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Testimone oculare

di , 18 Agosto 2017 22:01

La tragedia, l’inviato speciale, il testimone oculare che “Ho visto tutto” e i sondaggi.

La cosa insopportabile è la rappresentazione mediatica delle tragedie, la banale retorica da “Manuale pratico del piccolo cronista” di giornalisti ed inviati speciali, i commenti degli esperti del giorno dopo, le lamentazioni televisive delle prefiche buoniste, le ipocrite manifestazioni di solidarietà, le bandiere a mezz’asta ai balconi, le fiaccolate, i cortei, i fiori, i palloncini, le dichiarazioni di circostanza ed il cordoglio in fotocopia dei capi di governo, di quella classe politica che ha la coscienza sporca e pensa di lavarsela con slogan da Baci Perugina, l’astratta vicinanza e le preghiere per le vittime di un Papa per il quale anche i terroristi sono “nostri fratelli” e  condanna la violenza di chi fa le stragi inneggiando ad Allah, senza mai citare l’islam, l’intollerabile idiozia di chi continua ad affermare che fra l’islam ed il terrorismo non c’è nessuna relazione.

Questa è la vera tragedia, l’esistenza di esemplari della specie umana che sembrano contraddire Darwin e la teoria che la natura favorisca la sopravvivenza dei soggetti migliori. Non sempre, caro Darwin,  non sempre e non necessariamente. L’evoluzione della specie non è lineare; esistono momenti di stasi, di involuzione e regressione, mutazioni genetiche che possono generare anomalie, mostri e aberranti esemplari di umanoidi. Alcuni diventano fenomeni da baraccone, altri diventano socialisti e vorrebbero cambiare il mondo per adattarlo alle loro farneticanti ideologie contro natura, alcuni scambiano Marx con Gesù (forse per via della barba), altri fanno i terroristi, altri ancora governano il mondo.

Incidenti stradali

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Incidenti ferroviari

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Botti di Capodanno

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Vasco, rock e business

di , 4 Luglio 2017 03:40

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

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Igor, media e violenza

di , 12 Aprile 2017 02:32

I media ci stanno avvelenando, giorno per giorno. E’ una specie di mitridatismo mediatico; ogni giorno ci propinano la nostra dose quotidiana di violenza che, a lungo andare crea dipendenza, come la droga. Lo dico e lo ripeto da anni. Facciamo un esempio pratico. Raramente accendo la TV al mattino. Ma ogni tanto succede, magari per cercare di sentire le ultime notizie: con i tempi che corrono non si sa mai che scoppi una guerra nucleare. Bene, di solito il giro di zapping dura pochissimo, il tempo di fare un giro veloce sui vari canali e, siccome c’è sempre e solo la solita spazzatura,  spegnere. Cosa c’era oggi in TV? Vediamo.

Su RAI1 c’erano i soliti cuochi, su RAI 2 si parlava della strage di Erba, su RAI3 si cercavano assassini a “Chi l’ha visto”, su Rete4 c’era una fiction, su Canale 5 c’era quel cortile di liti familiari che è Forum, su Italia 1 c’era il TG. E parlava di “Igor il russo”, della sua fuga e della caccia delle forze dell’ordine. Subito dopo parte una altro servizio su una donna cinese accoltellata a Budoni in Sardegna. Basta e avanza. Spengo e andate affanculo tutti quanti, voi, i TG, i cuochi e chi vi segue. La televisione sta diventando insopportabile; un bollettino di guerra sarebbe più tranquillizzante. Cominciano al mattino presto a parlare di violenze di ogni genere, di incidenti, di morti ammazzati, di guerre fra bande di criminali, di droga e, immancabilmente, di femminicidi (ormai sono all’ordine del giorno).

Il “Nemico pubblico numero 1“. Continuano a chiamarlo “Igor il russo”. Non aggiungo altro perché ormai chi sia e cosa abbia fatto lo sanno anche i gatti. Già ieri si sapeva che Igor non era il suo nome e che non era nemmeno russo. Infatti aggiungevano subito che è serbo. Bene, allora abbiamo chiarito chi è questo criminale? No. Oggi nei Tg lo chiamano ancora “Igor il russo“, e subito dopo precisano che, però, viene dalla Serbia e che ha un altro nome.  Anche la stampa continua a definirlo così: “Tutti i segreti di Igor il russo“. Allora viene spontaneo chiedersi perché si continua a chiamarlo “Igor il russo” se ormai già da ieri è accertato che non è russo e non si chiama Igor?  Questo ci dà la misura della serietà dell’informazione. Ci sono due spiegazioni per questa contraddizione. La prima è quella semantica (ma la spiegazione sarebbe lunga), che spiegherebbe il vezzo giornalistico di far uso di motti, frasi fatte, paradigmi, stereotipi e appellativi che funzionano da identificativo, richiamano subito alla mente il personaggio, lo caratterizzano e si prestano ad essere usati come messaggio subliminale. E’ l’effetto “Mostro in prima pagina“. L’altra è più semplice e spiega il livello professionale degli addetti ai lavori nel campo dell’informazione. In questo caso non ci sono spiegazioni complicate, ci sono solo tre possibilità: o sono mezzo idioti, o sono idioti per 3/4, o sono idioti del tutto.

Da ieri l’argomento principe di tutti i media è lui “Igor il russo”. Cosa ha fatto di così speciale per scatenargli dietro un migliaio di carabinieri e coinvolgere perfino il comandante in capo del Corpo? Niente di speciale. Ha fatto una rapina ed ha ucciso una persona. Niente di più di quanto sentiamo quasi ogni giorno. Ma allora perché gli altri casi vengono dimenticati quasi subito e questo Igor diventa un caso speciale? Perché si ottengono due risultati. Il primo è quello di utilità mediatica: si riempiono i programmi con scoop, esclusive, aggiornamenti, servizi degli inviati speciali, interventi e commenti in studio di esperti e opinionisti, interviste volanti a cittadini ed al comandante delle operazioni mascherato col passamontagna (fa scena e si approfitta per pubblicizzare un suo libro), riprese in diretta delle operazioni delle forze dell’ordine (che non sai se sono reali o sono sceneggiate a beneficio delle telecamere). Insomma, si riempie il palinsesto per giorni, si fa audience e ci si guadagna la pagnotta.  Il secondo risultato è quello di focalizzare l’attenzione del pubblico su questo caso e farne il “Nemico pubblico numero uno”, stile Al Capone. Così, se lo prenderanno (come speriamo) sarà un grande spot a favore della capacità operativa delle forze dell’ordine, scoraggia la giustizia fai da te e smentisce chi accusa lo Stato di non garantire la sicurezza dei cittadini. Più è pericoloso il criminale catturato e più efficiente si dimostra lo Stato. Ecco perché ingigantire la pericolosità di Igor, significa automaticamente esaltare la capacità delle forze dell’ordine. E così, la cattura di Igor, almeno per un po’ di tempo, farà dimenticare il fatto che di criminali come Igor l’Italia è piena e che nessuno si sente più al sicuro, nemmeno in casa. Ma tutto finirà in gloria; fino alla prossima rapina ed al prossimo morto ammazzato.

La cronaca nera, gli incidenti, le tragedie di qualunque genere sono diventati l’argomento principale dei media. Con queste notizie si riempiono pagine dei quotidiani, programmi Tv, internet. Tempo fa ho dedicato un post alle notizie di apertura del quotidiano locale L’Unione sarda: quasi sempre sono notizie di incidenti stradali (Vale la pena di leggere questo post Top News per capire di cosa sto parlando). Sembrerebbe che il problema più importante della Sardegna sia il traffico. Ecco, giusto per fare un altro  esempio concreto, cosa riportava ieri L’Unione sarda al centro pagina, nella sezione “News Italia“.

Avete letto i titoli? Vi sembra credibile che oggi in Italia queste siano le notizie più importanti? Oppure sarà un caso eccezionale in un giorno particolare? No, è la norma, questo è ciò che si legge tutti i giorni sulla stampa, su internet, in TV.  I Tg sembrano la cronaca dei morti “minuto per minuto”, un bollettino delle disgrazie. I programmi di intrattenimento, a partire dal mattino, riprendono gli stessi argomenti. Il pomeriggio, tanto per favorire la digestione, i vari talk riprendono gli stessi argomenti di cronaca nera, con approfondimenti ed inviati speciali sul luogo delle tragedie. La sera peggio che mai; film e fiction polizieschi, horror, con abbondanza di Squadre omicidi, Distretti di polizia, CSI, NCIS, Squadre speciali, “Montalbano sono…”, marescialli, preti che fanno i detective e cani che fanno i commissari.  Ancora programmi speciali (Quarto grado, Amori criminali, Storie maledette, etc.), inchieste, ricostruzioni di vecchi fatti delittuosi, tutto a base di violenza e cadaveri, con dovizia di dettagli macabri. Sembra che per i media l’argomento principale sia proprio la violenza. E quando non ci sono fatti di sangue in casa nostra andiamo a scovarli in capo al mondo, pur di garantirci la nostra dose quotidiana di violenza, come fosse una droga. Ecco un esempio: “Scontro frontale in Texas“. E’ solo uno dei tanti esempi. In mancanza di incidenti stradali di casa nostra, raccontiamo quelli che avvengono in Texas. Vi interessa? No, non interessa nessuno; ma serve a riempire le pagine.

E così ogni giorno ci scaricano addosso la nostra buona dose di negatività che, inconsapevolmente, modifica il nostro essere, altera le nostre capacità e funzionalità mentali, la nostra psiche, il carattere, crea assuefazione e indifferenza verso il male, ci rende schiavi della necessità di assumere dosi sempre più massicce di veleno mediatico, ed accresce pericolosamente la nostra aggressività; quella aggressività che poi, cosa che continuo a ripetere da anni, esplode all’improvviso in atti di violenza che i media, non sapendo come spiegarla, continuano a giustificare “per futili motivi“. Forse non se ne rendono conto, ma i media hanno una responsabilità enorme nei confronti del pubblico. L’effetto di questo eccesso di notizie negative è che può scatenare, specie in individui particolarmente sensibili, deboli, con un precario equilibrio psichico, forme di emulazione o improvvisi raptus di follia.

Ma i media su questo genere di cronaca ci campano e non riconosceranno mai le proprie responsabilità. Bisognerebbe denunciarli, portarli in tribunale, accusarli di favoreggiamento e incitamento alla violenza e chiedere i danni morali. Oppure istituire un tribunale speciale, come in tempo di guerra, e condannarli per crimini contro l’umanità. Sì, perché, anche se sembra eccessivo, si tratta proprio di questo. I media stanno commettendo un crimine che non è meno pericoloso delle bombe dei terroristi. E’ più devastante, perché colpisce tutti indistintamente in ogni luogo ed è subdolo perché la gente non ne percepisce il pericolo e, quindi, non attiva nessuna forma di difesa. Un vero e proprio crimine che mascherano da informazione, libertà di stampa e diritto di cronaca. Ma è un bluff, c’è il trucco, perché dietro l’apparenza innocua e allettante si nasconde il pericolo, la truffa, l’inganno: come i cioccolatini purgativi o le bevande avvelenate.

Vedi:

- Fiorello e violenza in TV

- Cuochi e delitti

- Il Papa ha ragione

Da “Quinto potere” (Network) 1976.

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Follia umana (1)

di , 16 Gennaio 2017 03:34

La gente sta impazzendo, non c’è più dubbio. Ma non nel senso bonario come quando sorridendo diciamo ad un amico ”Ma sei matto?”, perché fa o dice qualcosa di strano e bizzarro.  No, dico nel senso letterale del termine, come patologia mentale. Lo ripeto da sempre e purtroppo, arrivano puntuali le conferme. Ho sempre detto che non so quale sia la causa che genera questa follia; forse l’inquinamento ambientale, gli additivi tossici, coloranti, conservanti, aromi “naturali” chimici, che ingurgitiamo con i prodotti alimentari industriali, con frutta e verdura avvelenata da pesticidi, l’inquinamento elettromagnetico, lo stress di uno stile di vita nevrotico, l’informazione che ci fornisce ogni giorno la nostra razione quotidiana di violenze assortite, come una droga, e che crea uno stato mentale di tensione costante, di aggressività repressa che esplode alla prima occasione, modelli di vita imposti da una società che ha perso tutti i riferimenti, mutazioni genetiche. Non so cosa sia esattamente; forse un micidiale mixer di questi fattori ambientali, biologici, chimici, culturali. Quello di cui sono sempre più convinto, però, è che qualcosa ci sta mandando in pappa il cervello.

Lo constatiamo leggendo le notizie che ci vengono fornite ogni giorno dai media. Non solo quelle tragiche dei conflitti e guerre in corso e di attentati terroristici. Non passa giorno che non ci siano notizie di cronaca nera che vengono dalla quotidianità: donne ammazzate, bambini abbandonati, risse, violenze, aggressioni e morti per cause che la stampa definisce “futili motivi“. Come se morire per futili motivi sia meno grave o più grave che morire per motivi importanti. Qualcuno, per cercare di minimizzare la gravità di questa violenza crescente dice che non è vero che sono aumentati i crimini, ed invitano a non creare allarmismi perché questi fatti sono sempre successi, solo che prima non si conoscevano, oggi invece trovano più spazio nell’informazione. Non è vero: è del tutto falso. La crescita della violenza è reale ed è dovuta a nuovi fattori scatenanti che prima erano sconosciuti o avevano una minima influenza. Ora sono accresciuti i fattori che generano aggressività e violenza e sono di diversa natura, genetica, ambientale, culturale. Dell’l'influenza negativa dei media ho parlato spesso. Ma i fattori ambientali sono sempre più determinanti, a causa dell’inquinamento che  induce mutazioni genetiche e alterazioni ormonali e neuronali. Sono i danni provocati da inquinanti di varia natura: pesticidi, scarichi industriali, smog, polveri sottili e additivi alimentari specie dei prodotti industriali.

Ho sempre avuto il sospetto che questi fattori ambientali, oltre a quelli culturali derivanti dall’educazione, lo stile di vita, l’influenza dei media, potessero avere degli effetti negativi sulla mente umana; e quindi sul comportamento, lo sviluppo del carattere e della personalità e sui rapporti sociali. Ormai non sono una mia ipotesi campata per aria, lo dimostrano le ultime ricerche scientifiche. Ecco alcuni articoli apparsi di recente sulla stampa in merito agli effetti dell’inquinamento sul cervello umano.

- Il quoziente intellettivo dell’uomo occidentale? Nell’ultimo secolo è crollato. Calo di circa 14 punti in poco più di cento anni.

- Chi vive in città ha il cervello infestato da nanomagneti. Causa, l’eccessivo inquinamento atmosferico industriale.

- Smog nel cervello. Così l’inquinamento contamina i neuroni. Possibili cause dell’Alzheimer.

- Lo smog fa male al cervello; soprattutto a quello dei neonati. Gli inquinanti penetrano nel circolo sanguigno e da lì nel cervello, diventando tossici anche per i neuroni. Potrebbero avere una parte anche in psicosi e demenze precoci.

- L’inquinamento riduce il quoziente intellettivo. La “pandemia silenziosa”, ovvero il dilagare nell’infanzia, a livello globale, di disturbi del neurosviluppo che vanno dall’autismo al deficit di attenzione ed iperattività ed al ritardo mentale.

- Anche il cervello si ammala di smog. Vivere in strade molto trafficate aumenta il rischio di demenza senile, Alzheimer compresa.

Sono solo alcuni degli articoli che riprendono studi scientifici sugli effetti dello smog e dell’inquinamento atmosferico sul cervello umano. E non solo sul cervello. Una recente puntata di “Sfera” su La7 riprendeva l’allarme sulla moria delle api e lo spopolamento degli alveari, dovuta proprio ad inquinamento da pesticidi. Un allarme che è stato lanciato già diversi anni fa. Secondo gli ultimi studi, i pesticidi usati in agricoltura, specie i cosiddetti “neonicotinoidi“, oltre a provocare disorientamento e morte delle api, influenzano anche l’apparato sessuale generando mutazioni genetiche che riducono la fertilità dei maschi che acquistano caratteristiche sempre più femminili, fino al comparire di veri episodi di omosessualità.

Gli stessi neonicotinoidi li ritroviamo su tutti i prodotti dell’agricoltura che consumiamo regolarmente e che, penetrando nel terreno, vengono assorbiti dalle piante. Ciò significa che, anche dopo il lavaggio di frutta e ortaggi, permangono nei cibi tracce dei pesticidi che noi inconsapevolmente ingeriamo. Insomma, anche noi consumiamo la nostra brava dose di pesticidi, come le api. E come le api andiamo incontro a gravi pericoli per la salute, compresa la mutazione delle caratteristiche sessuali. Sarà un caso che negli ultimi decenni  le caratteristiche proprie del genere maschile e femminile siano sempre più confuse, che si vada verso un modello unisex, che si diffondano le teorie gender, e siano in crescita i casi di omosessualità? E perché mai dovremmo pensare che se questi pesticidi hanno effetti così devastanti per la sessualità delle api, non abbiano alcun effetto sull’uomo?

Purtroppo il video di quella puntata di Sfera non è disponibile. Ma questo breve servizio andato in onda su La7 illustra benissimo le cause dello spopolamento degli alveari. Ma le testimonianze della gravità del problema sono numerose, anche in video. Basta andare a vedere “Moria delle api“. Io stesso ho visto negli ultimi anni api morenti nel mio piccolo giardino dove vengono attratte da fiori ed alberi da frutto. Restano a terra, incapaci di volare, si muovono a stento come stordite, confuse, e muoiono. Ma io non uso nessun tipo di pesticida, né diserbanti, e nemmeno concimi; niente di niente. Evidentemente vengono avvelenate altrove. Troppo allarmistico? Avete ragione, non esageriamo, non preoccupatevi di queste sciocchezzuole, continuate pure a seguire il calcio, Sanremo, i salotti Tv per casalinghe disperate, cuochi e oroscopanti. (continua)

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Donne da macello

di , 6 Agosto 2016 23:40

Ammazzare le donne sembra diventato lo sport nazionale. Non passa giorno che qualche pazzo non decida di far fuori la compagna, la moglie, la fidanzata, l’amante, la ex. Negli ultimi tempi la media è di una vittima al giorno. E’ l’unica cosa che cresce in Italia: il numero delle vittime di violenza.

Cambiano solo le modalità di esecuzione, lasciate alla fantasia  ed all’immaginazione. Si va dallo stile incendiario al pluri-accoltellamento stile Giulio Cesare, fino alle martellate, come successo pochi giorni fa a Laveno Mombello (Uccide la moglie a martellate), metodo un po’ rozzo, ma efficace. Eppure in tempi recenti hanno approvato con grande clamore una legge sul “Femminicidio” che, nelle intenzioni dei legislatori, grazie all’aumento delle pene, doveva servire a far cessare o almeno limitare le violenze sulle donne. Forse hanno dimenticato qualcosa. Certe volte basta un niente, una svista, una virgola fuori posto, un refuso, una parola di troppo e la legge si inceppa, si blocca, non funziona. Oppure non funzionano i legislatori. Il fatto drammatico è che, nonostante la legge e le buone intenzioni di chi l’ha proposta ed approvata, le violenze sulle donne non solo non sono diminuite, ma sono in aumento. Chi pensa di fermare la violenza, l’odio, la malvagità umana e di risolvere tutti i problemi del mondo con leggi, norme e decreti è un idiota. Punto. E  non dovrebbe ricoprire incarichi pubblici; ancora meno governare o fare il legislatore.

La verità, che non si vuole ammettere,  è che la violenza non i ferma con una legge o con l’aumento delle pene. Nemmeno il rispetto delle donne e della vita umana si impone per legge, se manca la cultura del rispetto, se non si fa opera di sensibilizzazione proprio sul piano culturale, se non si pone un limite al dilagare sui media di rappresentazioni della violenza in tutte le salse, che sono autentici spot pubblicitari a favore della violenza e costituiscono modelli da imitare per menti malate o facilmente influenzabili.  Quello che stiamo facendo attraverso film, fiction, serie televisive, telegiornali, servizi e programmi speciali, stampa, internet, è  usare i media per riproporre continuamente, dalla mattina alla sera a reti unificate, l’esaltazione della violenza. Certi giorni i TG sembrano bollettini di guerra, a base di morti ammazzati, di sangue in primo piano e scene da cinema splatter; sempre più realistiche, più crudeli, più cruente, perché l’assuefazione obbliga, per attirare l’attenzione, a proporre scene sempre più forti. Forse chi opera nel mondo dell’informazione non si rende conto dell’enorme potere condizionante dei media. E già questo sarebbe un fatto grave. Ancora più grave sarebbe, però, rendersi conto di quali siano i rischi ed i pericoli di un uso spregiudicato dei media, e non fermarsi. In ogni caso, se sussiste anche solo un piccolo dubbio che la continua rappresentazione della violenza possa favorire l’emulazione (per me è una certezza), certi addetti ai lavori dovrebbero essere incriminati per istigazione alla violenza. Popper, benevolmente, li chiama solo imbroglioni, io li chiamerei criminali; sarebbe più adatto.

Proprio oggi in un TG ho seguito un breve servizio in cui la rappresentante delle Case di accoglienza per le vittime di violenza era preoccupata per gli ultimi casi di femminicidio. Ma ancora più preoccupata sembrava per il mancato arrivo dei fondi previsti dalla legge, che se non ho capito male sono cifre dell’ordine di milioni di euro. Sembra che più che preoccuparsi di spiegare le ragioni e trovare una soluzione al dilagare della violenza, stiano pensando ad incamerare soldi pubblici. Da parte del governo, però si pensa di risolvere il problema con l’introduzione, a settembre, di una “Cabina di regia“. Dice la ministra Maria Elena Boschi: “Abbiamo costituito la cabina di regia interistituzionale per rafforzare e promuovere azioni di contrasto alla violenza sulle donne e al femminicidio: ho convocato la prima riunione per l’8 settembre.”. Oh, finalmente, ecco ciò che manca per fermare la violenza: la “cabina di regia”. Perché nessuno ci aveva pensato prima? Magari poteva scegliere una data meno funesta dell’8 settembre, ma non stiamo a sottilizzare. L’ultima trovata ridicola di un governo di cialtroni. Poi, oltre al regista, ci metteranno anche il direttore della fotografia, gli scenografi, i costumisti, i tecnici delle luci, il trucco, il cestino con il pranzo per le comparse, ovviamente una buona sceneggiatura che sappia coinvolgere il pubblico (specie donne e anziani; quello è il target), si fa una fiction e si manda in onda su RAI 1 in prima serata; il tutto annunciato da un bel promo di “Pubblicità progresso“. Ed il problema è risolto. E se non si risolve il problema della violenza sulle donne, almeno si risolve il problema economico di chi lavora alla fiction; produttori, autori, sceneggiatori, registi, attori, tecnici, comparse e figuaranti. In tempi di crisi è già qualcosa. No?

E’ un argomento di cui parlo spesso perché lo ritengo fondamentale, uno dei problemi più gravi della nostra società moderna, sempre più condizionata dai messaggi mediatici. Se non affrontiamo la questione rendendoci conto che dobbiamo cambiare radicalmente tutto il sistema comunicativo e culturale, specie spettacolo e informazione, non risolveremo nulla, non ci sono leggi che tengano. Lo dicevo per l’ennesima volta anche di recente: “Femminicidio e leggi flop” (maggio 2016), “Buoni per legge” (febbraio 2016), ed in tanti altri post, alcuni riportati nella colonna laterale a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza.

Ecco un piccolo esempio, giusto perché ce l’ho sotto gli occhi, di come tutti i giorni la stampa, forse inconsapevolmente (ma non ne sarei troppo sicuro; penso, invece, che siano precise scelte editoriali per attirare l’attenzione dei lettori) propone immagini violente. Questo box si trova oggi sul sito del Messaggero (Ragazzina accoltella il fratello), esattamente sotto l’altro box inserito più in alto.  A parte la notizia del litigio finito a coltellate, cosa che ormai sembra del tutto normale (una volta, al massimo si faceva a botte, ora ci si ammazza) guardate quella immagine del coltello da macellaio in primo piano. Ricorda la scena più drammatica di Psyco di Hitchcock, quella della protagonista accoltellata sotto la doccia. Era proprio necessario inserire quella foto? E’ essenziale per capire la notizia? E’ il coltello usato dalla ragazzina? No, nessuna delle tre cose. E allora che senso ha mostrare un coltellaccio in primo piano? Forse non vi rendete conto di ciò che significa, di quale sia il messaggio che trasmette, dell’enorme potere evocativo della fotografia, della sua capacità di suggestionare, influenzare e coinvolgere il pubblico (basta pensare al cinema),  e di quali reazioni può suscitare nei ragazzi o nelle persone particolarmente sensibili ed influenzabili, peggio ancora se psichicamente labili. Se non capite queste cosette elementari sulla comunicazione, siete degli idioti ai quali dovrebbe essere vietato per legge (in questo caso sì, per legge) di lavorare nel campo dei mass media. E se non siete idioti, o imbroglioni, come dice Popper, siete comunque inadatti ad operare nel mondo dell’informazione e della comunicazione in generale. Anzi, costituite un vero e serio pericolo. Quindi cambiate mestiere, andate in campagna a coltivare patate, farete meno danni.

P.S.

E gli psicologi cosa dicono? Già, perché dovrebbero essere psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, secondo le loro specifiche competenze, a spiegarci le ragioni di questa violenza dilagante e, soprattutto, a mettere in guardia contro il pericolo che l’eccessiva rappresentazione della violenza possa creare emulazione; perché questo è il problema. Avete mai sentito qualcuno in televisione spiegare i motivi di questo potere negativo dei media? No, se qualcuno raramente accenna a questo pericolo è un caso isolato, messo subito a tacere da chi invoca la libertà di espressione e il dovere di cronaca. Anzi, ho sentito spesso autorevoli psicologi affermare tranquillamente in TV che la rappresentazione della violenza ha un potere catartico, serve ad esorcizzare la paura ed ha un effetto positivo perché  permette di sublimare l’aggressività. A questo punto non si sa più a che santo votarsi. Se anche gli psicologi non si rendono conto del pericolo, allora non c’è speranza. E dire che oggi  in Italia ci sono più di 100.000 psicologi e psicoterapeuti (Troppi psicologi) dei quali 3 su 4 sono donne (vi dice niente questo dettaglio?), circa  un terzo di tutti gli psicologi d’Europa. O sono troppi gli psicologi o ci sono troppi matti in Italia (matti non è il termine esatto, ma tanto per semplificare). Ma allora, se ci sono più matti in Italia che in tutta Europa, perché abbiamo chiuso i manicomi?  No, forse non siamo tutti matti, la verità è che sono troppi gli psicologi, farebbero bene a cambiare mestiere; ci guadagnerebbero tutti.

Quei ragazzi perbene

di , 8 Marzo 2016 18:59

Hanno ammazzato un ragazzo “Per vedere l’effetto che fa“. Ho detto spesso che il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Conferme di questa follia dilagante ne abbiamo ogni giorno; la cronaca quotidiana è piena di episodi di violenza che non hanno una spiegazione. Non si erano mai sentite giustificazioni simili. Questa gente è completamente fuori di testa. E non è solo effetto della droga o dell’alcol. C’è qualcosa che ci sta mandando in pappa il cervello. Ma siccome è un processo graduale, non ce ne rendiamo conto.

Oggi si ammazza la gente così, per uno sfizio, per niente, per passatempo, per distrarsi, o “per vedere di nascosto l’effetto che fa“, come cantava Jannacci. Sono sempre più numerosi gli episodi di violenza, le aggressioni, le liti, i morti, “per futili motivi“, come dicono sbrigativamente i cronisti. Li chiamiamo “futili motivi” perché abbiamo paura di cercare le cause profonde di questa epidemia di follia collettiva. I futili motivi sono che la gente sta andando fuori di testa, ma siccome l’epidemia è generale nessuno ci fa caso. Sarà l’inquinamento dell’aria, del suolo e perfino delle falde acquifere, saranno i pesticidi o gli additivi nocivi che assumiamo con gli alimenti sempre più inquinati, saranno le polveri sottili nell’aria, sarà l’effetto delle dosi massicce di violenza che assumiamo ogni giorno attraverso i media, specie in televisione. Certo è che qualcosa sta modificando le normali funzionalità cerebrali. Ma nessuno ci fa caso. Ci occupiamo solo degli effetti collaterali, quando leggiamo in cronaca gli ultimi esempi di follia umana. Ci occupiamo dei sintomi, non della malattia. Questa sottospecie umana bisognerebbe confinarla in un’isola deserta: così, per vedere l’effetto che fa. Mi sa che siamo proprio alla fine del mondo. I Maya devono aver sbagliato giusto di qualche anno. Ma ormai ci siamo.

Uno dei due “bravi ragazzi” ha dichiarato: “Non so perché lo abbiamo fatto“. Si è mai sentito qualcuno che ammazzi una persona e non sa perché lo ha fatto? Se questa non è follia pura cos’è? Ma questi non sono scappati da un centro di igiene mentale, non sono in cura presso centri psichiatrici; sono ragazzi della Roma bene, che si possono incontrare in strada, a passeggio, al ristorante, sembrano “normali”. Flavia Vento, che con Marco Prato, uno dei due “ragazzi perbene “, aveva avuto una breve relazione, oggi ha dichiarato: “Marco non era violento“. Meno male, figuriamoci cosa farebbe se fosse violento. Questi ragazzi oggi sono così confusi e privi di riferimenti e valori che quella frase, appena modificata, potrebbe diventare il motto delle ultime generazioni: “Non sappiamo perché stiamo vivendo.”. Il fatto è che nessuno glielo insegna; né la scuola, né la famiglia, né la società, né la nuova cultura priva di riferimenti. Anzi, stiamo facendo di tutto per allevare generazioni di invertebrati, stressati, con gravi problemi d’identità, smarriti, confusi,  strafatti di droga e alcol, cresciuti con i falsi miti imposti dai media. Ragazzi distrutti, marci dentro, al cui confronto gli esistenzialisti, i nichilisti, e  la gioventù bruciata degli anni ’50/’60 erano il massimo del perbenismo, dell’impegno sociale, della serietà, dell’assennatezza e responsabilità.

Stiamo costruendo una società marcia, ma non ce ne rendiamo conto. Siamo distratti, abbiamo il cervello ”in tutt’altre faccende affaccendato“, come direbbe Giusti. Noi pensiamo ai diritti gay, agli uteri in affitto, siamo occupati a seguire le prodezze amorose dei Vip, fiction, talent, Sanremo, bambini canterini, adulti ballerini, cuochi estrosi, il nauseante chiacchiericcio della compagnia di giro di politici ed opinionisti, le ochette starnazzanti  nei salotti televisivi del pomeriggio, giochini preserali con o senza pacchi, la posta lacrimevole della De Filippi, morti ammazzati a tutte le ore e l’ultima puntata di  “Signor giudice, Montalbano sono“; un record di ascolti.  Giorno per giorno stiamo assumendo a piccole dosi il nostro veleno quotidiano, una sorta di mitridatismo mediatico, senza rendercene conto o sperando forse di diventare immuni alla tossicità della televisione. Ed ecco il risultato; dei “ragazzi bene” che ammazzano un altro ragazzo, senza sapere perché lo fanno, così, per distrarsi, per passatempo, per provare nuove emozioni, per “vedere di nascosto l’effetto che fa“. Auguri.

Vedi, uno dei tanti post su media e violenza: “Cara sorellina ti ammazzo, per gioco…”.

Linguaggio, cancro e battaglie vinte (o perse)

di , 31 Gennaio 2016 17:07

Diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”. Frase cult di tutti quelli che si occupano di comunicazione. E nella comunicazione è insito il pericolo dell’inganno (Le parole ci ingannano). L’inganno è subdolo perché non ce ne rendiamo conto. Quando il linguaggio, ed il sistema comunicativo in generale, diventa di dominio comune, perde un po’ del so significato originario, dell’essenza concettuale e si trasforma in una espressione assiomatica, addomesticata dall’uso popolare, che diamo per vera e scontata ed usiamo senza più chiederci il vero significato di una parola, una frase, espressione idiomatica. Così assimiliamo il linguaggio e le sue regole, senza chiederci se quel modo di esprimersi, quel termine, quella espressione, siano corretti ed esprimano il vero significato di ciò che vogliamo comunicare, oppure contengano una piccola o grande mistificazione, un inganno che travisa il senso del messaggio. Il linguaggio non è solo il mezzo per esprimere idee, sentimenti, sensazioni e comunicare informazioni e messaggi; è esso stesso informazione e messaggio. Allora forse bisognerebbe prestare più attenzione alla comunicazione nel suo complesso, sia al medium che al messaggio di McLuhan, perché l’inganno può essere duplice. Facciamo dei piccoli esempi.

Nel mondo della comunicazione è normale usare termini che sono propri di specifiche discipline, ma che, usate frequentemente anche al di fuori del loro contesto originario, diventano di uso comune. Un esempio ricorrente è quello dell’uso della parola “bagnasciuga” (termine prettamente navale, che indica quel tratto dello scafo che, secondo la pesantezza del carico, può trovarsi sopra o sotto il livello dell’acqua; bagnato o non bagnato), al posto di “battigia”, che indica il tratto della costa sul quale si infrangono le onde. E’ abitudine dei cronisti, specie di quelli sportivi, usare anche un linguaggio volutamente esagerato, iperbolico, per  esaltare ed ingigantire azioni di gioco o imprese individuali. E’ un linguaggio usato in prevalenza sulla stampa per richiamare l’attenzione e la curiosità dei lettori; ma poi lo stesso linguaggio, di estrazione militaresca, viene usato anche nelle cronache in radio e TV. Così se un attaccante tira in porta con particolare potenza, non basta dire che ha tirato, no, bisogna esagerare ed allora quel tiro diventa “una staffilata, una fucilata, una rasoiata, una cannonata, una bomba…”. Infatti il calciatore che segna più reti si chiama “bomber“.  In compenso, nel linguaggio non sportivo, per indicare un intervento particolarmente scorretto, brutale o aggressivo (in un dibattito, una contesa verbale, una polemica), si usa un termine calcistico “entrare a gamba tesa“. Ecco un classico esempio di mistificazione metaforica. E così siamo pari.

Lo stesso inganno avviene quando i politici, quelli che stanno distruggendo l’Italia, affermano di “lavorare per il bene del Paese”, frase che fa un uso opinabile, se non improprio, di due concetti: il termine “lavorare” che richiama alla mente le pesanti fatiche del lavoro fisico dei campi, delle fabbriche, delle miniere, e che riferito ai politici suona quasi sarcastico, ed il termine “bene del Paese” che lascia aperti tutti i dubbi e le interpretazioni possibili su cosa si intenda per “bene del Paese“.  Visti i risultati, viene spontaneo pensare che sarebbe meglio se lavorassero meno; farebbero meno danni. Stesso uso disinvolto del linguaggio lo si fa nel mondo dello spettacolo:  chiunque salga su un palco e si esibisca cantando, ballando, recitando, è sempre bravissimo, fantastico, eccezionale, meraviglioso, straordinario. Uno semplicemente bravo non esiste. Sono tutti bravissimi, “superlativi assoluti”, anche quando non fanno niente, basta la presenza.

Sembra di sentire Petrolini quando, nelle vesti di Nerone, arringava la folla inferocita che lo accusava di aver provocato l’incendio della  città. Per tacitare la protesta prometteva la ricostruzione assicurando che  ”Roma rinascerà più bella e più superba che pria“, riscuotendo l’applauso della folla, evidentemente affascinata dalla parola “pria“; ”quando il popolo sente le parole difficili, si affeziona”, dice. E visto che continuavano ad applaudire ogni volta che ripeteva la frase e perfino anche solo all’accenno della pronuncia della parola, concludeva: “Lo vedi, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo“. Appunto. Così se un attore o un artista in passato ha avuto il suo momento di gloria, grazie ad un successo momentaneo, più o meno grande, quel successo se lo porta dietro tutta la vita, anche se poi non fa nient’altro di decente. La bravura si dà per acquisita e valida vita natural durante. Questo fatto è facilmente riscontrabile con le comparsate e ospitate televisive di personaggi dello sport o vecchie glorie dello spettacolo, i quali magari non fanno niente, nessuna esibizione, ma vengono osannati semplicemente per la presenza, perché sono ospiti per dieci minuti, dicono quattro fregnacce di circostanza, fanno i complimenti alla trasmissione ed ai conduttori, ringraziano e salutano il “pubblico meraviglioso”, incassano l’assegno e via.

Nel linguaggio giornalistico l’iperbole è il sale della comunicazione; lo spargono a piene mani  dappertutto. Qualunque avvenimento, anche quello più insignificante, viene sempre raccontato come qualcosa di straordinario. Ecco perché leggiamo spesso titoli come “L’Italia sotto choc…”, o “Tutti pazzi per…”, o ancora “La rete impazzisce per…”, o “La Francia piange le vittime dell’attentato…”, “Pubblico in delirio…”. Sono evidentissime esagerazioni: non tutta l’Italia è sotto choc, ovviamente, come non tutta la Francia piange (anzi, qualcuno ha esultato e festeggiato), e non è vero che tutta la rete è impazzita per un certo video ((qualche migliaio di cretini che si esaltano per un video idiota non sono “tutta la rete”), ed il pubblico al massimo sarà molto contento e soddisfatto, ma non è mai “in delirio”, che è una grave forma di alterazione mentale, uno stato patologico.

Ma allora perché usano questo linguaggio? Lo fanno perché per attirare l’attenzione del pubblico bisogna urlare ed esaltare ciò che si vuole vendere. L’immagine simbolo è il mercante ciarlatano da fiera paesana che urlava per attirare l’attenzione dei villici e vendere le proprie cianfrusaglie, o lo strillone di una volta che, per vendere i quotidiani, andava in giro urlando le notizie più importanti della giornata. Ma oggi si usa lo stesso sistema. Gli strilloni hanno solo cambiato luogo di lavoro. Ora strillano in televisione per vendere materassi, pentole, vasche da bagno e diete miracolose che in breve tempo trasformano corpi flaccidi e grassi in modelle perfette come statue greche (quelle che copriamo per non urtare la sensibilità del presidente iraniano).  Bisogna urlare, esagerare, usare le iperboli più fantasiose per rendere il prodotto che si propone più interessante di quanto sia in realtà (qualunque esso sia; un video, una notizia di cronaca, un detersivo, un evento sportivo o un materasso; il principio è lo stesso) . E’ lo stesso principio del mercante o dell’oste che decantano la qualità di ciò che vendono: stessa strategia applicata ai mezzi di comunicazione.

Lo stesso inganno avviene anche quando si parla di argomenti che non dovrebbero essere soggetti a questi piccoli trucchi. Per esempio quando si parla di argomenti seri e gravi, come malattie o drammi personali. Eppure si usa lo stesso meccanismo. Lo usano i media, ma lo usa anche la gente comune, perché ormai ha acquisito lo stesso linguaggio usato dai media e, quindi, senza rendersene conto, perpetua l’inganno.

Quando si tratta di personaggi più o meno celebri che, per loro sfortuna si trovano ad affrontare un tumore, finiscono sempre in prima pagina, con tanto di foto, e dichiarano di combattere la loro battaglia perché non bisogna arrendersi e perché alla fine vinceranno (quando e se vincono).  Ne siamo felici per loro. Ne parlavo di recente (Tumori e pudori) e temo che, leggendo quel post, qualcuno possa aver pensare che sia stato insensibile, cinico o peggio, nei confronti di chi soffre. Ed ecco l’ultimo caso, proprio una settimana fa (Fausto, modello dopo la chemio “Ricomincio senza capelli“); un altro che “ha combattuto la sua battaglia” ed ha lottato contro la malattia, perché bisogna andare avanti, non lasciarsi abbattere, perché “ha voglia di vivere” (lui ha voglia di vivere, gli altri, invece, sono tutti aspiranti suicidi schifati dalla vita!).

E’ un modo di manipolare la realtà, di adattarla, trasformarla, mascherarla, mistificarla, adulterarla, con l’uso improprio, superficiale e disinvolto del linguaggio. La metafora prende il posto del significato reale. Realtà e rappresentazione diventano una cosa unica, così come per il medium ed il messaggio di McLuhan.  Anzi la vera realtà è la sua rappresentazione, quella raccontata dai media, stampa, televisione, internet. Se qualcosa non passa in TV viene il sospetto che non esista. E se riescono a confondere le idee parlando di argomenti seri e gravi come le malattie, figuriamoci cosa riescono a fare con argomenti frivoli. Dovremmo chiedercelo spesso, se vogliamo capire quale sia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione (Realtà e fiction).

Allora, per evitare equivoci e giudizi errati, forse è bene che mi spieghi meglio. Se tu hai un tumore, tutto quello che puoi fare è affidarti alle cure mediche, seguire la terapia, qualunque essa sia, e sperare che funzioni e che guarisca. E le malattie si affrontano in silenzio, con pudore e senza clamori mediatici. Punto. Tutto il corollario che ci si ricama intorno a base di “lotta contro la malattia… combattere la mia battaglia…non lasciarsi andare…voglia di vivere…etc…”, e immancabile foto della testa pelata, è solo un mucchio di stronzate inutili e senza senso che servono solo per imbastire un articolo e riempire le pagine. Ed è un modo di esprimersi assimilato, pari pari, dal linguaggio usato da quei rincoglioniti cronisti che per far passare come interessante la notizia del tumore al personaggio più o meno famoso (evitiamo di fare nomi per carità cristiana) devono ingigantirla e parlare di “battaglia vinta” contro la malattia. Ed ecco, per tornare a quanto accennavo all’inizio, un altro esempio di uso improprio del linguaggio. Non c’è nessuna battaglia, come non c’è nessuna vittoria, non ci sono scontri epici e nemmeno duelli o giostre a cavallo, non c’è nemmeno un accenno di competizione. Una malattia non è una gara di atletica o un torneo di calcetto fra scapoli ed ammogliati, con vincitori e vinti. A meno che a qualcuno non venga in mente di stilare una graduatoria anche dei malati di tumore per vedere chi è più motivato, chi combatte meglio, chi ha più voglia di vivere, chi vince e chi perde, con i servizi “esclusivi” degli inviati nei vari reparti oncologici d’Italia, con tanto di classifica finale ed assegnazione al più combattivo, del premio per il vincitore: “La flebo d’oro“.

Non ci sono battaglie e non si vince niente, non è una lotteria. Se si guarisce è solo perché è  andata bene, contrariamente ad altri meno fortunati. Quindi bisogna ringraziare il cielo, tacere e godersi la vita, finché si è vivi. Quello che questi “terroristi” mediatici del linguaggio non capiscono (ma non lo capiscono perché sono cretini ed i cretini sono tali perché non sanno di esserlo), è che affermando che qualcuno “ha combattuto contro la malattia ed ha vinto la battaglia  perché non si è lasciato andare ed ha voglia di vivere…”, stanno dicendo, pari pari, che tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di guarire sono morti perché non sono stati bravi, non hanno lottato, non si sono impegnati abbastanza e non avevano voglia di vivere. Questo è il significato. Un po’ come si diceva a scuola per i ragazzi un po’ svogliati: è intelligente, ma non si applica. Per i malati di tumore è come se si dicesse che…è malato, ma non vuol guarire.

State dicendo questo? Che i morti di tumore sono morti perché non si sono “applicati” abbastanza? Steve Jobs, David Bowie o Virna Lisi (che, a causa di un tumore, se n’è andata nel giro di un mese), per fare i primi nomi che mi vengono in mente, sono morti di cancro perché non hanno lottato e non avevano voglia di vivere? E come loro tantissime persone sono morte, nonostante si siano sottoposte a tutte le cure possibili. Tutta gente che è morta perché non ha lottato e non aveva voglia di vivere? Sì, il significato delle vostre parole è proprio questo; anche se forse non ve ne rendete conto. Sono io cinico? No, siete voi rincoglioniti.

Cul-tura

di , 8 Aprile 2015 22:08

La cultura di un popolo permea tutti gli aspetti sociali, ne determina lo stile di vita, usi e costumi,  i rapporti e le relazioni fra i membri della comunità, l’indirizzo politico, la scuola, l’informazione, perfino aspetti che paiono secondari come l’abbigliamento, l’alimentazione, gusti musicali e artistici. Tutto è cultura e la cultura forma la nazione e lo spirito di un popolo. Per capire quale sia la cultura di un popolo basta osservare i diversi aspetti della vita sociale (gli effetti) e da essi si può risalire alla matrice iniziale (la causa) che li ha originati. E siccome si dice che l’informazione sia lo specchio della realtà, per sapere in che mondo viviamo (e cosa ci riserva il futuro) basta dare uno sguardo a ciò che quotidianamente passa nei mass media, stampa, TV, internet. Vediamo alcuni esempi pratici.

Cominciamo con questa foto che sembra presa da un sito porno. Invece no, è una delle tante immagini simili che ogni giorno riempiono le pagine dei siti d’informazione. Questa per alcuni giorni è stata in bella evidenza in un grande box nella Home page del  Il Giornale.it con questo titolo “L’esibizionismo, un gioco irresistibile“.

Ormai queste immagini fanno parte integrante dell’informazione. Notizie politiche, economiche, di stragi, attentati e guerre nel mondo, si accompagnano a tette e culi in bella mostra. Tutto fa informazione e riempie le pagine. Gli addetti ai lavori giustificano questo eccesso di nudità col fatto che quelle foto attirano lettori. Non è vero,  ma loro fanno finta di crederci.

Eppure lo capirebbe anche un bambino. E’ risaputo che su internet esistono migliaia di siti porno di facile accesso e che sesso e porno sono gli argomenti più ricercati in rete. Quindi chi vuole vedere immagini hard non ha che l’imbarazzo della scelta:  non va certo a cercarle  sui siti dei quotidiani nazionali. E allora perché queste immagini compaiono ovunque, anzi sembra che siano una parte importante ed irrinunciabile dell’informazione?  Bisognerebbe chiederlo a giornalisti ed editori che, evidentemente, hanno una strana concezione di cosa sia l’informazione. In realtà si tratta semplicemente di una aberrazione  della cultura dominante che si fonda essenzialmente non più sulla serietà dell’informazione, ma sulla spettacolarizzazione della realtà, sulla assunzione del gossip come argomento dominante dell’informazione e sull’esibizione del nudismo come richiamo mediatico. Questa non è cultura, è Cul-tura. E se è vero che i media rappresentano la realtà e questo è il livello culturale dell’Italia, ne usciamo molto male.

Non è il caso di dilungarsi oltre sull’argomento. Ne ho parlato spesso e volentieri in passato (Alcuni post a caso, “Guardi siti porno?”,  Tette, Papi e Femen“, “Pane, sesso e violenza“) . Ma  per capire quale sia il problema di chi opera nel mondo dell’informazione  e di quale strana sindrome soffrano (siamo quasi a livello patologico) basta rileggere un articolo apparso nel 2007 sul quotidiano spagnolo El Paìs e ripreso  da La Stampa di Torino:Troppe tette e culi. Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip.” . L’autore non è un vecchio rimbambito, né un moralista della domenica; è il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Vale la pena di leggerlo.

Ma ci sono anche altri piccoli segnali dai quali si capisce quale sia il livello culturale di una nazione. Ecco un messaggio lanciato dal senatore Antonio Razzi per augurare la “Buona Pasquetta” ai suoi fan. Si è giustificato dicendo che lo ha fatto apposta a scrivere la C al posto della Q, perché lo ha voluto dire in abruzzese. Non credo che gli abruzzesi usino scriverlo in quel modo. E’ solo l’ennesima prova della grande “cultura” del nostro senatore e del fatto che, se Razzi può diventare senatore della Repubblica, forse, nel nostro sistema democratico c’è qualcosa che non va.

Restiamo al Senato della Repubblica. Ecco un’altra notizietta edificante, interessa la senatrice Stefania Pezzopane del PD. Ma non riguarda la sua attività parlamentare; riguarda la sua vita privata, la sfera familiare, l’intimità. Racconta il suo compagno che quando fanno sesso “La pecorina è la sua posizione preferita. Mi urla di non fermarmi e che la faccio impazzire.“. Specifica che mentre sono impegnati in quella posizione lei lo incita: “vai, Simone, vai, continua, me stai a fa’ impazzi’…“.

Beh, certo è giusto conoscere anche le posizioni preferite delle nostre senatrici, magari sono determinanti per la loro attività in aula, possono influenzare le decisioni ed il voto. La qualità delle prestazioni del suo Simone può influire anche sulla tenuta del governo. No? Dovrebbe preoccuparsi anche Renzi. Se la “pecorina” della Pezzopane è stata soddisfacente il governo tiene, altrimenti è a rischio. Bene, questo è il livello culturale dei nostri governanti. Chi scrive “Pascuetta” con la C e chi preferisce la  “Pecorina”. Una volta c’era qualcosa che si chiamava riserbo, pudore, buon gusto; cose d’altri tempi, scomparse. Oggi sta diventando titolo di merito e di orgoglio l’ostentazione dei vizi privati, la rivelazione pubblica delle proprie intimità, devianze, perversioni, depravazioni ed il resoconto dettagliato delle proprie prestazioni sessuali.

Chiudiamo con un altro esempio della nuova “cul-tura”. Ce lo offre Giampiero Mughini, giornalista, scrittore, opinionista tuttologo, polemico  per natura ed ospite fisso dei salotti televisivi. Pochi giorni fa il quotidiano Libero riportava alcune sue dichiarazioni rilasciate ai microfoni de La Zanzara: “ Il porno è una cosa seria. Chi non si masturba è un degenere.”. Racconta Mughini che a casa possiede una collezione di 20 cassette hard: “Il porno è una cosa seria. E’ molto più seria di quanto dicano e io potrei tranquillamente tenere lezioni all’università. E’ arte pura.”. E continua:Anche io mi masturbo davanti a un film porno. Chi non l’ha mai fatto è un degenere, anche se li guardo solo per completare la ricchezza del mio patrimonio conoscitivo.“.  E ancora, giusto per dire che, nonostante l’età, non ha perso il vizio, aggiunge: “Oggi quelle cassette non le vedo più, ma spesso scorrazzo per siti porno dove ci sono cose che mi vanno benissimo e mi piacciono.“. Chiaro? Lui guarda i porno per “arricchire il suo patrimonio conoscitivo“. E se voi non fate altrettanto, non scorrazzate in rete per siti porno, non avete una collezione di cassette hard  e non vi masturbate guardando i film porno, siete “degeneri“. Lo dice un “intellettuale” doc, uno che elargisce principi di etica ed estetica in tutti i canali TV, uno che ha fatto la gavetta ed è stato direttore di   Lotta continua: insomma, una garanzia.

Già, questi sono gli intellettuali oggi, questa è la cultura dominante. Queste sono le belle notizie quotidiane che ci vengono propinate da stampa, TV, internet. L’anomalia è che oggi sui media vengano riportate dichiarazioni come quelle della Pezzopane o di Mughini e nessuno più si scandalizzi. La cosa assurda non è che la Pezzopane ami mettersi alla pecorina o che Mughini si masturbi guardando film porno (sono fatti loro e del tutto privati e personali), ma che lo raccontino pubblicamente e che questi loro “vizi privati” vengano diffusi dai media e diventino “pubbliche virtù”. Il dramma è che questo Blob osceno e maleodorante sia considerato informazione e diritto di cronaca e dilaghi nell’indifferenza generale. La tragedia, infine,  è che questo degrado totale  sia considerato normale.

Oggi anche i bambini hanno il loro PC e navigano in internet. E vedono e leggono esattamente ciò che vedono gli adulti e crescono con questa “Cul- tura”. Una volta le bambine, al massimo leggevano le favole, giocavano con le bambole e guardavano “Heidi , ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao…”. Oggi, guardano la TV, navigano su internet e vedono, ad ogni ora del giorno, donnine nude ansiose di mostrare le parti intime, esibizionisti che raccontano pubblicamente le loro prestazioni sessuali, gay, trans, lesbiche e sessualmente confusi che esaltano le delizie del sesso alternativo e tutte le variazioni sul tema. Così crescono oggi i bambini, con questi modelli culturali. Ed ogni giorno su TV e internet, spesso in assenza dei genitori, si imbattono continuamente in scene di sesso e violenza, violenza e sesso, in nudità esibite a tutte le ore come la cosa più normale del mondo, richiami erotici e sessuali, in esplicite lezioni di sesso e in intellettuali progressisti che vi accusano di essere degeneri se non vi masturbate guardando film porno.  E l’unica relazione con le caprette di Heidi è scoprire che una senatrice adora mettersi “alla pecorina“. Se tutto questo sembra normale bisognerebbe cominciare a preoccuparsi seriamente della salute mentale di questa società. Forse è già troppo tardi.

Ogni tanto, però, bisognerebbe fermarsi un attimo e chiedersi cosa sta succedendo. Se è vero che questa “Cul-tura” dominante viene accettata tranquillamente come cosa del tutto normale, allora bisogna anche accettarne le conseguenze e gli effetti. E quali sono questi effetti collaterali?  Semplice, basta leggere le notizie del giorno, quelle che ci raccontano piccole e grandi tragedie e fatti di cronaca, che spesso riguardano proprio bambini e adolescenti, e che dovrebbero farci riflettere. Eccone alcune…

- Quando i bambini fanno Ahi!

- Lo stupro quotidiano

- La prima volta di Totti

- AdolesceMenza

- Cara sorellina ti ammazzo, per gioco

- Mamma, sono incinta

- La Spagna si masturba

- Il Papa ha ragione

- Giochi d’infanzia e matrimoni marziani

- Pane, sesso e violenza

Bleona chi?

di , 26 Novembre 2014 13:26

Chi era costei?”, direbbe don Abbondio. Magari sarà nota ai ragazzi, ma credo che la maggior parte delle persone adulte (a meno che non siano assidui lettori di Novella 2000 o adolescenti fanatici delle pop star) abbia qualche difficoltà a  sapere chi sia questa Bleona e cosa faccia di bello nella vita per finire in prima pagina. Ma siccome oggi bisogna essere informati e sapere tutto di tutti, ecco che stampa, televisione e web  provvedono ogni giorno a spiattellarti sotto gli occhi, nel mucchio di spazzatura indifferenziata che chiamano informazione, tutte le foto (il più delle volte taroccate con Photoshop) di star vere o presunte o aspiranti tali.

Così, facendo la solita carrellata sui siti dei nostri quotidiani nazionali (informarsi è un dovere) capito su Libero.it e, scorrendo la pagina, mi trovo sotto gli occhi questa  foto di una ragazza per me sconosciuta, fino a quel momento. Ma la didascalia dice “Bleona, vestito a rete e mini tanga“.  E leggendo le poche righe del pezzo facciamo due scoperte fondamentali per accrescere la nostra cultura. La prima è che lei si chiama Bleona, è di origine albanese e fa la cantante. La seconda scoperta, che a prima vista ci era sfuggita, è che non è nuda, ma indossa un vestito (non si vede, ma c’è). Ed in questo classico, fine ed elegante abbigliamento da serata di gala  si è presentata alla cerimonia ufficiale dell’American Music Awards di Los Angeles. Giudicate voi se questo si può definire “vestito“. Ricorda tanto i vestiti nuovi dell’imperatore. Peccato che a queste manifestazioni non ci sia un bambino che, forte della sua innocenza, gridi “Il Re è nudo!”.

Ricordo che qualcuno ha detto che la vera eleganza passa inosservata. Ma erano altri tempi. Oggi, invece, specie nel mondo dello spettacolo, non sanno più cosa fare per fare scalpore, scandalo e far parlare di sé, pur di conquistare un servizio sulle riviste. La cosa più frequente, più facile (e più redditizia) è quella di mostrarsi nude o quasi. Su queste immagini i media ci campano alla grande e tutti i giorni trovate immagini simili che riempiono riviste, quotidiani, pagine web, televisione. E’ un trionfo di nudità, di erotismo e di richiami sessuali espliciti. Ora, bisognerebbe chiedersi qual è il messaggio che questo nudismo dilagante propone quotidianamente. E, soprattutto, quale sia poi l’effetto su chi, ogni giorno, è sottoposto a questa martellante campagna erotica. Ma forse gli addetti ai lavori evitano di porsi troppi problemi; anche i giornalisti tengono famiglia e devono portare a casa pane e companatico.

A proposito, proprio ieri si è celebrata nel mondo la giornata di lotta contro la violenza sulle donne. Ma naturalmente non ha niente a che fare con questo post. Giusto?

Vedi

- “Tette, Papi e Femen“.

- “Pane, sesso e violenza“.

- “Il superfluo e l’essenziale“.

- “Cattivi maestri e alunni distratti“.

Lady Pesc

di , 31 Agosto 2014 12:06

Questo titolo, ultimamente,  lo abbiamo visto spesso sui media. E’ un argomento caldo, riguarda un incarico di prestigio molto ambito dai vari paesi dell’Unione europea.  Così, in attesa del verdetto finale, ce lo ritroviamo ovunque; Lady Pesc a destra, Lady Pesc a sinistra, sopra e sotto. Pare che ieri il titolo se lo sia aggiudicato Federica Mogherini, attuale ministra degli esteri. Ed infatti diventa titolo d’apertura di quasi tutti i quotidiani.

Ecco il titolo dell’Ansa. A prima vista sembrerebbe che Mogherini sia stata eletta “Lady“. Forse un titolo nobiliare onorifico, oppure una specie di “Miss Unione europea“. In compenso, visto che dopo Pesc non c’è il punto (che dovrebbe esserci),  sembrerebbe che Napolitano sia diventato “Pesc“. Oh, poverino, speriamo non sia nulla di grave.  L’equivoco nasce dal fatto che all’Ansa la punteggiatura è un optional; si può usare o no, secondo ii gusti e le paturnie del redattore di turno. Ma il punto è un altro. Che significa “Lady Pesc“? Siccome tutti continuano ad usarlo senza prendersi la briga di chiarirne il significato, la gente comune potrebbe restare in dubbio. Sarei curioso di chiedere alla solita casalinga di Voghera (ma anche alla cugina o alla cognata) “Cosa significa Lady Pesc?”.

Ma anche i non casalinghi di Voghera potrebbero avere qualche difficoltà a rispondere. Si potrebbe pensare che Pesc sia l’abbreviazione di “pesca” e che quindi la signora Mogherini sia stata eletta responsabile di qualche organismo che si occupa di caccia e pesca.  Ma allora avrebbero dovuto scrivere “Lady Pesc e Cacc…”.  Passi la Pesc, ma essere “Lady Cacc ” non sembra un complimento; sa di escrementizio o, per dirla in maniera più elegante, di scatologico. Sarà anche più elegante, ma sempre cacca è. Escludiamo, quindi, che la Mogherini debba occuparsi di uccelli e pesci, ruolo per il quale occorrerebbe una competenza specifica da suburra.

Ma allora cosa sarà questa Lady Pesc? A mente cerchiamo di ricordare altre “Ladies” famose e di ricavarne il significato per analogia. Da Lady Godiva che cavalcava nuda a Lady D, come veniva affettuosamente chiamata la principessa Diana, dalla celebre Lady Jane dei Rolling stones all’altrettanto celebre Lady di ferro (The Iron Lady), come veniva chiamata Margaret Thatcher. E ancora Lady Oscar, credo sia un personaggio dei fumetti, e la rockstar Lady Gaga. Ma sembrerebbe che la Mogherini non canti, non cavalchi e non abbia niente a che fare con queste Ladies.

Allora, dopo lunghe ed approfondite ricerche nei meandri degli archivi di Bruxelles e Strasburgo, con l’aiuto e la compiacenza di funzionari, archivisti e uscieri compiacenti (dietro lauta ricompensa), abbiamo svelato il mistero, per la gioia della signora Mariuccia, amica e comare della più nota casalinga di Voghera.  Semplicemente Pesc è  l’acronimo di …”Politica estera e sicurezza comune“. Ma allora non facevano prima (e meglio) a chiamarla “responsabile della politica estera“, in maniera più chiara e comprensibile anche alla signora Mariuccia? No, perché i nostri criptici addetti al mondo dell’informazione hanno il vezzo di usare sigle, acronimi, abbreviazioni, che saranno anche chiarissimi a chi scrive, ma non sempre lo sono a chi legge.  In effetti, sotto sotto, c’è anche una buona dose di narcisismo  e di spirito elitario e snob che li fa sentire superiori al volgo ignorante e li porta ad usare un linguaggio spesso astruso ed una terminologia ricercata, da specialisti. Così facendo, si sentono in qualche misura superiori ai lettori che  immaginano pieni di ammirazione per la cultura enciclopedica del giornalista, dello scrittore o dell’intellettuale di turno. Sembra che il loro scopo nello scrivere non sia quello di informare il lettore, ma sia piuttosto quello di sorprenderlo con citazioni colte, parole ricercate o desuete, termini scientifici, con lo scopo di dimostrare le proprie vaste conoscenze, profonda cultura e competenza specifica, anche quando è solo apparente.

Indro Montanelli citava spesso un aneddoto degli inizi della sua carriera, quando lavorava negli Stati Uniti. Ricorda che il suo direttore, invitandolo ad usare un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile a tutti i lettori, usava dirgli (cito a memoria): “Scrivi in modo che ti capisca il lattaio dell’Ohio“. Noi che non siamo dell’Ohio, ai nostri cronisti (che non sono Montanelli), per usare un’espressione popolare, potremmo dire “Ma parla come mangi…”.

Colori misteriosi

di , 22 Agosto 2014 09:59

La prima notizia curiosa del mattino è questa riportata nel box sotto.

Chi vuole approfondire la notizia clicca sul titolo,  legge l’articolo, guarda il video e magari scopre l’arcano. Ma se uno  non ha molto tempo a disposizione, si limita a dare uno sguardo veloce alla pagina, legge un po’ distratto  e si ferma al titolo, resta un forte dubbio. La cosa certa che si ricava dal titolo è che  a St. Louis la polizia ha ucciso un ragazzo di colore e che, per la delizia degli appassionati del genere,  c’è anche un video in cui si mostra la dinamica del fatto. Ma poiché non ci sono ulteriori precisazioni, si potrebbe pensare che a St. Louis i ragazzi abbiano l’abitudine di circolare dipinti di verde pisello, rosso pompeiano, ocra, blu di Prussia etc. Insomma, a St.Louis se ne vedono di tutti i colori. Ecco perché sorge il dubbio e viene spontaneo chiedersi “Ma di che colore è un ragazzo di colore?”. Boh, misteri cromatici!

Tbc, esperti e informazione

di , 21 Agosto 2014 11:48

Questa è da incorniciare, un’autentica “perla” giornalistica. Comincio il solito giro quotidiano  di lettura delle notizie. Informarsi è un dovere. Purtroppo non sempre è anche un piacere, come dovrebbe essere. Specie quando si leggono (e succede immancabilmente) strafalcioni linguistici o articoli la cui utilità e attendibilità è prossima allo zero. Bene, come al solito, parto dal portale che ospita il mio blog, Tiscali. Ed ecco, in Home, questo box che riprende l’allarme Tbc, dopo alcuni casi di contagio di una decina di poliziotti che operano a contatto con i migranti.

Il rischio della diffusione di epidemie è serio, anche perché questi migranti sbarcano senza alcun controllo preventivo e molti, appena sbarcati, scappano dai centri di accoglienza e non si sa dove vadano e se siano portatori di qualche malattia infettiva. L’esplosione dell’epidemia di Ebola in Africa non fa che aggravare la situazione e le paure della gente, anche se la ministra Lorenzin ha affermato che non c’è pericolo ed il rischio di arrivo del virus in Italia è minimo. Già, ma credere a quello che dicono i nostri governanti è come credere a Babbo Natale. Bene, incuriositi, clicchiamo e leggiamo questo articolo (vedi qui il testo), potrebbe darci utili informazioni. Ci si aspetta, se non un trattato scientifico sulle malattie infettive, almeno un articolo serio, documentato e circostanziato, che fornisca qualche chiarimento. Ed invece tutto il pezzo è costituito da una breve dell’agenzia Adnkronos:  3 righe 3. Tanto vale riportarle integralmente. Ecco il testo.

Roma, 21 ago. (Adnkronos Salute) ‘: L’esperto, la Tbc portata in Italia dai migranti non ‘un problema reale, i veri rischi sono altri; I social media fanno raddoppiare le lamentele contro i medici nel Regno Unito; Bastano 5 porzioni di frutta al giorno a ridurre il rischio di morte 

Salta subito all’occhio che oggi per i nostri solerti cronisti del web (ma sulla carta stampata è lo stesso) grammatica, sintassi e punteggiatura sono  semplici optional. Anzi, la loro applicazione “casual” è segno di inventiva, originalità, fervida immaginazione e creatività. Così, per esempio, per separare tre frasi che apparentemente non hanno alcun legame (sembrano estratte da articoli diversi e unite  casualmente, senza nesso fra loro),  invece che il punto fermo si usa il punto e virgola (;), per due volte in tre righe, e dopo si comincia con la maiuscola invece che la minuscola.  Mentre alla fine del periodo, dove anche i bambini delle materne metterebbero il punto fermo…semplicemente lo si dimentica. Il redattore si è concesso una licenza poetica.  Oppure, in preda ad un improvviso lampo di creatività, quel punto lo ha spostato e lo ha inserito al posto della “è” (che, infatti, manca) fra “non” e “un problema“. Ragazzi, questi cronisti moderni sono dei veri artisti, geniali.

Ma ciò che lascia perplessi è il senso del pezzo. Si riferisce il parere di un non meglio identificato “esperto” il quale rassicura tutti affermando, senza tema di smentita, che  la Tbc non è un problema. Peccato che questo “esperto” non sia identificato; senza nome, anonimo, in incognito. Per quanto ne sappiamo, potrebbe essere un agente dei Servizi segreti oppure Balloi Scorriau, lo scemo del villaggio. In ogni caso, credibilità zero. Prosegue dicendo che i media causano lamentele contro i medici nel Regno Unito. Ma cosa c’entrano i medici inglesi con la Tbc in Italia? Sono i medici inglesi da Londra che visitano i migranti che sbarcano a Lampedusa? Li visitano via web, su Facebook o Twitter, per corrispondenza, per telefono? Ed infine conclude che per ridurre il rischio di morte bastano 5 porzioni di frutta al giorno. Significa che se mangi frutta non ti becchi la Tbc? Oppure che, anche se te la prendi, se mangi 5 porzioni di frutta al giorno non rischi di morire, ti tieni la Tbc, ma…campi in eterno? Ma siamo sicuri che questo signor “esperto” sia proprio normale e non abbia qualche rotellina fuori posto o leggermente allentata? Ma dove l’hanno recuperato, a Porta Portese, a Forcella, ai saldi estivi, alla liquidazione di esperti di seconda mano, è un esperto taroccato di provenienza cinese? Queste 3 righe in cui si combinano arbitrariamente Tbc, migranti, medici inglesi e diete a base di frutta, meriterebbero un premio speciale sia per il significato astruso del messaggio, sia per la sua completa inutilità. Ma questa è quella che chiamano “informazione” e ci dà la misura di come la società moderna sia in completo stato confusionale.

Di certo,  ha ragione quando afferma che “I rischi sono altri“. Per esempio, c’è il rischio di affidare l’informazione ad apprendisti, aspiranti, precari, praticanti, sostituti giornalisti in prova che scrivono sesquipedali cazzate e le spacciano per informazione. Ed il guaio è che, per capire che sono cazzate, dobbiamo necessariamente leggerle.  Non c’è scampo.

In verità, navigando  in rete si vede anche di peggio. Ecco cosa riportava ieri il quotidiano locale L’Unione sarda (Brotzu: lista (e gaffe) per infermieri) a proposito di alcune indicazioni rivolte al personale medico ed infermieristico, in preparazione ad un intervento. Al primo punto “Informare il  paziente“. Ma per il solito errore di battuta, quella raccomandazione diventa una macabra e raccapricciante avvertenza da forno crematorio nazista: “Infornare il paziente“. Hanno dimenticato di specificare la temperatura del forno ed il tempo di cottura.

 

Balotelli news

di , 7 Giugno 2014 09:33

Resta un mistero il perché questo ragazzotto strapagato e sopravvalutato sia sempre sotto i riflettori. Non passa giorno che sulle prime pagine dei quotidiani non ci sia un box dedicato a lui, con tanto di foto e di titolo sulle sue imprese di giornata. Tutto ciò che lo riguarda fa notizia: quello che fa o non fa, quello che dice o non dice, se segna, se non segna, se gioca, se sta in panchina, se va ad allenarsi in Ferrari, se è in forma o meno. Strano che non abbiano ancora creato una nuova rivista dedicata esclusivamente a lui “Balotelli news: tutto Mario minuto per minuto“.

Anche ultimamente, ogni volta che c’era qualche notizia sugli allenamenti degli azzurri, immancabilmente la foto a corredo dell’articolo era la sua. Pochi giorni fa si è giocata l’amichevole col Lussemburgo. Pareggiano (!?) e segna Marchisio. E chi finisce in prima pagina? Sempre lui, Balotelli; se segna, se non segna, se sta in panchina o se dorme. Ora la nostra nazionale di calcio è in Brasile. I giocatori convocati sono 23. Ma i nostri media hanno occhi ed attenzione solo per uno, sempre lui; gli altri 22 sono solo comparse casuali. E chi finisce sempre in prima pagina? Ovvio, sempre e solo lui, Super Mario. Vediamo, giusto per dire che non è che mi sto inventando niente, come oggi il solito Corriere.it dedica lo spazio ai mondiali brasiliani ed alla nostra rappresentativa…

Tre box a metà pagina. Il primo, grande, dedicato a Balotelli e Cassano. Il secondo sembra dedicato a Prandelli. Ma è solo un pretesto perché in effetti serve a riferire cosa Prandelli dice di…Balotelli. Il terzo ancora dedicato a Balotelli ed alle sue prodezze in volo.  Uno “speciale”  del Corriere dedicato ai mondiali di calcio che propone tre box, tutti e tre che parlano di Balotelli. E gli altri 22 giocatori? Scomparsi nella giungla amazzonica? Vi sembra normale? Sono io che esagero nel contestare questa eccessiva attenzione dei media nei confronti di questo calciatore? Sarà, ma ho la sensazione che, come ho detto spesso in passato, tanta esposizione mediatica faccia parte di una strategia precisa che, all’interno di una campagna a favore dell’immigrazione, dell’accoglienza, dell’integrazione e del terzo mondo, ha fatto di Balotelli il testimonial ideale. E’ lo stesso criterio per il quale la Kyenge è diventata ministro. Ecco perché è sempre in prima pagina; è funzionale alla causa dei buonisti e terzomondisti di casa nostra. (Qui diversi post dedicati al nostro eroe calcistico nazionale. “Balotelli news“).

Aggiornamento 10 giugno 2014

A tre giorni di distanza da questo post, ecco un’altra conferma. Oggi, ancora sul Corriere nella sezione “Brasile 2014” due box su tre sono ancora dedicati a lui: Balotelli

Il primo annuncia che Mario si sposa; notizia, come è facilmente intuibile, di fondamentale importanza per l’umanità.  Il terzo svela il dubbio di Prandelli sul fatto che Balotelli e Immobile possano giocare insieme. Il nostro amletico allenatore è pieno di dubbi, deve ancora chiarirsi le idee. Notare che  solo una settimana fa gli azzurri, con Balotelli e Cassano in campo, hanno pareggiato 1-1 con un modestissimo Lussemburgo. E non ha segnato il super campione Balotelli, ma Marchisio. Ieri, in Brasile, contro il Fluminense, una squadra di tutto rispetto, certo più forte del Lussemburgo, fuori Cassano e Balotelli,  l’Italia ha vinto per 5-3. Hanno segnato Immobile (3) e Insigne (2). Qualunque imbecille, visto il risultato e la sintonia fra i due attaccanti, sceglierebbe quella coppia in attacco. Prandelli no; lui resta fermo nella scelta di Balotelli, anche se non segna. Provate a dare una spiegazione plausibile e razionale.

Qualcuno potrebbe dire, però, che non c’è niente di strano, che nella sezione “Brasile 2014″, dedicata ai mondiali di calcio, si parli di Balotelli. E’ il calciatore più in vista, quindi è normale che se ne parli. Già, peccato che sembri che in Brasile ci sia solo lui. E gli altri 22 convocati della nazionale? Sono in giro per la foresta amazzonica a caccia di farfalle? Ma allora come si spiega che poco sotto la sezione “Brasile”, nella sezione “Video del giorno“, ci sia in bella evidenza quest’altro box ancora e sempre su Balotelli che annuncia Urbi et Orbi il suo attesissimo (!?) ritorno su Facebook? Un caso? Pura coincidenza? Non credo proprio, troppe coincidenze diventano una precisa scelta editoriale. Una esposizione mediatica voluta e perseguita intenzionalmente.

Sarò io che sono prevenuto? Sarà che questo ragazzotto super pagato, arrogante e presuntuoso, che è famoso per le sue bischerate quotidiane più che per le prodezze in campo,  mi sta leggermente sui palloni? Ma cosa pensano gli italiani di questo Super Mario nazionale? Ieri, ancora sul Corriere, è stato lanciato un sondaggio fra i lettori: “Chi preferite in attacco? Balotelli o Immobile?”. Ed ecco il risultato che non lascia dubbi sulla scelta degli italiani: Immobile batte Super Mario 85.7 a 14.3. Più chiaro di così…

Meno male, allora non sono solo io ad avere questa opinione di Balo. Oppure l’85% dei lettori del Corriere sono prevenuti? E’ chiaro per tutti quale sia la scelta dei tifosi; per tutti eccetto per Prandelli. Strano, sembra quasi che la scelta di Balotelli non sia dettata da motivazioni tecniche, ma abbia altre misteriose spiegazioni. Non so voi, ma io un’idea ce l’ho e l’ho già espressa spesso in passato. Sarà, non sarà, mah…

Morti e presidenti

di , 19 Novembre 2013 14:16

Sardegna devastata dal ciclone. Morti, dispersi e danni incalcolabili. Ed ecco il titolo d’apertura dell’ANSA.

Sotto il titolo ci sono una serie di articoli “Speciali” sulla tragedia. E qual è la prima di queste notizie “speciali“? Ma è ovvio, la reazione del Presidente Napolitano: “Napolitano segue la situazione ed esprime solidarietà“.

Sembra che per i nostri media la cosa più importante non sia informarci sui  fatti che avvengono nel mondo, ma comunicarci la reazione di Napolitano. Il mondo ruota attorno a Napolitano. Parafrasando Protagora si potrebbe dire che “Napolitano è la misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“.

Le dichiarazioni di circostanza delle autorità sono sempre insopportabili, come dico spesso. A maggior ragione lo sono quando si riferiscono alle tragedie, ai morti, alla devastazione. Ancora di più sono insopportabili per me quando si riferiscono alla mia terra, la Sardegna.  Dovrebbero imparare a tacere di fronte alla morte. Ancora più insopportabile è l’ossessiva presenza mediatica del Presidente Napolitano che tutto vede, a tutto provvede, tutto commenta ed a tutti assicura la propria vicinanza e solidarietà. Tanto non costa nulla. Guarda caso questo eccessivo presenzialismo e protagonismo presidenziale è esattamente ciò che ho ripetuto per l’ennesima volta, proprio ieri, nel post “Tele Quirinale“.

Tempo fa Napolitano venne in Sardegna, in visita ufficiale. Ed in quella occasione espresse viva partecipazione per i gravi problemi dell’isola, promise il suo impegno per garantire una maggiore presenza dello Stato, auspicò interventi strutturali per creare lavoro e, ovviamente, espresse “solidarietà” verso i precari ed i disoccupati sardi, figli negletti di decenni di politica industriale fallimentare. Poi Napolitano tornò al Quirinale e in Sardegna tutto restò come prima.

Poi, di recente, è arrivato anche il Papa e, a parte stringere mani e baciare bambini e malati, dice più o meno le stesse cose di Napolitano. Ed anche il Papa, abbracciando i rappresentanti dei disoccupati del Sulcis, esprime la sua “solidarietà“. Poi il Papa è ripartito e la Sardegna è esattamente come prima. E la solidarietà? Non se ne ha notizia, scomparsa. Forse è andata a finire dove finiscono tutte le manifestazioni di commozione, cordoglio, vicinanza e solidarietà espresse, per puro dovere istituzionale, in tante altre occasioni tragiche; nel paese delle buone intenzioni, nel paese della solidarietà formale, nel paese dell’ipocrisia. Già, a quel paese!

Cosa significa che Napolitano “segue la situazione“? Che segue le notizie attraverso i media come facciamo tutti noi? Allora perché non si dice che anche Boicheddu Bruquittu di Trescagheras “segue la situazione” perché preoccupato per il suo gregge di pecore? Che significa dire che “esprime solidarietà“? Significa che si arma di pale, scope e secchio e va a ripulire le case invase dal fango? Significa che va negli ovili a raccogliere le carcasse delle pecore? Significa che  resuscita i morti?

Ogni volta che succede una tragedia simile, assistiamo alla solita sfilata di commozione e di “solidarietà“. Piangono tutti dopo le alluvioni, terremoti, nubifragi, frane, dighe che crollano, incendi e morti. Insopportabili. E dopo il pianto di circostanza ricominciano a sfilare nei salotti televisivi a blaterare del nulla, di femminicidio, di omofobia, di unioni di fatto, di riforme da fare che nessuno vuole fare, di IMU, Tasi, Tares, Trise, TUC, di accoglienza, di integrazione, di aiuti ai migranti, di integrazione degli stranieri, di multiculturalismo, di beghe personali di politici in cerca di poltrone, di partiti che si dividono, di alleanze che saltano, di primarie, di secondarie, di terziarie francescane, di nulla travestito da politica che spopola occupando tutti i palinsesti televisivi.

Insopportabile ipocrisia delle istituzioni. Ed il capofila è proprio lui, Napolitano, sempre in primo piano, sempre in evidenza, sempre pronto ad intervenire su tutti i temi nazionali ed esteri di politica, economia, cultura, sport, morale, televisione, volontariato, associazionismo reduci e boy scout, giardinaggio, allevamento di lombrichi, numismatica e filatelia. Abbiamo un Presidente tuttologo.

Come se venisse da un altro pianeta, quello dei puri di cuore, e fosse immune da tutte le patologie che ammorbano la politica.  Invece proviene da quasi 60 anni di politica, di vita parlamentare e, da buon comunista, è cresciuto a forza di pane e Marx. Qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Napolitano in particolare e con i politici in generale. E’ vero, ha ragione di pensarlo. Più passa il tempo e meno li sopporto. Almeno in circostanze tragiche e davanti alla morte, quando le parole non hanno senso, dovrebbero risparmiarci il festival dell’ipocrisia e dei formalismi di circostanza. Dovrebbero avere il buon gusto di tacere.

Psicopatologia del potere

di , 15 Novembre 2013 13:39

Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali”. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

Torna Marrazzo

di , 12 Novembre 2013 18:08

Piero Marrazzo, ex conduttore di Mi manda RAI3, ex governatore del Lazio ed ex frequentatore di via Gradoli,  al centro nel 2009 di uno scandalo per frequentazione di trans ed uso di cocaina, torna in televisione con un nuovo programma “Razza umana” (Vedi “Trans e precariato” e “Marrazzo 2: la vendetta“).

Dopo il grande scalpore mediatico di quei giorni, sul nostro personaggio pubblico era calato il silenzio, Nessuno ne parlava più. E nessuno in questi anni ha sofferto di crisi di astinenza da Marrazzo. Ma lui forse pensava il contrario. Tutti quelli che hanno lavorato in televisione, quando sono assenti dagli schermi per un certo periodo, sono convinti di “mancare al mio pubblico“. Non è vero, non frega niente a nessuno, ma loro ne sono convinti (vedi Pippo Baudo).  Anche Marrazzo deve essere convinto di mancare al “suo pubblico” e decide, quindi, di tornare in televisione, sotto riflettori e telecamere, riacquistare visibilità mediatica e tornare a far parlare di sé, anche quelli che lo avevano dimenticato

E cosa dice per giustificare questa voglia di presenza televisiva e notorietà? Ecco…

Ora, senza voler essere polemici, ma uno che, dopo anni di oblio ( e se avesse continuato nel silenzio nessuno avrebbe pianto), cerca di nuovo visibilità ed esposizione mediatica,   ben sapendo che questo riaprirà vecchie questioni e polemiche, e torna in TV fra telecamere e riflettori,   e poi dice “Basta riflettori su di me…”, forse ha le idee un po’ confuse. Oppure…

Domanda per i più svegli: “Cosa fuma Marrazzo?”.

 

Morti di giornata

di , 27 Ottobre 2013 20:18

Leggendo le notizie del giorno si ha l’impressione che gli operatori dei media abbiano cambiato alcune parole del Padre Nostro, così: “Dacci oggi il nostro morto quotidiano…”, da sbattere in prima pagina. Meglio se morto ammazzato. Sembra un bollettino di guerra. Tutti i drammi familiari, gli omicidi, suicidi, violenze di ogni genere finiscono inevitabilmente in prima pagina. E quando non ci sono “morti nostri” locali, si vanno a scovare i “mortac…i morti loro” all’estero. L’importante è che ogni santo giorno i lettori abbiano la loro bella “dose” di morti ammazzati. Tanto che i lettori, ormai assuefatti, se non hanno il morto fresco di giornata, vanno in crisi di astinenza. Ecco perché i pusher mediatici si danno tanto da fare per fargli avere la “dose quotidiana“.

Ieri, per esempio, visto che i “morti nostri” erano pochi (ma c’erano comunque), sono andati a scovarli perfino in India (India, genitori le proibiscono Facebook e lei si impicca) e in PoloniaRagazzina si impicca in camera da letto“).  Tempo fa un’altra importantissima news ci informava che un indigeno in Papua nuova Guinea aveva ucciso e mangiato la figlia. Bisognerebbe chiedersi quale importanza ed utilità pratica abbia per la classica casalinga di Voghera o per un pensionato di Pompu sapere che in India (in su corr’e sa furca) una ragazzina si è suicidata, o che in Nuova Guinea (sempre in su corr’e sa furca) un pazzo cannibale mangia la figlia.  Qualcuno delle menti eccelse dell’informazione se lo chiede? Oggi, invece, ecco, sempre in prima pagina, altre edificanti notiziole…

ANSA

Corriere della sera on line

Eh sì, anche noi pratichiamo una sorta di cannibalismo virtuale e siamo così ansiosi di carne umana poco cotta, al sangue,  da occuparci perfino dei “morti loro“. Così noi abbiamo la nostra “dose” ed i pusher si guadagnano la pagnotta, perché anche loro “tengono famiglia“.

Nel post precedente “TG, edizione speciale” mi chiedevo (me lo chiedo da anni) perché mai dovrei essere interessato a certe notizie inutili, insignificanti e senza alcun interesse reale, che riempiono quotidianamente telegiornali, stampa, internet. Perché mai gli addetti ai lavori ritengano che la gente abbia la necessità di essere informata delle gossipate giornaliere o della spazzatura che scambiano per informazione. Perché?

La gente dovrebbe chiederselo ogni tanto. Specialmente quando si tratta di notizie di drammi e tragedie in cui ci siano dei morti. Che senso ha propinarci ogni giorno la dose di morti e violenze? Ci migliora? Ci facilita l’esistenza? Ci aiuta a risolvere qualche problema? No, anzi, credo che l’effetto sia del tutto negativo. Siamo sicuri che questa continua esposizione della violenza in tutte le forme e tutte le salse, dalla stampa al cinema, dalla televisione alla rete, non abbia effetti negativi sulla società? Siamo davvero sicuri che l’eccessiva esposizione mediatica di fatti delittuosi e tragedie familiari non possa scatenare, in individui con un precario equilibrio psichico, una sorta di emulazione e, quindi, stimolare reazioni violente e comportamenti criminali? Siamo sicuri che la violenza in TV (film e fiction sono prevalentemente di genere poliziesco, con  fucili, pistole e coltelli sempre in primo piano e l’immancabile cadavere in bella esposizione) non condizioni le menti più deboli e non crei effetto emulazione?

Ho seri dubbi che questa scorpacciata di violenza non abbia conseguenze. Anzi, a lungo andare, come succede con le droghe, l’assunzione quotidiana di dosi crescenti di violenza, genera assuefazione e dipendenza che genera, a sua volta, l’accettazione della violenza come componente “normale” dell’esistenza.  Il che significa che anche per “futili motivi” (come li definiscono i media ed i comunicati di polizia) invece che limitarsi ad un normale scambio di pareri, una vivace discussione, qualche insulto assortito o  al massimo una vecchia e sana scazzottata, si prende una pistola e si spara. Semplicemente perché lo si vede fare in televisione tutti i santi giorni.

Siamo davvero sicuri che la continua esposizione alla violenza non sia una delle cause del dilagare di fatti delittuosi, di tragedie familiari e di pericoloso accrescimento del grado di aggressività della gente? Ma dobbiamo esserne proprio sicuri al 100%. Perché se così non è e c’è anche una piccola probabilità che, invece, la violenza mediatica possa scatenare a sua volta reazioni violente, allora gli addetti ai lavori dovrebbero essere considerati responsabili morali dei morti quotidiani e indagati per “istigazione alla violenza“.

- Popper: TV e violenza (24 luglio 2011)

- La luna nel pozzo (7 ottobre 2010)

- Il Papa ha ragione (9 dicembre 2009)

- Cara sorellina ti ammazzo…per gioco (20 dicembre 2007)

- Quando i bambini fanno “Ahi…” (1 dicembre 2005)

- Follie di giornata (20 agosto 2004)

- Notizie inutili (5 ottobre 2003)

Il trucco c’è (e si vede)

di , 26 Ottobre 2013 08:23

ANSA e gli strani “braccianti” della Cisgiordania.

Foto Ansa che, secondo la didascalia, dovrebbe rappresentare un bracciante palestinese della Cisgiordania “mentre raccoglie le olive“.

Se lo dice la maggiore agenzia giornalistica italiana, che mostra la foto in bella evidenza in prima pagina, dovremmo crederci. Ma sarà vero? Già al primo sguardo ci viene un dubbio. Intanto no è detto che la persona nella foto stia ”raccogliendo” le olive. Potrebbe semplicemente avere una manciata di olive, ma trovarsi a casa o al mercato. Ovvero, altri le hanno raccolte, il “presunto bracciante” le sta solo mostrando al fotografo.

Saltano subito agli occhi le unghie con lo smalto rosso. I braccianti palestinesi usano darsi lo smalto alle unghie quando vanno a raccogliere olive? Che curiose usanze hanno i contadini in Cisgiordania! La seconda osservazione riguarda l’abito indossato. Non è propriamente un abito da lavoro. Anzi, appare piuttosto ricco ed elaborato, sembra un abito da giorno di festa più che abbigliamento da lavoro contadino. I braccianti palestinesi (che vivono di aiuti internazionali e non hanno soldi nemmeno per piangere) quando vanno in campagna vestono così eleganti, come se andassero ad una cerimonia? La verità è che quello nella foto non è un bracciante e non è nemmeno un uomo. E’ una donna e, visti gli eleganti ed elaborati fregi dell’abito, forse non è nemmeno palestinese.

Certo, si potrebbe lasciar perdere ed andare oltre (Ma chi te lo fa fare a notare questi dettagli?), ma è meglio evidenziare queste incongruenze dell’informazione. Giusto per abituarci a dubitare di ciò che vediamo e leggiamo e non prendere per oro colato tutto ciò che ci mostrano sui media. Oggi niente è ciò che appare.

Gnocche in TV (prima e dopo la cura)

Facciamo un altro esempio. La conduttrice televisiva della  Domenica sportiva, Paola Ferrari, grazie alle luci particolari ed al trucco,  in video appare così, come un’apparizione mistica,  una fata Turchina, una bellezza da favola…

Poi succede che la stessa conduttrice, di recente, forse in un impeto improvviso di onestà, pubblica sul suo profilo Twitter questa foto che la mostra al naturale, senza quel chilo di trucco sul volto che la rende quasi irreale. Eccola…

C’è una bella differenza, vero? Vedendo le due foto affiancate si potrebbe titolare come quelle vecchie pubblicità delle diete “Prima e dopo la cura“. Eppure questa è la regola dei mass media; non mostrare la realtà com’è, ma come la si vuole rappresentare, manipolata, elaborata, falsa.

L’aspetto preoccupante di questa mistificazione generale è che il pubblico, specie femminile, cerca poi di somigliare a queste icone televisive, veline, modelle, attricette, gnocche da esposizione. E per ottenere il risultato ci si sottopone a tutte le torture possibili, da diete tremende a ritocchini su tutto, labbra, naso, occhi, zigomi, tette, natiche…insomma diventano delle donne “ricostruite“, come si faceva una volta con le gomme vecchie e consumate dell’auto. E spesso questa rincorsa alla bellezza ideale porta, purtroppo,  ad esiti tragici.

E pensare che, invece, le ragazze normali, quelle che incontriamo tutti i giorni per strada, al lavoro, spesso sono più belle loro al naturale di tante gnocchette rifatte e piene di trucco che riempiono studi televisivi, calendari elaborati con Photoshop, riviste gossipare e siti in rete. Ogni tanto, per fortuna, anche sui siti d’informazione più importanti vengono pubblicate delle foto di celebrità nazionali ed estere senza trucco. Così almeno si ristabilisce un minimo di verità e, magari, si comincia a riflettere sui pericoli di una realtà alterata proposta dai media, spesso del tutto falsa. Per curiosità date uno sguardo a questa carrellata di dive come appaiono con il trucco e senza trucco, prima e dopo la cura: “Le star acqua e sapone“.

- Il trucco c’è, ma non si vede (11 maggio 2009)

 

Quirinale: ultime scoperte

di , 15 Ottobre 2013 15:15

“Canta ogni mattina il galletto del Colle. E’ convinto che  se lui non canta non sorge il sole.”. Così scrivevo anni fa in uno dei tanti post dedicati al nostro Presidente Napolitano. Fin dal suo insediamento era evidente quella che sarebbe stata l’impronta ed il filo conduttore del suo mandato. Disse, subito dopo l’insediamento: “Non mi limiterò a fare l’osservatore”. In queste poche parole c’era tutto il suo programma. Ha mantenuto fede alle promesse. Non passava giorno che  non intervenisse su tutti gli argomenti possibili e che i media non riservassero ampio spazio a tutte le sue “esternazioni presidenziali“.

I suoi ultimi “capolavori” sono la nomina di Monti a senatore a vita e, subito dopo, l’affidamento dell’incarico per formare quel fallimentare Governo tecnico, definito anche come “Governo presidenziale“,  di cui l’unica cosa che si ricordi è l’aumento delle tasse. A seguire l’altro “Governo delle larghe intese” che in realtà è un “Governo presidenziale bis“. A seguire la nomina di quattro senatori a vita di cui in tempi di crisi non si sentiva assolutamente la necessità, ma che, in previsione di una possibile crisi della maggioranza di governo,  avrebbe garantito al Senato  quattro voti che, data l’incertezza dei numeri, potevano essere determinanti.

Il suo protagonismo, il suo presenzialismo, la sua eccessiva ed ossessiva presenza mediatica sono la conferma di quanto dico da anni. Ora sembra che anche altri abbiano finalmente notato questa anomalia presidenziale. Oggi, per esempio, come riferisce una nota ANSA,  lo ha scoperto il coordinatore PDL Sandro Bondi il quale afferma: “Le riflessioni e le raccomandazioni del Capo dello Stato sono il metronomo della politica italiana. Francamente comincio ad avere seri dubbi sull’utilità di questo ruolo esercitato da Napolitano nella convinzione di guidare dall’alto l’Italia verso l’uscita dalla crisi.”. Ben svegliato Bondi. Ora, dopo questo enorme sforzo mentale per capire finalmente, dopo sette anni,  il ruolo di Napolitano, si rilassi e si riposi. Fino alla prossima scoperta.

Ma non è il solo. Appena qualche giorno fa, sul blog di Grillo in un lungo articolo, nel quale si contestava il ruolo di Napolitano e si chiedeva l’impeachment del Presidente, Paolo Becchi scriveva: “Napolitano si è servito del potere di esternazione come strumento di direzione politica, di intervento negli equilibri politici…”. Guarda, guarda, un altro che improvvisamente si è risvegliato dal letargo. Aggiunge Becchi: “Il Capo dello Stato – potere “neutro”, garante super parte della Costituzione – non può servirsi delle proprie prerogative per determinare la politica del Paese, incidere sulla formazione del Governo…”. E ancora: “ …egli ha esercitato le sue prerogative al di là dei limiti previsti dalla Costituzione, ha snaturato il senso politico e morale della figura del Capo dello Stato.”. Chiarissimo.

Ma sarà vero che il nostro Presidente eccede nel suo protagonismo e va oltre i limiti delle prerogative presidenziali? Sarà vero che c’è una eccessiva presenza mediatica e che le sue “esternazioni” quotidiane su tutto e tutti finiscono per condizionare lo scenario politico? Sarà vero quello che ripeto da anni, fin dal suo insediamento? Vediamo subito, basta dare uno sguardo alle ultime notizie ANSA.

Senza andare troppo indietro e limitandoci alle news delle ultime ore, vediamo che sono presenti le seguenti note:

- h. 12,11 Avanti con riforma porcellum (E già a questa prima notizia siamo fuori dalle competenze. Fare o non fare una riforma elettorale è compito del Parlamento, non del Presidente, Quindi Napolitano non dovrebbe interferire, né consigliare o suggerire; non è compito suo).

- h. 12.06 Napolitano: legato mio impegno a riforme (Anche le riforme sono compito del parlamento, non del Presidente, Quindi dovrebbe evitare di parlarne. Il fatto che leghi il suo mandato presidenziale alla realizzazione delle riforme è una emerita “sciocchezza“, per essere gentili. Non è scritto da nessuna parte nella Costituzione che si possa nominare un Presidente della Repubblica per “Fare le riforme“.)

- h. 12.05 Napolitano: mantenere i nervi saldi (Solita dichiarazione di circostanza che lascia il tempo che trova, del tutto inutile, buona solo per riempire quattro righe in cronaca)

- h. 12.02 Carceri: Napolitano, affrontare emergenza (Idem, affrontare il problema carceri è compito del Parlamento, non del Presidente)

Queste sono solo le ultimissime, ma siamo certi che, nel corso della giornata, dal Quirinale arriveranno altre importantissime dichiarazioni, suggerimenti, consigli, valutazioni, considerazioni su tutti i temi possibili e che finiranno subito con grande rilevanza sui media nazionali. Già, come dicevo in apertura, sembra proprio che non sorga il sole se non canta il galletto del Colle e se l’ultimo starnuto presidenziale non finisce in prima pagina. Tanto è vero che quando non ci sono altre dichiarazioni presidenziali, pur di mettere sempre Napolitano in prima pagina,  si arriva al ridicolo: si scrive un pezzo per dire che non ci sono notizie. E non sto scherzando. Lo facevo notare in questo post del 2010 “Chisenefrega day“, in cui si riferiva che Napolitano non commentava la fiducia al governo. Ecco il titolo…

napolitano no comment

Insomma…una volta tanto, eccezionalmente, Napolitano non ha niente da dire. E per comunicarci che il Presidente non ha niente da dire scrivono un pezzo in cui dicono che non ha niente da dire. Incredibile, ma vero. Ridicoli.

Beh, credo proprio di non aver esagerato nelle mie considerazioni. Anzi, ogni giorno se ne ha conferma. Certo dispiace che certe personalità della politica debbano aspettare anni per capire certe cose. Magari se invece di pensare che il mondo sia tutto nel Transatlantico di Montecitorio e che la realtà sia quella dei talk show televisivi, anche distrattamente, avessero dato uno sguardo a ciò che pensa la gente comune ed a ciò che si scrive nei blog, certe scoperte le avrebbero fatte molti anni prima, con grande beneficio di tutti.

Le mani di Letta

di , 13 Settembre 2013 18:18

C’è un limite a tutto. O meglio, dovrebbe esserci un limite. Ma ultimamente l’eccezione è diventata la regola. Così non c’è più limite all’uso spregiudicato dei media. Ne ho parlato spesso, facendo esempi concreti di come la stampa usi manipolare le notizie e inventi titoli che possono essere (volutamente) fuorvianti. Ecco l’ultima chicca della giornata, fresca fresca dalla Home dell’ANSA, la nostra più importante agenzia di stampa nazionale. Ecco un box in bella evidenza, in apertura di pagina, in “Primo piano“. Come dire che si tratta di notizia importantissima (!?)…

Quei gesti che conquistano“, dice il titolo. E ancora, tanto per essere più precisi “Le sue mani sempre in primo piano per essere più incisivo, convincente“. E rimanda ad una pagina “Gestualità che conquista“, in cui ci sono delle immagini delle mani del premier. Mani normali, come le hanno tutti, Mani che gesticolano, com’è abitudine degli italiani. Ma un geniale redattore trova che le mani di Letta siano speciali e quel suo gesticolare sia una precisa scelta del premier per conquistare l’interlocutore; ha le mani che “conquistano“. Letta,  il latin lover della gestualità.

Per l’ANSA le mani di Letta acquistano un valore speciale, sono affascinanti, ammalianti, hanno un potere ipnotico sugli italiani, sono uno strumento di comunicazione, un trucco semantico, un’appendice del linguaggio. E Letta le usa in maniera geniale. Ora, la prima reazione davanti a queste corbellerie mediatiche sarebbe quella di esplodere in una fragorosa risata. Ma poiché le esplosioni sono pericolose, potrebbero causare frane e smottamenti, ci tratteniamo, per il bene della comunità. Non senza aver considerato che la piaggeria dei media ha ormai superato i limiti della decenza. Sono ridicoli, semplicemente ridicoli.

Curioso che ai solerti cronisti dell’ANSA, attentissimi a studiare la gestualità di Letta ed a esaltare la bellezza delle sue mani, sia sfuggita, invece, un’altra peculiarità del premier; la sua grande, enorme, spropositata bocca da forno (Vedi “News sotto il sole“).

A proposito di gestualità italica…

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