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Narcisismo intellettuale

di , 27 Settembre 2017 12:25

Certi scrittori e intellettuali di professione sembrano scrivere per se stessi o per una ristretta cerchia di appassionati lettori e bibliofili. Lo si capisce dal linguaggio eccessivamente ricercato, forbito, inutilmente aulico, dall’uso di termini desueti o scientifici, dalle frequenti citazioni letterarie  usate come sigillo e marchio di qualità del proprio lavoro.  Non gli interessa tanto comunicare il sapere e la conoscenza, quanto il mostrare ai lettori quanto essi siano preparati, colti, enciclopedici. La ragione di ciò è il narcisismo, caratteristica comune ai personaggi dello spettacolo e buona parte di quelli della cultura in genere. Hanno un costante bisogno di autocelebrarsi, riaffermare la propria presenza nel mondo, elevarsi su un piedistallo, a debita distanza dai comuni mortali,  e promuovere la propria immagine, sentendosi costantemente in cattedra.

In tal modo la cultura diventa spesso un’arena in cui combattono i nostri gladiatori letterari, a colpi di romanzi, saggi, racconti, pamphlet, poesie, recensioni, editoriali, esegesi. E per dimostrare che essi sono in possesso di una conoscenza superiore, sconosciuta al popolino ignorante,  amano citare lavori altrui, autori più o meno celebri, opere note e meno note, scritti quasi sconosciuti, antichi manoscritti in aramaico, frammenti in caratteri cuneiformi da tavolette sumeriche. E’ un trionfo di autoesaltazione individuale e collettiva, il passatempo preferito da certi intellettuali, il solito giochino del “citarsi addosso” autoreferenziale e finalizzato ad appagare ed accrescere  ancor più un Io ipertrofico ed alimentare la  propria autostima.

Così, grazie all’astrusità dei loro scritti, raramente riescono a farsi leggere. Ancor meno riescono a farsi capire. E viene meno quello che dovrebbe essere lo scopo della cultura; l’accrescimento delle proprie conoscenze e la conseguente divulgazione del sapere, al fine di elevare il grado di cultura generale della comunità di appartenenza. La cultura resta, quindi, isolata e racchiusa nell’ambito accademico o nel ristretto giro di specialisti, appassionati e cultori di conoscenze elitarie e quasi esoteriche, a beneficio di pochi eletti che si crogiolano nella propria autostima o nel reciproco scambio di lodi, premi e riconoscimenti. Così gli intellettuali restano beatamente colti ed il popolo resta beatamente ignorante. Con buona pace di tutti.

Diceva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale molti rispondono senza essere chiamati“.

Aggiungo io: “Molto spesso gli artisti maledetti sono solo maledetti. Più che altro sfigati.”

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

                                                             (“Eco e Narciso” –  John W. Waterhouse)

Vedi: Blob e Arbasino (http://torredibabele.blog.tiscali.it/2014/12/12/blob-e-arbasino/)

P-S.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed auto compiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Diffidate degli intellettuali

di , 4 Aprile 2015 19:39

La diffidenza nei confronti degli intellettuali è una storia vecchia, molto vecchia, risale ai tempi della scuola. E da allora questa diffidenza, anziché affievolirsi è andata crescendo. Ecco perché ho ripubblicato un vecchio post del 2009 “Diffidare è d’obbligo” e segnalato i link ad altri articoli simili in cui parlavo di Andreoli e di Scalfari. Lo spunto mi è stato fornito da due articoli recenti. Il primo è di Luisa Muraro, filosofa, della quale il Corrirere.it, pubblicava il 28 marzo scorso, il testo del suo intervento al Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente, sotto il titolo “La differenza sessuale c’è, è dentro di noi”.   Già il titolo è piuttosto ambiguo, perché sembra dire una banalità, ma, visti i tempi di teorie e cultura gender, non è mica così scontato che qualcuno scriva un articolo per dire una cosa ovvia.  La signora, pardon “filosofa”, infatti, la prende larga e per dare corpo e autorevolezza alle sue osservazioni sull’argomento parte addirittura da Aristotele, arrivando fino ai giorni nostri, con tutte le dotte citazioni del caso. Se volessi commentare il pezzo, dovrei comportarmi da perfetto “intellettuale”. Ma non vale la pena. Ne parlo giusto per riportarlo come esempio di cosa oggi riempie pagine e pagine di quotidiani in rete, anche prestigiosi come il Corriere, o di quale sia il livello culturale dominante. Chi vuole, può leggere il pezzo cliccando sul link sopra riportato. Alla fine del pezzo, dovrebbe avere l’onestà di dire cosa ha capito.

Il secondo articolo è un’intervista di Eleonora Barbieri al prof. Edoardo Boncinelli, pubblicata il 30 marzo scorso sul Giornale.it. Potete leggerlo qui “Ricercatori, basta lagne, fate scienza e divertitevi“. Il prof. Boncinelli, autore di una quarantina di opere, è uno degli scienziati di punta e di maggior prestigio ed autorevolezza della ricerca italiana. Parla spontaneamente del suo lavoro, della bellezza della ricerca, dell’inutilità dei festival della scienza, appuntamenti ormai immancabili di quel giro di “intellettuali!” che ne fanno pretesto per fare passerella e incassare lauti rimborsi: “Io di festival ne ho frequentati e fondati, e alla fine ho capito: è la predica laica della domenica. La gente ci va per stare meglio. Del resto i veri scienziati non li conosce nessuno. I veri scienziati non parlano mai, perché se bisogna parlare di scienza fanno parlare i filosofi… una cosa ridicola.”. Ed ecco il punto dell’intervista in cui accenna agli intellettuali.

- Barbieri: Ha detto: «Io gli intellettuali li odio». Perché?

- Boncinelli: Mi stanno sulle scatole, sono presuntuosi. Se leggo un articolo di un intellettuale mi viene il voltastomaco.

- Barbieri: Facciamo un nome?

- Boncinelli: Scalfari, per esempio. Gli intellettuali sono persone che hanno ricevuto un’istruzione superiore alla loro intelligenza.

- Barbieri: E non se ne sono accorti?

- Boncinelli: No. E così se la tirano, si danno arie incredibili. Hanno uno spazio immeritato nella cultura perché dicono quello che piace alla gente.

Più chiaro di così non si può. Ora, ogni tanto mi viene qualche scrupolo ad essere molto critico nei confronti del mondo della letteratura, dell’arte, della cultura in genere e della categoria degli “intellettuali” in particolare. Poi leggo le dichiarazioni di un autorevolissimo scienziato come Boncinelli che non sopporta gli intellettuali ed il primo nome della lista è proprio Scalfari e…mi spariscono  dubbi e scrupoli. Anzi, mi sa che ho proprio ragione.

Vedi:

- Cazzate d’autore (2005)

- Scalfari e la mosca (2007)

- Narcisismo intellettuale (2015)

. Fidelio pop e Prima scaligera

- La Traviata di Fantozzi

- Arte e autoerotismo

- Biennale di Venezia

- Creativi si nasce, Alberoni si diventa

- Poeti Ogm

- Pippe in TV

Narcisismo intellettuale

di , 24 Febbraio 2015 20:21

Certi scrittori e intellettuali di professione sembrano scrivere per se stessi o per una ristretta cerchia di appassionati lettori e bibliofili. Lo si capisce dal linguaggio eccessivamente ricercato, forbito, inutilmente aulico, dall’uso di termini desueti o scientifici, dalle frequenti citazioni letterarie  usate come sigillo e marchio di qualità del proprio lavoro.  Non gli interessa tanto comunicare il sapere e la conoscenza, quanto il mostrare ai lettori quanto essi siano preparati, colti, enciclopedici. La ragione di ciò è il narcisismo, caratteristica comune ai personaggi dello spettacolo e buona parte di quelli della cultura in genere. Hanno un costante bisogno di autocelebrarsi, riaffermare la propria presenza nel mondo, elevarsi su un piedistallo, a debita distanza dai comuni mortali,  e promuovere la propria immagine, sentendosi costantemente in cattedra.

In tal modo la cultura diventa spesso un’arena in cui combattono i nostri gladiatori letterari, a colpi di romanzi, saggi, racconti, pamphlet, poesie, recensioni, editoriali, esegesi. E per dimostrare che essi sono in possesso di una conoscenza superiore, sconosciuta al popolino ignorante,  amano citare lavori altrui, autori più o meno celebri, opere note e meno note, scritti quasi sconosciuti, antichi manoscritti in aramaico, frammenti in caratteri cuneiformi da tavolette sumeriche. E’ un trionfo di autoesaltazione individuale e collettiva, il passatempo preferito da certi intellettuali, il solito giochino del “citarsi addosso” autoreferenziale e finalizzato ad appagare ed accrescere  ancor più un Io ipertrofico ed alimentare la  propria autostima.

Così, grazie all’astrusità dei loro scritti, raramente riescono a farsi leggere. Ancor meno riescono a farsi capire. E viene meno quello che dovrebbe essere lo scopo della cultura; l’accrescimento delle proprie conoscenze e la conseguente divulgazione del sapere, al fine di elevare il grado di cultura generale della comunità di appartenenza. La cultura resta, quindi, isolata e racchiusa nell’ambito accademico o nel ristretto giro di specialisti, appassionati e cultori di conoscenze elitarie e quasi esoteriche, a beneficio di pochi eletti che si crogiolano nella propria autostima o nel reciproco scambio di lodi, premi e riconoscimenti. Così gli intellettuali restano beatamente colti ed il popolo resta beatamente ignorante. Con buona pace di tutti.

Diceva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale molti rispondono senza essere chiamati“.

Aggiungo io: “Molto spesso gli artisti maledetti sono solo maledetti. Più che altro sfigati.”

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

                                                  (“Eco e Narciso” –  John W. Waterhouse)

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