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Immigrazione: hanno la faccia come il…

di , 9 Luglio 2017 07:31

Io non c’ero e, se c’ero, dormivo“. E’ una espressione di uso comune per indicare quelle persone che creano danni, ma trovano sempre delle giustificazioni per escludere responsabilità personali. La uso spesso perché, purtroppo, gli esempi di questo malcostume in Italia abbondano, specie in politica. La questione immigrazione ne è l’ultimo chiaro esempio.

Sull’immigrazione ci hanno raccontato per anni delle bugie colossali.  Cominciarono col dire che facevano le badanti ed assistevano i nostri anziani, che facevano lavori che gli italiani non vogliono fare, che arrivano in Italia, ma solo di passaggio perché sono diretti al nord Europa. Poi col tempo aggiornarono il repertorio con  altre motivazioni;  che ne abbiamo bisogno per compensare il calo demografico, che contribuiscono al Pil, che ci pagano le pensioni, che è nostro dovere accoglierli perché scappano dalla guerra e dalla fame, che dobbiamo favorire l’integrazione e la formazione di una società multietnica, che non dobbiamo costruire muri, ma ponti,  che sono flussi migratori epocali e sono inarrestabili, e che infine, non solo non creano problemi o costituiscono un pericolo, ma sono “preziose risorse“.

Da decenni ci strapazzano le palle con queste storielle alle quali non crede più nessuno; forse nemmeno loro (ma devono fingere di crederci, altrimenti si scoprono le magagne e le falsità della propaganda). Anzi ne hanno fatto motivo di orgoglio. E chi più si prodigava per favorire l’accoglienza, il meticciato,  l’integrazione e la società multietnica, più veniva elogiato, riceveva premi e riconoscimenti, medaglie, incarichi, finanziamenti, proposto per premi e riconoscimenti internazionali, e pure per il premio Nobel per la pace (vedi Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa: “Nobel per la pace a Nicolini; al via raccolta firme“).

Ora, dopo la batosta tremenda alle amministrative, hanno capito che la gente sta aprendo gli occhi, comincia a capire la truffa del business mascherato da operazione umanitaria, è stanca dell’accoglienza indiscriminata e dell’invasione delle città. Quindi, con la faccia da culo che si ritrovano, fanno inversione a U; come ha fatto anche Beppe Grillo con grillini al seguito, che il giorno dopo il flop alle amministrative ha capito l’aria che tira,  ha fatto repentina inversione di rotta e tuonato contro rom e immigrati: “M5S contro rom e immigrati“). Così cambiano registro, scoprono che c’è un’emergenza migranti, scaricano le proprie responsabilità sull’Europa, e sono “preoccupati per i nuovi sbarchi”. Ovvero, quando l’ipocrisia diventa anche ridicola. Buffoni.

Ma non deve sorprenderci, questa è la loro caratteristica genetica; creare danni e poi scaricare le colpe sugli avversari. La  sinistra, prima che arrivasse al potere, per decenni ha sempre seguito questa strategia; creare ed  alimentare conflitti sociali, politici e sindacali di ogni genere, per poi accusare il governo di non essere capace di risolverli; e così raccoglievano il consenso. Molti anni fa per descriverli usavo una metafora. Li immaginavo come dei piromani che appiccano gli incendi, poi urlano al pericolo per mostrarsi come salvatori della patria e criticano i pompieri perché arrivano in ritardo. Ecco, i sinistri sono così, subdoli e pericolosi; e così si comportano, come quei piromani. E non sono mai cambiati; la strategia è sempre la stessa. Ora, dopo aver favorito, contro la volontà dei cittadini, l’invasione afro/islamica, ed esserne i responsabili, ora cambiano atteggiamento e cercano di presentarsi come i salvatori della patria. Buffoni.

Ho detto spesso in passato che sarebbe arrivato il momento in cui l’invasione sarebbe stata ingestibile e tragica. In quel momento coloro che l’avevano favorita avrebbero trovato mille pretesti per giustificarsi ed escludere qualsiasi responsabilità personale, secondo il più classico “Io non c’ero e se c’ero dormivo”.  Ecco, oggi, ci stiamo arrivando. E vedrete che tutti quelli che fino a ieri affollavano i salotti televisivi difendendo l’accoglienza e cantando le lodi della società multietnica, pian piano cominceranno a cambiare tono ed atteggiamento, finché diventeranno quasi irriconoscibili.

Lo scrivevo anche un anno fa sul quotidiano locale L’Unione sarda, dopo l’ennesimo sbarco di algerini sulle coste della Sardegna (Migranti: ondata di sbarchi nel Sulcis): “Bene, bene, accogliamo anche questi, un posto in hotel lo troviamo. e magari gli portiamo anche il “pranzo solidale antifascista”. E poi lo ha detto anche Mattarella ieri che non dobbiamo ergere muri ma costruire ponti (esattamente quello che dice Papa Bergoglio: avranno lo stesso ghostwriter?). E poi, poverini, scappano dalla guerra, anche quando la guerra in Algeria non c’è; mistero. Quando scoppierà la bomba (in tutti i sensi), ormai ci siamo vicini, ricordatevi di tutte le anime belle che predicano l’accoglienza. Ricordate le facce, i nomi, le loro affermazioni, perché troveranno mille pretesti per negare ogni responsabilità; dal Capo dello Stato fino alle belle statuine che ogni giorno predicano in televisione la buona novella dell’accoglienza, le delizie della società multietnica e multiculturale, la fratellanza universale. “Io non c’ero, e se c’ero dormivo”, diranno.”.

Sono considerazioni che faccio da anni, sia su questo blog, sia  con dei commenti su alcuni quotidiani in rete; quando non vengono censurati, come succede molto spesso. L’ho scritto anche due giorni fa sul Giornale, a proposito del voltafaccia improvviso di Matteo Renzi sull’immigrazione (Migranti, Renzi “Serve numero chiuso, non possiamo accogliere tutti.”). Fino a ieri ripeteva la litania dell’Italia che salva vite umane e che generosamente accoglie chi scappa dalla guerra. Oggi si rimangia tutto e, contrordine compagni, “Non possiamo accogliere tutti“. Se questa non è una faccia da culo, cos’è?

Questo commento che riporto di seguito, per fare un esempio di quella censura alla quale ho appena accennato, l’ho dovuto inviare per 4 volte in due giorni (è quel 4 che compare all’inizio del commento), prima di vederlo pubblicato, dopo aver sostituito alcune parole (culo, palle e smerdarli) con Bip o espressioni passabili come “sbugiardare i birichini” (è da ridere, ma è proprio così). Su L’Unione sarda succede anche di peggio: sono più i commenti censurati di quelli pubblicati, oppure li pubblicano, ma tagliando parole e intere frasi stravolgendo, quindi, il significato del commento (roba da denunciarli). Ma questa storia della censura e del controllo dell’informazione meriterebbe tutto un discorso a parte.

Ecco cosa ho scritto: “Hanno capito di aver esagerato con l’accoglienza e che su questo tema perderanno molti consensi. Ed allora, con la più classica faccia da culo che si ritrovano, cominciano l’operazione della retromarcia. Ora cominceranno a inventarsi dei distinguo, a rimangiarsi e reinterpretare dichiarazioni e slogan, si ripresenteranno come anime candide che hanno sempre combattuto l’invasione e difeso l’identità nazionale. Del resto hanno fatto lo stesso con l’ideologia. Dopo aver combattuto per decenni l’America, la Nato, il capitalismo, hanno cominciato a cambiare nome al partito (PCI/PDS/DS/PD), segretari, bandiere, inni, slogan ed infine, sono diventati tutti “democratici”. Invece che Bandiera rossa cantano “Over the rainbow”, copiano gli slogan di Obama, e vanno a deporre corone di fiori sulla tomba di J. F. Kennedy. Geniali. Per sopravvivere, periodicamente cambiano pelle; come i serpenti. 

Per fare questa operazione di restyling ci vuole una bella faccia da culo, e loro ce l’hanno. Così dopo aver urlato per anni che è nostro dovere accogliere tutti, che sono preziose risorse, che assistono i nostri anziani, che ci pagano le pensioni, che fanno lavori che gli italiani non vogliono fare, che scappano dalla guerra, che anche noi siamo stati migranti, ora vanno in crisi e folgorati sulla via di Damasco…pardon, sul lungomare di Tripoli, si rimangiano tutto e parlano di “numero chiuso”. Se a destra ci fosse qualcuno che abbia un minimo di fantasia e creatività, sapete cosa farebbe? Farebbe un collage di clip video delle loro dichiarazioni fatte nei vari salotti TV in questi anni e lo manderebbe in onda ogni giorno sulle reti Mediaset. Perché non basta smentirli genericamente, bisogna “sbugiardare i birichini” con le loro stesse dichiarazioni. Ma non lo faranno, perché non hanno né fantasia, né creatività; e nemmeno le palle.

Il grosso errore che si commette da sempre è quello di pensare che i socialcomunisti (e tutte le variazioni sul tema; compresa l’ultima che ha prodotto quell’ibrido immondo dei cattocomunisti), siano persone normali e trattarli come tali. Ma non sono normali. La loro non è ideologia, è una forma di psicopatologia che non è di competenza della politica, ma della medicina, e andrebbe trattata in strutture ospedaliere specializzate. Ecco perché ripeto da sempre che con questa gente è inutile cercare di dialogare: “Mai discutere con i matti e i comunisti: si perde tempo, si sprecano energie e si mette a rischio la salute”.   

Sulla questione immigrazione, integrazione, islam, società multietnica, annessi e connessi, ho scritto molti post. Alcuni sono segnalati nella colonna a destra in basso nella sezione “Immigrati, integrazione, islam“. Bastava avere uno sguardo attento e non essere condizionati da pregiudizi ideologici per capire i pericoli di una apertura senza controllo ai flussi migratori e la scellerata ideologia terzomondista che persegue la creazione di una società multietnica e multiculturale, con la conseguenza di una completa destabilizzazione sociale, politica, economica, morale della società occidentale. Lo scrivo fin dal 2003, da quando ho aperto questo blog. Sono passati 14 anni e sembra che ancora non vogliamo renderci conto del disastro causato da una scellerata politica di sinistra che bada più all’ideologia che alla realtà. E se non combaciano, invece di cambiare l’ideologia sbagliata cercano disperatamente di modificare la realtà per adattarla all’ideologia. Da pazzi; o da criminali.

Ma evidentemente la gente ha bisogno di tempo per capire i pericoli, deve sbatterci il muso, altrimenti non se ne rende conto. Lo capiscono solo quando la situazione è tragica ed irreparabile.  E’ esattamente quello che sta succedendo all’Italia, ed all’Europa, che solo adesso cominciano a rendersi conto che l’apertura incontrollata all’immigrazione ci sta portando ad una situazione ingestibile e che, se non fermata drasticamente, comporterà gravissime conseguenze. Siamo di fronte ad uno splendido esempio di quello che viene chiamato il “senno di poi”, quello del quale “son piene le fosse”. E tutto perché, evidentemente, siamo governati da imbecilli, oppure da traditori e criminali che perseguono un fine preciso: la criminale disgregazione della civiltà occidentale.

Cucù, Renzi non c’è più

di , 7 Dicembre 2016 23:01

Le promesse del Bomba appena eletto nel 2014, a confronto con Cetto La Qualunque: chi offre di più?

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Il bomba a Palazzo (17 febbraio 2014)

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

Renzi è Renzi; e voi no.

di , 11 Luglio 2016 20:58

Sarà quella fastidiosissima Esse sibilante; saranno quegli incisivi sporgenti da castoro; sarà quell’andatura  da pistolero smargiasso al saloon di Kansas city;  sarà quell’aria da bulletto di periferia, da boss del quartiere, da “Er più de borgo”; sarà quella smisurata  presunzione da patologia clinica che supera abbondantemente i limiti di legge, le norme UE  e la sopportazione umana; sarà l’arroganza innata che usa con chiunque non sia d’accordo con lui; sarà la mancanza di  riguardo e considerazione, non solo nei confronti degli avversari,  ma perfino nei confronti dei compagni di partito che non siano del “cerchio magico“; sarà l’incapacità congenita di ascoltare suggerimenti e l’insofferenza per qualunque forma di critica o dissenso; sarà il rifiuto di accettare qualunque opinione non sia perfettamente allineata al suo pensiero unico; sarà quell’autoritarismo intransigente (nemmeno Adolfo e Benito giunsero a quei livelli) che chiude a qualunque forma di dialogo; sarà la sua naturale idiosincrasia e incompatibilità nei confronti della democrazia che, per il segretario di un Partito democratico, è il massimo dell’incoerenza.

Sarà quella miscela irritante di superbia, boria, strafottenza, spocchia, supponenza, alterigia, insolenza, sfrontatezza, protervia (si possono aggiungere sinonimi a piacere, tanto gli si addicono tutti); sarà quell’aria di sufficienza e altezzosità congenita da “Io so’ io e voi non siete un cazzo”; sarà quell’essere sempre impettito e guardare il mondo intero dall’alto in basso; sarà il modo di muoversi, di camminare dondolando le spalle, da “Spaccone” (al suo confronto Eddie Felson era modello di umiltà e modestia); saranno le fanfaronate alla Miles gloriosus  che dispensa quotidianamente a reti unificate; sarà ciò che quelli che parlano forbito chiamano “allure” o “fisiognomica” o “prossemica” (ma quelli che parlano terra terra lo chiamano semplicemente “cafone“); sarà la ingiustificabile maleducazione di presentarsi in camicia con le maniche arrotolate e con le mani in tasca negli incontri ufficiali con Obama e gli altri capi di Stato (da vero ”cafone” Doc); sarà il suo eloquio a base di slogan, metafore, citazioni goliardiche da cultura di massa e battutine da bar sport; saranno le sue conferenze stampa da capo del governo in perfetto stile imbonitore da fiera paesana,  a base di slides e “Venghino, siori, venghino”; sarà quell’atteggiamento indisponente da ragazzino impertinente, petulante e maleducato; sarà che è davvero convinto di essere l’unico, il migliore, “Matteo, The One“.  Sarà quel che sarà, ma questo ciarlatano toscano mi sta tremendamente sulle palle. Oh, l’ho detto, mi sono sfogato. Un blog serve anche a questo. Quando ce vò, ce vò.

Vedi: Renzi, il premier con le mani in tasca

Il piazzista di palazzo Chigi

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Misteri d’Egitto

di , 31 Marzo 2016 02:18

La morte di Giulio Regeni continua ad essere in primo piano su stampa, televisione, internet. Sono due mesi che il caso è sempre all’attenzione dei media. Si sono mosse le diplomazie di Italia, Egitto ed USA (gli americani c’entrano sempre, chissà perché), i servizi segreti, la magistratura.  Se ne sono occupati il premier Matteo Renzi, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni e perfino il presidente Mattarella; oltre, naturalmente, al solito contorno di  opinionisti, fiaccolate, bandiere, cartelli, associazioni, da Amnesty international ad Articolo 21; tutti chiedono a gran voce di conoscere la verità sulla morte del ragazzo. Come se non bastasse, ieri i genitori hanno tenuto  una conferenza stampa al Senato (Video). Presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani, il quale ha  accusato l’Egitto di rispondere solo con menzogne e oscenità ed ha chiesto che, in assenza di risposte da parte dell’Egitto, il governo richiami l’ambasciatore. 

Dicono che il ragazzo si trovasse in Egitto come “ricercatore”. Già, oggi ci sono in giro più ricercatori che idraulici; è l’evoluzione, il progresso. Nessuno fa più mestieri normali. Fare il ricercatore è una delle occupazioni più ambite dai giovani. Meglio se si va a ricercare all’estero; pare che in località esotiche la ricerca venga molto meglio. Cosa ricerchino, poi, è del tutto secondario. In molti casi vanno a ricercare la maniera di cacciarsi nei guai. E molto spesso ci riescono. La cosa curiosa, però, è che per questo ragazzo ammazzato in Egitto si muovono governanti, diplomazie, associazioni. Ho la sensazione che finisca come il caso Giuliani; magari gli dedicano una sala della Camera o del senato e qualche familiare finisce in Parlamento. Allora viene spontaneo chiedersi perché in altri casi non c’è questa attenzione mediatica ed istituzionale. Di recente la cronaca ha riferito di altri due tecnici italiani ammazzati in Libia, Fausto Piano e Salvatore Failla (Uccisi due italiani). E di altri due italiani, Claudio e Massimiliano Chiarelli,  ammazzati nello Zimbabwe (Safari e lavapiedi). Ma nessuno ne parla; argomento chiuso. Regeni vale da solo più degli altri quattro morti? E perché? Ci sono morti di prima scelta, di seconda, e morti di scarto? Perché una volta per tutte non ci spiegano la diversità di trattamento riservata ai morti.

Perché solo su Giulio Regeni tutto questo clamore mediatico? Se lo chiede anche Peter Gomez, il direttore del Fatto quotidiano.it, uno che non può essere accusato di essere prevenuto o di essere schierato  per qualche ragione. Eppure in un articolo molto chiaro, dice che sarebbe ora di smetterla di chiedere di conoscere una verità che non conosciamo e non conosceremo mai; anche perché troppi interessi economici ci legano all’Egitto e non possiamo permetterci di mettere a rischio accordi fondamentali per la nostra economia e per le nostre aziende (Giulio Regeni, una verità che l’Italia non può permettersi).

Ma i nostri tenaci esponenti del governo non demordono. Anzi, anche a seguito della precisa richiesta dei genitori di Giulio e di Luigi Manconi, rinnovano l’impegno a fare di tutto per scoprire la verità. E se non riceveranno risposte adeguate arrivano anche a minacciare chissà quali rappresaglie. Lo dice oggi il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, uno molto sveglio che si fa notare per la grinta, il piglio deciso, l’intraprendenza. Quando lo si vede in TV, con l’aria costantemente assonnata, si ha un dubbio:  non è chiaro se è appena caduto dal letto e quindi non è ancora molto sveglio, oppure se è in piedi da tre giorni e quindi casca dal sonno. Il fatto è che dorme in piedi, come i cavalli. Ecco, questo ministro oggi chiede con forza all’Egitto di conoscere la verità: altrimenti, dice, “siamo pronti a trarre le conseguenze“. Brrr, che paura. Immagino che dopo queste dichiarazioni, gli egiziani se la stiano facendo sotto; con un tizio come Gentiloni, se si incazza, c’è da aver paura. No? Che vorrà dire? Dichiariamo guerra all’Egitto? Mandiamo una squadra di guastatori e nottetempo gli smontiamo le piramidi e gliele lasciamo sparse per Giza?  Mah, misteri d’Egitto.

Non tutti i morti sono uguali. Vedi…

- Funerali di Stato (2015)

- Quanto vale la vita umana? (2004)

- Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

- Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

- Hiroshima mon amour (2007)

- Morti che non fanno notizia (2008)

- Morti bianche e “quasi morti” (2008)

- Funerale show (2009)

- Orrore siberiano e dintorni (2015)

 

Siamo in guerra, ma…

di , 23 Marzo 2016 20:12

Siamo in guerra, ma non possiamo dirlo, altrimenti passiamo per sciacalli che speculano sulla paura e creano inutili allarmismi per scopi elettorali: lo dicono quelli della sinistra; anche se siete ziu Paddori di Guamaggiore o la cugina anziana della casalinga di Voghera, non avete alcuno scopo elettorale e magari da decenni non andate nemmeno a votare. Siamo sotto attacco del terrorismo islamico, ma non dobbiamo dirlo, altrimenti dicono che alimentiamo l’islamofobia e l’odio per il “diverso”. Nelle nostre città si nascondono migliaia di centri culturali musulmani, incontrollati e incontrollabili, che fungono da centri di indottrinamento, reclutamento e finanziamento del terrorismo, ma non possiamo dirlo, altrimenti ci accusano di discriminazione per motivi etnici e religiosi.  Ci sono migliaia di bislacchi personaggi autoproclamatisi imam,  non si sa a che titolo, che in scantinati e garage spacciati per moschee, predicano l’odio per l’Occidente e la guerra santa, ma non possiamo dirlo perché altrimenti andiamo contro la Costituzione che garantisce la libertà di culto.  Siamo invasi da centinaia di migliaia di africani, arabi, musulmani,  indottrinati dai fanatici predicatori dell’odio, che sotto sotto covano antichi rancori verso l’Occidente e sono una polveriera pronta ad esplodere. Siamo in guerra ed abbiamo il nemico in casa. E quel nemico può essere dappertutto, anche il nostro vicino di casa (come dimostra la cronaca), ed ognuno di questi immigrati potrebbe essere il prossimo kamikaze che ci mette una bomba sotto il culo; ma non possiamo dirlo, altrimenti (dicono sempre le anime belle della sinistra) alimentiamo l’odio, il razzismo e la xenofobia. Allora, per evitare polemiche e ritorsioni (e pure qualche minaccia), dobbiamo tacere, altrimenti ci accusano di vittimismo, di populismo, di allarmismo e di speculare sulla paura per raccogliere qualche voto in più.

Poi senti qualcuno dire che gli immigrati sono pochi e che ne dovremmo accogliere almeno altri 400.000. Pensi che sia scemo, oppure che faccia parte delle Coop di Buzzi, quello di Mafia Capitale che guadagnava più con gli immigrati che con la droga. Ma poi scopri che a dirlo è stata Laura Boldrini, presidente della Camera. E allora devi stare zitto, perché non si può mettere in dubbio la lucidità mentale della terza carica dello Stato. Poi senti qualcuno affermare che per combattere il terrorismo e le bombe bisogna investire grandi risorse economiche per risanare le periferie  dove mandare “maestri” e avviare attività culturali. Pensi che anche questo sia scemo, oppure che sia un maestro precario o un palazzinaro che spera di speculare sull’edilizia popolare. Ma scopri che a dirlo è stato Matteo Renzi, presidente del Consiglio. E allora devi tacere perché, in questo momento di gravissima crisi ed il Paese sotto attacco,  non si può sollevare il sospetto che il capo del Governo non sia in possesso di tutte le facoltà mentali. Poi senti ancora un altro affermare che è vero che è in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è detto che sia un male. Pensi che questo sia il più scemo di tutti, oppure che sia uno dei tanti imam di borgata che ha interesse a rassicurare gli animi. Ma poi scopri che a dire queste parole non è stato un fanatico islamico, ma Papa Bergoglio in persona. E ancora una volta devi tacere, perché non si può insultare il capo spirituale della Chiesa, dicendo che è fuori di testa; sarebbe un un’offesa gravissima, vilipendio a capo di Stato estero, e passeresti guai seri. Il Re è nudo, ma non si può dire; nemmeno i bambini. Siamo in guerra, ci mettono le bombe sotto il culo, siamo governati da idioti che non si rendono conto della gravità della situazione, ma non possiamo nemmeno lamentarci. Moriremo in silenzio. Ssss… altrimenti diranno che facciamo le vittime.

Ma ricordate che potrebbe andare peggio…

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Origano, assorbenti e IVA

di , 16 Gennaio 2016 01:31

Questi geniacci di politici una ne fanno e cento ne pensano. Giorno e notte si spremono le meningi e lavorano sodo per migliorare l’esistenza dei cittadini. Ecco l’ultima fresca fresca di pochi giorni fa: ce la propone Pippo Civati, ex deputato del Partito democratico, che ha abbandonato il PD forse perché non aveva abbastanza spazio per esprimere tutta la sua creatività. Dopo lunga e profonda riflessione, ha scoperto uno dei motivi per cui l’Italia continua ad essere in crisi. ed ha comunicato il risultato della sua lunga ricerca in un programma radiofonico “Un giorno da pecora“, dove, contrariamente al nome, oltre alle pecore, partecipano tutti, cani e porci; ed anche gli asini. Ed ecco la geniale soluzione di Civati: “Abbassiamo l’Iva sugli assorbenti“. Ecco  perché l’economia ristagna, la disoccupazione è sempre alta, la crisi non accenna a finire: tutto a causa dell’Iva sugli assorbenti. Perché nessuno ci aveva pensato prima? Beh, perché non tutti sono parlamentari. Queste genialate vengono solo a loro, non è roba per gente normale. Infatti, ecco il nostro Pippo sorridente e soddisfatto  per la propria scoperta.

Può essere orgoglioso del suo lavoro: queste sono cose che cambiano il corso della storia. “Questa campagna  ha già avuto risultati in Francia e ne sta discutendo mezza Europa, è una questione di dignità.”, afferma con decisione. Adesso è chiaro perché l’Europa sembra assente dal panorama politico internazionale, incapace di affrontare i gravi problemi che riguardano l’economia, il pericolo del terrorismo islamico, l’invasione degli immigrati: ovvio, sono tutti occupatissimi a pensare all’IVA sugli assorbenti. Lo dice Civati. Mi ricorda un’altra grande idea di altre due parlamentari, anche queste del PD (sarà un caso?). Ne avevo parlato circa un anno fa nel post “Geniale scoperta e fine della crisi”. Aveva a che fare con l’origano e, altra coincidenza, con l’Iva (sembra proprio che nel Partito democratico abbiano una passione per le tasse, e per l’IVA in particolare). Tanto vale riproporlo, a dimostrazione della genialità dei nostri parlamentari.

L’origano e l’IVA. (dicembre 2014)

La crisi ci opprime da anni, cambiano i governi, ma la crisi non accenna a fermarsi; chiudono le aziende, fabbriche, negozi, aumentano i disoccupati, i precari, i cassintegrati, la povertà è in continua crescita, l’Italia è allo stremo e nessuno sa come uscirne, nessuno trova la soluzione, nemmeno il premier “so tutto io, faccio tutto io, esisto solo io”, quel Matteo Del Grillo (ma essendo fiorentino, forse è più intonato Del Grullo) che ha sempre l’aria di pensare “perché io so’ io e voi non siete un cazzo“, quel Renzi che dice di voler cambiare il mondo.

Poi è successo il miracolo, è venuto fuori tutto il genio italico ed ecco la soluzione arrivare proprio da quel luogo dove non ti aspetteresti che qualcuno abbia in funzione il cervello: il Parlamento. Già, incredibile a dirsi, l’idea è venuta dopo profonde riflessioni e accurate ricerche in lungo e in largo, su e giù e pure di lato, grazie a quei parlamentari strapagati e stramaledetti dal popolo, che sembra non facciano niente, se non chiacchiere. Invece poi arriva la smentita a zittire le malelingue. Lavorano, eccome se lavorano. Si spremono le meningi, si arrovellano, studiano, si impegnano e lavorano per il bene dell’Italia. Ecco perché sono pagati tanto e godono di un sacco di privilegi; perché pensano per noi e trovano sempre le soluzioni giuste al momento giusto per facilitare la vita ai cittadini. Mentre noi siamo impegnati a lavorare in fabbrica, negli uffici, negozi, laboratori, e non abbiamo tempo per pensare, essi pensano al nostro posto. E’ una bella fortuna, no?

Pensano e lavorano, lavorano e pensano, giorno e notte, senza concedersi tregua, se non qualche sobrio spuntino alla buvette del Palazzo,  si lambiccano il cervello per il bene del popolo. Lambiccarsi il cervello è un’attività molto impegnativa, necessita di molta preparazione, esercizio, allenamento e, naturalmente, di grandi capacità e competenze. Ecco perché solo i nostri parlamentari, dotati di poteri sovrumani, possono lambiccarsi il cervello e sono pagati profumatamente per farlo. Il popolino ignorante, non conoscendo il significato del termine, non potrebbe mai lambiccarsi. Ovvio, no? Quindi, come dicono quelli che in televisione presentano numeri audaci e pericolosi, non provate a farlo voi a casa. Lambiccarsi il cervello, se non siete “onorevoli” potrebbe essere molto pericoloso.

Ma la scoperta non è da attribuire ad una sola persona; sarebbe stata impresa impossibile, il cervello umano ha dei limiti, anche quello dei parlamentari. Ci si sono messe in due a lavorare per scoprire la causa della nostra profonda crisi. E finalmente ecco il risultato dell’immane sforzo mentale. Lo dobbiamo a due donne: Leana Pignedoli e Venera Padua, senatrici Pd. Grazie alla loro scoperta lo spread non ci farà più paura, le fabbriche riapriranno i battenti, la produzione raggiungerà livelli da boom economico e le esportazioni cresceranno a dismisura. Fine della crisi. Ma qual era la ragione che bloccava l’economia italiana? Semplice, eccola: l’aliquota IVA sull’origano.

Ecco la radice dei nostri guai, l’origano. Maggiori informazioni e dettagli qui: “Battaglia per l’origano: tassato più del basilico e del rosmarino”.  Altro che rilanciare l’edilizia, l’industria pesante, i cantieri navali,  il commercio, l’elettronica, il terzo settore, le aziende metalmeccaniche o manifatturiere. Niente di tutto questo, il vero problema, la causa prima della crisi, con gravi conseguenze anche sugli equilibri mondiali, la primavera araba, il terrorismo ed i conflitti nel mondo, era solo una: l’origano!

Pare che anche i militanti dell’Isis non stiano combattendo, come dice la propaganda occidentale (per nascondere la vera causa del conflitto), per realizzare lo Stato islamico, ma per imporre una diversa regolamentazione dell’uso dell’origano nella dieta del bravo musulmano, secondo gli insegnamenti del Corano. Per esempio, nella pizza ci va o non ci va l’origano? That’s the question! Ora basta adeguare l’IVA dell’origano a quella del basilico e del rosmarino e siamo a posto. Forse alle nostre senatrici verrà assegnato uno speciale Nobel per la scoperta del nesso fra la crisi globale, la primavera araba  e le erbe aromatiche, con particolare riferimento all’uso dell’origano nella dieta mediterranea.

Sembrerebbe una storiella umoristica, invece è tutto drammaticamente vero.

Renzi esagera

di , 16 Luglio 2015 11:40

Il nostro ciarlatano toscano sta passando il limite. Si può essere parolai, venditori di fumo, presuntuosi, superbi, spocchiosi, boriosi, arroganti, vanitosi, egocentrici, sbruffoni, accentratori, megalomani, narcisisti, altezzosi e via con i sinonimi, ci stanno bene tutti. Il minimo che succeda è che si diventi antipatici. Ma c’è un limite anche all’alterigia. Quando si passa quel limite, non si è più solo antipatici, si diventa ridicoli.

Il nostro instancabile premier è volato in Etiopia per partecipare ad Addis Abeba ad uno dei tanti  incontri, vertici, conferenze, riunioni, proposte dall’ONU per far finta di occuparsi dei problemi del mondo. Non succede nulla, non risolvono nulla e non cambia nulla; ma si spendono un po’ di soldi pubblici, si offre visibilità mediatica ai soliti “grandi” della Terra, si fanno promesse, si sottoscrivono impegni, si visitano luoghi esotici, ci si scambia qualche dono, si portano a casa souvenir per amici e familiari e si è convinti di fare qualcosa di utile. E tutto resta come prima. Ma tutti fanno finta di essere impegnatissimi a lavorare per il bene dei popoli. “L’Italia è un ponte fra Europa e Africa“, dice il nostro fanfarone in versione esportazione. E dopo questa sconvolgente rivelazione (forse resta sveglio la notte per pensarle), azzarda anche una delle sue solite sparate quotidiane che hanno sempre l’aria di essere la soluzione giusta per i guai del mondo. Lui ha sempre la soluzione giusta per tutto; a parole. Dice che per aiutare il terzo mondo non basta accogliere i migranti, bisogna creare lavoro in quei paesi d’origine.

Ora, cosa si può dire di uno che non riesce a rilanciare l’economia e creare lavoro in Italia, e pensa di creare lavoro in Etiopia? O ci è o ci fa. Molto probabilmente non ci fa, ci è proprio. Una cosa è certa, questo ciarlatano non è normale, esagera anche nelle spacconate, perché c’è un limite anche a quelle. Ma Renzi quel limite lo sta superando da tempo. La perla della giornata è l’incipit del suo intervento alla Conferenza. Esordisce (in inglese, ovviamente) scusandosi per il ritardo dovuto al fatto che “ha passato la notte a salvare l’Europa“.  Renzi ha salvato l’Europa. “Cosa fai?”, chiesero alla mosca ferma sulle corna del bue. E la mosca rispose “Stiamo arando“.

E dopo aver salvato il vecchio continente, la nostra mosca toscana adesso vuole salvare anche l’Africa. Poi salverà l’Oceania, il polo Nord, chiuderà il buco nell’ozono, fermerà lo scioglimento dei ghiacci polari, bloccherà il riscaldamento globale e salverà tutto quello che c’è da salvare.  A questo punto si resta senza parole. Si va anche oltre il ridicolo. Quando si superano tutti i limiti, non si è antipatici, non si è più nemmeno ridicoli, si diventa patetici. Ed il problema non è più linguistico e semantico, diventa un caso clinico, patologico.

Naufragio nelle Filippine

di , 2 Luglio 2015 12:18

Renzi, andiamo a recuperare anche questo?

Filippine, naufragio traghetto, 36 morti“. Che aspetta Matteo Renzi a mandare le navi della Marina militare per il recupero del traghetto? Visto che spendiamo 20 milioni di euro per andare a recuperare un barcone africano, pieno di morti africani, in acque africane (Italia: azienda recuperi), perché non andare a recuperare anche un traghetto filippino, con morti filippini in acque filippine? Mica vorremo fare figli e figliastri. Andiamo, mostriamo al mondo quanto siamo umanitari e che non facciamo differenze tra africani e asiatici. Altrimenti corriamo il rischio che ci accusino di discriminazione razziale.

Coraggio, Renzi, si dia da fare. Così, dopo essere diventato il nostro “rottamatore nazionale“, diventerà anche il “recuperatore internazionale di relitti in mare“. Con tutti i naufragi che avvengono nel mondo, recuperare relitti può diventare un vero affare, un investimento, un business. Un po’ come il business dell’accoglienza migranti, quello che rende più della droga. Ne parli con Buzzi e con gli amici delle cooperative; loro sono pratici di far impresa sulle disgrazie, sono esperti nel trarre profitto da questo tipo di operazioni “umanitarie“.  Via Matteo, non lasciamoci sfuggire questa occasione; potrebbe aiutarci a far crescere il PIL nazionale. No?

I ladri d’Italia

di , 2 Marzo 2015 16:47

Si sono impadroniti dell’Italia, ne hanno fatto “cosa nostra”, l’hanno ridotta in pezzi e la stanno svendendo in offerta speciale ad affaristi arabi e cinesi, la stanno dando in comodato gratuito, la stanno regalando al miglior offerente. Hanno fatto dell’Italia terra di conquista per orde di nuovi barbari che stanno invadendo città e campagne, grazie all’ignavia dei governanti ed alla complicità interessata degli sciacalli che sfruttano la disperazione e le tragedie di guerre e persecuzioni; grazie al finto buonismo umanitario di chi campa sull’accoglienza di profughi veri o presunti e disperati di ogni provenienza, realizzando profitti milionari; grazie all’indifferenza di chi governa e con il sostegno morale di una sinistra sempre fedele al vecchio motto “Tanto peggio, tanto meglio”; grazie alla benevolenza di una magistratura che chiude non uno, ma due occhi su reati e malefatte quotidiane di centinaia di migliaia di immigrati che, senza casa e senza lavoro, non avendo fonti di sostentamento, hanno come unica risorsa la malavita e scorrazzano tranquillamente per la penisola dediti a furti, rapine, spaccio di droga, prostituzione, e costituiscono un pericolo sempre più crescente ed insostenibile per la sicurezza dei cittadini e finiranno per scatenare conflitti e disordini sociali.  Hanno rubato l’Italia agli italiani.

Questo stanno facendo. Ma l’Italia non è roba loro, non l’hanno ricevuta in eredità da chi ha combattuto le guerre d’indipendenza, da Mazzini, da Garibaldi, da chi ha dato la vita per l’unità d’Italia e per dare agli italiani un’unica patria, dagli eroi di Vittorio Veneto, per regalarla a cinesi, arabi e africani. L’Italia non è di Matteo Renzi, un ciarlatano che non è nemmeno stato eletto dai cittadini, ma è passato direttamente dall’ufficio di sindaco di Firenze a Palazzo Chigi a governare l’Italia e rappresentarla nei convegni e negli incontri internazionali. L’Italia non è nemmeno di Laura Boldrini, presidente della Camera, arrivata in Parlamento grazie all’accordo elettorale del suo partito SEL con il PD. Un partito che ha raccolto il 3% dei votanti, quindi nemmeno il 3% degli elettori e tanto meno degli italiani. Ed una persona che, ad essere buoni, rappresenta neanche il 2% degli italiani diventa di colpo presidente della Camera, la terza carica dello Stato. Con quale legittimazione popolare? Chi rappresenta? Eppure, in virtù del ruolo istituzionale ricoperto,  gode di ampio spazio mediatico, presenzia a cerimonie pubbliche, compie viaggi di rappresentanza all’estero, difende a spada tratta e propugna quotidianamente la sua idea di terzomondismo, immigrazione senza controllo, accoglienza ed assistenza dei migranti e, forte di quel 2% (circa 1.200.000 italiani), si sente legittimata a parlare a nome di 60 milioni di italiani. Eppure questo obbrobrio è ciò che chiamano “democrazia rappresentativa“.

L’Italia non è nemmeno di Cécile Kyenge, arrivata in Italia dal Congo e, grazie alla copertura dei preti, è riuscita a studiare e laurearsi, per diventare poi ministro per l’integrazione e parla e sparla a sostegno dell’immigrazione e dice che gli immigrati sono una preziosa risorsa e che  “La terra è di tutti”; mentre nella sua terra natale, non solo la terra non è di tutti, ma si scannano in lotte tribali per il possesso di un pozzo o di quattro mucche. Ma poi arriva in Italia si sente autorizzata a darci buoni consigli, imporre la sua visione del mondo, decidere come dobbiamo comportarci con gli invasori e dare lezioni di etica, pacifismo, tolleranza, accoglienza, solidarietà e diritti umani. Siamo davvero all’assurdo, al surrealismo puro: una congolese, appena arrivata dall’Africa, dove ancora milioni di persone vivono nelle capanne di fango,  che  pretende di dare lezioni di morale e diritti umani agli eredi di Roma che fu la patria del diritto e di tante altre cose che ne fecero la Caput mundi,  il faro di civiltà del mondo antico; una civiltà che  realizzò strade, acquedotti, teatri, basiliche, opere letterarie, capolavori d’arte, codici di diritto ed opere di ogni genere, cose che nel suo paese, dopo 2.000 anni, ancora se le  sognano.

L’Italia non è della Caritas e nemmeno delle associazioni umanitarie o cooperative rosse che guadagnano milioni di euro sull’accoglienza degli immigrati e l’assistenza agli zingari. L’Italia non è di quei buonisti e terzomondisti ad oltranza che amano predicare accoglienza per tutti, perché tanto non pagano di tasca propria, anzi ci guadagnano. L’Italia non è di questa gentaglia, cialtroni, tribuni improvvisati, volontari sovvenzionati con soldi pubblici, pseudo politici finto progressisti e finto buonisti col cuore a sinistra ed il portafoglio a destra, professionisti della carità che incassano milioni di euro o dollari da contributi pubblici, dall’ONU, dall’Unione europea o da donazioni private e vivono tra alberghi 5 stelle, palazzoni e lussuosi uffici in ogni area del globo ed usano gran parte degli introiti non per sfamare i poveri del mondo, ma per sostenere, finanziare e tenere in piedi le loro stesse associazioni. Chi volesse saperne di più sul business delle associazioni umanitarie legga “L’industria della carità” di Valentina Furlanetto. L’Italia non è roba loro, non è dei ciarlatani interessati a vendere la loro mercanzia ideologica avariata, taroccata, contraffatta  come i prodotti cinesi. L’Italia non è dei terzomondisti di facciata o dei buonisti ipocriti della domenica che ciarlano di accoglienza e tolleranza sorseggiando champagne nelle terrazze romane, ben distanti dal degrado dei campi rom, da Lampedusa, dai centri di accoglienza o dalle periferie urbane degradate, che sono  in completa balia di bande di delinquenti stranieri, dove gli italiani hanno paura ad uscire di casa e si sentono stranieri in casa loro.

L’Italia  è degli italiani, di quelli veri, quelli che ogni mattina si alzano e lavorano nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nei laboratori artigianali, nei negozi, negli ospedali; quelli che poi, terminato il lavoro, assillati da mille adempimenti fiscali e burocratici, devono anche pensare ai problemi della casa, dei figli, delle interminabili file in banca o alle poste, negli uffici pubblici, negli inestricabili labirinti della burocrazia a combattere contro uno Stato persecutorio nei confronti del cittadino; quelli che hanno sempre bollette, affitti, mutui, tasse e balzelli da pagare; quelli che lavorano e producono, che a fatica riescono ancora a mettere insieme il pranzo con la cena; quelli che non hanno tempo per fare fiaccolate, marce della pace o partecipare a cortei, convegni terzomondisti e manifestazioni umanitarie per la fame nel mondo, perché la fame ce l’hanno in casa; quelli che il volontariato lo fanno tutti i giorni a casa loro, assistendo familiari anziani o malati; quelle che non hanno tempo di scendere in piazza Duomo a farsi fotografare sorridenti con bandiere islamiche e non vanno in paesi stranieri dove ci sono guerre in corso a proporre progetti umanitari per ribelli e guerriglieri, per poi farsi rapire e rientrare in pompa magna in Italia con volo di Stato, ministro degli esteri ad accoglierle e, forse, dietro riscatto milionario pagato dagli italiani; quelli che non ne possono più di pagare tasse esorbitanti ed inique per sostenere politicanti incapaci, inutili, corrotti, traditori della patria.

L’Italia è di quegli italiani che sono al limite della sopravvivenza, che a malapena arrivano a fine mese, che mangiano alla Caritas, che  rovistano nei cassonetti per recuperare scarti dei mercati,  e che devono pagare tasse salatissime per sostenere le spese di accoglienza di immigrati che arrivano da noi sapendo di trovare il Paese di Bengodi dove, senza far nulla, avranno tutto gratis: vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, sigarette, ricariche telefoniche, assistenza sanitaria, assistenza legale e sindacale e paghetta settimanale; e che ci costano mediamente 1.000 euro al mese, mentre milioni di pensionati italiani campano con meno di 500 euro. Se tutto questo vi sembra normale dovreste cominciare a preoccuparvi per la salute mentale. L’Italia non è dei Renzi, Boldrini, Kyenge o delle cooperative rosse che “guadagnano più con gli immigrati che con la droga“. L’Italia è di quegli italiani che prima o poi perderanno la pazienza, imbracceranno i forconi e cacceranno questa gentaglia infame a calci nel sedere e li spediranno via mare su barconi scassati, verso quei lontani paesi che fanno finta di amare. Una volta i traditori della patria venivano condannati con ignominia e messi al muro. Oggi governano l’Italia.

Renzi tuttofare

di , 3 Gennaio 2015 14:28

Il nostro fanfarone nazionale, dopo aver sparato balle, annunci, promesse e grandi riforme a raffica l’anno scorso, si prepara ad una nuova stagione di smargiassate doc. Lo fa col solito tweet fresco fresco di giornata (Facciamo sul serio). Eccolo che promette per il 2015 una serie di interventi per risolvere tutti i problemi d’Italia.

Manca solo il cartello “Rivoluzione in corso” e “Non disturbare il manovratore“, che sarebbe sempre lui, il signor ”Faccio tutto io, so tutto io, ci penso io, esisto solo io…perché io so’ io e voi non siete un cazzo!” (il marchese Del Grillo gli fa un baffo). E se lo dice lui potete stare tranquilli, perché è un uomo di parola. Ricordate il famoso tweet “#Enricostaisereno“? Sì? Dopo una settimana lo sfiducia in direzione PD, gli toglie la poltrona da sotto le chiappe e, senza essere eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio, si insedia a Palazzo Chigi dove comincia a twittare alle 6 del mattino, offre gelati nel cortile interno, e promette una riforma al mese (le stiamo ancora aspettando; rivolgersi a “Chi l’ha visto?”). Ecco, quello è il tipo.

Così l’anno nuovo vedrà una frenetica attività del governo impegnato a cambiare l’Italia, fare tutte le riforme possibili (anche quelle che non sa ancora, ma le inventerà strada facendo), e, giusto per cominciare,  cambiare la Costituzione, la legge elettorale, il fisco, la giustizia civile, la pubblica amministrazione, la cultura, la scuola, la RAI, il lavoro e la GreenAct (“Che vor dì?”, direbbe Montesano). Peccato che il limite dei caratteri non gli consenta di andare oltre ed illustrare il programma completo. Altrimenti avrebbe scritto che risolverà anche gli ingorghi stradali, la nebbia in Val Padana, i problemi di brufoli e cellulite e chissà cos’altro. E dire che c’è gente che gli crede. Misteri italici.

Matteo, Ginetto ed il pugno di pollice

di , 11 Dicembre 2014 13:38

Matteo Renzi e Ginetto Micidial hanno qualcosa in comune: il tutor. Chi è Matteo lo sanno tutti, se non altro perché ce lo ritroviamo tutti i santi giorni davanti agli occhi in TV; ampio spazio in tutti i Telegiornali, servizi speciali ed approfondimenti, ospitato in tutti i salotti televisivi politici e non (dalla De Filippi a Barbara D0Urso), talk show, quasi a reti unificate. Ginetto, invece, è un personaggio della serie TV “Mario“,  che va in onda sul canale 8 MTV ( Vedi qui “Mario, una serie di Macio Capatonda“). Una delle poche cose originali, divertenti e intelligenti della TV (E raramente io parlo bene della televisione).

Ginetto è il figlio di lord Micidial, capo e padrone  del canale televisivo “Micidial TV“, che decide di candidarlo alla presidenza del Consiglio. Ma Ginetto non è molto sveglio, anzi è decisamente deficiente. Quindi lord Micidial assume un tutor per insegnargli le elementari regole della politica e l’arte di presentarsi in pubblico. Missione impossibile per il povero tutor che, vista l’impossibilità di ottenere qualche risultato da Ginetto, rinuncerà ad ogni tentativo e finirà per suicidarsi. La prima cosa che il tutor gli insegna è proprio un gesto di forte impatto mediatico, che rappresenta al meglio la carica positiva e vincente di un aspirante leader: il pugno di pollice. Ecco nel video la prima lezione…

Video importato

YouTube Video

 Questo gesto che racchiude tutta la forza rivoluzionaria del nostro candidato, insieme al geniale slogan “Tutti famosi“, che costituisce il punto forte della sua campagna elettorale, dovrebbe garantirgli la vittoria. Eccolo ancora in una intervista in cui espone il suo programma. Il video, per disposizioni dell’autore, non è riproducibile su altri siti. Per vederlo cliccare qui: “Andrea Duprè intervista Ginetto Micidial“.

 

Ed ecco, invece, lo stesso gesto fatto dal nostro premier per caso; quello che, da un giorno all’altro, senza essere stato eletto e votato dai cittadini e per grazia ricevuta da San Giorgio (non quello del drago, quello del Quirinale)  è stato miracolato e promosso sul campo  ed è passato dall’occuparsi della riparazione delle buche stradali, pulire tombini e regolare la raccolta differenziata della spazzatura dei fiorentini, a traslocare da Pontassieve a Palazzo Chigi e  partecipare in giro per il mondo a vertici, summit, G8, G20 e “G ses’a frori” (questa è riservata ai sardi), dove discute  con Putin, Obama, Merkel, Cameron,  i quali forse si intendono di politica, di economia globale e rapporti internazionali, ma niente sanno di come si tengono puliti i tombini o come si raccoglie la monnezza. Ecco perché il nostro premier, anche quando si trova fra i grandi della Terra, ha sempre quell’aria di superiorità.

Fa lo stesso identico gesto di Ginetto Micidial. E’ evidente che hanno frequentato la stessa scuola. Ma onestamente bisogna riconoscere che, in realtà, Matteo e Ginetto non sono proprio uguali. Ginetto, essendo un personaggio di fantasia e nonostante, come Matteo,  voglia “cambiare il destino dell’Italia“,  fa solo finta di essere scemo.

 

Pizzata fra amici

di , 30 Novembre 2014 12:30

Due giorni fa il nostro Miles gloriosus in veste di premier, ha incontrato a Palazzo Chigi l’ex premier britannico Tony Blair al quale ha offerto uno spuntino. Ma per dimostrare che non se la tira, non si dà arie e che applica la spending review anche a Palazzo Chigi, invece che organizzare una cenetta coi fiocchi, come si usa nei ricevimenti ufficiali, ha fatto una cosetta alla buona; prosciutto e pizza al taglio.

Ai lati dell’illustre ospite (notoriamente sensibile alle grazie muliebri) ha piazzato le due ancelle di governo, Boschi e Madia,  in rappresentanza della bellezza italica, che guardano Matteo ammaliate e in estasi come le pastorelle a Fatima davanti alla Madonna.  E fedele al suo stile pop di borgata, invece che in giacca e cravatta, come tutti gli altri, si presenta in camicia, con le maniche rimboccate ed i gomiti sul tavolo; come un qualunque “piscatore ‘e stu mar’e Pusilleco…”. Forse ha scambiato Palazzo Chigi per una pizzeria della Garbatella, l’osteria del pellegrino o la mensa Caritas, e l’incontro ufficiale con un ex premier per una pizzata di fine anno  fra compagni di scuola. E’ il suo stile da lupetto boy scout che le buone maniere le ha imparate sul “Manuale delle giovani marmotte”. Questo sbruffone toscano rappresenta oggi il nuovo stile “Made in Italy“. Auguri

Cafoni di Stato

di , 19 Novembre 2014 18:59

Ovvero, il premier con le mani in tasca. Anzi, è l’unico premier mondiale che usa  presentarsi in pubblico con le mani in tasca, in atteggiamento da bulletto o da cafoncello di periferia. Era una delle cose che si imparavano fin da piccoli; quelle norme di  buona educazione che, in una società civile, ci differenziavano dai trogloditi, dai maleducati e dai cafoni. Regolette comportamentali indispensabili per essere e sentirsi parte integrante di una società civile, in cui regnava ancora il rispetto per la comunità e per gli individui che la componevano. Si imparavano subito, fin da bambini, grazie ai consigli ed all’esempio degli adulti ed agli insegnamenti a scuola.

Vivere in società significa accettarne le regole fondamentali. Significa porre dei limiti alla libertà individuale, adottare dei comportamenti consoni al sentire comune, adeguarsi all’imprinting sociale costituito da usi e costumi, tradizioni secolari, cultura, arte, lingua, etica; pena, l’esclusione dal consesso sociale. Sono tutte quelle norme che consentono di instaurare con gli altri componenti della società un rapporto di quieto vivere, di empatia, di armonia, di rispetto reciproco e di pacifica convivenza. Non parlo di grandi principi etici o politici, ma di semplici regolette di educazione quotidiana: non mettersi le dita nel naso, non sputare per terra, coprirsi la bocca con la mano quando si tossisce, cedere il posto alle donne ed agli anziani, non giocare con le posate a tavola o agitarle come armi improprie, non alzare la voce o urlare (a meno che non stiate sprofondando nelle sabbie mobili e gridiate aiuto), non risucchiare rumorosamente mangiando brodini o minestre, e tante altre simili piccole norme di buona educazione e galateo. Una delle tante era questa: non tenere le mani in tasca.

Capisco che accennare oggi a queste  normali regolette possa sembrare anacronistico, vista la maleducazione dilagante. Parlare di educazione, bon ton, buone maniere, galateo, è come parlare di “archeologia del comportamento“. Eppure, non dico di insegnare nelle scuole il galateo di monsignor Della Casa (quella che una volta era una specie di Bibbia delle buone maniere, ormai del tutto dimenticato), ma almeno di conservare alcune norme elementari di buona creanza e di rispetto reciproco. Una di queste è l’evitare di tenere le mani in tasca. E’ un atteggiamento cafone, da bulletti, denota mancanza di rispetto  o scarsa attenzione e  considerazione nei confronti degli altri  e può essere considerato addirittura offensivo.

Da evitare sempre, quindi, ma soprattutto quando si è in pubblico.  Ancor più da evitare quando si ricoprono cariche pubbliche e istituzionali. Mai e poi mai durante incontri ufficiali, convegni internazionali o cerimonie pubbliche. L’unico che  non rispetta questa regoletta è il nostro premier sbruffone cresciuto fra i boy scout. Forse fra i lupetti si imparava a costruire capanne di frasche, ad accendere un fuocherello nel bosco, e non si aveva tempo di imparare le buone maniere. Al massimo leggevano il manuale delle Giovani marmotte.

Così vediamo il nostro borioso, egocentrico, vanitoso, superbo, arrogante, saccente, spocchioso (l’elenco degli aggettivi potrebbe continuare a lungo, ma sempre su questo tono) Matteo I da Pontassieve che ha sempre in viso e nello sguardo quell’aria di superiorità nei confronti del mondo ed anche in consessi internazionali saluta porgendo il cinque, come fra compagni di calcetto, e tiene regolarmente le mani in tasca, come se si trovasse in un bar dello sport  di periferia fra bulletti alla Gioventù bruciata. Lo abbiamo visto tante volte in questi atteggiamenti; una specie di Ciro ‘o guappo a Palazzo Chigi.

Questo ragazzotto toscano, che fino a pochi mesi fa si occupava di raccolta differenziata, della riparazione delle buche stradali  e del menu delle mense scolastiche a Firenze, oggi lo vediamo volare da Roma a Berlino, da Pechino a Parigi, da Londra a Washington, a confronto con i capi di Stato mondiali e discutere di politica internazionale con Obama e Putin. Poi non lamentiamoci se il mondo va a rotoli, come la carta igienica. Ma ormai nessuno ci fa caso. In tempi in cui tutto è lecito e consentito e qualunque rimprovero viene subito come un gravissimo atto di limitazione della libertà personale, anche la cafonaggine diventa normale. E se la maleducazione viene dal  capo del Governo, non solo diventa lecita, ma viene addirittura nobilitata: diventa cafonaggine di Stato.

Descamisados

di , 8 Settembre 2014 17:20

Sono gli “scamiciati” di casa nostra. Leader socialisti europei ospiti di Renzi alla festa dell’Unità. L’Unità ha fallito ed è chiusa da tempo, ma loro continuano a fare la festa. Così, vendendo birra,  salamelle e tortellini ai compagni nostalgici, fanno un po’ di autocelebrazione, sfilano in passerella vecchi e nuovi capi e recuperano un po’ di soldi per la causa. E si presentano in camicia, come si usa oggi per sembrare più vicini al popolo, più alla mano, più “proletari”.

Meglio ancora se con le maniche rimboccate. Tempo fa l’allora segretario del PD Bersani lanciò una grande campagna mediatica al grido di “Rimbocchiamoci le maniche“. L’Italia fu invasa da manifesti (vedi qui) che mostravano il nostro smacchiatore di giaguari in maniche di camicia e lo slogan in bella evidenza. Già, perché questa gente ormai fa politica a forza di slogan. Ogni tanto se ne inventa uno nuovo e con quello ci campano mesi. Poi, quando l’effetto è esaurito, se ne inventano uno nuovo e vai, fino al prossimo slogan. Ricordiamo ancora l’invenzione del “governo ombra“. Qualcuno si ricorda cos’era ed a cosa è servito? Poi lanciarono “I care” che creava non pochi problemi ai compagni non proprio pratici della lingua inglese, che leggevano così com’è scritto e non capivano il significato. Poi lanciarono la campagna “Salva l’Italia” con un pullman che girava il Paese per raccogliere 5 milioni di firme contro Berlusconi. Qualcuno sa se le hanno raccolte ed a cosa sono servite?  Ma Veltroni, entusiasta, rivendicava l’iniziativa come una grande vittoria popolare e si esaltava parlando al Circo Massimo davanti a 2.500.000 (diceva lui) di compagni convenuti per sostenere il progetto “Salva Italia“. In realtà, secondo il risultato di uno studio fatto proprio per volere di Veltroni quando era sindaco di Roma (quindi, dovrebbe conoscere bene quello studio), nel Circo Massimo possono starci, al “Massimo“, 300.000 persone. Ma Veltroni fa finta di non saperlo e si esalta.

L’elenco degli slogan usati in politica sarebbe lungo. Essi pensano, forse,  che la cosa più importante della politica sia questa: trovare lo slogan giusto, creare e gestire il consenso e raccogliere più voti possibile . A tal fine è fondamentale sfruttare nel migliore dei modi i mezzi di comunicazione di massa e creare un’immagine rassicurante e affidabile del partito. Non necessariamente l’immagine fornita deve corrispondere alla realtà. l’importante è che la gente creda che sia vera. Ovvio che la gestione mediatica diventa così importante che finisce per assorbire in gran parte il tempo, l’impegno e le energie di dirigenti e militanti. La conseguenza aberrante è che quello che dovrebbe essere solo un mezzo per informare i cittadini sull’attività politica ed i programmi del partito, finisce per essere lo scopo principale della propaganda: il mezzo diventa il fine ultimo della politica.

Ecco perché danno tanta importanza all’apparire, all’esposizione mediatica, alla partecipazione ai salotti televisivi, allo spazio riservato sulla stampa, alla cura dell’immagine del partito ed a quella personale. In questo contesto uno slogan azzeccato può essere determinante per la vittoria finale. Basta pensare al famoso “Yes, we can” che fu il leitmotiv della campagna presidenziale di Barack Obama. Slogan subito adottato anche dai democratici di casa nostra,  e tradotto in “Si può fare“. Ed insieme allo slogan presidenziale copiarono anche l’abbigliamento “da lavoro” obamiano. L’abitudine dei nostri democratici di presentarsi in maniche di camicia, e di averne fatto addirittura il messaggio di una campagna mediatica,  è presa dall’immagine di Obama che si mostrava in camicia al suo tavolo di lavoro nella stanza ovale. Ecco da dove nasce la “camicia bianca” che è ormai la divisa pubblica di Renzi. Prestano più attenzione alla cura dell’immagine che ai programmi.

E forse hanno ragione, perché la gente ci casca e si lascia abbindolare. Basta pensare all’ultimo slogan col quale Ignazio Marino ha affrontato la sua campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Roma. Il suo motto era “Daje“, riprodotto in migliaia di manifesti affissi in città. Non programmi, non idee, non progetti seri per Roma, ma semplicemente una parola “Daje“! Montesano direbbe, alla romana: “Ma che vor dì?”. Se un candidato sindaco, invece di fare discorsi seri e presentare programmi precisi, si presenta agli elettori con un cartello “Daje” e con una risatina scema (tanto per non infierire) e gli elettori gli credono, o è cretino il candidato o sono cretini gli elettori.

Così anche l’ultimo segretario PD, Renzi, ha lanciato la sua campagna per la segreteria del partito con un nuovo slogan “L’Italia cambia verso“, con la parola “Italia“ ” scritta al contrario, grazie al durissimo lavoro delle migliori menti creative dello staff renziano che continuano a sfornare nuovi slogan, battute e metafore, ad un ritmo quotidiano. Tanto che Renzi può ben vantarsi di essere il miglior premier battutista della Repubblica. In quanto a slogan e battute non lo batte nessuno: dalla rottamazione allo sblocca Italia, da una riforma al mese all’ultimissimo “passo dopo passo“. Il bello è che sembra convinto di dire cose serie. Ma la cosa ancora più curiosa è che sembra che milioni di italiani ci credano davvero. Infatti, nonostante la crisi economica gravissima, la recessione, la deflazione, l’aumento del debito pubblico, l’aumento della disoccupazione, milioni di poveri, l’invasione da parte di africani ed asiatici, si va al voto per il Parlamento europeo ed il 40% vota per il PD. Sembra incredibile, ma è vero. Il che significa che hanno ragione loro: più prendi per il culo la gente e più ti segue.

Ed ecco che alla festa dell’Unità di Bologna, arrivano, a dare sostegno morale al nostro “Bomba” nazionale, alcuni leader socialisti europei. Tutti rigorosamente in maniche di camicia “descamisados“, come peronisti di casa nostra, rivoluzionari de borgata, socialisti all’amatriciana. Più che leader politici sembrano camerieri in attesa delle ordinazioni. A quanto pare questa è la nuova divisa della sinistra “politically correct“. E’ l’evoluzione della camicia italica: dalla camicia rossa da garibaldini alla camicia nera da fascisti, alla camicia bianca da gelatai. Quando arriveremo alla camicia di forza per tutti i politici sarà festa nazionale. Ma loro, così, si sentono pop, innovatori, moderni, progressisti, socialisti e democratici che più democratici non si può. La camicia è un simbolo che suggella un indissolubile legame di sangue: sono “fratelli di camicia“. E per dimostrare l’impegno e la comunità d’intenti della sinistra europea, come tutti i grandi leader della storia, firmano un patto di lavoro, un impegno preciso di collaborazione e intesa. Dopo il Patto di Yalta, il Patto di Varsavia ed  il Patto atlantico, per restare in tema con la festa, ecco il “Patto del tortellino“.  In futuro, forse, per doveroso scambio di cortesie, si terranno altri importantissimi vertici in altri paesi e si stipulerà il Patto di wurstel e crauti,  quello della paella valenciana e quello degli escargots.

Ma i nuovi democratici sono così,  sono estrosi, creativi, un po’ nostalgici ed un po’ confusi, un po’ ex democristiani, un po’ ex socialisti, un po’ ex comunisti, un po’ ex boy scout. Insomma, più che altro sono “Ex“, come gli “Ex voto” offerti in ringraziamento per aver ricevuto una grazia o un miracolo. Ed in realtà il fatto che esistano ancora questi ibridi socialcattocomunisti è un vero miracolo. Il dramma, invece, è che quando questi scamiciati finto proletari vanno al potere, di solito finisce così: i capi in camicia, la gente in mutande.

Vedi “Psicopatologia del potere“.

Laura non c’è

di , 25 Maggio 2014 18:08

Laura Boldrini è rientrata in patria. Ebbene, lo confessiamo, se ne sentiva davvero la mancanza. Questa assenza la si percepiva nell’aria, nei discorsi della gente, nelle espressioni stupite di chi si sentiva orfano di una guida, nello sguardo di chi sperava di riaverla presto fra noi. E finalmente è tornata. Era in visita ufficiale in America. Stranamente la notizia appare su un quotidiano locale, l’Unione sarda (Laura Boldrini lascia gli Stati Uniti), ma non se ne trova traccia nei maggiori quotidiani. E’ un segreto di Stato, non si deve sapere? E’ meglio evitare che la gente mormori e si chieda quale sia l’utilità di quel viaggio? Misteri istituzionali.

Fatto sta che la nostra presidentessa della Camera era in viaggio negli USA. Guai a chiamarla al maschile “presidente“; si addolora, si rattrista, ne risente,  assume l’espressione tipica di un panda depresso, una lacrimuccia scorre sul viso e manda al macero quintali di carta intestata “Il presidente della Camera” e la sostituisce con “La presidentessa…”, tanto per risparmiare sulle spese in tempo di crisi. Ama viaggiare. Ecco perché è spesso assente dal suo scranno presidenziale. Lo riferiva proprio la settimana scorsa un articolo (Laura Boldrini assenteista) in cui si denunciava che alla Camera una volta su due lei è assente: “Dal 15 marzo a oggi, la terza carica dello Stato ha presieduto solo 120 sedute delle 225 che si sono svolte: poco più della metà.”.

Così, se qualcuno nei giorni scorsi avesse chiesto di lei a Montecitorio “C’è Laura Boldrini?”, qualche funzionario avrebbe risposto ” Laura non c’è…”. Ma come, si potrebbe obiettare, lei è la presidentessa della Camera, non dovrebbe essere sempre al suo posto di lavoro? Non necessariamente, in Italia nessuno fa quello che dovrebbe e sta dove dovrebbe stare. Specie se ricoprono incarichi istituzionali, hanno sempre qualche importantissimo impegno da assolvere lontano dal loro ufficio. E più l’incarico è alto, più impegni si hanno; se gli impegni sono in amene località o all’estero, ancora meglio.

Succede a Vendola, che dovrebbe stare nel suo ufficio di governatore della Puglia, e invece è sempre in TV o davanti a qualche telecamera, o dalle parti di Montecitorio o del Senato, oppure  ovunque ci sia un corteo o una manifestazione di protesta.  Succedeva a Renzi, che doveva stare nel suo ufficio di sindaco a Firenze, e invece era sempre in TV (anche lui, è una passione comune ai politici) o in giro per l’Italia a coltivare le relazioni pubbliche e tenere incontri elettorali in vista delle primarie, oppure impegnatissimo ad organizzare e controllare i lavori del convegno del PD alla Leopolda (ne avete più sentito parlare?), evento importantissimo per creare le basi del suo programma di governo (che fine hanno fatto le proposte avanzate in quel convegno?). Succede a Debora Serracchiani, che dovrebbe stare nel suo ufficio di governatrice del Friuli Venezia Giulia, e invece la vediamo ogni giorno in qualche salotto televisivo. Lo stesso vizietto di Formigoni, ex governatore della Lombardia, anche lui, durante il suo mandato più presente in televisione che negli uffici della Regione. Sarà un vizio dei governatori regionali?

Del resto anche il nostro Presidente Napolitano, nel frattempo, era in Svizzera per una visita ufficiale di due giorni. Come vediamo nella foto a lato, ci è andato con la Clio. Qualcuno, distratto, potrebbe pensare “Con la Clio? Ma come, con tante auto blu che ha il Quirinale, poteva andarci almeno con una Marcedes o una BMW“.  Evidentemente si tratta di un equivoco. Ma oggi gli equivoci sono di moda, vanno come il pane. Anzi, più sono equivoci e più hanno successo; quindi tutto normale. Cosa è andato a fare in Svizzera? Solite visite di Stato che i governanti amano scambiarsi, giusto per coltivare i rapporti di buon vicinato. Visto che c’era, ne ha approfittato per rimproverare gli svizzeri sull’esito del  recente voto contro l’immigrazione di massa (mica sono scemi come noi). Su questioni importanti, come l’immigrazione, gli svizzeri fanno i referendum e chiedono il parere dei cittadini, come dovrebbe essere in una democrazia che sia degna di questo nome.  Noi no, abbiamo uno strano concetto di democrazia e le scelte vengono fatte da un ristretto gruppo di oligarchi (spesso nemmeno eletti dal popolo, Renzi docet…) e ci vengono imposte dall’alto, alla faccia della democrazia e della volontà popolare.

Dice Napolitano che così la Svizzera si allontana dall’Europa, facendo finta di ignorare che se quella è la volontà popolare bisogna rispettarla; piaccia o non piaccia. Ma si sa, per certi ex/post comunisti camuffati da democratici la democrazia va bene solo se vincono loro e la libertà di pensiero va bene solo se sei d’accordo col capo: “Potete esprimere liberamente il vostro pensiero, purché siate d’accordo con me“, diceva Stalin.  (Napolitano dà lezioni di democrazia…agli svizzeri). Anche lui ha il vizio dei viaggi di rappresentanza. Forse è andato in Svizzera a fare scorta di emmenthal e cioccolato per rimpinguare le dispense del Quirinale. Ho sempre avuto un dubbio sul formaggio svizzero, quello con i buchi: ma i buchi si pagano o sono in omaggio? Mah, misteri caseari.

Sarà perché siamo un popolo di poeti, santi e navigatori, ma noi il viaggio lo abbiamo nel sangue. Ecco perché i nostri beneamati rappresentanti del popolo passano più tempo in viaggi all’estero (viaggi di lavoro, di rappresentanza, certo…) che al loro posto in Italia. Anche Enrico Letta, appena insediatosi a palazzo Chigi, invece di dedicarsi, come sarebbe stato opportuno,  a risolvere i gravissimi problemi dell’Italia, cominciò a viaggiare; da Berlino a San Pietroburgo, da Parigi a Washington, da Londra a Dubai. Lo stesso ha fatto Renzi. Appena insediato, nemmeno il tempo di provare la poltrona, ed il primo giorno da premier era già in viaggio per andare a visitare una scuola a Treviso. Il giorno dopo  era in visita ad un’altra scuola in Sicilia. E subito dopo anche lui ha cominciato il tour degli incontri ufficiali nelle capitali europee:  Hollande a Parigi,  Merkel a Berlino, Cameron a Londra. E’ andato a presentarsi ed a presentare il programma di riforme del suo governo per ottenere l’approvazione e la benedizione, con pacca sulle spalle di incoraggiamento, dei leader europei.

Ed infatti tutti si sono mostrati entusiasti delle sue proposte. La Merkel addirittura si è dichiarata affascinata dall’audacia delle riforme renziane. Ma il nostro sindaco d’assalto dice che non è andato col cappello in mano a chiedere il consenso e l’approvazione. Strano, eppure non ricordo che Cameron, Hollande, Zapatero, Sarkozy, la stessa Merkel, appena insediati, siano venuti a Roma per illustrare i loro programmi di governo per avere la nostra approvazione o almeno un parere.  Ma Renzi dice che non ha chiesto  il benestare dei leader europei. E Renzi è un uomo d’onore!

Ecco perché la nostra presidentessa si adegua. E se chiedete di lei alla Camera vi risponderanno “Laura non c’è, è andata via…“, come cantava Nek. E’ andata dove? In America, oggi si usa, ci vanno tutti, non si sa bene a fare cosa, ma tutti vanno al quel paese. O ci vanno, o ce li mandano. Il guaio è che poi tornano. Sembra che durante il soggiorno americano abbia avuto diversi incontri. Oltre a quelli istituzionali, ha incontrato tanti italiani (poteva incontrarli in Italia, ce ne sono 60 milioni), ha visitato Ellis Island, la porta d’ingresso all’America durante il periodo delle grandi migrazioni del primo Novecento, ha visitato il memoriale dell’11 settembre a Ground Zero dove, ricordando quella immane tragedia,  ha dichiarato che “persero la vita tremila persone provenienti da 90 Paesi diversi…“. Una sconvolgente rivelazione per gli americani che non sapevano di avere avuto tanti morti. Meno male che è andata la Boldrini a dirglielo.

Ma ha avuto anche degli incontri particolarmente fruttuosi  e ricchi di “buone prospettive per il futuro“. Per esempio, riprendiamo dal pezzo sul quotidiano citato: “E anche temi di carattere sociale sono stati al centro degli incontri. Con una tavola rotonda a Washington sulle sfide dell’era digitale, dai diritti delle donne sul web, alla lotta al cyberbullismo.”. Ecco, credo proprio che gli americani aspettassero con ansia i suggerimenti della nostra presidentessa in formato esportazione sulle sfide digitali, i diritti delle donne ed il cyberbullismo. Ora sapranno come regolarsi; i cyberbulli hanno le ore contate.

Fondamentale anche la sua visita “all’Henry Street Settlement, una organizzazione no profit in prima linea nella lotta alla povertà, che si occupa di dare sostegno a decine di migliaia di cittadini a basso reddito.”. In Italia abbiamo la povertà che dilaga ed i pensionati che vanno a racimolare qualcosa fra gli scarti dei mercati ortofrutticoli e  la Boldrini, visto che non riesce a risolvere il problema della povertà in Italia,  va ad occuparsi dei poveri di New York. Ma l’argomento principale della sua visita e dei suoi incontri, è stato il tema a lei tanto caro,  l’immigrazione. E ti pareva che non battesse sul chiodo fisso. Bisognerebbe ricordarle che il presidente della Camera ha il compito istituzionale di presiedere le sedute della Camera e di regolarne i lavori. E non di andare in giro per il mondo ad incontrare italiani all’estero e occuparsi di poveri e migranti. Del resto lei sulla questione della tutela degli immigrati e rifugiati, come portavoce del Commissariato ONU, ci ha campato per anni, con diversi incarichi per conto dell’ONU ed una lauta retribuzione (Boldrini, una vita da regina grazie agli immigrati).

Ecco perché incontrando gli imprenditori e le “eccellenze italiane” in USA ha dichiarato: “La migrazione, quando si tratta di inquadrarla in un contesto più ampio, è una grande opportunità, muoversi è un valore aggiunto, oggi con la globalizzazione si muovono le idee e si muovono gli esseri umani.“. Chiaro? Per lei anche gli imprenditori italiani, che investono grossi capitali e realizzano affari d’oro in USA, grazie alle loro capacità ed al business del Made in Italy, e che fanno la spola, su jet privati, fra i due continenti, sono dei…migranti. Magari sono arrivati a New York andando alla deriva su un vecchio barcone rimediato a Lampedusa. Questa donna è ferma ai primi del ’900, a Santa Lucia luntana, a “Partono ‘e bastimente pe’ terre assaje luntane, cantano a buordo; so napulitane.”.

Questa donna è fuori dal mondo, fuori dalla realtà. Finché resta in Italia, pazienza, ormai la conosciamo e sappiamo come giudicare le sue esternazioni buoniste e terzomondiste: le accettiamo con paziente rassegnazione, come si fa con i bambini e con gli anziani che mostrano  i primi segni di alzheimer. Il guaio è che ora va anche all’estero a boldrinizzare il “Nuovo mondo“. Boldrini, Boldrini, fa bene a tornare subito in Italia, prima che ce la rimandino indietro, come si dice dalle nostre parti…a son’e corru! E ci chiedano anche i danni. “Laura non c’è…”, dicono i commessi alla Camera, “E’ in missione speciale in USA.”. Già, è andata a quel paese.  Il guaio è che poi torna; purtroppo.

Renzi in TV

di , 24 Maggio 2014 13:11

Sulla eccessiva presenza mediatica di Renzi c’è poco da aggiungere. Non solo in questo momento particolare di vigilia elettorale, ma nell’ultimo anno, a partire dalle primarie PD, il nostro Matteo è sempre stato al centro dell’attenzione di stampa, televisione e internet. Sempre in prima pagina su quotidiani e riviste, presente in diretta o con servizi registrati su tutti i canali televisivi dal mattino alla sera. Tutte le sue battute più o meno felici diventano titoli di apertura, le sue slides da mercante “Venghino, siori, venghino…”diventano una geniale invenzione comunicativa, le sue promesse elettorali sono il non plus ultra del programma di governo, i suoi 80 euro diventano un mantra che tutte le sue ancelle ripetono in televisione fino alla nausea e sembrano la soluzione magica di tutti i problemi degli italiani. Insomma, un genio.

Si potrebbe scrivere a lungo su questo sindaco, arrivato a palazzo Chigi da Firenze,  senza essere votato dai cittadini; direttamente al traguardo senza passare per il via. E’ un perfetto esempio di fenomeno creato dai mass media. L’hanno pompato, sostenuto, pubblicizzato, esaltato, glorificato, attraverso una campagna promozionale assillante e continua. Se avessero dovuto lanciare un nuovo prodotto, un dentifricio o un detersivo, non avrebbero potuto fare di meglio. Renzi è il risultato di questa campagna mediatica basata sulla forza dello sfruttamento scientifico dei mezzi di comunicazione. Dietro il suo successo non ci sono meriti personali straordinari che ne fanno il nuovo Messia al cui confronto tutti gli altri esponenti del PD sono dei novellini apprendisti. Ci sono, piuttosto,  fior fiore di creativi, addetti stampa, collaboratori, finanziatori e gruppi di potere più o meno interessati a portarlo al governo del Paese.  Un presidente del Consiglio nato da un perfetto spot pubblicitario.

La presenza mediatica di Renzi, specie in televisione, viene sintetizzata benissimo oggi da Giannelli con la sua solita vignetta sul Corriere. Eccola…

L’asparago col trucco

di , 18 Maggio 2014 13:52

Ovvero; come fare pubblicità facendo finta di parlare di asparagi. Ieri nella home page del Corriere.it c’era un box in bella evidenza con la foto di asparagi.

Bella immagine, vero? Asparagi di stagione, uova, burro, una spolverata di parmigiano. Mmm…fanno venire l’acquolina in bocca ed il desiderio di assaporarne la morbidezza ed il sapore delicato e inconfondibile.  Si può immaginare che l’articolo parli della bontà e delle proprietà dell’asparago.  O forse ci svela delle nuove ricette per cucinarli ed esaltarne il gusto.  Ma leggendo il pezzo (10 dritte per il mese degli asparagi), si ha la sorpresa di constatare che tutto il lungo articolo sembra solo un pretesto per inserire il nome di una ventina di ristoranti e trattorie, con tanto di link che rimanda ai siti dei locali consigliati. Insomma, vera e propria pubblicità (e nemmeno tanto occulta). Gratuita o in cambio di qualcosa? Misteri ortofrutticoli…

Del resto i quotidiani non sono nuovi a queste forme di pubblicità camuffata da pezzi redazionali. Sembrano innocenti articoli che parlano della bellezza di paesi esotici, di vacanze in località da sogno, di buona cucina, di prodotti caratteristici, di specialità locali. In pratica, però, hanno tutta l’aria di comunicati pubblicitari confezionati da aziende di soggiorno, agenzie turistiche o cooperative agricole o artigianali. E la TV non è certo da meno della carta stampata. Avete mai visto una puntata di “Alle falde del Kilimangiaro” di Licia Colo? O quel programma che va in onda il sabato pomeriggio, “Easy driver“, non ricordo in quale rete RAI, che col pretesto di visitare amene località della penisola, prova  su strada gli ultimissimi modelli di automobili, decantandone le qualità, le prestazioni, gli interni, le rifiniture ed il prezzo? Se quella non è pubblicità, cos’è?

Per non dire che me la prendo sempre col Corriere, ecco un altro perfetto esempio di questo tipo di pubblicità mascherata apparsa qualche tempo fa sul Messaggero di Roma. E’ un articolo dedicato all’amatriciana ed alla sagra che si svolge ad Amatrice. Niente di strano; anzi è del tutto normale dedicare un articolo a questa specialità laziale ed al paese che le dà il nome. La cosa strana è che, all’interno del pezzo, trovano il modo ed il pretesto per inserire il nome di alcuni ristoranti con tanto di indirizzo e perfino del numero di telefono. Ecco il pezzo: “Viva l’amatriciana, il piatto pop della cucina romana”.

P.S.

Domanda: dove si possono acquistare gli asparagi a Milano? Ovvio, penserete voi, in tutti i negozi di frutta e verdura. No, sbagliato, il Corriere vi “consiglia” dove trovare gli asparagi migliori (come se tutti gli altri rivenditori vendessero schifezze). O al mercatino di piazza Ferdinando Martini, oppure, uno a caso…al centro Eataly Smeraldo, appena aperto a Milano. Eataly, Eataly…non è quella catena di centri commerciali di prodotti alimentari di Oscar Farinetti, uno dei sostenitori e finanziatori di Matteo Renzi?  Certo che è lui. Ma guarda che combinazione, che caso. Eccheccasoooo…

Qualcuno potrebbe accusarmi di pignoleria, o di prendermela in particolare nei confronti di certi soggetti (nel caso, il Corriere, il Messaggero, la RAI o Eataly). Ma avete mai visto che un quotidiano nazionale o un TG RAI di prima serata, dedichi un servizio all’apertura di un nuovo centro commerciale? No, non succede mai. Succede, invece (ed è successo) per “Eataly” di Farinetti. E’ successo per l’apertura del centro Eataly  a Roma e, di recente, per l’apertura a Milano. Col pretesto che Eataly contribuisce a valorizzare i prodotti nostrani e l’eccellenza del Made in Italy, gli sono stati dedicati ampi spazi sulla stampa ed in televisione. In pratica, tutta pubblicità gratuita.

Curioso, perché altri marchi commerciali, come Esselunga di Caprotti, non solo non godono di questo trattamento di favore da parte dei media, ma, al contrario, spesso devono combattere anni per poter aprire un centro commerciale (specie se fa concorrenza alla COOP).  Ecco un esempio pratico: “Esselunga e l’ingorgo burocratico; venti ispettori per trenta operai“. Sono trascorsi 13 anni dal momento della proposta di aprire un superstore a Novara alla concessione dell’autorizzazione e l’inizio dei lavori (cominciati a fine 2012). Tempi lunghi? Niente in confronto ai tempi per aprire un centro a Firenze. Caprotti l’aspetta da 40 anni: “Dal ’70 aspettiamo l’autorizzazione”. 

Ma Caprotti non è Farinetti e, soprattutto, non gravita in area sinistra. Ecco perché, forse, ha tentato invano di aprire un centro a Roma: “Siamo un’azienda di qui, una multiprovinciale che neppure riesce ad insediarsi a Genova o a Modena, per non dire di Roma ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco del quale si può dire soltanto che è un po’ «opinionated», afferma Caprotti. E ancora: “…facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali“.

Qualche anno fa Caprotti scrisse un libro “Falce e carrello” per denunciare tutti gli ostacoli incontrati nella sua attività, la posizione dominante della COOP e l’ostruzionismo delle amministrazioni delle regioni rosse all’apertura di centri Esselunga. Com’è finita? E’ stato condannato dal tribunale di Milano per concorrenza sleale (perché col suo libro recava danno all’immagine della COOP) ed ha dovuto pagare un risarcimento di 300.000 euro alla COOP (Vedi “Io e la COOP“).  Il suo libro è stato ritirato dal commercio, col divieto di ristampa (una censura che  nemmeno durante il fascismo). La COOP è come l’alta tensione; chi tocca muore. (Vedi “COOP sarà lei…”).

Ma evidentemente anche le difficoltà burocratiche non sono uguali per tutti. Nemmeno i maiali di Orwell erano tutti uguali. C’è chi trova tutto facile; e gli fanno pure i servizi in televisione e sulla stampa. Solo perché sono più bravi di altri, perché sono fortunati o perché stanno dalla parte giusta? Misteri burocratici. Intanto, giusto per avere un’idea, si può dare uno sguardo ai siti sotto elencati.

- Eataly inaugura a Roma. Il primo di una serie di articoli del Corriere (e di altre testate) dedicati all’Eataly di Roma, specificando il giorno dell’inaugurazione, l’ubicazione e gli orari di apertura.  “In equilibrio tra business e poesia…”, titola il pezzo. Ecco, tutti gli altri sono solo banalissimi centri commerciali, ma Eataly di Farinetti è “poesia“, un’opera d’arte. Qui ci vorrebbero le risate in sottofondo. Ma, purtroppo, c’è poco da ridere, è una cosa seria.

- Eataly Milano, quanto costa farci la spesa . Articolo apparso su Vanity Fair, la rivista prediletta dei radical chic nostrani, i comunisti al cashmere, i rivoluzionari da terrazza romana alla “Grande bellezza“, quelli col cuore (e gli ideali) a sinistra ed il portafoglio a destra; ecco, quelli. Basta dire che ci scrive Gad Lerner; ho detto tutto. Se prima ci è venuto da ridere per la definizione di “poesia” dell’Eataly romano, leggendo questo articolo ci si scompiscia dalle risate. Se lo avesse scritto l’ufficio stampa di Farinetti non avrebbe saputo fare di meglio. E’ tutto un elogio sperticato, una lode, un’esaltazione, una glorificazione dell’Eataly di Milano, dei locali, dei prodotti esposti, della cucina e del prezzo. Sarà un articolo onesto, oppure c’è il sospetto che sia una smaccata operazione di marketing ad opera di giornalisti compiacenti? Buona la seconda.

- La Guida Espresso inserisce il ristorante Alice. La “Guida dei ristoranti d’Italia” viene pubblicata dal gruppo editoriale Espresso-Repubblica di Carlo De Benedetti (tessera numero 1 del PD). La Guida 2014 è stata presentata ad ottobre 2013 a Firenze, alla Leopolda (ricordate l’evento di cui si parlava per giorni e giorni su stampa e TV?), con l’introduzione di…Matteo Renzi (ma guarda che combinazione!).   Vedi qui “Guida ristoranti Espresso“. Nella guida compare anche il ristorante “Alice” che si trova all’interno del centro Eataly di Milano. Piccolo particolare; l’Eataly di Milano (e, quindi, il ristorante Alice) è stato inaugurato solo di recente, il 18 marzo 2014 (Eataly, inaugurazione e 5 giorni di festa). Ovvero, 5 mesi dopo la pubblicazione della Guida. Ma allora come faceva L’Espresso a visitare, giudicare e assegnare il punteggio ad un ristorante che non c’era ancora? Mistero (forse se ne occuperà Giacobbo in una puntata speciale di “Voyager“). Ma quando ci sono in ballo gli amichetti, i compagnucci della parrocchietta, i finanziatori elettorali, gli editori di sinistra e i giornalisti compiacenti, tutto è possibile; anche recensire un ristorante che non esiste.

- Nella Guida Espresso il ristorante che non c’è. Altro articolo che critica la Guida Espresso per lo strano caso del ristorante che non c’è.

Così va il mondo, fra asparagi di stagione, ristoranti fantasma, media compiacenti ed amicizie giuste. E poi c’è ancora chi crede alla stampa libera, ai proclami politici ed a quelli che “Noi siamo persone perbene…abbiamo le mani pulite…“. Questi se la suonano e se la cantano. E sotto sotto fanno affari, alla faccia dell’ideologia e di chi ci crede.

Il patron Farinetti all’inaugurazione di Eataly Smeraldo di Milano

Indovina chi è

di , 13 Maggio 2014 08:39

Quando s’installò a palazzo Chigi, in piazza Colonna, (…) aveva trentanove anni. Mai l’Italia aveva avuto un presidente del Consiglio più giovane, più dinamico, più volitivo, più pittoresco, più ambizioso, più magnetico e imprevedibile. Ogni sua mossa era una sorpresa, ogni suo gesto lasciava il segno, ogni sua parola era un proclama, ogni suo silenzio un problema.”.

Chi è il personaggio in questione? La descrizione è così chiara che non lascia adito a dubbi. Non può che essere lui, Matteo Renzi.  Arriva a palazzo Chigi a 39 anni, è ambizioso, volitivo, dinamico. Alle sei del mattino è già in piedi, al lavoro, lancia messaggi su Twitter e convoca le riunioni della segreteria PD alle 7 del mattino. Riesce ad essere ovunque, a Parigi, Berlino,  Londra, dalle scuole del Friuli a quelle della Sicilia, dal Parlamento a tutti i canali televisivi a reti unificate, ad ogni ora; se non lo avesse bloccato la par condicio sarebbe andato ad Amici dalla De Filippi e sarebbe sceso in campo a giocare la partita del cuore. Pare che si stia preparando per leggere le previsioni del tempo, l’estrazione del lotto e per andare a cucinare la ribollita toscana alla Prova del cuoco della Clerici. Usa un linguaggio molto pittoresco con discorsi ufficiali infarciti di slides, “Venghino, siori, venghino…” (in perfetto stile imbonitore da fiera paesana), e offerte speciali di auto blu usate (più che un premier, ricorda i televenditori di pentole e materassi nelle TV commerciali). I  ”proclami“, poi, sono il suo pane quotidiano: dalla volontà di “rottamare” tutto e tutti alla promessa di far cambiare verso all’Italia; non passa giorno che non annunci una nuova riforma epocale.  Troppo facile, quindi, indovinare il nome del personaggio; vero? Attenti, però, perché spesso l’apparenza inganna. E non sempre la prima impressione è quella giusta. Infatti, sembra il ritratto perfetto di Matteo Renzi, invece, nel brano originale, al posto dei puntini fra parentesi  il nome non è Renzi, ma…Mussolini!

E’ l’incipit del capitolo “Benito premier“, pag. 28, dall’ultimo libro di Roberto Gervaso “Lo stivale zoppo“. Eppure tutte le caratteristiche del personaggio si adattano perfettamente sia a Mussolini che a Renzi. Sarà un caso? Pura coincidenza? Oppure…

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

#matteostaicalmo

di , 26 Febbraio 2014 14:50

Diffidate dei mattinieri fanatici e degli iperattivi cronici, possono rovinarvi la vita. Sono quelli che si alzano quando è ancora buio pesto; più che alle prime luci dell’alba, all’ultimo buio della notte. Come un novello Demiurgo, il mattiniero iperattivo si sente pervaso dallo spirito divino, investito di una missione speciale; mettere ordine nel caos dell’universo, cambiare il mondo e farlo a sua immagine e somiglianza. Nella sua fervida mente creativa sogna di riscrivere la Bibbia e sostituire Yahweh con il proprio nome. Se avete un dirigente di quel tipo correte il rischio di fare la fine di Fantozzi e colleghi, obbligati dal capo mattiniero, iperattivo e fanatico dello sport, a sottoporvi a estenuanti gare di atletica, ciclismo e canottaggio.

Matteo Renzi è un tipico rappresentante di questa specie umana. Il giorno dopo la sua elezione a segretario del PD, convoca la usa prima riunione di segreteria a Roma; alle 7.30 del mattino. Quasi un insulto alle proverbiale pigrizia, pacatezza e indolenza dei romani,  al cui confronto i flemmatici inglesi sembrano in preda al ballo di San Vito. I piccioni ed i passeri, appena svegliati, si stropicciavano gli occhi con le alucce, osservando questi personaggi che al buio, come antichi carbonari, percorrevano a passo svelto le vie ed i vicoli di Roma, e si chiedevano increduli: “M chi sono questi matti che vanno in giro a quest’ora?”. Erano i congiurati…pardon, i fedelissimi renziani che si affrettavano verso la sede del PD.

Ancora ieri il nostro Matteo “sempre in piedi” come Ercolino, in attesa di affrontare la Camera, dopo aver incassato la fiducia al Senato, non resisteva alla tentazione di comunicare al mondo che era già sveglio, in piedi e pronto ad affrontare la nuova fatica. E lancia il suo primo Tweet della giornataOk il Senato, adesso la Camera. Poi si inizia a lavorare sul serio“: alle 7 del mattino. Ha fretta di mostrare al mondo tutta la sua carica innovatrice.  Vuole cambiare il mondo ed è convinto di riuscire a farlo in brevissimo tempo (una riforma al mese, dice). Ecco perché, sia al senato che alla Camera, ha dimostrato tanta sicurezza che sfiora la spavalderia, la sfrontatezza. quasi un atteggiamento provocatorio, con le mani in tasca, da smargiasso, da bulletto di periferia.

 Sarà dura per i componenti del suo governo stargli appresso con questi orari e questi ritmi. I primi segnali non sono proprio rassicuranti, Ieri alla Camera si è presentato tenendo bene in mostra sul tavolo un libro dello scrittore giapponese MurakamiL’arte di correre“:  tutto un programma. Temo che i suoi collaboratori, siano della segreteria o del governo,  faranno la fine di Fantozzi. Immagino già i suoi ministri, compreso l’anziano Padoan e la Madia col pancione, in tuta tricolore (con tanto di griffe ”Presidenza del Consiglio“), alle 7 del mattino fare jogging a Villa Borghese.

Siamo passati dal premier Letta, impassibile, “Faccia da zen“, lento, compassato e con l’aria quasi assente da asceta ad un premier così mattiniero che quando si alza lui il gallo ancora dorme e che alle 7 del mattino già cinguetta a tutto spiano svegliando i passeri che sonnecchiano sui platani del Lungotevere. Bisognerebbe suggerire al nostro iperattivo Matteo di darsi una calmata. Anche le ultime ricerche scientifiche dicono che oggi si dorme sempre meno e che sarebbe più salutare dormire almeno un’ora in più: specie i ragazzi che, a causa del poco sonno, soffrono di stanchezza e difficoltà di concentrazione a scapito del rendimento scolastico. Altro che svegliarsi col gallo, forse dormire un’ora in più e stare più calmi sarebbe meglio per tutti. A lui che ama tweettare (Il suo “#enrico stai sereno” passerà alla storia come simbolo dei voltagabbana,  dell’inaffidabilità e del  tradimento; come il bacio di Giuda), bisognerebbe lanciare un nuovo hashtag: “#matteostaicalmo“, nell’interesse suo e nostro.

A proposito di quelli che vogliono cambiare il mondo, vedi “Ma ci conviene cambiare il mondo?“.

Il Bomba a palazzo

di , 17 Febbraio 2014 12:38

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.  Fra i tanti commenti in rete, riportati oggi dall’ANSA (Renzi premier, tutta l’ironia social), quello di Antonello Piroso conferma quanto detto sulle “sparate” renziane e solleva molti dubbi sull’affidabilità futura di questo leader per caso.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

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