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Tele pollai

di , 27 Gennaio 2018 08:48

Simona Malpezzi, deputata del PD, la conoscono tutti. Non potete non conoscerla, visto che staziona in permanenza in qualche salotto televisivo. Passa più tempo in TV che in Parlamento. Ma non è la sola, è in buona compagnia di altre belle statuine del PD e della sinistra che dalla mattina alla sera le vedi, e le senti, starnazzare in qualche pollaio che scambiano per dibattito politico. Le facce sono sempre quelle, le stesse; inutile fare i nomi. Ma hanno in comune delle  caratteristiche che le rendono riconoscibili subito, appena le senti parlare anche per pochi secondi (anche senza vederle) perché inconfondibili: sono  invadenti, arroganti, presuntuose, saccenti, supponenti, boriose, prepotenti, garrule, ciarliere, petulanti, noiose, impertinenti, ripetitive, provocanti, insolenti, fastidiose, portatrici in dotazione di serie di una presunta e mai dimostrata “superiorità morale” e “mani pulite” (dicono ), perennemente in malafede, insopportabilmente faziose e irritanti come zanzare che ronzano nelle orecchie quando stai per prendere sonno. Tutti i mali d’Italia sono colpa degli avversari (del centrodestra e di Berlusconi), tutto ciò che hanno  fatto loro in questi 7 anni di governi di sinistra  è ottimo e abbondante, come il rancio delle reclute di una volta. Questo è il leitmotiv dei loro interventi in TV.

Fra i grandi meriti di questa gente figura il golpe presidenziale che ha portato al governo personaggi che tutto il mondo è felice di non avere in patria: Monti, Letta, Renzi e Renzi bis mascherato da Gentiloni. Fra le grandi realizzazioni delle quali essere fieri (l’elenco sarebbe lungo)  ricordiamo  le norme economiche, tasse e balzelli che, per compiacere la Germania della Merkel,  hanno ridotto l’Italia sul lastrico, l’invenzione degli “esodati“, una “perla” di lungimiranza politica che resterà nella storia,  la nomina di una “ministra” congolese (nessuno ha mai capito la ragione e l’utilità), la missione “Mare nostrum” (il servizio taxi gratuito per migranti; anzi, a nostre spese),  le leggi e norme a favore delle unioni omosessuali, la diffusione delle teorie gender nelle scuole, la nomina di una ministra dell’istruzione che ha mentito sul titolo di studio millantando il possesso di una laurea che non ha mai conseguito, aver favorito, incentivato, finanziato l’invasione afroislamica dell’Italia, e la realizzazione di quella società multietnica che è l’inizio della fine, il mezzo per l’annientamento dell’identità nazionale ed il dissolvimento economico, politico, morale della civiltà occidentale. Ce n’è d’avanzo per essere fieri ed orgogliosi. No?

A questo punto la domanda è questa: c’è qualcuno che riesce a reggere la visione e l’ascolto della Malpezzi, e delle altre belle statuine, per più di 30 secondi?

Il Papa si fa le scarpe

di , 23 Dicembre 2016 13:40

Anch’io ho le mie cose”, ha detto il Papa, intervistato dalla TV in un negozio di articoli sanitari di via del Gelsomino. Ha le sue cose? Per un attimo abbiamo avuto il sospetto che si trovasse lì per acquistare assorbenti.

Ma ha chiarito subito: non si riferiva a “quelle cose”, ma al fatto che soffre di disturbi alla schiena e per questo motivo deve usare delle scarpe ortopediche. Meno male, ci mancava solo un Papa transgender  (video: il Papa fa spese nel negozio di sanitari). E così, in attesa che siano i cardinali che lo contestano a fargli le scarpe, per evitare sorprese le scarpe se le fa da solo. Esce in utilitaria e, come un qualunque trasteverino, va in un negozio appena fuori dal Vaticano: “come una persona normale”, dice la gente.  Già, ma lui non è una persona normale, è il Papa. Ormai ci ha abituati a queste uscite inusuali. Tempo fa, sempre in utilitaria ed accompagnato solo dal suo autista, andò a cambiare le lenti presso un ottico nelle vicinanze di Piazza del popolo. Un giorno o l’altro lo vedremo seduto dal barbiere di Trastevere, oppure dietro un carrello che fa la spesa al market, scegliendo detersivi, broccoli, salumi e tagliatelle di nonna Pina.

Dicono che questo suo modo di comportarsi sia segno di umiltà, di vicinanza alla gente, di rottura con la vecchia immagine di un Papa isolato, distante, inavvicinabile, chiuso nella sua austera residenza pontificia, immerso in una dimensione spirituale e distaccato dalla gente e dalle cure terrene.

Bergoglio ha introdotto un nuovo stile, alla mano, da persona normale. E forse sogna proprio di vivere e fare cose normali: andare a passeggio per il Lungotevere, chiacchierare con i pensionati al parco, andare in pizzeria con gli amici. Gli manca la normalità quotidiana. Ecco perché ogni tanto fa delle cose inconsuete per un pontefice.  Ieri mattina, per esempio, ha sorpreso tutti telefonando alla RAI mentre in studio festeggiavano i 30 anni di Uno mattina, per fare gli auguri di Buon Natale in diretta (“Pronto? Sono Francesco” Il Papa chiama in diretta RAI1). Niente di strano che domani chiami una radio libera romana per dedicare “Tu scendi dalle stelle, o Astro del ciel” alle suore di Santa Marta. Si ha l’impressione che quest’uomo abbia sbagliato strada nella vita. Doveva fare altro; il sindacalista, il contadino, l’artigiano, il gaucho, il suonatore di bandoneon. Tutto, meno che fare il prete. E’ diventato Papa per caso.

Anche il suo modo di esprimersi, che spesso lascia perplessi i fedeli più tradizionalisti, viene giudicato positivamente e, secondo alcuni osservatori, quel suo “linguaggio colloquiale” piace alla gente. Pochi giorni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno del Papa, Serena Sartini sul Giornale ha scritto: “È un linguaggio colloquiale, un linguaggio non ingessato, un fraseggio vicino alla gente comune, che ben si addice a questo Papa che vuole essere più un sacerdote «con l’odore delle pecore» e che ama definirsi vescovo di Roma, prima ancora che Pontefice.” (“Il sacerdote con l’odore delle pecore“). Appunto, un curato di campagna che nella piazzetta del paese si intrattiene con i paesani a parlare di pecore e agnelli, di mungitura, di ricotta e pecorino.  Più che un Papa ricorda un don Camillo della Barbagia. Ma siamo sicuri che sia questa l’immagine del Papa che i fedeli prediligono? Ho molti dubbi in proposito, vista la crescente contestazione nei suoi confronti sia su temi di fede, sia su questioni sociali, specie in merito all’immigrazione, non solo da parte dei fedeli, ma anche di preti e vescovi (Ultimatum del cardinale Burke a Papa Bergoglio: chiarisca entro Epifania gli “errori dottrinali“).

Un Papa non deve usare un linguaggio colloquiale, da gente comune, per il semplice fatto che non è una persona comune; è il Papa. E deve parlare da Papa, non da curato di campagna o da sagrestano. Quando si ricoprono ruoli pubblici importanti la forma è sostanza; ed il linguaggio, l’aspetto, l’abbigliamento, il comportamento devono essere consoni al ruolo ricoperto. Ecco perché trovo intollerabile l’atteggiamento di Renzi; perché un presidente del Consiglio non può presentarsi di fronte ai capi di Stato in maniche di camicia e con le mani in tasca. E’ cafonaggine pura.

Così in tempi di attentati, terrorismo, disagi e insicurezza della gente a causa dell’invasione degli immigrati che mette a rischio la stessa sopravvivenza della nostra civiltà, Bergoglio non può dire “L’Europa è invasa dagli arabi, ma non è un male“, senza suscitare reazioni critiche e perfino insulti e sospetti sulla sua salute mentale. Allo stesso modo il Papa non può dire “Chi sono io per giudicare?”; una delle sue prime affermazioni, riferita ai gay, che lasciarono stupiti molti fedeli ed osservatori. Sei il Papa, ecco chi sei; sei il capo e la guida spirituale del cristianesimo e come tale non solo hai il diritto, ma hai il dovere di giudicare e di essere faro e riferimento spirituale e  morale per la Chiesa.

Non puoi assumere atteggiamenti falsamente umili da sguattero. Non puoi fare ciò che fanno le persone comuni. Non puoi andare in utilitaria dall’ottico di Piazza del Popolo a cambiare le lenti, come un qualunque coatto di periferia. Non puoi andare con gli amici a farti una pizza alla “Bella Napoli”. Non puoi farlo perché non sei una persona qualunque, sei il Papa. Se Bergoglio non ha ancora capito questa piccola differenza farebbe bene a rinunciare ad un ruolo troppo alto e gravoso per il quale, evidentemente, è inadeguato. Per sentirsi più a suo agio, farebbe bene a tornare nelle periferie di Buenos Aires o nelle pampas a bere mate con i gauchos e discutere di pecore e vitelli. Memento: “Quod licet Iovi non licet bovi”. E viceversa.

Gentiloni chi?

di , 11 Dicembre 2016 15:03

Paolo Gentiloni ha ricevuto da Mattarella l’incarico per formare il nuovo governo. Chi è Gentiloni?

Eccolo qui, immortalato in questa foto che ne esalta l’acutezza e lo sguardo vivo ed intelligente. Non è chiaro cosa stia guardando: avrà le visioni mistiche, ha visto un UFO, gli è apparsa la Madonna? Mistero. E’ un mistero anche quella sua eterna espressione sempre assonnata. Casca dal sonno perché è in piedi da tre giorni e non vede l’ora di andare a dormire? Oppure è stato buttato giù dal letto e non si è ancora svegliato del tutto? Boh, certo è che ogni volta che lo si vede in TV sembra che dorma in piedi, come i cavalli. Né è più sveglio il suo eloquio. Roba che i suoi discorsi si possono usare tranquillamente come sonnifero. Immaginate cosa può scaturire da un incontro fra Gentiloni e Mattarella: dopo dieci minuti dormono tutti, anche i corazzieri.

E’ un mistero anche il fatto che in Italia un personaggio simile arrivi a fare il ministro. Del resto se in Parlamento ci sono andati Cicciolina e Luxuria, perché non Razzi e Gentiloni? Davvero questo è il livello della classe politica? Tanto vale affidarsi a Topo Gigio. Ma è anche la dimostrazione che i giovani devono aver fiducia in questa società, perché se un Gentiloni qualunque può diventare capo del governo, vuol dire che chiunque può farcela.  Stamattina, nella sua dichiarazione di accettazione dell’incarico da parte di Mattarella, ha avuto parole di elogio per Matteo Renzi al quale ha riconosciuto la grande “coerenza” nell’aver rispettato la promessa di dimettersi in caso di esito negativo del referendum. Dopo una sconfitta come quella subita, con uno scarto di 20 punti, non doveva dimettersi solo da premier, ma per la vergogna doveva dimettersi anche da segretario del PD, da semplice iscritto e perfino dagli elenchi anagrafici di Pontassieve; dovrebbe scomparire proprio per la vergogna. Ma a sinistra sono fatti così. Anche quando prendono una batosta tragica come sul referendum, invece che riconoscere la pesantissima sconfitta, mettono in risalto, come grande qualità morale, il fatto che Renzi si sia dimesso. E’ lo stesso criterio che usano quando qualcuno dei loro amministratori (quelli della superiorità morale, quelli che “noi abbiamo le mani pulite“) viene preso con le mani nella marmellata (cosa che succede sempre più spesso). Pensano di chiudere la storia e uscirne puliti dicendo che “si è dimesso“. Come se le dimissioni annullino il reato.  Sono ladri dimissionari. Ma sempre ladri sono.

Ma Gentiloni dice che bisogna avere rispetto per la coerenza di Renzi. Coerenza? Quella è una parola sconosciuta al nostro Pinocchietto, non c’è nemmeno nel suo vocabolario; forse qualcuno ha strappato la pagina. State a vedere che adesso il ballista toscano diventa anche modello, emblema e icona di “coerenza”. Ma Gentiloni parla di quel Renzi che aveva scritto a Enrico Letta “#enricostaisereno” (quello che sarà ricordato come il tweet più ipocrita della storia) e poi una settimana dopo lo sfiducia in direzione PD e gli frega la poltrona a Palazzo Chigi? E’ quel Renzi oppure è un omonimo? E’ quello che nel 2014, intervistato da Lucia Annunziata, disse che sarebbe andato a Palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“?  E’ quello che disse che le riforme non si fanno a colpi di maggioranza? E’ quello che scrisse: “C’è bisogno di serietà in politica. Occorre imparare a mantenere la parola data. Io non sarò mai presidente del Consiglio senza essere eletto dai cittadini, non farò mai come D’Alema nel 1998.”. E’ quello che, appena insediato, disse che avrebbe fatto una riforma al mese? E’ quello che in questi mille giorni di governo è andato avanti a forza di bugie e promesse non mantenute? E’ sempre lo stesso Renzi? Beh, allora è davvero affidabile, un mito, un simbolo di coerenza e affidabilità. Cominciamo bene; non ha ancora cominciato a fare il premier e già ha sparato la sua prima cazzata. Sarà difficile riuscire a superare o almeno eguagliare il piazzista toscano. Ma mai dire mai.  Ha ragione Davigo, questi non hanno smesso di rubare, o di raccontare balle, hanno smesso di vergognarsi.

E intanto “The show must go on“, tra nani, ballerine, equilibristi, scimmiette ammaestrate, pagliacci e giullari di regime continua lo spettacolo del grande circo della politica. Cambiano i personaggi, chi entra e chi esce dalla pista, ma lo spettacolo è sempre lo stesso, e non fa nemmeno ridere; anzi, è squallido.

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Insulti e par condicio

di , 28 Novembre 2016 00:41

Più si avvicina la fatidica data del 4 dicembre, quando si voterà per il referendum, e più si accende la battaglia mediatica per il Si o il NO. Gli interventi in televisione dovrebbero essere regolati da norme che garantiscano la famosa “par condicio” ai due schieramenti. Ma, come succede sempre in Italia, le norme e le leggi sono elastiche: per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano.  Così vediamo Renzi (e la sua compagnia di giro con pagliacci e scimmiette ammaestrate) che imperversa su tutti i canali, praticamente lo vediamo a reti unificate; ha il dono dell’ubiquità, come padre Pio. Manca solo che presenti anche le previsioni del tempo, “Viaggiare informati” e l’oroscopo del giorno. Eppure sono proprio questi “Tipi sinistri”, come li chiamava Pansa, che quando era al governo Berlusconi si lamentavano per l’eccessivo presenza del premier in TV. Poi, andando a verificare, si scopriva che i più presenti erano proprio loro. Come successe nel 2006 quando il Corriere, proprio per far luce sulla polemica delle presenze in TV, pubblicò i dati ufficiali dai quali risultava che in testa alla classifica delle presenze c’era Bertinotti di Rifondazione comunista (42 presenze), seguito da Pecoraro Scanio dei Verdi (40 presenze) e da Piero Fassino dei DS (33 presenze); Berlusconi era solo all’ottavo posto insieme a D’Alema, entrambi con 10 presenze. Dimostrazione pratica del livello stratosferico della malafede e dell’ipocrisia che regna a sinistra. Guardate qui: “Politici in TV“.

La presidente della Camera Boldrini, in occasione della giornata mondiale per la difesa delle donne, ha pubblicato una raccolta di insulti che le vengono rivolti in rete dai cittadini, denunciandoli come gravissimi insulti sessisti e come una forma di violenza verbale contro le donne (Ecco chi mi insulta). Sono in gran parte insulti a sfondo sessuale e Boldrini li ha pubblicati proprio per denunciarne la gravità. Dice: “Ho deciso di farlo perché chi si esprime in modo così squallido e sconcio deve essere noto e deve assumersene la responsabilità.”. Giusto, un conto è la libertà di espressione, altro è l’insulto gratuito e volgare. Però, c’è un però. Non ricordo che Boldrini (o altre donnine dall’indignazione facile) si sia indignata quando Sabina Guzzanti, in occasione di un Girotondo a Piazza Navona, urlò dal palco che Mara Carfagna era diventata ministra perché “succhiava l’uccello a Berlusconi“, o quando insulti simili venivano rivolti a donne del centrodestra.

Normale. A sinistra hanno l’indignazione facile, ma a senso unico. Se Guzzanti allude a servizietti orali in stile Lewinski  è satira; se danno della “pompinara” alla Boldrini è un gravissimo insulto volgare e sessista.  Anche la par condicio la applicano in maniera elastica. A sinistra hanno una visione  double face della realtà; così cambiano visione secondo le circostanze e la convenienza. E’ una caratteristica che ho evidenziato spesso.  Mi viene in mente un post di dieci anni fa: “Gad Lerner e San Faustino“. Calza a pennello, anche perché il nostro ineffabile Lerner sta per tornare in TV, sulla RAI, con un nuovo programma “Islam, Italia” sulla cui imparzialità nutro molti e seri dubbi. Anzi, conoscendo la sfacciata faziosità del nostro ex Lotta continua, immagino che sarà un grande spot a favore dell’islam, dell’accoglienza, dell’integrazione e della società multietnica,  perfettamente omologato al pensiero unico politicamente corretto (ma pagato da tutti gli italiani). Lo riporto, a dimostrazione del fatto  che non solo questo della doppia morale è un vecchio vizio della sinistra, ma che non è cambiato niente fino ad oggi.

Gad Lerner e San Faustino (31 marzo 2006)

Ultima puntata di “L’Infedele” dedicata a Fausto Bertinotti (unico ospite “politico”; senza avversari, senza contradditorio e alla faccia della “Par condicio“). Il tema della serata è un ipotetico “Processo” a Bertinotti. Conoscendo Gad Lerner si può già immaginare, anche senza aver visto la trasmissione, quanto sarà duro questo “processo”. Ciò che continua a sorprendermi in gente come Gad Lerner e simili guru dell’informazione (ma il discorso si potrebbe estendere anche ad altri esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura) è constatare come essi siano, o mostrino di essere, del tutto convinti che i telespettatori siano tutti degli idioti o comunque…essi siano più “furbi” degli altri. Sembra incredibile, ma ne sembrano proprio convinti.

Ne sembra convinto anche Fabio Fazio quando annuncia Cornacchione che presenta Berlusconi come un matto che crede di essere Napoleone. O come quando ospita Gianni Minà che si esibisce in una vera e propria apologia di Che Guevara. Ne è convinta Serena Dandini, la conduttrice di quel programma “Parla con me“, quando con perenne sorrisino fintamente ingenuo ironizza su coloro che la accusano di invitare solo ospiti “comunisti“. Ne è convinto perfino Dario Vergassola, ancora a “Parla con me”, quando chiede ironicamente “E’ meglio un nano in giardino o un nano a palazzo Chigi?”. E ancora “E’ peggio il Mòse di Venezia o il Mosè di Arcore?”. O quando ironizza sulle liste di centro destra notando che hanno lasciato fuori qualche illustre esponente per far posto a Pippo Franco. Ovviamente accompagnando la frase con un tono di voce ed una espressione che significa che Pippo Franco è una specie di imbecillotto qualunque indegno di essere candidato. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe fare lo stesso con la parte avversa e chiedersi come mai Bertinotti ha lasciato fuori Ferrando, che rappresenta il 40% del partito, per far posto a Vladimir Luxuria.

Ma si sa, i comici sono fuori dalla par condicio, anche se, stranamente, continuano a fare satira solo ed escusivamente contro una certa parte. Ma non sono solo i comici a fare eccezione. Anche il programma di Lucia Annunziata fa eccezione. O almeno questa è l’opinione di Pierluigi Battista (autorevole vice direttore del Corriere) il quale, di recente a proposito delle polemiche successive all’intervista di Annunziata a Berlusconi, ha affermato che ci sono trasmissioni elettorali, dove i candidati possono illustrare i loro programmi di partito, ma quella di Lucia Annunziata non è una trasmissione elettorale, è una “rubrica giornalistica“. Ah, beh, allora. Abbiamo capito, anche lei è esente da par condicio. Come era esente “Rockpolitick” di Celentano che per quattro puntate, costate circa 20 miliardi a carico dei cittadini, è stato un enorme spot elettorale anti Berlusconi; ma quello è spettacolo, non è mica una trasmissione politica. Quindi è esente da par condicio e da censure perché guai a porre limiti alla satira.

E’ esente dalla par condicio anche la stampa. E così un quotidiano che si vanta di essere “indipendente” e che è il più importante d’Italia, il Corriere della sera, può tranquillamente schierarsi invitando i lettori a votare per il centro sinistra. E meno male che è “indipendente”! E’ fuori dalla par condico, ovviamente, anche il cinema. E così Nanni Moretti può permettersi di far uscire il suo “Caimano” contro Berlusconi ad appena 20 giorni dalle elezioni. Lo stesso possono fare Cremonini/Deaglio con un altro film su Berlusconi, ancora in piena campagna elettorale. Ma mica vorremo imporre limiti al cinema, quando mai. E poi, il fatto che escano in piena campagna elettorale è solo un caso, è, per restare in ambito cinematografico, come i riferimenti a persone e fatti della vita reale “puramente casuale“.

E’ curioso constatare come tutto ciò che gioca a favore della sinistra, per qualche strano motivo, sia sempre al di fuori delle regole. Davvero curioso e degno di una attenta analisi socio/culturale/antropologica. A patto, ovviamente, che tale analisi risulti utile e favorevole alla sinistra. Altrimenti non è il caso, zitti e Mosca! A quanto pare l’unico che in Italia deve stare attento a tutto ciò che dice e fa è Emilio Fede ed il suo TG4. Riceve critiche, contestazioni, denunce e multe per non osservanza della par condicio. Gli contestano i servizi, gli contano i secondi dedicati a questo o quel politico,il modo di porgere le notizie, perfino le fotografie che mostra e infine anche le espressioni facciali. E’ l’unico in Italia al quale controllano anche le pause. Neanche fosse Celentano! Tutti gli altri sono esclusi; per qualche strano motivo hanno sempre una giustificazione per eludere la par condicio.

Per esempio, Gad Lerner. Nel giro di una ventina di giorni è riuscito a fare due trasmissioni che sono due capolavori di propaganda. La prima dedicata a Rossana Rossanda, una specie di glorificazione della Rossanda, della sua militanza comunista e del “Manifesto“. La seconda, giusto avantieri, una puntata che, dietro il titolo paraculistico di “processo” si è dimostrata quello che era e che voleva essere: una glorificazione di Fausto Bertinotti, della sua militanza comunista (pura combinazione) e del suo impegno politico. Mancavano solo l’altarino, i ceri, gli ex voto e l’aureola. Il resto c’era tutto, compreso il gran sacerdote officiante: Lerner. Alla faccia della par condicio. E degli italiani che ci credono.

Vedi:

- “La semantica sinistra di Gad Lerner“.

- “I coglioni sono due“.

- “La morale è un optional

- “Sessantotto, ma non li dimostra

- “Politici in TV

- “Doppia morale e meticciato

Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

di , 14 Novembre 2016 23:47

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

- Vignette sismiche

- E’ satira

- Satira da morire

- Satira libera: dipende…

- Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

-Vauro e gli imam pedofili

- C’è poco da ridere

- Si può ridere dei musulmani?

La democrazia vista da sinistra

di , 13 Novembre 2016 01:45

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Ponti, muri e fasce tricolori

di , 22 Agosto 2016 07:24

Il Presidente Mattarella, intervenendo al Meeting di Rimini di CL, a proposito di immigrazione, dice che non sarà un cartello “Vietato l’ingresso” che li fermerà.  Dice che “Non faremo barriere, ma ponti“. Insomma, bisogna accogliere tutti a braccia aperte, tanto mica se li porta a casa sua. Sembra di sentire esattamente le parole di Papa Bergoglio; un altro che fa accoglienza e beneficenza con i soldi degli altri. Forse hanno lo stesso ghostwriter che gli scrive i discorsi. O forse, visti i tempi di crisi, per risparmiare lo hanno preso in comproprietà, al mattino scrive in Vaticano, la sera al Qurinale, o viceversa. O magari, visto che i concetti sono sempre quelli, lo stesso discorso se lo  passano in fotocopia al Vaticano, al Quirinale, a Montecitorio, alle redazioni di stampa e telegiornali (e per competenza, alle coop, la Caritas, la Kyenge, l’Unhcr, l’ONU, Al Jazeera e gli scafisti libici).

Certi personaggi, apparentemente del tutto normali, perfino banali e mediocri, quando si ritrovano ad occupare posti di potere subiscono una trasformazione improvvisa e sono convinti che avere addosso una fascia tricolore li autorizzi a pensare di avere la verità in tasca, di poter decidere in nome e per conto del popolo e, soprattutto, di interpretare il pensiero comune. E più sono in alto, più ne sono convinti. Caro Presidente, visto che sono gli italiani a subire le conseguenze e pagare le spese dell’accoglienza, lasci che siano gli italiani a decidere se costruire muri o ponti, o se accogliere o meno gli invasori sotto forma di migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo o ad altro titolo; e non il Presidente della Repubblica, quello della Camera, l’abusivo di Palazzo Chigi o il sindaco di Lampedusa. L’Italia non è di Mattarella, di Renzi, della Boldrini, della Kyenge, o delle belle statuine al governo. L’Italia è degli italiani, anche se lo si dimentica troppo facilmente. E se è vero che siamo una Repubblica ed il potere appartiene al popolo, si chieda al popolo come intende regolarsi. Si dovrebbe prendere esempio dalla Svizzera: quando si devono assumere decisioni importanti di particolare interesse nazionale si tiene un referendum. La nostra Costituzione non lo prevede? Si cambia la Costituzione. E se non lo si può fare con un referendum, almeno si tenga conto del sentire comune, della volontà popolare. Se il Presidente della Repubblica rappresenta la nazione deve tener conto dell’opinione dei cittadini, e non impartire lezioncine moraleggianti non richieste e, soprattutto, imporre con arroganza una politica di accoglienza incontrollata “contro” la volontà degli italiani.

E’ curioso come certe persone, prima quasi sconosciute, quando assumono importanti incarichi pubblici, con o senza fascia (specie se si tratta di Colli romani; uno a caso), come per miracolo, da un giorno all’altro diventino depositari di tutta la saggezza del mondo: un’enciclopedia vivente di tutto lo scibile umano. Ed in virtù di tale saggezza, comincino a pontificare ex cattedra in ogni occasione possibile. Succede a chi di colpo si ritrova a ricoprire alte cariche politiche, civili o religiose. D’improvviso li vediamo ovunque ci sia una cerimonia, una commemorazione, una corona da posare su un monumento, un nastro da tagliare. Ed in ogni occasione devono tenere il loro discorsetto di circostanza (sempre scritto dal ghostwriter di fiducia) in cui dispensano perle di saggezza.

Scopriamo così che personaggi come Mattarella, Renzi, Boldrini, Grasso, presidenti di Regioni, segretari ed esponenti di partito, e giù fino all’ultimo sindaco della penisola (ai quali si aggiungono saltuariamente esponenti vari della politica, del sindacato, dell’imprenditoria, della cultura e perfino comici e cantanti, anche senza fascia d’ordinanza), hanno sempre la risposta pronta per tutte le domande, la soluzione per tutti i problemi, la sentenza giusta per ogni controversia, il consiglio giusto per ogni difficoltà, la scelta migliore per ogni momento storico. Ma allora, se c’è tanta gente che ha la soluzione per tutti i problemi d’Italia, com’è che siamo sempre più nella merda? Dov’erano questi sapientoni fino a ieri? Per decenni abbiamo avuto fra noi questi geni, tuttologi, queste fonti perenni di sapienza, da far invidia a Budda, Confucio, Zaratustra ed ai sette saggi dell’antichità, e nessuno lo sapeva, finché non gli hanno messo addosso una fascia tricolore. Meno male che li abbiamo scoperti in tempo. Pensate che fortuna. Comincio a pensare che quelle fasce abbiano un potere speciale, miracoloso, come le bacchetta magica di Merlino; ma solo a chiacchiere.

Islam, stragi e senno-fobia

di , 14 Giugno 2016 16:53

L’autore della strage nel locale gay di Orlando in Florida è Omar Mateen, un fanatico islamico di origini afghane che, prima del massacro, ha fatto una telefonata “giurando fedeltà allo stato islamico“. Il padre curava un programma TV in cui elogiava e sosteneva i talebani afghani, esclude moventi religiosi e dichiara che il movente della strage è solo l’odio verso gli omosessuali. L’Isis rivendica l’attentato, “E’ un nostro combattente“, i jihadisti lo esaltano e gioiscono per la strage, ”Possa Allah accogliere l’eroe che lo ha fatto e ispirare altri a fare lo stesso“, e nei paesi musulmani si esulta, come ogni volta che c’è una strage contro gli infedeli. Ed un imam di Orlando, subito dopo la strage, dichiara in un video “La sentenza per i gay è la morte“. Molto tolleranti questi islamici.

Ma Laura  Boldrini, quella che non riesce a dire qualcosa di serio e sensato nemmeno per sbaglio, dice che l’islam non c’entra, è solo odio verso i gay: “A Orlando solo odio omofobo“.  Il fatto che odiano i gay perché sono islamici e che l’islam condanna l’omosessualità, tanto che per i gay è prevista pena di morte, sembra non avere rilevanza. Diceva Oriana Fallaci: “Non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici“. In questo caso si potrebbe dire che non tutti quelli che odiano i gay sono islamici, ma tutti gli islamici odiano i gay: lo dice la sharia e lo predicano gli imam. Ma non si può dire perché non si deve generalizzare. Che curiosa interpretazione!  Perfino l’FBI sembra avere le idee un po’ confuse, dice: “Non è ancora stato accertato se la sparatoria al club gay di Orlando sia un crimine di odio o un atto terroristico.”. Non è ancora accertato? Ma all’FBI ci sono o ci fanno? Odio e terrorismo non sono due cose distinte, sono complementari, sono due facce della stessa medaglia. Sono decenni che ci stanno mettendo le bombe sotto il culo; ma questi ancora devono interpretare, analizzare, fare i distinguo,  capire bene se lo fanno “per odio o per terrorismo“.

Esiste un terrorismo che non sia alimentato dall’odio? Esiste il terrorismo animato dall’amore per il prossimo? Esistono attentati e stragi a fin di bene? Esistono terroristi che si battono per la pace universale? Si può ancora perdere tempo a distinguere fra terrorismo e odio per l’umanità? Hanno paura perfino di nominare l’islam associandolo al terrorismo, per non turbare la sensibilità degli “islamici moderati” che sono come l’Araba fenice. La strage di Orlando è semplicemente “un atto terroristico ispirato dall’odio”, pensato ed attuato da islamici fanatici e criminali. Come lo sono tutti gli atti terroristici messi in atto da jihadisti, militanti Isis, Al Qaeda. Chiamateli come vi pare, ma ciò che li unisce è solo l’odio verso l’occidente, verso gli infedeli, verso i cristiani e verso gli stessi fratelli musulmani che seguono una diversa interpretazione del Corano.  E’ l’odio che ispira la loro vita e l’odio alimenta il terrorismo. Solo dei perfetti idioti possono continuare a blaterare di accoglienza e integrazione. Non si integreranno mai; glielo vieta la loro stessa religione che è incompatibile con lo stile di vita occidentale. E questa incompatibilità genera odio; e l’odio genera terrorismo. Ma quei geni dell’FBI (ed i  buonisti ipocriti di casa nostra; boldriniani, bergogliani e pacifinti) non l’hanno ancora capito: o fingono di non capirlo (avranno il loro interesse).  Li facevo più svegli questi agenti 006,9 periodico con licenza di pesca dell’FBI.

Secondo la strana interpretazione della Boldrini, non c’è mai alcun nesso fra i vari attentati e le stragi che da decenni insanguinano il mondo ed il fanatismo islamico; si cerca sempre di sminuire la responsabilità cercando cause diverse dall’odio. Anche gli attentatori della maratona di Boston nel 2013 erano islamici, ma i buonisti dicono che non bisogna generalizzare, l’islam non c’entra; forse non gli piace l’atletica, è solo sport-fobia. Anche l’attacco e la strage di Parigi, gennaio 2015,  contro la sede della rivista satirica Charlie Hebdo era opera di musulmani; ma non bisogna generalizzare, forse non apprezzano molto la satira francese, era solo humor-fobia. Ancora a Parigi, dicembre 2015, l’attentato del Bataclan durante un concerto, con 130 morti, era compiuto da terroristi islamici: ma l’islam non c’entra, forse hanno particolari gusti musicali e non amano molto la musica moderna; era solo pop-fobia. Anche la strage al museo del Bardo di Tunisi, nel 2015,  era opera di islamici; ma l’islam non c’entra, forse era solo una questione di gusti artistici, non apprezzavano le opere esposte, era solo arte-fobia. Anche i terroristi responsabili degli attacchi alle Torri gemelle, New York 11 settembre 2001,  erano musulmani: ma non bisogna generalizzare ed accusare l’islam. Forse si trattava solo di divergenza di opinioni sull’edilizia e urbanistica; magari non apprezzano le costruzioni troppo alte come le due torri e volevano solo accorciarle un po’; era solo  torre-fobia. Anche gli ultimi attentati del marzo scorso all’aeroporto ed alla stazione di Bruxelles era opera di islamici, così pure gli attentati alla stazione ferroviaria di Madrid nel 2004 ed alla metropolitana di Londra nel 2005: ma l’islam non c’entra, forse è solo perché non amano le ferrovie ed i trasporti troppo rumorosi, preferiscono ancora viaggiare sui cammelli, più tranquilli e silenziosi, è solo treno-fobia. Anche gli attentati a Mumbai nel 2008 e quelli contro le comunità cristiane nelle Filippine, dicembre 2015, erano opera di islamici fanatici: ma forse l’islam non c’entra, era solo un caso di momentaneo raptus di cristiano-fobia.

L’elenco di attentati, compresi quelli falliti o sventati all’ultimo momento, sarebbe lungo: dall’Egitto all’India, da Londra al Pakistan, da New York alle Filippine, e dietro ci sono sempre islamici. Ma non bisogna generalizzare, dicono i buonisti. I terroristi sono islamici, compiono attentati e stragi in nome di Allah, al grido di “Allah akbar”, ma le anime belle dicono che l’islam non c’entra. E’ quello che continuano a sostenere Boldrini, il Papa, Renzi, gli imam improvvisati di quartiere, e tutta la compagnia di buonisti ipocriti che, in preda a grave carenza di lucidità e buon senso, sembrano non voler vedere quello che hanno sotto gli occhi: anzi li chiudono per non guardare in faccia la realtà e continuare a sognare il loro mondo perfetto fondato sulla fratellanza universale dove tutti vivono a lungo felici e contenti, come nelle favole.

Chi continua a negare la responsabilità dell’islam negli attentati terroristici, o il pericolo dell’invasione islamica dell’Europa grazie all’immigrazione incontrollata, è un idiota. E se non è idiota è un cattocomunista che specula e lucra sull’accoglienza dei migranti. E’ vero che non tutti i cattocomunisti sono idioti, ma (quasi) tutti gli idioti sono cattocomunisti; il “quasi” è optional. Eppure, secondo la visione della realtà diffusa negli ambienti del buonismo ipocrita, non si può accusare il cattocomunismo di essere responsabile dell’acquiescenza nei confronti dell’islam. Se le critiche all’islam vengono stigmatizzate come “islamofobia”, anche le critiche al buonismo irresponsabile potrebbe essere definito come una forma di “fobia”. E perfino l’atteggiamento buonista sembrerebbe una forma di “fobia”. Ma non sarebbe esatto. L’atteggiamento buonista dei cattocomunisti non è fobia, non è paura, è piuttosto una forma di odio, di incompatibilità, di idiosincrasia, di intolleranza, di allergia verso il ragionamento, il pensiero logico, l’osservazione razionale della realtà, l’onestà intellettuale, la saggezza, il semplice buon senso, il senno: non è cattocomunismo finto-pacifismo ipocrita, è solo senno-fobia, è una grave forma di intolleranza verso l’intelligenza. Ecco perché dicono tante stronzate.

Terrorismo e immigrazione

di , 22 Marzo 2016 23:46

Quando accadono tragedie come quella di oggi (attentati, scontri violenti, ribellioni nelle periferie, aggressioni e violenze sulle donne come quelle avvenute a Colonia), oltre ai primi resoconti fatti da stampa e TV e le prime dichiarazioni di circostanza delle autorità, le prime riflessioni a scattare sono quelle di chi teme che queste violenze possano incrementare l’odio verso gli immigrati e alimentare xenofobia e razzismo. La cronaca è cronaca, nuda e cruda, e ci racconta di 34 morti ed un centinaio di feriti: “Bombe in aeroporto e metro. Isis attacca Bruxelles“.  Le dichiarazioni delle autorità sono talmente scontate e inutili che sarebbe  meglio tacere e sorvolare. Ma non possiamo evitarle perché riempiono stampa e televisione.

Oggi l’ex lupetto boy scout Renzi, dopo una riunione urgente del Cdm, ha riferito in diretta TV, che non è il caso di dividersi o di fare sciacallaggio, è il momento di essere tutti uniti (ogni volta che si sente sotto attacco, si appella all’unità nazionale, così pensa di evitare le critiche dell’opposizione) per combattere il terrorismo e che l’Europa deve avere una strategia comune. Poi ha detto di voler parlare ai nonni che hanno lottato contro il nazismo (quello ci sta sempre bene), poi ha detto di voler parlare ai padri che hanno superato gli anni di piombo e le Brigate rosse (per evitare di chiamarle per nome, invece che Brigate rosse, ha parlato genericamente di “brigatismo”), ed infine parla a quelli della sua generazione. E cosa propone? Impegno, interventi nelle periferie dove portare non solo strutture per accogliere i migranti, ma anche maestri e progetti culturali.  Solo così, dice, si può creare una nuova generazione di immigrati che siano perfettamente integrati e così si combatte la formazione del terrorismo.  Chiude con Viva il Belgio, Viva l’Europa e Viva l’Italia. E via, il discorsetto l’abbiamo fatto, ora siamo tutti tranquilli. Questo ragazzo non è scemo, come sembra. E’ molto peggio, è convinto che siano scemi gli italiani e si bevano tutte le sue cazzate. Infatti non dice mai niente di concreto, pratico, attuabile, mai una soluzione al problema, solo parole e concetti generici e vaghi. Non dice niente, ma lo dice bene e convinto.

Ma non è il solo. La Boldrini lo segue a ruota ed in quanto a dichiarazioni fuori di testa non è seconda a nessuno. Appena pochi giorni fa ha detto che in Italia abbiamo pochi immigrati e che dovremmo accoglierne almeno altri 400.000. E vai, qualcuno offre di più? Ora cosa vai a dire ad una così. Niente, semplicemente che “dice cazzate“. Esattamente quello che ha detto Daniela Santanché pochi giorni fa intervistata a Radio 24, dove ha criticato la Boldrini per i suoi interventi e dichiarazioni non sempre in linea con il suo ruolo istituzionale. “Secondo te parla troppo la Boldrini?”, le chiede l’intervistatore. “Non è che parla troppo, dice cazzate, parla a sproposito.”, risponde Santanchè.  Ma guai a dirlo, in rete già c’era un box, con l’audio dell’intervista,  che titolava “Santanché insulta la Boldrini“. Già, perché non è la Boldrini che insulta gli italiani con le sue cazzate; l’insulto è farle notare che dice cazzate.  E’ la strana logica sinistra. Se hai la tessera PD la capisci, altrimenti no.

Oggi in Romania, davanti all’assemblea plenaria dei deputati, ha rilanciato la proposta di far entrare la Romania nell’area Schengen. Ora un’osservazione bisogna farla. La Boldrini è Presidente della Camera e, come tale, il suo compito istituzionale è quello di convocare e presiedere l’Assemblea, stabilire l’ordine dei lavori e garantire che si svolgano nel pieno rispetto delle norme. Punto. Pochi giorni fa è stata prima a Scampia, poi allo Zen di Palermo, per verificare la presenza in quei quartieri di strutture sociali. Oggi è in Romania per proporre il suo ingresso in area Schengen. I piani urbanistici delle periferie di Napoli e Palermo rientrano fra le competenze del presidente della Camera? No. E l’ingresso o meno della Romania in area Schengen è competenza della Boldrini? No. Allora cosa c’entrano col suo mandato e le sue competenze queste visite ufficiali? Nulla; ma questa gente, appena ha qualche incarico lo sfrutta al massimo, anche andando spesso e volentieri oltre le proprie competenze, per avere visibilità, coltivare la propria immagine, aggiungere nomi illustri alle sue relazioni, ed intrattenere rapporti internazionali che fanno sempre comodo. Ecco perché è sempre in giro per il mondo (ricordate i suoi viaggi in America?) e non manca di intervenire ogni giorno su tutti i temi possibili (in questo degna allieva di Napolitano), specie sull’immigrazione. Ma guai a ricordarle di non andare oltre i limiti delle competenze; sarebbe un insulto.

Ora, bisognerebbe ricordare alla nostra Boldrini in trasferta che i romeni, Schengen o non Schengen, già da parecchio scorrazzano per l’Europa.  In Italia sono già più di un milione perché, contrariamente ad altri paesi europei che al momento dell’ingresso della Romania nell’Unione europea (ma non nell’area Schengen), hanno mantenuto delle clausole di riserva sul libero transito, frenando gli ingressi, noi, grazie al lungimirante Prodi, non abbiamo attuato nessuna riserva, col risultato che, già nel giro di un anno, un milione di romeni si sono riversati come cavallette sul nostro territorio. E non erano proprio il fior fiore della cultura, dell’arte e della scienza romena; anzi. Sarà un caso, ma la maggior parte dei furti in case, appartamenti e villette, come riportano le cronache degli ultimi anni, sono opera di bande di ladri romeni specializzati proprio in furti in appartamenti. E nei casi di omicidio stradale (non azzardiamo numeri, ma la percentuale è molto alta), si tratta molto spesso di stranieri (quasi sempre romeni o rom) ubriachi o drogati, spesso entrambe le cose in combinazione risparmio. Un caso? E lei va in Romania a sostenere la libera circolazione? Bene, vada per la Romania in area Schengen. Ma poi chiediamo la Boldini in area Romania (e che ci resti), Bergoglio in Argentina, e Renzi a Rignano; insomma, a quel paese.

Invece la Mogherini, alto Commissario europeo per gli affari esteri, era in visita ufficiale ad Amman e, appena ha saputo della tragedia di Bruxelles, in lacrime ha detto “E’ un giorno molto triste per l’Europa“. Questo è tutto, basta il pensiero, andiamo oltre, linea alla regia, pubblicità. Anche il giorno che la Mogherini è stata nominata responsabile della politica estera europea è stato “un giorno molto triste“. Non abbiamo pianto, ma ci siamo toccati le palle. Invece monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, è più loquace e azzarda anche una soluzione: “Questa guerra si argina soltanto con l’integrazione“. Ecco, basta integrarsi. Peccato che i terroristi di Bruxelles, e prima ancora quelli di Parigi, e quelli che ancora verranno (perché siamo appena all’inizio), non abbiano capito questo particolare, o forse non hanno una particolare predisposizione ad integrarsi.  Pochi giorni fa il cardinale Bagnasco ha accusato i media di alimentare ansie e paure, a proposito dell’immigrazione, e di fare un’informazione ideologica, mentre si tratta di un fenomeno che “porta con sé un contributo di ricchezza per tutto il Paese e, quindi, un reciproco vantaggio.”. Già, la solita litania che i migranti sono “preziose risorse“. Lo dice anche la Kyenge. Del resto l’esempio viene dall’alto, dal Papa, che un giorno sì e l’altro pure non manca di ricordare che non bisogna erigere muri, ma ponti, che bisogna accogliere tutti, buoni e cattivi, che sono tutti fratelli, e che “E’ in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è per forza un male.”. Chiaro? Ci invadono, ci massacrano, ci terrorizzano, ci mettono le bombe sotto il culo, ma il Papa dice che non è un male; anzi fa molto bene alla salute.

Ora bisognerebbe chiedere alla Santanchè, come hanno fatto a proposito della Boldrini: ”Il Papa parla troppo?”. E non ci sarebbe niente di strano nel  sentirsi rispondere “Non è che parla troppo, dice cazzate.”. Ma anche questo, ovvio, sarebbe considerato un grave insulto. Già perché il Papa può dire cazzate, ma se glielo fai notare è un insulto, anzi vilipendio.

Bene, dicevo all’inizio che i primi a farsi sentire sono quelli che temono che questi attentati possano incrinare l’atteggiamento di favore nei confronti degli immigrati. E corrono subito ai ripari, rilasciando dichiarazioni che invitano a non generalizzare, e soprattutto non identificare il terrorismo con gli immigrati. Tanto per cominciare precisano subito che i terroristi non sono stranieri, ma sono cittadini francesi o belgi, già di seconda o terza generazione. E già questo, a loro giudizio, chiuderebbe il discorso dell’equiparazione immigrati-terrorismo, perché non sono “immigrati”, ma sono cittadini europei. Ovviamente fanno i finti tonti, fingono di non sapere, oppure pensano che i tonti siano gli altri. Già, perché saranno anche di seconda o terza generazione, ma sempre figli di immigrati sono. E se i padri erano immigrati è da lì che bisogna partire, perché quello è il problema, quella è la radice della questione immigrazione e del fallimento dell’integrazione. Se i figli di immigrati si sentono esclusi, discriminati, emarginati, non integrati nella società, e per reazione covano odio verso l’occidente e diventano terroristi o scatenano guerriglie urbane nelle banlieue, l’origine del problema è sempre nell’immigrazione dei padri. Quindi dire che sono cittadini europei è una scusa che non regge, ma loro ci provano sempre. Come quando, parlando degli stranieri che delinquono, si accenna ai rom che rubano, scippano e praticano l’accattonaggio anche usando i bambini. C’è sempre il solito difensore d’ufficio che pensa di fare chissà quale rivelazione dicendo che molti rom non sono stranieri, sono italiani. Saranno pure italiani, ma sempre zingari sono, anzi rom, e  molti di loro delinquono. E per chi viene derubato, che il rom sia italiano o straniero non fa alcuna differenza. Chiaro?

Ecco, quindi, l’immancabile articolo di Giovanni Maria Bellu sulla Home Tiscali. Sembra che dorma, assente, ma il nostro attento osservatore si sveglia ogni volta che un fatto tragico, un atto di violenza, un attentato, compiuto da immigrati, può gettare una luce poco simpatica sul fenomeno dell’immigrazione. E trova sempre qualche spunto per rimescolare le carte, guardare il fatto sotto una luce diversa e, soprattutto, fare di tutto per evitare che la gente accomuni l’immigrazione con il pericolo di terrorismo o l’aumento della violenza e della criminalità. La sua visione del problema è sempre dalla parte dei migranti. Chissà perché. E lo sa fare bene. Qualche tempo fa, giocando con i numeri ed usandoli in maniera fantasiosa, annunciò come uno scoop che gli immigrati delinquono meno degli italiani; cosa che anche un bambino darebbe per scontato, visto che gli italiani sono 60 milioni e gli stranieri sono circa 6 milioni. Ma se consideriamo la percentuale di delinquenti fra italiani e stranieri, i numeri dicono un’altra verità; i delinquenti sono una minima parte degli italiani, ma un’alta percentuale fra gli stranieri. Del resto, se un terzo dei detenuti in carcere sono stranieri, ci sarà una ragione, o no?  Leggete questo articolo del 30 ottobre 2014 per capire di cosa sto parlando e quale sia l’affidabilità e l’onestà deontologica di Bellu e come riesca a manipolare i dati a suo uso e consumo (ma non è il solo, è una pratica molto diffusa da quelle parti): “Gli immigrati commettono meno reati degli italiani, un dossier demolisce i luoghi comuni xenofobi.”.  

E sembrava pure convinto. Del resto, è quasi un suo preciso dovere,  non per niente è presidente dell’associazione Carta di Roma, nata nel 2011 ”per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008“.  Avete capito bene? Ordine dei giornalisti e sindacato della stampa, hanno fondato l’associazione per attuare i principi deontologici che stabiliscono come trattare il problema dell’immigrazione. Tutto quello che leggiamo sulla stampa nazionale in relazione all’immigrazione ed ai problemi collegati, viene scritto e pubblicato attenendosi a questo protocollo, stabilito dalla Carta di Roma di cui è presidente Bellu. Chiaro? Per avere un’idea dell’aria che tira nell’associazione basta vedere che, oltre ai fondatori (Ordine giornalisti e sindacato stampa) ne fanno parte le seguenti associazioni: “Arci, Acli, Amnesty Internazional Italia, Cospe, Lunaria, Cestim, A buon diritto, Asgi, Federazione chiese evangeliche italiana, Centro Astalli, Redattore Sociale, Associazione 21 luglio, Articolo 21, Il Pettirosso. Sono invitati permanenti: l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)”. Praticamente sembra un’associazione a tutela dei migranti. Non c’è una sola associazione che rappresenti e tuteli i diritti dei cittadini italiani. Nessuno che si occupi e si preoccupi  dei gravi problemi causati dal flusso migratorio incontrollato e che possono generare attriti e conflitti sociali, squilibri economici, oneri insostenibili a carico dello Stato o problemi di sicurezza pubblica. Tutti si preoccupano degli immigrati, nessuno degli italiani. Buffo, vero?

E non è detto che questo “protocollo” non condizioni pesantemente l’intera informazione in Italia. E se anche lo facesse noi dovremmo apprenderlo dai media. Ma non lo sapremmo mai perché la stampa, ovviamente, non rivelerebbe mai le proprie colpe e magagne. Noi sappiamo solo ciò che vogliono che si sappia. E non è una battuta. Forse per questo la stampa nazionale appare omologata ad un pensiero unico dominante, quello che solitamente uso definire di sinistra. Ma forse adesso alla luce del “protocollo” di Roma appare chiaro che questa omologazione non è casuale e non è molto diversa dal pensiero unico della sinistra. Lo stesso Bellu viene dall’Unità dove è stato anche condirettore; sarà un caso?  Ma per fare un esempio pratico basta ricordare che Giorgia Meloni lo scorso anno ricevette una specie di censura in merito ad un’affermazione proprio sulla necessità di regolare il flusso migratorio. Ricevette una lettera con la quale le si intimava di moderare i toni sull’immigrazione. E chi era il mittente di quella lettera quasi minacciosa? Era l’UNAR, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Guarda che combinazione, proprio una di quelle associazioni che fanno parte della Carta di Roma. Curioso, vero? Qui la notizia: “Censura di Stato sugli immigrati.”.

Non c’è bisogno di essere grandi conoscitori dell’universo delle associazioni per capire che ci troviamo di fronte ad un organismo che, in tutto e per tutto, opera chiaramente a favore dei migranti, intervenendo sulla stampa per evitare che il problema dell’immigrazione possa essere trattato in maniera non rispettosa del protocollo approvato;  suggerendo perfino il tipo di linguaggio e la terminologia da usare (pensate quanto sono sensibili), secondo quanto “suggerito” anche dalla presidente Boldrini. Ecco perché non li chiamiamo più immigrati clandestini, ma solo genericamente migranti. Anche se Boldrini suggerisce che sarebbe ancora più corretto chiamarli rifugiati o richiedenti asilo. Sembra lo stesso, ma non lo è; e loro sanno bene che anche queste differenze linguistiche hanno il loro peso. Si comincia col chiamare le cose con un altro nome e piano piano quella cosa cambia completamente di significato. E’ un trucco semantico subdolo che gli addetti ai lavori conoscono molto bene. Come se non bastasse, lo scorso anno una “direttiva politica” suggeriva alle Questure  di evitare di passare alla stampa notizie su piccoli reati commessi da stranieri, per evitare di alimentare sentimenti di xenofobia e reazioni negative nei loro confronti (Vedi qui: “I crimini dei richiedenti asilo? Censurati per la pace sociale“). Ecco, così funziona l’informazione in Italia. E’ chiaro, oppure, come dice qualcuno, bisogna farvi il disegnino? A questo punto voi vi fidate di quello che scrive la stampa sull’immigrazione? Vi fidate sui dati sulla criminalità forniti da Alfano? Vi fidate sugli studi sull’impatto dell’immigrazione sulla società e sulla sicurezza dei cittadini? Io no.

Ed ecco che, per commentare i fatti di Bruxelles,  Bellu intervista un personaggio che conosce benissimo le problematiche dei migranti e che darà una visione onesta, corretta ed obiettiva dei fatti (?). Si tratta di Christopher Hein, portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati. Ora, volete che il portavoce del Consiglio per i rifugiati parli male dei rifugiati e degli immigrati e dei possibili pericoli che comporta l’immigrazione? O che possa avere una visione del fenomeno non dico distaccata, ma appena appena passabile di un minimo di obiettività? Ma nemmeno per sogno, non esiste. Sarebbe come sentire l’oste che parla male del proprio vino. Ovvio che difenda i rifugiati e tutto ciò che li riguarda. Ma allora come si fa a pensare che Bellu faccia del giornalismo obiettivo e affidabile? Non lo fa, non vuole farlo e non può farlo. Ecco perché oggi, per mettere le mani avanti e parare il colpo dell’attentato a Bruxelles, spara quel box in Home col titolo “E’ una sciocchezza associare il terrorismo islamico all’immigrazione“.

E così fa ogni volta che, come dicevo, fatti di cronaca possono mettere in cattiva luce gli immigrati.  Ed il fine è quello di negare che l’immigrazione sia un problema, che possa creare conflitti sociali, che possa essere causa di aumento della criminalità, che possa essere un pericolo per i cittadini, che l’accoglienza indiscriminata di migliaia di migranti possa favorire l’arrivo e la nascita di cellule terroristiche, che le moschee possano essere centri di indottrinamento. Negare tutto questo, negare ogni legame tra immigrati, terrorismo e violenza. Ecco il loro compito. Con grande gioia di Coop, associazioni, Caritas, imprenditori privati, albergatori, che con gli immigrati incassano milioni di euro, come Buzzi e Mafia Capitale ci hanno spiegato molto bene. Forse associare il terrorismo all’immigrazione è esagerato ed è una sciocchezza, perché non tutti gli immigrati sono delinquenti o terroristi e nessuno ha mai affermato questo. Ma negare che esista una relazione fra l’immigrazione e l’aumento delle violenze e della criminalità nelle città è da idioti. Oppure da sciacalli che speculano sui disperati e intascano profitti con l’accoglienza.

Dubbio democratico

di , 7 Febbraio 2016 15:02

Quando l’Italia è governata da personaggi che non si sa bene con quale legittimazione popolare ed a che titolo rappresentino la nazione, viene il sospetto che ci stiano fregando. Quando un ciarlatano come Renzi diventa capo del governo, non perché votato ed eletto dal popolo, ma per aver vinto una competizione interna al suo partito e per volontà di un Presidente della Repubblica sul quale pesa il sospetto di aver ordito un golpe per sostituire Berlusconi con un premier più malleabile e pronto ad eseguire gli ordini del potere politico ed economico che governa l’Europa; quando  Laura Boldrini, eletta nel SEL di Vendola, che rappresenta circa il 3% degli elettori votanti (se riferito agli aventi diritto o, ancora meglio, all’intera popolazione italiana, la percentuale è intorno al 2%), diventa presidente della Camera e terza carica dello Stato non perché rappresenti la maggioranza degli italiani, ma per volontà di Bersani che così pagava il prezzo dell’accordo elettorale con SEL; quando un personaggio come Angelino Alfano è ministro dell’interno e gli italiani si chiedono se si possa affidare la sicurezza del Paese a chi ha dimostrato di essere completamente inaffidabile per aver  tradito il mandato ricevuto dagli elettori e, in cambio di qualche poltrona,  sostenere il governo della sinistra che avrebbe dovuto combattere; quando due belle statuine del tutto insignificanti, ma fedeli ancelle del premier, come Madia e Boschi diventano ministre non si sa per quali meriti e  speciali capacità e competenze, ed un’altra donna, Roberta Pinotti, diventa ministro della difesa; quando un personaggio poco sveglio come Paolo Gentiloni, dal caratteristico eloquio soporifero e apparentemente affetto da narcolessia (magari non lo è, ma l’impressione è quella), diventa ministro degli esteri ed è responsabile dei rapporti internazionali; quando una persona come Mattarella, sconosciuto agli italiani fino al giorno della sua elezione, diventa Presidente della Repubblica non per volontà collegiale del Parlamento o perché particolarmente rappresentativo della nazione, o perché votato dai cittadini, ma perché lo ha deciso un premier abusivo, nemmeno lui eletto dal popolo; quando ci rendiamo conto che l’Italia è in mano ad una classe politica composta da personaggi che non brillano per il possesso di particolari doti, competenze, capacità e requisiti politici, culturali e morali; beh, allora come minimo agli italiani dovrebbe sorgere un dubbio e dovrebbero chiedersi se in questa democrazia, che spacciano come il miglior sistema di governo possibile, non ci sia qualche errore di fondo. Non dico che si debba avere la certezza e la prova scientifica che questa democrazia sia una truffa, ma che almeno ci si ponga il problema; ecco, almeno avere il dubbio.

Baudo e il bacio negato

di , 14 Gennaio 2016 01:24

Pippo Baudo a Ballarò, per dimostrare quanto è di mente aperta e politicamente corretto, cerca di baciare una ragazza musulmana ospite in studio; ma gli va buca, la ragazza rifiuta. Ormai sembra che in televisione  non si possa fare un programma se non c’è ospite un immigrato, un musulmano, un imam  qualunque a caso (va bene anche l’imam di Pompu), una ragazza convertita all’islam con velo d’ordinanza, un deputato PD che difende gli immigrati (meglio se marocchino) e una delle renzine di rappresentanza che spopolano ad ogni ora su tutti i canali, che  ripete a memoria la storiella che il governo sta lavorando bene, che ha diminuito le tasse, che l’Italia riparte grazie alle riforme e che tutto va ben madama la marchesa. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che su Al Jazeera.

A proposito, sarà un caso, ma da qualche tempo (da quando è iniziata l’era renziana) in televisione succede sempre più spesso di sentire ospiti, esperti, opinionisti, conduttori, giornalisti, perfino cuochi e casalinghe, con un forte accento toscano. Anche ieri a Ballarò, Lady Fisco (così viene indicata, ma non ricordo il nome) intervistata su tasse ed evasione, parlava con uno spiccato accento toscano. Poco dopo intervistano una signora anziana che è in attesa di andare in pensione ed anche lei parla con accento toscano. Qualche giorno fa una ragazza ospite in uno di quei pollai pomeridiani, non ricordo a che titolo, pure con accento toscano. Non sto esagerando, fateci caso e noterete che da quando il fanfarone toscano ex boy scout si è insediato a Palazzo Chigi, in televisione (ma credo anche in altri settori) c’è un’invasione di toscani. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio!

In quanto al nostro Baudo nazional-popolare, non si rassegna proprio a starsene buono a casa e godersi il meritato risposo. No, deve essere sempre in primo piano sotto i riflettori. Non potendo avere un programma suo, si accontenta di fare l’ospite, il giudice, una comparsata, insomma, tutto va bene purché ci sia una telecamera che lo inquadra. Per questi personaggi  la visibilità mediatica è essenziale, come l’aria. Se non vanno in TV sono morti. Ed assumono sempre quell’aria di superiorità, di distacco, di super partes, da vecchi saggi, pronti a dispensare preziosissimi consigli su tutto. Anche ieri, Baudo, poteva starsene tranquillo ed in silenzio (o stare a casa, ancora meglio), invece deve sempre rubare la scena, essere al centro dell’attenzione, dimostrare quanto lui sia di larghe vedute, a favore dell’immigrazione, dell’integrazione, dell’uguaglianza, del rispetto delle diversità etniche, culturali, razziali e religiose. Deve mettersi in mostra. E per farlo, dopo aver dichiarato “Io sono per l’integrazione“, si alza e si avvicina alla ragazza musulmana con l’intenzione di baciarla. Ma la ragazza rifiuta decisamente; non è nella cultura islamica concedere baci ad un uomo pubblicamente.

Ben ti sta, caro Baudo. Succede questo quando, per fare i buonisti e per mostrare ipocritamente vicinanza e solidarietà con questa gente, si tenta di farlo con modi che essi non accettano e che non fanno parte delle loro tradizioni. Non si può baciare una persona che non vuole essere baciata e non considera il bacio come un semplice gesto di stima, come riteniamo noi, ma quasi un oltraggio, un’offesa. E Baudo, da tuttologo, dovrebbe saperlo. Islam e Occidente sono due mondi inconciliabili, non c’è possibilità di dialogo, né di integrazione. Ovunque hanno tentato di realizzare la società multietnica, e multi religiosa, è stato un fallimento. Lo stanno scoprendo a loro spese, anche se in ritardo, nazioni come l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia e pure la Germania (vedi i recenti fatti di Colonia). Solo gli idioti e quelli in malafede, o gli sciacalli che sull’accoglienza fanno milioni (Buzzi docet),  pensano di poter dialogare ed instaurare una convivenza pacifica con i musulmani, i quali possono anche sembrare moderati e disposti ad accettare la cultura e le tradizioni occidentali, ma non abbandoneranno mai la loro cultura e le imposizioni del Corano per tentare l’integrazione nella nostra società; troppa differenza (la cronaca riferisce ogni giorno di fatti di violenze subite dalle donne musulmane che tentano di condurre uno stile di vita occidentale). Non si può imporre l’integrazione a chi non vuole integrarsi. Un pacifista simbolo della non violenza, Gandhi, diceva che non si può stringere la mano di chi ti porge il pugno chiuso. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ecco perché la ragazza ha rifiutato un semplice bacio che da noi è solo un segno di affetto, di stima, di vicinanza, di simpatia. Per loro è qualcosa di molto diverso. Tentare di baciare in pubblico una donna musulmana è come offrire ad un musulmano un piatto di prosciutto o mortadella. Come regalare un film porno ad una suora di clausura. Come regalare le sinfonie di Beethoven ad un sordo. Come… come Baudo che cerca di baciare una ragazza musulmana pubblicamente in televisione. E’ da idioti.

 

Mimetismi e sonniferi

di , 1 Gennaio 2016 23:00

Paura di attentati terroristici in Europa. In particolare a Bruxelles, centro operativo della strage di Parigi. Così i principali luoghi pubblici, piazze, monumenti, scuole, sedi governative, sono costantemente sotto stretta sorveglianza di forze di polizia e soldati dell’esercito in tuta mimetica.

Niente di strano, è la divisa normalmente indossata dai reparti in operazioni militari. Però, a ben vedere, è un po’ curioso vedere dei militari in tuta mimetica al centro di Bruxelles. Devono mimetizzarsi per passare inosservati? Ma allora c’è una piccola contraddizione. La tuta mimetica ha una sua utilità se si è all’aperto, in campagna, in una boscaglia, in un terreno coperto di cespugli, allora può avere un effetto mimetico perché si confonde con l’ambiente. Ma indossare la mimetica in città ottiene l’effetto contrario, la notano tutti anche fra mille persone in una piazza piena. Allora che senso ha? Mah, mistero.

Anche il premier Renzi, visitando il contingente italiano impegnato in Libano nella missione Unifil, ha indossato la tuta mimetica per passare in rassegna i reparti schierati (Vedi Gallery). Ma siccome il ragazzotto toscano è estroso, creativo e sempre controcorrente, invece che la divisa completa indossa solo il giubbino mimetico sopra i jeans, così  ha l’aria impettita da militare, ma non troppo; mezzo soldato e mezzo bullo. Ma è chiaro che è tutta una finzione. Inutile che cerchi di mimetizzarsi, si vede benissimo che è un militare fasullo; più fasullo che militare. La vita militare non gli si addice, quella è gente seria. Lui, al massimo, poteva fare il lupetto con i boy scout o con le Giovani marmotte.

Discorsi presidenziali

Il presidente Mattarella ha parlato agli italiani. Ma non si registrano particolari reazioni, tutto resta come prima; o gli italiani erano distratti, oppure dormivano. In concomitanza con il discorso presidenziale, però, si è verificato un imprevedibile effetto collaterale. Sembra che molti ristoranti e locali pubblici, dove si sarebbe festeggiato il Capodanno, abbiano registrato un insolito calo di presenze. Le prenotazioni risultavano al completo, ma moltissime persone, nonostante avessero già prenotato e perfino pagato in anticipo, non si sono presentati. Solo nel corso della giornata si è scoperta la causa. Pare che molti italiani, prima di uscire di casa per andare a festeggiare, incautamente abbiano seguito  il discorso di Mattarella in televisione. Ma dopo pochi minuti sono stati colti da irrefrenabile attacco di sonnolenza, cadendo in un sonno profondo dal quale si sono risvegliati solo al mattino, quando ormai cenoni e festeggiamenti erano finiti. Alcune associazioni hanno  annunciato una class action da parte dei cittadini nei confronti del Quirinale, per ottenere almeno il rimborso delle somme anticipate ed i danni morali per aver saltato il Capodanno.

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

di , 20 Dicembre 2015 20:48

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

La sinistra scopre la doppia morale: miracolo.

di , 16 Dicembre 2015 21:28

La doppia morale della sinistra esiste davvero. Dopo lunga e attenta riflessione, approfondite ricerche e prove scientifiche,  lo ha scoperto la stessa sinistra. Quindi la cosa è certa.  La prova decisiva è data da quello che sta avvenendo in questi giorni a proposito dello scandalo del crac di alcune banche. In particolare per il salvataggio di Banca Etruria che coinvolge in prima persona sia il premier Renzi che la ministra Boschi.

Sul fanfarone toscano scrivo raramente perché è talmente inconsistente e grottesco che non merita attenzione. L’unica cosa che sorprende è come sia possibile che gli italiani diano ascolto a questo bulletto che è pieno solo di sé, di slogan, battute, promesse vane, autocelebrazione e megalomania. Questo è il mistero. Perfino Prodi era più credibile di questo ciarlatano imbonitore da fiera paesana: il che è tutto dire. L’altro mistero è l’improvvisa ascesa di una coorte di miracolati che arrivano a governare l’Italia senza particolari titoli, meriti, esperienza e capacità, se non l’appartenenza al cerchio magico della banda dei leopoldini. Ieri ha detto che “Lo sport è la risposta al terrorismo“.  Bene, basta saperlo: l’Isis ci mette le bombe sotto il culo e noi rispondiamo facendo jogging.

Oggi dice che “Sono lo psicologo dell’Italia” e lancia il suo grido di battaglia: “Che la forza sia con noi.”. Domani chissà quale sarà la battuta del giorno. Già, perché questo megalomane travestito da premier sta campando a forza di battute, slogan, slides, promesse, proclami ed autocelebrazione.  Bisognerebbe raccogliere le sue battute quotidiane e ricavarne un libro; per tramandare ai posteri la credibilità di questo personaggio grottesco che sembra uscito dal Miles gloriosus. Consola, però, il fatto che qualcosa comincia a muoversi anche a sinistra. Qualcuno apre gli occhi e, in un impeto di onestà che ritenevamo quasi impossibile, comincia a riconoscere e denunciare le nefandezze del bulletto di Palazzo Chigi e della sua corte dei miracoli, anzi dei miracolati, e scoprire finalmente quella “doppia morale” della sinistra che è la chiave di lettura della politica italiana. Se anche a sinistra cominciano a vedere le magagne di casa propria, significa che quelli che credevamo ciechi hanno riacquistato la vista. I ciechi vedono: miracolo.

Ora bisognerebbe parlare dello scandalo delle banche. Ma siccome da giorni tutti ne parlano, diamo per scontato che la gente sia informata. Come ho ribadito spesso e volentieri in passato, osservando certe iniziative molto discutibili della sinistra, concludevo che se certe cose le avesse fatte Berlusconi ci sarebbero state le rivolte di piazza. Ora dovrei ripetere le stesse cose a proposito di come il governo ha affrontato questo scandalo ed avevo intenzione di raccogliere e riportare le opinioni di diversi commentatori sulla posizione del premier e della sua bella ministra Boschi. Ma questo lavoro lo ha già fatto egregiamente un giornalista del Giornale.  Quindi, una volta tanto, non faccio altro che riportare l’intero pezzo (“Se l’avesse fatto Berlusconi“) con alcune dichiarazioni di autorevoli e noti giornalisti, intellettuali, politici, in merito alla “doppia morale” sinistra applicata all’affare banche, ma non solo.

“Se a sostituire chi non si allinea al pensiero della maggioranza del partito fosse stato il Cavaliere, cosa sarebbe successo? E se l’operazione che ha portato Renzi a Palazzo Chigi l’avesse fatta Berlusconi? Ci sarebbe stata una sommossa popolare. Ecco cosa. I girotondi avrebbero invaso l’Italia, il popolo viola o arancione avrebbe manifestato contro la deriva dittatoriale, orde di intellettuali di sinistra avrebbero scritto appelli e firmato petizioni in difesa della democrazia. E contro Renzi? Nulla, tutto apposto. Quel che era inaccettabile prima, è digeribile oggi.

In mancanza del Cavaliere, negli ultimi tempi, gli ossessionati da Berlusconi sono saliti su un altro cavallo di battaglia, questa volta in chiave anti-Renzi: «Se lo avesse detto o fatto Berlusconi saremmo scesi tutti in piazza a protestare». Ecco il mantra.Lo spunto è quello regalato domenica dal deputato M5S Alessandro Di Battista nell’intervista su Skytg24. Annunciando la mozione di sfiducia contro la ministra Maria Elena Boschi, chiede: «Cosa avrebbero detto gli intellettuali di sinistra contro Berlusconi se lui avesse salvato una banca con un decreto ad hoc nella quale avevano interessi i suoi parenti?».

Stessi toni quelli del collega Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai, intervenendo il 20 ottobre sulla riforma della tv di Stato, rivolgendosi al Pd: «Se questa legge l’avesse fatta Berlusconi, voi sareste tutti in piedi ad urlare che è stata una vigliaccata incredibile. Ci sarebbero stati i sindacati e il Parlamento circondato. Immaginate se Forza Italia avesse previsto un amministratore delegato con pieni poteri nominato dal governo. Apriti cielo, avreste fatto la guerra».

L’ex renziano della prima ora Pippo Civati sembra pensarla come Renato Brunetta dopo la fiducia messa da Renzi all’Italicum il 30 aprile 2015: «Se una cosa così l’avesse fatta Berlusconi, io sarei in girotondo permanente». Tra i grandi intellettuali e giornalisti maître à penser della sinistra cachemire e caviale spunta anche Roberto Saviano con la sua reprimenda: «La Leopolda è una riunione di vecchi arnesi affamati, resi più accettabili dalla giovane età e dall’essere venuti dopo Berlusconi, e il Pd un’accolita che difende i malversatori a scapito dei piccoli risparmiatori».

Le voci dei contrari sono rare e deboli ma ci sono e si levano contro le mosse del premier e parte di quella sinistra, renziana, che un tempo si sarebbe scagliata contro Berlusconi, e oggi invece plaude alla deriva personalistica di Renzi. Persino il fustigatore Marco Travaglio titola il 18 settembre 2015 sul Fatto quotidiano: «Minacce, ricatti, compravendite. Ma se lo facesse Berlusconi?». Manco a farlo apposta Carlo De Benedetti, editore del Gruppo Espresso, lo stesso giorno rilascia un’intervista al Foglio dove dichiara: «Da quando Berlusconi non è più presente come lo era un tempo la sinistra è rimasta letteralmente senza ideali».

L’ex premier Enrico Letta poi, per togliersi qualche macigno dalle scarpe, il 3 maggio afferma: «Non tollero la doppia morale. Se lo avesse fatto Berlusconi saremmo scesi tutti in piazza», riferendosi all’Italicum. Parlando del caso De Luca, il 19 maggio ribadisce il concetto: «Se Berlusconi avesse candidato a governatore della Campania una persona nelle condizioni di De Luca, il Pd sarebbe sceso in piazza». Il membro del cda Rai Carlo Freccero è della stessa idea: «Le cose che ha detto sui talk show può dirle dentro Palazzo Chigi, fuori no. Se l’avesse mai dette Berlusconi sarebbe successo di tutto», si sfoga su Repubblica il 23 settembre.

Il 17 febbraio Maurizio Landini della Fiom sottoscrive che «Renzi è peggio di Berlusconi. Almeno Berlusconi di fronte a manifestazioni e scioperi si confrontò e discusse coi sindacati...». E il senatore Corradino Mineo, minoranza Pd, il 29 settembre 2014 dice che «già Berlusconi aveva cercato di modificare l’articolo 18, ma con più garbo di Renzi». Persino un maestrino come Andrea Scanzi si domanda su Facebook «se Berlusconi avesse fatto certe castronerie come avrebbe reagito gran parte di quella informazione che invece adesso giustifica Renzi?».Forse le piazze sarebbero piene. Invece sono vuote. Perché non le ha fatte Berlusconi.”.  (Fabrizio Boschi – Il Giornale.it 15 dicembre 2015)

Valls, la guerra civile ed il barocco

di , 13 Dicembre 2015 15:30

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Funerali di Stato

di , 26 Novembre 2015 09:59

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro ”L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

Video importato

YouTube Video

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

- Quanto vale la vita umana? (2004)

- Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

- Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

- Hiroshima mon amour (2007)

- Morti che non fanno notizia (2008)

- Morti bianche e “quasi morti” (2008)

- Funerale show

- Orrore siberiano e dintorni (2015)

Gnocche di rappresentanza

di , 9 Settembre 2015 08:08

Forza Italia cerca volti nuovi per la TV.  Ma non si tratta di un cast per una nuova fiction sponsorizzata dal partito di Berlusconi. Cercano persone che rappresentino il partito nei dibattiti televisivi. A quanto pare Berlusconi si è stancato di vedere sempre le stesse facce in Tv, gli stessi personaggi che da anni passano su tutti i canali televisivi e ripetono le stesse stanche, scontate e inutili litanie.

Così ha deciso di cambiare l’immagine pubblica di Forza Italia ed ha assegnato  ad un esperto di comunicazione l’incarico di cercare nuovi personaggi ai quali affidare il rilancio del partito ultimamente in grave crisi di consensi. E’ la conferma di ciò che è chiaro da anni: oggi ciò che conta non è la realtà, ma la sua rappresentazione mediatica. In politica, che sfrutta al massimo le regole della comunicazione, non contano i programmi, le idee, le proposte; contano i volti dei personaggi che rappresentano il partito. Ecco perché tutti, destra e sinistra, scelgono accuratamente i volti da mostrare al pubblico. L’immagine è fondamentale. Decenni fa Leo Longanesi, guardando le facce di quelli che propagandavano idee rivoluzionarie e dittature proletarie,  diceva “Quello che mi preoccupa non sono tanto le loro idee, quanto le facce che rappresentano quelle idee“.

Si diceva che Berlusconi scegliesse collaboratrici e ministre non per la loro bravura e preparazione, ma per la loro avvenenza fisica. Ma i suoi avversari del PD non sono certo da meno. Basta pensare ad Alessandra Moretti che, per un certo periodo,  fu la portavoce di Bersani, stazionava negli studi televisivi, ovunque ci fosse un dibattito, era l’immagine del PD, della segreteria, della linea bersaniana, e rappresentava il nuovo, il cambiamento, la faccia giovane, pulita, carina e simpatica del partito. Un altro volto nuovo fu  Debora Serracchiani, scelta dall’allora segretario Franceschini come giovane emergente e diventata di colpo assidua frequentatrice dei salotti televisivi, dove è tuttora presente quasi quotidianamente, dopo opportuna operazione di riposizionamento e conversione improvvisa e miracolosa  al renzismo imperante.

Cambiata aria e segretario, sono cambiati anche i volti di rappresentanza e le stesse Moretti e Serracchiani si sono affrettata ad unirsi  alla schiera dei sostenitori del rottamatore  Renzi (in politica la coerenza è un difetto gravissimo, letale: adeguarsi o morire). Con il nuovo segretario  pian piano sono quasi scomparsi dal video i volti del vecchio regime, (Fassino, D’Alema, Veltroni, Rosi Bindi), sostituiti da volti nuovi, giovani, gradevoli, fotogenici, femminili e di bell’aspetto, come le ministre Boschi e Madia. Insomma, oggi per  fare strada in politica non bisogna avere particolari capacità, bisogna essere giovani e di “bella presenza“, come si richiedeva una volta alle commesse dei Grandi magazzini (Ecco perché oggi è difficile distinguere una ministra da una commessa). Se poi alla bella presenza si unisce anche una parlantina sciolta, la faccia di bronzo nel raccontare balle spacciandole per verità e l’assoluta fedeltà al capo, allora è il massimo.

Anche Berlusconi, quindi, ha deciso di rinnovarsi, come riferisce Libero “Caccia ai volti nuovi per la TV“. Il primo volto nuovo dovrebbe essere quello di Thérèse Salemi, originaria di Capoverde e “fashion blogger“, che vediamo nella foto in alto (forse è il suo “santino” elettorale) che ce la mostra in tutta la sua eleganza, sobrietà e castigatezza.  Da dove arriva e quali particolari meriti ha per  farsi strada in politica? Leggete qui, nell’intervista al Corriere come, da un giorno all’altro, si ha successo e si può fare carriera politica: “Thérèse, volto nuovo di Forza Italia“.

Certo, vista così, sembrerebbe che Berlusconi, più che cercare volti nuovi, stia cercando nuove gnocche per sostituire quelle vecchie usurate dal tempo e dalla eccessiva esposizione alle forti luci degli studi televisivi. Ma, siano volti o siano gnocche seminude, non fa molta differenza. A guardare le facce dei politici che ogni giorno sproloquiano in televisione a reti unificate e raccontano balle sesquipedali, senza nemmeno vergognarsi, è difficile distinguere e identificare esattamente le parti anatomiche dei personaggi, visto che hanno la faccia come il culo. Tanto vale, dirà qualcuno, mostrare direttamente il culo: si fa prima, è più onesto ed è preferibile esteticamente.

Renzi, Fibonacci ed il bulgur

di , 5 Luglio 2015 22:14

Grecia o non Grecia, vinca il Sì o vinca il No, gli italiani non hanno niente da temere, possono dormire sonni tranquilli: “Gli italiani non abbiano paura“. Lo dice il premier Matteo Renzi.

Forse, per restare fedele alla sua passione per i messaggini veloci, manderà questo tweet a tutti gli italiani: “#italianistatesereni“. Lo dice quello che circa un anno e mezzo fa, subito dopo essere stato eletto segretario del PD, mandò un tweet a Enrico Letta, rassicurandolo e garantendo il pieno appoggio del partito al governo: “enricostaisereno“, scrisse. Una settimana dopo lo sfiduciava in direzione Pd e lo sfrattava da Palazzo Chigi. Ecco, questo è il tipo, l’uomo coerente che mantiene le promesse e la parola data. Uno del quale ci si può fidare ciecamente perché, se fa una promessa, cascasse il mondo e costi quel che costi, la mantiene.

Verba volant, dicevano i latini. Ma oggi non volano solo le parole, volano anche gli scritti e le dichiarazioni firmate (specie se sono fatte tramite Twitter da ex lupetti boy scout).  Non ci si può fidare nemmeno dei media e dell’informazione ufficiale.  Bisogna prendere tutto con beneficio d’inventario, in attesa di verifica e conferma. Spesso si scoprono contraddizioni nello stesso sito, nella stessa pagina. Si usano con leggerezza parole, frasi, espressioni, senza curarsi che il loro uso sia corretto. Un esempio di questa spregiudicatezza linguistica lo constatiamo in uno spot pubblicitario che proprio in questi giorni passa in televisione.

La scena mostra una signora che, seduta nell’auto ferma al distributore di carburante, parla con qualcuno al telefonino e dice che   il gestore le sta consegnando un “codice“. “Il codice da Vinci o il codice di Fibonacci?”, risponde la voce fuori campo, pensando di essere spiritoso. Forse l’autore dello spot vuole essere originale, divertente, dare prova di erudizione usando citazioni letterarie e matematiche. Già, ma cos’è questo “codice di Fibonacci“? Qualunque ragazzino delle superiori lo sa (si presume e si spera). E’ una successione numerica nella quale ogni numero è dato dalla somma dei due numeri che lo precedono (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13 etc.). Già, ma questa si è sempre chiamata “Serie di Fibonacci“; serie, non codice. La si può chiamare anche successione o sequenza; ma non codice, perché il termine “codice” ha un diverso significato che poco o niente ha a che fare  con quella serie di numeri.

Allora che bisogno c’è di inventarsi una denominazione del tutto arbitraria? Perché si deve per forza dare prova di creatività anche quando è fuori luogo? Perché, senza una ragione plausibile, si  stravolge ciò che è consolidato nel tempo? Ecco un esempio di uso improprio del linguaggio. Ma ormai tutto è casual, anche l’informazione, e la mania di cambiamento, la distruzione di tutto ciò che rimanda al passato è diventato lo sport nazionale degli intellettuali in offerta speciale, dei “creativi” in libera uscita e dei parolai mediatici. Ma non c’è da sorprenderci. Ogni giorno, leggiamo e  sentiamo di più e di peggio. Un esempio del grado di cultura di personaggi pubblici (e purtroppo questo sembra essere il livello medio) lo troviamo qui: “L’onorevole ed il Pi greco“.

Vediamo un’altra curiosità di carattere gastronomico. Oggi le ricette di cucina vanno forte. In televisione, dalla mattina alla sera, i cuochi sono una presenza fissa.  E spazi dedicati alla gastronomia sono presenti su tutte le riviste e siti web di informazione.

Oggi, in bella evidenza nella Home del portale Tiscali, nella sezione   Lifestyle , troviamo questa ricetta:  ”Tabbouleh“. Sembra il nome di una danza haitiana, ma è un’insalata, fresca, facile da preparare (dicono) ed esotica. Difficoltà “facile“, preparazione “10 minuti“, cottura “10 minuti“. Più facile di così non si può. Questa saprebbe farla anche Antonella Clerici. Ingredienti: prezzemolo, cipollotto, pomodorini, succo di limone, menta, olio extravergine di oliva e…due etti e mezzo di bulgur. Tutte cose che abbiamo sempre a disposizione. Chi è che non ha in casa una scorta di bulgur?  E una di quelle cose che non possono mancare in ogni cucina italiana: olio, aceto, sale, zucchero,  prezzemolo e…bulgur. Se momentaneamente siete sprovvisti di bulgur (può succedere), fatevi una classica insalatina mista all’italiana con quello che avete in casa e la  “Tabbouleh” (insieme a chi la propone) mandatela a quel paese (in Libano).  Ma la cosa curiosa è che questa strana ricetta esotica  è proposta dal sito…

Oplà “Piattoforte, cucinare italiano“. Un sito di cucina che, come dice il nome,  si propone la valorizzazione della cucina italiana e dei prodotti italiani e che, invece che parlarvi di lasagne, carbonara, fondua valdostana, risi e bisi e impepata di cozze, propone una ricetta libanese a base di bulgur, un oggetto  misterioso che fa pensare ad un canto popolare bulgaro. Questa è coerenza, ragazzi. Questa è oggi la rispondenza fra parole e fatti. Mi sa che questi, invece di farsi l’insalata libanese, la “libanese” (quella buona) se la fumano in dosi massicce.

I sardi sono ospitali

di , 4 Luglio 2015 13:01

Sembra proprio che i sardi siano disposti a sopportare tutto e di più.  Non che gli italiani siano messi molto meglio, ma i sardi hanno qualcosa in più. Basta ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, un sardo su 4 è povero (il doppio della media nazionale), la disoccupazione è a livelli record, e che le province di Iglesias Carbonia e Medio Campidano sono le province più povere d’Italia. Ne parlavo qui “I sardi sono poveri“.

Ecco l’ultimo esempio di crisi infinita, riportato oggi da L’Unione sarda (Province: 300 interinali restano a casa): “La promessa era quella di trovare 600mila euro per prorogare i contratti fino al 31 dicembre, ma per ora né in Commissione né in Consiglio si è trovato l’accordo: da oggi rimarranno a casa circa 300 lavoratori interinali delle Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Ogliastra.”. Non entriamo nel merito dell’utilità di questi lavoratori interinali, sulle modalità di assunzione, sui compiti svolti e sulla loro effettiva utilità sociale; sarebbe un altro discorso lungo e complesso. Vediamoli semplicemente come “lavoratori” sardi che rischiano di perdere il posto di lavoro e lo stipendio. E confrontiamo il costo di questi lavoratori con i costi dell’accoglienza dei migranti in Sardegna.

Una bella notizia per quei 300 lavoratori, e le loro famiglie, che da un giorno all’altro restano senza lavoro e senza stipendio e che vanno ad aggiungersi alle  migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi. Ma, a quanto sembra, mancano i finanziamenti, siamo in crisi, bisogna ridurre la spesa pubblica, fare sacrifici. Insomma, quei 600.000 euro per garantire il lavoro di quei dipendenti non ci sono. Eppure non si direbbe che l’Italia sia così in crisi. Non siamo la Grecia; almeno fino ad oggi. L’operazione “Mare nostrum“, voluta da quel genio di Enrico Letta, costava (e costa ancora) 300.000 euro al giorno, solo di spese per tenere in mare uomini e navi per assicurare il servizio navetta gratuito Libia-Sicilia. Ora ha cambiato nome, ma il servizio navetta è lo stesso ed il costo pure (se non è addirittura aumentato). Con il costo di soli due giorni di “Mare nostrum” si pagherebbero gli stipendi di 300 lavoratori per sei mesi. Ma per fare i taxi di mare gratis per gli africani i soldi ci sono, per i sardi no.  Questione di priorità.

Come se non bastasse, proprio ieri è partita l’operazione della Marina militare per recuperare il barcone affondato al largo della costa libica ad aprile scorso (Vedi “Italia: azienda recuperi“). Non basta andare fin sulla costa libica per caricare i migranti vivi, ora andiamo a recuperare anche i morti. Ma quanto siamo umanitari e generosi! Non siamo tenuti a farlo, niente e nessuno ci obbliga ad andare a recuperare quel barcone col suo carico di morti. Nessuna norma, nessun accordo europeo o internazionale ci obbliga a farlo. Lo facciamo semplicemente perché il premier Renzi (che, in barba alla spending review, quando vuole lui i soldi li trova sempre; vedi gli 80 euro) vuole farsi bello agli occhi del mondo. L’operazione ci costerà, salvo imprevisti, circa 20 milioni di euro (circa 15 anni abbondanti di stipendio per quei 300 lavoratori). E lo fa, ovviamente, non di tasca propria (a sinistra sono specialisti nel fare beneficenza coi soldi degli altri), ma a spese degli italiani (e dei sardi poveri, disoccupati, cassintegrati e precari). Abbiamo 20 milioni di euro per recuperare barconi africani, carichi di morti africani, in acque africane, ma non abbiamo 600.000 euro per i lavoratori sardi. E’ ancora questione di priorità. Evidentemente tutto viene prima dei lavoratori sardi.

E già, vedendo questo spreco di denaro pubblico alla faccia di chi ha difficoltà a campare, ci sarebbe motivo per incazzarsi di brutto ed andare a Palazzo Chigi a rincorrere con i forconi il fanfarone  toscano che si fa bello con i soldi degli italiani e spreca milioni di euro per inutili operazioni umanitarie in Libia, invece che per aiutare gli italiani in difficoltà. Ma c’è di più. Proprio due giorni fa, a bordo della nave “Rio segura” della Guardia civil spagnola, sono sbarcati a Cagliari 450 migranti, fra i quali sono stati riscontrati 87 casi di scabbia. Ma non dobbiamo preoccuparci, nessun allarme. I buonisti (specie quelli che campano sull’accoglienza) dicono che la scabbia è facilmente curabile. Quindi tranquilli, correte pure ad abbracciare gli africani appena sbarcati, Anche se scoppiasse un’epidemia di scabbia non c’è pericolo; si cura facilmente. Contenti?  Gli ultimi arrivati si aggiungono ai 900 sbarcati giusto un mese fa (“Cagliari, in arrivo nave con 900 migranti“) e che si aggiungono ad altre migliaia di migranti già presenti nei centri di accoglienza dell’isola, in strutture private ed hotel 3 stelle con piscina. Ma non è un problema, i sardi sono ospitali, accolgono tutti;  aggiungi un posto a tavola…che c’è un migrante in più.

In occasione del precedente sbarco il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, accogliendo con grande soddisfazione i nuovi arrivati e convinto di parlare a nome di tutti i sardi e della loro proverbiale ospitalità, disse: “Siamo un’isola al centro del Mediterraneo, il Mediterraneo è il nostro mondo. Mentre qualcuno specula sulla paura per l’arrivo di 800 migranti in fuga dalla fame e dalla guerra. Io so invece che la Sardegna è una terra generosa che, nonostante i suoi molti problemi, è pronta a dare una mano a chi ne ha bisogno, quando ne ha bisogno.“.  Ecco, noi accogliamo tutti perché i sardi sono generosi. Magari sono disoccupati e poveri, ma si tolgono il pane dalla bocca per  aiutare i migranti africani. Prima pensiamo ai migranti, poi, se abbiamo tempo, voglia e avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

Siamo così ospitali che, mentre non si hanno 600.000 euro per garantire la sopravvivenza a 300 lavoratori, e loro famiglie, fino a dicembre, abbiamo 372.000 euro, e spiccioli,  da usare per il progetto “Beni benius” finalizzato a finanziare “Percorsi formativi per migranti, con particolare attenzione all’integrazione culturale, lavorativa e all’autoimpiego” (Vedi qui documento originale in formato Pdf).  E non basta, perché questo è solo uno dei tanti progetti “inventati” dalla fervida fantasia delle associazioni umanitarie sarde per intascare lauti contributi pubblici col pretesto delle iniziative umanitarie a favore dei migranti. Buzzi e le sue cooperative hanno fatto scuola.

Stranamente questi buonisti in servizio permanente non inventano nessun progetto per aiutare i disoccupati, cassintegrati, precari e poveri della Sardegna. Per i sardi non ci sono soldi; ci sono solo per gli africani. Ed i soldi non si trovano solo per accogliere i migranti, si trovano per altre iniziative utilissime per superare la crisi economica e garantire un lavoro ai sardi: progetti, manifestazioni varie, festival, attività imprenditoriali, eventi artistici e culturali, sagre paesane, gruppi folk, mostre d’arte, letture pubbliche di poesie, artisti di strada, cantanti, attori, ballerine, buffoni e ciarlatani. Ce n’è per tutti (Vedi qui: Regione Sardegna, finanziamenti). Ci sono soldi per tutti, eccetto per chi rischia di perdere il lavoro.

Ed ora facciamo un conticino facile facile. Dicevamo dell’arrivo di 450 migranti che, aggiunti ai 900 di fine maggio, fanno 1.350. Per facilitare il calcolo arrotondiamo a 1.500. Come ormai sanno anche i bambini, ogni migrante ci cosata 35 euro al giorno (ma per i minori il costo è superiore). Questo ci dicono, ma in realtà il costo totale è molto maggiore perché quei 35 euro coprono solo vitto, alloggio, pulizia e paghetta settimanale. A questo costo base vanno aggiunti altri oneri relativi al personale militare e civile impiegato per l’accoglienza, controlli sanitari e assistenza medica al momento dello sbarco e durante il soggiorno nelle varie strutture, ricoveri in ospedale, assistenza legale, sindacale e culturale, progetti specifici destinati all’integrazione (il sopra citato “Beni benius” è uno di questi). E’ tutto un mondo che gira attorno ai migranti e che ha un costo enorme per gli italiani. Ma anche questo è prioritario rispetto ai problemi dei sardi.

Ma i media fanno finta di ignorare questo business e si limitano a quantificare in 35 euro la spesa per ogni migrante. Ed a chi si lamenta per l’eccessivo ed insostenibile costo dell’accoglienza,  rispondono, con la sfacciataggine di chi fa il finto tonto, che quelli sono soldi della Comunità europea. Ma quei soldi vengono dai contributi che i paesi dell’Unione versano alla cassa comune europea. E l’Italia è uno dei maggiori contribuenti. Solo nel 20013 l’Italia ha versato nelle casse europee 15 miliardi di euro. A vario titolo (compresi i fondi per l’accoglienza migranti) ce ne sono statti restituiti solo 9 miliardi. Restiamo in credito di 6 miliardi. Quindi, a chi dice che il costo dell’immigrazione è pagato con fondi europei, bisogna ricordare che quelli sono, comunque, soldi nostri, degli italiani. Chiaro?

Un po’ di conti: l’affare migranti spiegato ai bambini.

Bene, allora facciamo il conticino della serva, di quelli che si facevano alle elementari. Problema: “Se arrivano 1.500 migranti ed ogni migrante ci costa 35 euro al giorno, quanto ci costano ogni giorno 1.500 migranti?”. Soluzione: “Ci costano 52.500 euro al giorno.”.

Secondo problemino facile facile: “Se 1.500 migranti ci costano 52.500 euro al giorno, quanto ci costano al mese?“. Soluzione: “Ci costano 52.500 x 30= 1.575.000 euro al mese“.

Terzo problemino: “Se 1.500 migranti ci costano 1.575.00 euro al mese, quanto ci costano in sei mesi?“. Soluzione: “Ci costano 1.575.000 x 6= 9.450.000 euro

Bene, ora ricordiamo che garantire il lavoro e lo stipendio a 300 lavoratori per 6 mesi costerebbe 600.000 euro. Vitto e alloggio per sei mesi a 1.500 migranti ci costa 9.450.000 euro.  Come mai ci sono quasi 10 milioni di euro per gli africani e non si trovano 600.000 euro per i sardi?  Questo è il vero problema.  Questa è la domanda che bisognerebbe porsi, al di là della retorica buonista e dell’ipocrisia di chi specula sull’immigrazione per guadagnare milioni dietro la facciata dell’opera umanitaria. Bisognerebbe chiederlo a Renzi, alla Boldrini, al Papa, a tutte le belle statuine e scimmiette ammaestrate che ogni giorno in televisione recitano la litania buonista e cercano di convincerci che accogliere tutti i disperati della terra è un nostro obbligo, per le norme internazionali, per solidarietà e perché lo dice la Costituzione e gli accordi europei. Balle. Quando le norme non sono più applicabili perché hanno un costo insostenibile e creano gravi pericoli per la sicurezza nazionale e per la stabilità sociale, quelle norme si cambiano, gli accordi si rivedono e la solidarietà viene momentaneamente sospesa. Non ci si può impiccare ad articoli della Costituzione o Carte dell’ONU, accordi di Dublino o ai messaggi del Papa. In condizioni normali accogliere profughi è giusto. In presenza di una invasione di migranti africani non si può applicare il diritto d’asilo a centinaia di migliaia di persone: è un suicidio.

Ma, dicono, al di là degli accordi, dobbiamo accogliere i migranti perché “scappano dalla fame, dalla guerra“. Questo è il mantra che ripetono quotidianamente giornali, telegiornali, opinionisti, politici e giullari di regime. Balle, ancora belle. Quelli che arrivano da paesi in guerra sono una minima parte degli stranieri che arrivano in Italia, via mare o via terra dall’est. Ai primi di maggio in Sardegna arrivò un carico di marocchini e senegalesi, salvati da una nave mercantile ed accompagnati a Cagliari. In Marocco e Senegal non ci sono guerre. Negli stessi giorni arrivò sulla costa di Teulada un barcone con venti migranti: tutti algerini. Nemmeno in Algeria ci sono guerre. E nemmeno fame. E noi accogliamo tutti, a spese nostre. Ecco perché poi non ci sono soldi per i sardi.

Ma quei “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti… di fame” dovrebbero chiedere spiegazioni al Presidente della Regione, Francesco Pigliaru, così entusiasta di accogliere gli africani in Sardegna; sono certo che troverebbe una spiegazione plausibile ed esauriente in linea con lo spirito umanitario della sinistra e con la proverbiale ospitalità sarda. Ma sono certo che quei 300 lavoratori interinali quella risposta non la capirebbero. Ma non succederà niente. Nessuno prenderà i forconi, nessuno oserà contestare l’accoglienza dei migranti. I sardi ancora una volta, resteranno senza lavoro, senza stipendio, senza futuro, ma saranno felicissimi di sopportare crisi, privazioni e perfino la fame, pur di non venir meno al dovere di ospitalità. Perché i sardi sono poveri, sono ospitali e, soprattutto, sono pazienti. Sono molto pazienti; troppo pazienti. Troppo…

Vedi

- Adotta un immigrato

- Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

- I sardi sono poveri

- Cose di Sardegna

- Sardegna, meloni, tartufi ed auto blu

- Cagliari, la città più felice d’Italia

- Tutto va ben, madama la marchesa (#sardistatesereni)

- Sardi e cataclismi

- Parassiti e culi

- Morti, Presidenti e Papi

Italia: azienda recupero relitti

di , 30 Giugno 2015 14:28

Azienda Italia: specializzata in trasporto e accoglienza migranti, salvataggio naufraghi, recupero relitti di  navi e barconi (anche affondati), cadaveri compresi. Servizio completamente gratuito, spese a carico dei contribuenti italiani.

Come preannunciato tempo fa dal fanfarone toscano di Palazzo Chigi, è stata avviata l’operazione “Umanitaria” del recupero del barcone affondato il 18 aprile a circa 60 miglia dalla Libia (“Ecatombe nel Mediterraneo: 700 morti“).

Come già detto in passato, il “Canale di Sicilia“, che continuano a citare ogni volta che si riferisce di operazioni di salvataggio o di naufragi di migranti, non è a 60 miglia dalla costa Libica, ma ad oltre 200 miglia a nord, esattamente il tratto di mare che separa la costa della Tunisia dalla parte più occidentale della Sicilia. Ma i media continuano a citarlo così, erroneamente, perché così queste tragedie le sentiamo come avvenute in Sicilia, in casa nostra, il che fa nascere ed alimenta il nostro senso di colpa.

Questa operazione di recupero del relitto affondato è stata voluta da Renzi per dimostrare il grande spirito umanitario dell’Italia e per accrescere agli occhi del mondo l’immagine di un premier decisionista e disposto a tutto per sostenere la causa buonista, accoglientista e terzomondista, tanto cara alla sinistra europea, ed italiana in particolare, al Vaticano, alla Caritas, alle Coop rosse e bianche, alla Boldrini, agli albergatori in crisi che con i migranti riempiono le stanze e tutti coloro che sfruttano il lucroso business dell’immigrazione.

Non basta andare a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia. Non basta accoglierli e sistemarli in hotel. Non basta pagare le spese di vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, sigarette, ricariche telefoniche, televisione con parabola, piscina, intrattenimento, corsi di lingua, cultura, informatica, paghetta settimanale,  connessione internet, consulenza legale e sindacale e assistenza da parte di “mediatori culturali” a libro paga delle stesse associazioni che sui migranti campano da anni. Non basta. Per farci belli agli occhi del mondo, della Boldrini, del Papa, dell’UNHCR, dell’UNAR e delle anime belle del pianeta, andiamo perfino a recuperare i relitti in fondo al mare carichi di cadaveri di disperati provenienti dall’Africa, in acque internazionali lontanissime dalle nostre acque territoriali, senza che nessuno ce lo abbia chiesto, senza che nessuno ci obblighi a farlo, senza che ce lo suggerisca una qualche norma internazionale, una postilla della Costituzione o una clausola di accordi europei o dell’ONU.

Niente e nessuno ci obbliga a farlo, ma Renzi dice che dobbiamo farlo per mostrare all’Europa la gravità del problema. E lo facciamo volentieri ed a spese nostre. a spese dei cittadini italiani vessati da tasse insopportabili, in piena crisi economica, con milioni di italiani in stato di povertà, milioni di disoccupati, pensionati che raccolgono scarti ai mercati o mangiano alla Caritas. Ma noi abbiamo 20 milioni di euro da spendere per andare a recuperare i corpi di migranti annegati vicino alla Libia.  Tutto per la bella faccia del nostro premier umanitario.

Ma non bisogna dare troppa evidenza alla notizia, meglio che passi sotto silenzio; anzi meno se ne parla e meglio è. Ed ecco, infatti, come l’ANSA ieri dava la notizia: “ROMA - Su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono iniziate nello Stretto di Sicilia le operazioni di recupero dei corpi dal peschereccio inabissatosi il 18 aprile 2015 con circa 700 persone a bordo. Lo rende noto la Marina Militare.”. Tutto qui, tre righe . Più che una notizia sembra un conciso telegramma ad uso interno della Marina.

Ora, visto che sono gli italiani a pagare i circa 20 milioni di spese previste (ma, come succede sempre in Italia, per qualche strano meccanismo contabile, alla fine le spese sono sempre molto superiori alle previsioni), sarebbe opportuno che, invece che lo striminzito comunicato Ansa, si spiegasse bene e chiaramente agli italiani  come nasce questa operazione; chi e quando l’ha approvata, chi ha autorizzato l’impegno di spesa e la copertura, se il ministro della Difesa ha autorizzato l’uso di mezzi e uomini della Marina Militare per un’operazione al di fuori del limite delle nostre acque territoriali, in base a quali norme l’Italia compie questa operazione a 60 miglia dalla costa libica. Ed infine, a che titolo e con quale competenza la procura di Catania ha aperto un’inchiesta per accertare le cause e le responsabilità del naufragio di un barcone partito dalla Libia, carico di africani  e naufragato poco fuori dalle acque territoriali libiche, ovvero con un evento tragico del quale l’Italia non ha alcuna responsabilità?

In mancanza di risposte e chiarimenti dovremmo pensare che l’unica spiegazione, come riporta la brevissima nota ANSA,  sia che l’operazione è stata avviata semplicemente “Su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri…”. Il che, visto che decide tutto lui,  equivale a dire “Su indicazione del Presidente del Consiglio…Renzi.”. Ovvero, ancora più chiaramente, per uno sfizio del fanfarone toscano, premier per caso e per nostra  disgrazia.

Insomma, equivale a dire che abbiamo un presidente del Consiglio con i poteri speciali che dispone della Marina Militare quando e come vuole; un regime che, al confronto,  la Corea del Nord è il massimo della democrazia. Così, quando si sveglia al mattino, se gli gira, il nostro uomo solo al comando può disporre di navi da guerra e marinai come se giocasse a battaglia navale, può mandarli in giro per i mari del globo a ripescare cadaveri di africani e recuperare relitti sommersi in acque libiche. Oppure potrebbe inviare l’intera flotta alla ricerca dell’isola del tesoro o nelle isole del Pacifico a raccogliere conchiglie per la sua collezione personale. A sua discrezione. Basta una “Indicazione della presidenza del Consiglio” e la Marina militare parte in missione speciale. Questa la chiamano democrazia.

 

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