sul canale RAI storia mi capitò di seguire una conversazione fra Renzo Arbore e Raffaele La Capria. Parlavano di Napoli, delle sue glorie e le sue disgrazie, di Posillipo e dei Quartieri spagnoli, di musica e canzoni e di miseria, di immagini oleografiche da cartolina e di problemi reali. Mi rimase impressa una considerazione di La Capria che distingueva tra i veri napoletani e quelli che “fanno i napoletani“, per adeguarsi all’immagine macchiettistica del napoletano. La ricordo perché conferma una mia vecchia impressione che provo spesso, ogni volta che vedo personaggi dello spettacolo di oggi che “fanno i napoletani“. Esempio: Totò e De Filippo erano napoletani veri;  Vincenzo Salemme e Alessandro Siani, giusto per citarne due a caso, ”fanno i napoletani“. Così come quei comici che partecipavano al programma “Made in sud“, che parlano un linguaggio che capiscono solo a Scampia e dintorni, e invece che far ridere lasciano un senso di tristezza e angoscia e fanno rimpiangere i manicomi. Ah, Basaglia cos’hai fatto! La differenza è che Totò e de Filippo erano grandi interpreti ed erano veri, non giocavano a fare i napoletani, ne erano l’essenza, l’anima; gli altri fanno venire l’orticaria solo a sentirli per due minuti. Sono dei falsi, come le “vere borse finte” cinesi. Ma è risaputo, il mondo del cinema e della televisione, dello spettacolo in genere è costruito sulla falsa rappresentazione della realtà dove la regola è la finzione, come gli scenari dipinti a teatro o sul set cinematografico. Falsi come Tiberio Murgia che nel cinema era diventato l’icona, l’emblema,  il classico siciliano gelosissimo di tanti film anni ’60, ma non era siciliano, era sardo. Lo stesso Arbore passa come cultore ed ambasciatore nel mondo della musica napoletana (cosa che fa con passione e successo e gli va riconosciuto il merito), ma è di Foggia e nemmeno lui gioca a fare il napoletano. E l’elenco sarebbe lunghissimo.

Per puro caso facendo zapping alla ricerca di qualcosa di guardabile per 5 minuti di seguito senza farsi venire le crisi d’ansia e la tentazione di sfasciare il televisore, ieri sera  capito di nuovo su RAI storia dove stanno rimandando in onda proprio quella vecchia puntata di “Napoli signora“ con Arbore e La Capria.  Così lo riguardo. Ascoltare una conversazione fra persone intelligenti è un godimento estetico sempre più raro in tempi di diffusione mediatica di mediocrità, pettegolezzi, liti da pollaio e beghe fra comari. Citano aneddoti e curiosità della Napoli di una volta, glorie musicali e letterarie, storie di canzoni e poesia e personaggi illustri, da Croce a Vico, a  Salvatore Di Giacomo del quale mi viene in mente quel capolavoro che è “Pianefforte ‘e notte“, che inevitabilmente richiama a sua volta un celebre classico della canzone “Voce ‘e notte“, scritta agli inizi del secolo scorso. La cerco su Youtube, la ascolto, la riascolto e istintivamente la paragono a ciò che si sente oggi.

Dico da tempo che la musica leggera è morta. Si tiene in piedi l’industria discografica solo perché ha interesse a sopravvivere. Ma sono decenni che tutti sembrano cantare la stessa lagna. Così oggi, appena vedo in TV qualcuno che sta per cantare cambio canale prima ancora di sapere cosa canterà: “a prescindere“, direbbe Totò. Il discorso sarebbe lungo, ma non vale la pena di dilungarsi. Sono cambiato io? No, è cambiata la musica. Peggio ancora quando per musicisti si intendono certi personaggi strampalati e pittoreschi (vedi un tale Bello Figo) che con la musica hanno poco a che fare. Ed ecco che torno al punto di partenza. Una volta c’erano musicisti e parolieri che facevano musica e producevano canzoni che ancora oggi, dopo un secolo, restano nella memoria di tutti. Oggi c’è gente che “fa finta di fare musica” e produce solo indistinti motivetti fatti in serie come pannolini e merendine. E per mascherare la totale assenza di estro creativo cercano di distrarre l’attenzione sfoggiando abbigliamenti bizzarri, fumi, luci ed effetti speciali. Ecco la differenza tra chi è e chi finge di essere. Tanto per confermare la mia idea sulla differenza fra chi “ci è” e chi “ci fa“, subito dopo Arbore-La Capria, parte un’altra intervista: Gianni Riotta intervista Roberto Saviano. Sembra fatto apposta per mostrare la differenza fra una conversazione intelligente e quella che pretende inutilmente di esserlo; come paragonare il caviale e le uova di lompo, l’arte e l’artigianato, Michelangelo e gli scalpellini, Platone e Fusaro, Caruso ed Il Volo. Chiaro che dopo un minuto avevo già cambiato canale.

E finisco su RAI1 dove è in corso un programma che stento a credere che sia sulla televisione italiana. Sono vecchie immagini d’epoca in bianco e nero e interviste a personaggi del cinema, dell’arte, filosofi, poeti, pittori. Una galleria di mostri sacri, cito quelli che ricordo: Fellini, Moravia, Italo Calvino, Pasolini, Prezzolini, Moravia, Pablo Neruda, Andy Warhol, Giorgio De Chirico, Ezra Pound, Charlie Chaplin, Ennio Flaiano, ed altri. Scopro alla fine che il programma è “Gli occhi cambiano” di Walter Veltroni. Da non credere, ma è vero. Ovviamente queste perle della cultura le mandano in onda in orari per nottambuli, mentre tutto il giorno ci propinano sciacquette e ochette starnazzanti, oroscopi, cuochi e tagliatelle di nonna Pina. Meriterebbe un post a parte. Forse lo farò; o forse no. Allora, per concludere, voglio dedicare questa interpretazione di Voce ‘e notte nell’esecuzione dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore e la voce di Eddy Napoli e di una stupenda Francesca Schiavo a tutti quei musicisti per caso che, inspiegabilmente, circolano a piede libero su tutti i canali, affinché vedano la differenza fra la musica vera e fingere di far musica. Ma dubito che Bello Figo lo capisca. Se questi musicanti per sbaglio non avessero il cervello fuso a forza di alcol e droga (sarà un caso che molti muoiano proprio per effetti devastanti di droga e alcol?), forse lo capirebbero e, vergognandosi, tornerebbero a lavorare nei campi. Ma ormai la decadenza mentale è irreversibile. Purtroppo per loro; e anche per noi che dobbiamo sopportarli.

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Che vor di’?

di , 2 Maggio 2013 09:18

Anche questo 1° maggio è andato. Concertone a Roma,, contestazioni a Napoli e concerto annullato, insulti contro il PD e Fassino a Torino, discorsi “sindacalesi” a Perugia e bandiere, striscioni, cartelli, maschere. Ma soprattutto parole, tante, troppe parole. Rileggendo oggi, sui quotidiani in rete,  i resoconti dei discorsi dei big sindacali verrebbe da chiedersi alla Montesano “Ma che vor dì?”. Boh.

Dice la Camusso (CGIL): “Senza lavoro il Paese muore e questo Paese non può morire“. Ma va? Chissà quanto ci ha pensato per fare questa scoperta. Magari non ci ha dormito la notte per inventarsi questa frase. La Camusso fa l’infermierina davanti all’Italia in coma. Ricorda il classico “Lo stiamo perdendo” di quelle fiction ospedaliere. Bonanni (CISL) aggiunge: “Basta litigi e furbizie“. Anche Bonanni deve aver passato la notte in bianco per mettere insieme questo accorato appello alla pace ed all’amore universale. Visto che c’era poteva aggiungere “Ama il prossimo tuo come te stesso“, così avrebbe rassicurato i minatori del Sulcis. Anche Angeletti (UIL) per non essere da meno, conferma: “O si risolve il problema di dare lavoro o affondiamo“. Un altro che fa la veglia sindacale per inventarsi una dichiarazione da lupo di mare pronto a lasciare la nave e saltare sulla scialuppa di salvataggio.

Ma non è tutto. Insiste ancora la Camusso: “Il Paese è attraversato da una crisi profonda. Bisogna ricostruire speranza e fiducia, solidarietà e rispetto“. Siamo in crisi? Ma va? “Cosa mi dici maiiii…” direbbe Topo Gigio. Sa, Camusso, che non lo aveva notato nessuno? Meno male che c’è lei a ricordarcelo. Per il momento è tutto, accontentatevi. Come si faccia a ricostruire speranza e fiducia ce lo dirà, forse, al prossimo 1° maggio, l’anno venturo.Chi c’è, c’è. Se crepate prima di sapere come si fa a ricostruire la speranza sono cavoli vostri.

Continuo a non capire come sia possibile che questa gente, siano sindacalisti, politici o opinionisti per caso, non si rendano conto che le loro dichiarazioni quotidiane sono del tutto prive di qualunque senso pratico. Eppure da mattina a sera, in televisione o sulla stampa, non vediamo altro che dichiarazioni di questo tipo. Dicono “Bisogna rilanciare l’economia…bisogna rivalutare il potere d’acquisto di stipendi e salari…bisogna garantire il futuro ai giovani…bisogna creare posti di lavoro…bisogna ridare fiducia alla gente…bisogna intervenire a sostegno delle piccole e medie imprese…bisogna…bisogna…”. Ma nessuno, dico nessuno, che dica chiaramente una volta, nemmeno per sbaglio, cosa “bisogna fare concretamente“. Nessuno che abbia uno straccio di idea o di proposta reale, concreta, pratica e attuabile. Una, anche una sola idea, ma che si possa realizzare subito. Niente, solo parole, dichiarazioni generiche e senza senso.

Fare l’elenco dei problemi d’Italia non significa sapere come risolverli. Dire che bisogna rilanciare l’economia non significa nulla, se non si dice “come” rilanciarla. Saprebbe dirlo anche lo scemo del villaggio. Non c’è bisogno di aspettare il 1° maggio, organizzare cortei e sbandieramenti, allestire enormi palchi ed essere grandi sindacalisti  per dire queste stronzate.  Sono banalità da bar dello sport. Anche Flavia Vento saprebbe dire qualcosa di più intelligente. Il che è tutto dire. Ma evidentemente alla gente va bene così. Si accalorano, ci credono, mettono il loro berrettino col marchio sindacale in testa, sventolano una bandiera, agitano cartelli in favore delle telecamere, ascoltano in estasi le baggianate della giornata e tornano a casa felici e contenti di poter dire “Io c’ero”.

Abbiamo anche messo su un governo di “tecnici” per risolvere la crisi. Tecnici, mica aspiranti, apprendisti economisti in prova. No, fior fiore di professoroni, bocconiani, tecnici che tutto il mondo ci invidia (dicono loro). Ci hanno lavorato per un anno e mezzo. Risultato? Hanno solo aumentato le tasse. E la crisi è sempre lì. Anzi, per ammissione dello stesso Monti, le misure adottate hanno aggravato la recessione. Bel risultato.  Hanno sbagliato perfino un elementare conto aritmetico degli esodati (forse non avevano a disposizione un pallottoliere), creando un pasticcio di migliaia di lavoratori che, da un giorno all’altro, si trovano senza stipendio e senza pensione. Ci volevano dei tecnici per fare queste pagliacciate.  E la crisi è sempre lì, anzi è peggiorata. E visto che i tecnici hanno fallito e non si riusciva nemmeno a formare un governo, Napolitano nomina un altro Comitato di saggi.  Da scompisciarsi dalle risate.

In Italia quando non si sa come risolvere i problemi si apre un “Tavolo” con le parti sociali, oppure si crea una Commissione. E campa cavallo! Che fine farà il lavoro dei saggi? Finirà in Parlamento dove verrà esaminato. Ma siccome bisognerà leggerlo e studiarlo con calma, si nominerà una Commissione parlamentare ad hoc. La Commissione, non avendo tutte le competenze necessarie per comprendere a pieno le varie implicazioni delle proposte dei saggi, avrà bisogno della consulenza di esperti. Quindi la Commissione nominerà un Comitato di consulenti i quali avranno bisogno di un tempo adeguato per studiare il documento dei saggi. Così passeranno mesi. Finito il lavoro il Comitato dei consulenti riferirà alla Commissione parlamentare che, però, per rispettare le diverse prerogative e competenze dei due rami del Parlamento, nominerà due sotto Commissioni: una per la Camera ed una per il Senato. Queste Commissioni ci lavoreranno con calma, poi riferiranno alla Commissione iniziale che, però… No, basta, la telenovela prosegue ancora a lungo, peggio di Beautiful.

Il prossimo primo maggio risentiremo gli stessi discorsi, le stesse parole, quelle che sentiamo da 50 anni. Stesse bandiere, stessi palchi, stesse dichiarazioni. Col passare degli anni cambiano solo le facce sul palco, i berrettini, i gadget, gli striscioni, i cartelli disegnati a mano. Sembrano tutti convinti di essere davvero seri, importanti, determinanti, essenziali, per il progresso della nazione. Ed usano le stesse parole, da sempre. Intanto i caporioni, quelli che sbraitano dal palco, col tempo acquistano potere, si dedicano alla politica, finiscono in Parlamento, si sistemano (loro) e gli operai sono sempre operai, i poveri sono sempre poveri e la Terra continua a girare. La gente, però, ci crede. E tanto basta. La gente ha bisogno di radunarsi periodicamente per sentirsi viva. Lo fa indipendentemente da chi sta sul palco e da quello che dice. Si accontenta del “rito” sindacale.  Ma questa è un’altra storia.

Arte moderna

Il nudismo è di moda ed ogni pretesto è buono per denudarsi; dalle foto “artistiche” di Spencer Tunick , fotografo americano che ama riprendere grandi masse di persone completamente nude, alle Femen, movimento di contestazione nato in Ucraina,  che amano spogliarsi in segno di protesta. Ogni giorno c’è qualcuno che si spoglia in pubblico per qualche motivo. E inevitabilmente finisce in prima pagina. Oggi, come vediamo in un box in bella evidenza sulla home del Corriere, è la volta di un “artista” (!?)  svizzero, Milo Moiré, il quale deve avere una strana concezione di cosa sia l’arte e,  non contento di fare l’artista nelle verdi vallate svizzere dove “gli sorridono i monti e le caprette gli fanno ciao“, come alla piccola Heidi, va ad esprimere l’estro creativo in Germania. Ecco la sua opera “The script system“, una modella che gira in città completamente nuda. Nuda sì, ma con il borsone.

E dire che una volta, tanto, ma tanto tempo fa, quando gli uomini non avevano ancora imparato a coprirsi e cucirsi dei vestiti rudimentali, andavano in giro tutti nudi, come le scimmie. Evidentemente, secondo i criteri estetici di certi artisti moderni, gli uomini primitivi erano tutti “artisti“. Oppure quelli che oggi vado in giro nudi sono rari esemplari sopravvissuti degli antichi trogloditi. Buona la seconda.

Ultimissime

E’ morto Massimo Catalano, l’indimenticabile personaggio di “Quelli della notte” di Renzo Arbore. Celebre per le sue considerazioni banali e lapalissiane spacciate per profonde riflessioni. Ho citato spesso una sua celebre frase “Meglio essere ricchi e sani che poveri e malati“, a proposito di dichiarazioni banali ed ovvie di personaggi famosi. Una massima che si adatta benissimo a ciò che ho scritto in questo post  a proposito delle dichiarazioni dei capi sindacali. Sono di una banalità che accomuna le loro dichiarazioni  alle “massime di Massimo“. Solo che quelle di Catalano erano perle d’ironia che facevano il verso proprio agli intellettuali rubati alla campagna che sproloquiano facendosi passare per grandi pensatori. Quelle dei sindacalisti (e di molti politici che imperversano in TV) sono banalità e basta. Ecco, in questo brevissimo video un’altra sua celebre frase.

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La frangetta di Michelle e altre amenità

di , 28 Febbraio 2013 12:13

Proprio ieri dicevo che la famiglia Obama è troppo presenzialista ed occupa tutti gli spazi possibili nei media, grazie anche alla grande disponibilità e compiacenza dei cronisti e redattori gossipari che  non perdono occasione per ritagliare uno spazietto in prima pagina, con foto allegata, alla coppia presidenziale USA. A qualcuno potrebbe sembrare che io esageri. E invece ecco che oggi, neanche a farlo apposta, spicca nella Home del Corriere, un articolo di Candida Morvillo dedicato alla first lady: “Michelle, frangetta antidemocratica“.

Appunto, come volevasi dimostrare. Solito articolo che sembra scritto dall’ufficio pubbliche relazioni della Casa Bianca. Basta leggere già nelle prime righe del pezzo questa affermazione della Morvillo: “Anche se agli Oscar la first lady americana era bellissima (lo testimonia la foto AFP in alto)…”. La foto AFP citata è quella riportata sopra. Michelle è bellissima? Ma Candida è sicura di vederci bene? Non sarà il caso di farsi vedere da un oculista?

Il pezzo, scritto con chissà quale sforzo mentale dalla nostra firma eccellente del Corriere, è una lunga disquisizione sulla frangetta di Michelle. Non è la prima volta che la Morvillo dedica spazio alla first family. Già a novembre scorso, in un post dedicato alla linea editoriale del Corriere durante la campagna elettorale USA (nettamente schierato a favore di Obama), citavo anche un pezzo di Morvillo che riusciva ad inventarsi un articolo per esaltare Malia, la figlia maggiore di Obama: “Corriere e la gaffe di Romney“.

In quelle poche righe la nostra Candida titolava “Malia (Obama) ora ammalia”. E riusciva a scrivere, con apparente convinzione,  cose di questo genere: “la first figlia della Casa Bianca sta sbocciando e promette di diventare la più  bella tra le first daughter della Casa Bianca.”. Sì, i casi sono due. O è pagata direttamente dalla Casa Bianca, oppure decisamente ci vede male.

Ma il Corriere riserva altre sorprese. Da diversi giorni appare in prima pagina un box che riporta qualcosa di Diego Abatantuono. Sarà quella specie di armadio che prestava la voce, in uno spot pubblicitario, all’orso Bruno ed è convinto di essere un grande attore? E che ci fa sul Corriere? E’ diventato anche lui firma di punta del quotidiano? Finora non avevo letto il pezzo, ma oggi ho ceduto alla curiosità ed ho cliccato sul box. Non è un articolo, è un messaggio video in cui il nostro Diego parla del matrimonio della Lollobrigida: “Lollobrigida ed  il matrimonio a sua insaputa”.

Noto adesso che, vista l’intestazione del box, probabilmente si tratta di una nuova rubrica del Corriere “Ufficio facce“, curata da Abatantuono. Se ne sentiva proprio la mancanza. Immagino che darà un contributo fondamentale al superamento della crisi economica ed al progresso dell’umanità. Va bene che siamo in tempi di crisi, va bene che bisogna risparmiare, va bene la spending review, ma non esageriamo. Di questo passo il Corriere, pur di riempire le pagine,  assumerà i redattori ai saldi estivi per aspiranti cronisti in prova precari. A proposito del videomessaggio, come dice bene l’unico commento riportato, non si capisce un tubo. Non si capisce il senso del messaggio. Forse è satira! Boh!

C’è, però, anche un’altra notizia purtroppo tragica, la morte di un “fotografo dei VIP” (così viene definito): “Ucciso il fotografo dei VIP“. Con tutto il rispetto e la pietà per la tragica fine del fotografo, leggendo le prime righe del pezzo, viene spontaneo fare delle riflessioni amare e che potrebbero sembrare irrispettose. Ma sono semplicemente delle considerazioni che faccio da molto tempo in relazione all’eccesivo spazio riservato dai media al gossip ed a tutte quelle notizie che vogliono far passare per scoop giornalistici e che, invece, sono degli  inutili pettegolezzi da cortile condominiale o da comari al mercato. Parlo, ovviamente, del gossip e di tutte quelle foto di personaggi più o meno famosi che riempiono le pagine di decine e decine di riviste gossipare. Non ne ho mai capito il senso e l’utilità. Eppure c’è gente che si apposta in luoghi impensabili, con teleobiettivi da far invidia ai telescopi astronomici, pur di rubare una foto di VIP o aspiranti tali, magari in atteggiamenti intimi ed affettuosi o, meglio ancora, nudi o quasi. C’è gente che fa questo di mestiere. E lo considera un lavoro serio.

E’ il caso di questo fotografo. Ecco cosa scrive Frignani, l’autore del pezzo, per illustrare la sua carriera professionale: “A Malta, nell’estate di due anni fa, era riuscito a immortalare Brad Pitt con un’altra donna prima dell’arrivo di Angelina Jolie. E quelle foto avevano fatto il giro del mondo. A luglio dell’anno scorso aveva bissato lo scoop: Rihanna, la pop star delle Barbados, in vacanza a Capri, E, prima ancora, aveva ripreso Sara Tommasi in pose hot davanti a un bancomat. Infine l’ultimo shot : Scarlett Johansson in Sicilia alla festa esclusiva di Dolce&Gabbana“.

Per rispetto alla morte del fotografo evito commenti. Immagino, però, una scena che mi ricorda il Giudizio universale di Benigni nel film Il Pap’occhio di Renzo Arbore. Immagino che davanti al supremo Giudice che gli chiede conto di cosa abbia fatto nella vita, questo fotografo possa rispondere con le note di Frignani: “Ho immortalato Brad Pitt con una donna, ho fotografato Rihanna in vacanza a Capri, ho ripreso Sara Tommasi in pose hot, ho fotografato Scarlett Johansson durante una festa in Sicilia…”.

 Vi sembra che si possa giustificare una vita umana con questo tipo di attività? Vi sembra normale che l’uomo abbia impiegato centinaia di migliaia di anni di evoluzione per arrivare a …fotografare Sara Tommasi in pose hot? Molto più meritorio sarebbe semplicemente aver impiegato una vita per piantare un ulivo.

Sono cinico? No, è questa società che vive un dramma ed una tragedia. Il dramma è che la gente è ormai completamente rincoglionita. La tragedia è che non l’ha ancora capito.

Il giudizio universale

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Telethon for Brunetta

di , 12 Dicembre 2012 14:37

L’ex ministro Brunetta ha dichiarato di essere in difficoltà economica: “Non ho i soldi per pagare l’IMU“. Dice che ha dovuto chiedere un prestito in banca per pagare la tassa! Scatta subito la solidarietà internazionale.  La prima iniziativa è un’edizione speciale di Telethon “L’Imu…rtacci tua!”, per raccogliere fondi da destinare all’ex ministro. Anche all’estero nascono varie iniziative. Dalla  Libia è già partita una nave carica di datteri, nei Caraibi è iniziata una  raccolta di banane ed in Arabia parte la campagna “Un cammello per Brunetta“. Lì, avendo qualche problema a fare campagne tramite Sms, preferiscono gli scambi in natura. A Nairobi stanno organizzando un grande concerto per il nostro Renatino “Africa for Brunetta“. Già, il nostro ex ministro si chiama Renato, come il grande Rascel e Renato Zero. Ma Rascel era più alto e Zero è più serio (il che è tutto dire!).

Anche diverse associazioni umanitarie hanno lanciato una raccolta fondi attraverso l’invio di un sms solidale, chiedendo due euro per la campagna “Salva il ministro povero“. Povero ministro, com’è caduto in basso. Del resto non è difficile per lui cadere in basso, visto che è già terra terra; più basso di così c’è solo la Bassa padana. Così basso che, data la statura, non potendo fare il ministro intero, faceva il ministro part time, a mezzo servizio. Una specie di “Mezzo ministro“. Ce ne vogliono due per fare un ministro intero.

E poi c’è ancora qualcuno che non capisce l’ondata di antipolitica e la disaffezione dei cittadini per questa classe dirigente. Molti anni fa Renzo Arbore costituì un’orchestrina; si chiamava “I senza vergogna“. Se dovessero ricostituire la formazione musicale potrebbero chiamare il nostro ministro senza vergogna e nominarlo direttore della banda. Se lo è meritato sul campo, per alti meriti. Beh, non proprio alti; diciamo alticci!

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