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Narcisismo intellettuale

di , 27 Settembre 2017 12:25

Certi scrittori e intellettuali di professione sembrano scrivere per se stessi o per una ristretta cerchia di appassionati lettori e bibliofili. Lo si capisce dal linguaggio eccessivamente ricercato, forbito, inutilmente aulico, dall’uso di termini desueti o scientifici, dalle frequenti citazioni letterarie  usate come sigillo e marchio di qualità del proprio lavoro.  Non gli interessa tanto comunicare il sapere e la conoscenza, quanto il mostrare ai lettori quanto essi siano preparati, colti, enciclopedici. La ragione di ciò è il narcisismo, caratteristica comune ai personaggi dello spettacolo e buona parte di quelli della cultura in genere. Hanno un costante bisogno di autocelebrarsi, riaffermare la propria presenza nel mondo, elevarsi su un piedistallo, a debita distanza dai comuni mortali,  e promuovere la propria immagine, sentendosi costantemente in cattedra.

In tal modo la cultura diventa spesso un’arena in cui combattono i nostri gladiatori letterari, a colpi di romanzi, saggi, racconti, pamphlet, poesie, recensioni, editoriali, esegesi. E per dimostrare che essi sono in possesso di una conoscenza superiore, sconosciuta al popolino ignorante,  amano citare lavori altrui, autori più o meno celebri, opere note e meno note, scritti quasi sconosciuti, antichi manoscritti in aramaico, frammenti in caratteri cuneiformi da tavolette sumeriche. E’ un trionfo di autoesaltazione individuale e collettiva, il passatempo preferito da certi intellettuali, il solito giochino del “citarsi addosso” autoreferenziale e finalizzato ad appagare ed accrescere  ancor più un Io ipertrofico ed alimentare la  propria autostima.

Così, grazie all’astrusità dei loro scritti, raramente riescono a farsi leggere. Ancor meno riescono a farsi capire. E viene meno quello che dovrebbe essere lo scopo della cultura; l’accrescimento delle proprie conoscenze e la conseguente divulgazione del sapere, al fine di elevare il grado di cultura generale della comunità di appartenenza. La cultura resta, quindi, isolata e racchiusa nell’ambito accademico o nel ristretto giro di specialisti, appassionati e cultori di conoscenze elitarie e quasi esoteriche, a beneficio di pochi eletti che si crogiolano nella propria autostima o nel reciproco scambio di lodi, premi e riconoscimenti. Così gli intellettuali restano beatamente colti ed il popolo resta beatamente ignorante. Con buona pace di tutti.

Diceva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale molti rispondono senza essere chiamati“.

Aggiungo io: “Molto spesso gli artisti maledetti sono solo maledetti. Più che altro sfigati.”

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

                                                             (“Eco e Narciso” –  John W. Waterhouse)

Vedi: Blob e Arbasino (http://torredibabele.blog.tiscali.it/2014/12/12/blob-e-arbasino/)

P-S.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed auto compiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Jazz e casu marzu

di , 25 Luglio 2016 22:18

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita. In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino con Mameli che sfoglia i quotidiani. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il ”disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato. Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per letteratura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“. Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a Shakespeare e melone. Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza. Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.  Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  ”Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

- 12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

- Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

Romanzi e polli

di , 8 Gennaio 2016 17:05

Nutro una certa diffidenza nei confronti di coloro che scrivono romanzi. Non tanto dei grandi romanzieri del passato (avevano una loro funzione che non stiamo qui ad analizzare), quanto di quei narratori moderni (specie americani) che negli ultimi decenni inondano le librerie di mostruosi polpettoni illeggibili. Spiegarne le cause sarebbe lungo e del tutto inutile; anche perché c’è libertà di scelta, molti apprezzano il genere ed ognuno è libero di torturarsi come più gli aggrada. Credo che, per riprendere una celebre battuta di Strauss su Schoenberg, molti romanzieri farebbero meglio a “spalare neve” o tornare a zappare la terra. Opinione del tutto personale, ma della quale sono sempre più convinto. Nella vita si possono scrivere romanzi e poesie, oppure piantare ulivi o allevare polli. La differenza è che ulivi e polli hanno una loro intrinseca utilità.

Spesso l’opera dello scrittore è solo l’appagamento del proprio egocentrismo ipertrofico, narcisismo patologico ed esibizionismo intellettuale. Il tutto spacciato come estro creativo e passione artistica; specie quando se ne ricava un proficuo tornaconto economico per sé e per l’editore. Ricordo una battuta di Sean Penn, protagonista del film “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Mi è rimasta nella mente perché molto sinteticamente esprime un concetto che è emblematico della società moderna. Dice: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti, filosofi, poeti o romanzieri; anche Snoopy e…Fabio Volo.

Narcisismo intellettuale

di , 24 Febbraio 2015 20:21

Certi scrittori e intellettuali di professione sembrano scrivere per se stessi o per una ristretta cerchia di appassionati lettori e bibliofili. Lo si capisce dal linguaggio eccessivamente ricercato, forbito, inutilmente aulico, dall’uso di termini desueti o scientifici, dalle frequenti citazioni letterarie  usate come sigillo e marchio di qualità del proprio lavoro.  Non gli interessa tanto comunicare il sapere e la conoscenza, quanto il mostrare ai lettori quanto essi siano preparati, colti, enciclopedici. La ragione di ciò è il narcisismo, caratteristica comune ai personaggi dello spettacolo e buona parte di quelli della cultura in genere. Hanno un costante bisogno di autocelebrarsi, riaffermare la propria presenza nel mondo, elevarsi su un piedistallo, a debita distanza dai comuni mortali,  e promuovere la propria immagine, sentendosi costantemente in cattedra.

In tal modo la cultura diventa spesso un’arena in cui combattono i nostri gladiatori letterari, a colpi di romanzi, saggi, racconti, pamphlet, poesie, recensioni, editoriali, esegesi. E per dimostrare che essi sono in possesso di una conoscenza superiore, sconosciuta al popolino ignorante,  amano citare lavori altrui, autori più o meno celebri, opere note e meno note, scritti quasi sconosciuti, antichi manoscritti in aramaico, frammenti in caratteri cuneiformi da tavolette sumeriche. E’ un trionfo di autoesaltazione individuale e collettiva, il passatempo preferito da certi intellettuali, il solito giochino del “citarsi addosso” autoreferenziale e finalizzato ad appagare ed accrescere  ancor più un Io ipertrofico ed alimentare la  propria autostima.

Così, grazie all’astrusità dei loro scritti, raramente riescono a farsi leggere. Ancor meno riescono a farsi capire. E viene meno quello che dovrebbe essere lo scopo della cultura; l’accrescimento delle proprie conoscenze e la conseguente divulgazione del sapere, al fine di elevare il grado di cultura generale della comunità di appartenenza. La cultura resta, quindi, isolata e racchiusa nell’ambito accademico o nel ristretto giro di specialisti, appassionati e cultori di conoscenze elitarie e quasi esoteriche, a beneficio di pochi eletti che si crogiolano nella propria autostima o nel reciproco scambio di lodi, premi e riconoscimenti. Così gli intellettuali restano beatamente colti ed il popolo resta beatamente ignorante. Con buona pace di tutti.

Diceva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale molti rispondono senza essere chiamati“.

Aggiungo io: “Molto spesso gli artisti maledetti sono solo maledetti. Più che altro sfigati.”

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

                                                  (“Eco e Narciso” –  John W. Waterhouse)

Blob e Arbasino

di , 12 Dicembre 2014 13:39

Blob è un programma televisivo (RAI3) nel quale vengono assemblati, apparentemente in maniera casuale e con intento ironico e satirico, immagini, suoni, scene varie tratte da spettacoli, cronaca, politica. Tanto che ormai il termine Blob è sinonimo di accostamento casuale di vari elementi non necessariamente legati fra loro da un nesso logico. Il nome dovrebbe riferirsi al titolo di un vecchio film del 1958 “Blob, fluido mortale” in cui si narra di una massa informe e gelatinosa,  proveniente dallo spazio, che avvolge e distrugge tutto ciò che incontra.

La chiave di lettura del programma è in relazione al livello culturale dei telespettatori. Se, oltre ad una buona cultura generale, seguite la televisione, la stampa e  siete aggiornati sui fatti di cronaca, politica, spettacolo, gossip, vi è abbastanza facile capire il significato delle immagini e, magari, apprezzarne lo spirito critico, talvolta sarcastico e dissacratorio costituito da una serie di “citazioni” e riferimenti. Altrimenti può essere difficile, se non impossibile, capire lo spirito di Blob. La sua forza è nell’uso delle immagini e nella loro collocazione in una sequenza quasi nevrotica. Lo stesso programma, se invece di essere fatto con le immagini, fosse raccontato in forma scritta, non avrebbe la stessa carica, né lo stesso impatto. La sua ragion d’essere è l’immediato accostamento operato dalla mente di chi guarda fra le immagini in successione.

La godibilità del programma è, dunque, quella di saper cogliere l’essenza di ogni “citazione”, metterla in relazione al contesto e cercare di ricavarne il significato. Ovvio che questa operazione mentale è possibile solo se lo spettatore conosce e “riconosce” l’immagine presentata e la “citazione“. Altrimenti è come leggere poesie cinesi ad un analfabeta. Lo stesso criterio (e la stessa difficoltà di interpretazione), tuttavia, è valido anche per un testo scritto nel quale si faccia eccessivo ricorso a citazioni che presuppongono conoscenze specifiche su vari argomenti, dalla storia alla musica, dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla filosofia  o quando si faccia ricorso ad un vocabolario troppo ricercato, arcaico, aulico, in disuso e, di fatto, quasi incomprensibile in tempi di comunicazione veloce basata su un linguaggio ibrido anglo-italiano, messaggini, sms, Twitter, espressioni gergali e codici comunicativi in uso in ambiti ristretti. Insomma, se non conosci il codice comunicativo in uso in un dato momento ed in un certo luogo, sei fuori gioco, tagliato fuori, isolato, emarginato.

Ed arriviamo ad Alberto Arbasino, scrittore e giornalista, intellettuale di primo piano nel panorama letterario e firma di prestigio del nostro Corrierone nazionale. Qualche giorno fa sul Corriere.it, c’era un suo articolo (“L’eterna sfida tra giovani e anziani“). Immagino che un lettore normale legga il pezzo con qualche perplessità e, quando arriva alla fine, si chieda “Ma che vuol dire?”. E  viene in mente Blob! La sua scrittura è una specie di assemblaggio di pensieri, citazioni, immagini, affermazioni, messi in una successione quasi casuale, pletorica, ridondante, come una serie di scatole cinesi, di matrioske culturali; un esercizio di alto equilibrismo letterario, senza rete.

Ecco, Arbasino è una versione scritta di Blob. E’ un Blob letterario autoreferenziale che, per usare una vecchia espressione di Woody Allen, ama “citarsi addosso“. Chi conosce molto bene Arbasino (la sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze artistiche, gastronomiche, musicali, le sue amicizie e frequentazioni etc…) riesce a seguire le sue evoluzioni narrative. Altrimenti si ha qualche difficoltà a capirne il senso e  sembra di trovarsi davanti ad una presenza aliena scesa dallo spazio che minaccia i lettori incauti, come un terrificante Blob.

Ma è pur sempre un “venerato maestro“. Tanto è vero che lo scomparso Edmondo Berselli, qualche anno fa nel suo libro “Venerati maestri“, dedicò al nostro  autore ben due capitoli, soffermandosi proprio sullo stile particolare di Arbasino e ipotizzando, ironicamente, che la difficoltà di lettura sia dovuta non al suo stile, ma all’ignoranza del popolo.  Scrive Berselli: “Il pubblico è diventato così ignorante, ma così ignorante, che le fertili invenzioni stilistiche, i bon mot, gli ammicchi, le citazioni, “l’attrezzeria” di Arbasino risultano largamente incomprensibili non solo al popolo, ma anche a certi scrittori.“.

Visto che il nostro autore risulta spesso incomprensibile, si potrebbe pensare che sia un genio, visto che è risaputo che i geni, di solito, sono incompresi. Ma bisogna fare attenzione perché se è vero che i geni sono incompresi, non significa che tutti gli incompresi siano dei geni. Spesso sono solo incapaci di esprimersi chiaramente. Così come non tutti i “poeti maledetti” sono poeti. Spesso sono solo maledetti: più che altro…sfigati.

Arte e autoerotismo

di , 5 Marzo 2014 14:43

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2″ di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

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Necessario e superfluo.

di , 27 Dicembre 2010 20:52

Quand’ero bambino, c’erano ancora in giro i fabbri ferrai, e non ho mai dimenticato il suono di un martello vero su un’incudine vera,” E’ una frase tratta dall’epistolario di Saul Bellow, recentemente pubblicato in America ed in Inghilterra, ed indirizzata a Philip Roth, confermandogli la stima e l’apprezzamento e l’aver individuato in lui da  subito, fin dal primo romanzo, il talento del vero scrittore, per distinguerlo dai mestieranti con i quali Bellow non era molto tenero. La metafora, però, la si può estendere al di là dell’ambito letterario, ed applicarla anche ad altri campi dell’attività umana. Chi, da bambino, ha imparato a distinguere le cose vere dalle imitazioni, i veri valori dai falsi miti, le cose importanti dal superfluo, la moneta buona dalle patacche, difficilmente si lascerà ingannare in futuro.

Per una strana coincidenza, proprio ieri sera leggevo “La dama di picche” di Pushkin e mi ha colpito una frase pronunciata da uno dei personaggi del racconto, Ghermann, ufficiale del genio, il quale assiste sempre con molto interesse alle lunghe partite a carte fra i suoi colleghi ufficiali, senza però mai lasciarsi coinvolgere nel gioco; non ha mai preso in mano delle carte. E per giustificare questa sua stranezza, risponde così agli amici: “Il gioco m’interessa molto, ma io non sono in grado di sacrificare il necessario nella speranza di vincere il superfluo.”. Questa frase e quella di Bellow si integrano perfettamente. Sono concetti complementari: Il martello e l’incudine di Bellow e la netta separazione fra il necessario ed il superfluo di Ghermann sono facce della stessa medaglia. Ed entrambi sono fondamentali: il riconoscere il suono di una martello vero da quello falso ed il saper distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo. E sono ciò di cui sono convinto e che ripeto spesso.

Oggi, forse, sono in pochi a ricordare il suono di un martello su un’incudine. Così come non ricordiamo moltissime altre cose che, solo fino a circa 50 anni fa, facevano parte del vivere quotidiano. Abbiamo commesso un delitto orrendo contro l’umanità. Abbiamo gettato a mare conoscenze frutto di secoli di esperienza, di generazioni, un patrimonio impagabile. Lo abbiamo gettato via in nome del progresso, della tecnologia. E non lo ritroveremo più. Ma abbiamo, soprattutto, dimenticato le cose vere, le cose davvero importanti, i valori fondamentali che hanno regolato per secoli il vivere civile. Non sappiamo più distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo.

Siamo stati plagiati dai media e dalla ossessiva pubblicità che persegue due scopi: creare costantemente nuovi bisogni, soddisfare quei bisogni con l’offerta di nuovi prodotti industriali. L’aspetto più grave e subdolo di questa operazione economica, con forti ricadute sullo stile di vita e sui rapporti sociali, è che abbiamo finito per non poter più fare a meno di certi prodotti; il superfluo è diventato necessario. E poiché non abbiamo inparato a riconoscere il suono di un “martello vero“, o lo abbiamo dimenticato, ci lasciamo facilmente abbindolare da qualsiasi novello Dulcamara ci proponga il suo miracoloso “specifico“, buono per tutti i mali, dai calli al mal d’amore. Finiremo tragicamente per seguire fino all’autodistruzione i tanti pifferai magici che ci ammaliano quotidianamente, perché ormai non sappiamo più nemmeno riconoscere i pifferi falsi.

Oggi, Ghermann non potrebbe più pronunciare quella frase, perché non sarebbe molto chiaro cosa sia necessario e cosa superfluo. Questa confusione di valori è alla base di gran parte della crisi del mondo occidentale. Non solo non si riconosce più il suono di un martello vero su un’incudine vera, ma probabilmente non si sa più nemmeno cosa sia un’incudine. Ho scritto spesso di questo scempio culturale e sociale, perché lo considero un vero e proprio crimine contro l’umanità. Forse non ne abbiamo ancora capito e valutato la portata, ma lo scopriremo presto, appena passata la sbornia tecnologica. E’ ciò che dicevo anche in un vecchio post di circa due anni fa, questo: “Il cappellino di Lianne“.

 

Fitzgerald ed il Crollo.

di , 10 Maggio 2010 14:55

Il coraggio di raccontare la fine del proprio talento“, è il titolo di un breve articolo di Solinas sulla parabola esistenziale ed artistica dell’autore del Grande Gatsby.

Gli anni Trenta sembrarono a Francis Scott Fitzgerald un incubo, e un sogno il decennio che li aveva preceduti. Eppure, se qualcuno gli avesse suggerito di invertire i termini e di vedere nero lì dove la vita appariva in rosa, non sarebbe poi andato così lontano dal vero e questo, dentro di sé, lo Scott lo sapeva.

All’inizio c’era stato un talento naturale messo al servizio del successo e non della scrittura. Grazie a esso aveva avuto l’amore, la più bella, la più bionda, fra le ragazze della sua generazione, la gloria e i soldi, tutte cose a cui non era abituato né era stato preparato, e che si era lasciato scivolare fra le mani, illudendosi di poterle ogni volta riacchiappare. Nel tempo tutto era divenuto come lo spettacolo di un prestigiatore, sempre più costretto a improvvisare perché, d’improvviso, scompariva questo o quell’attrezzo del mestiere. Perché ci sia l’amore si deve essere innamorati, ma non della cosa in sé, dell’idea: a Zelda, la più bella, la più bionda, non bastava essere la moglie di Scott, la sua eroina oppure la sua musa: adorata, certo, ma come un’immagine sacra. Zelda voleva essere Scott, carne della stessa carne, e che Scott divenisse Zelda: non uno scrittore e sua moglie, ma un animale mitologico che fosse scrittore senza scrivere, soltanto vivendo. La solitudine della scrittura di lui era per lei un controsenso. Erano loro il romanzo. Prosegui la lettura 'Fitzgerald ed il Crollo.'»

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