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Gravi lacune

di , 6 Agosto 2017 06:01

Sono molte le cose che non ho mai capito. Non ho mai capito i balletti di Don Lurio; ma anche quelli delle gemelle Kessler, di Raffaella Carrà, Heather Parisi, Lorella Cuccarini. Non ho mai capito neppure i balletti di Gene Kelly, il Tip tap di Fred Astaire o la Street dance. Insomma, non ho mai capito i balletti; chiunque li faccia. Non ho mai capito chi porta gli occhiali neri a mezzanotte o li porta sulla testa come fermacapelli (anche quando i capelli non ci sono), o tiene le stanghette in bocca. Non ho mai capito i berrettini con la visiera rivolta all’indietro sulla nuca. Non ho mai capito gli strombazzamenti delle auto nei cortei nuziali, né gli applausi ai funerali.  Non ho mai capito l’utilità di attraversare l’oceano o il deserto in solitaria. Non ho mai capito la musica dodecafonica e nemmeno il rap. Non ho mai capito i tagli di Fontana o i sacchi di Burri. Non ho mai capito il minuto di silenzio: a cosa pensa la gente durante quel silenzio?

Non ho mai capito chi salta in alto, in lungo e in largo in uno stadio o lancia pesi, dischi e giavellotti (Mondiali di atletica: Bolt battuto da Gatlin). E soprattutto non ho mai capito l’utilità pratica di correre i 100 metri in meno di 10 secondi. Per fortuna sembra che questa carenza non sia preoccupante. Mi dicono che si può sopravvivere e condurre una vita normale anche con queste gravissime lacune. Anche perché nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere romanzi e poesie o fingersi artisti: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati” (Leo Longanesi). Si possono scalare montagne, attraversare deserti e pensare che correre e saltare sia una professione seria. Oppure si possono piantare ulivi o coltivare grano e patate. La differenza è che ulivi, grano e patate hanno una loro reale intrinseca utilità.

Simil-arte

di , 20 Novembre 2016 21:49

Anche l’arte è taroccata: niente di nuovo, è risaputo. Sembra arte, ma è come la pelle di certe poltrone: sembra pelle, ma è plastica similpelle. Oggi gran parte della produzione artistica è di questo tipo; non è quello che sembra. Però tira, è trend, ha un suo mercato di appassionati e cultori e, quindi, ne produciamo in quantità industriale. Non solo la produciamo, ma abbiamo anche il coraggio di esportarla: “Personale a Brasilia“. Una sessantina di opere in esposizione; una mostra organizzata al Museu Nacional do Conjunto Nacional da República dall’Ambasciata italiana in Brasile e dall’Istituto italiano di cultura di San Paolo. Insomma, roba seria. Me cojoni!

In questa foto vediamo alcune delle opere esposte. Niente di particolarmente sconvolgente; siamo abituati a ciò che produce l’arte contemporanea. Però viene da ridere a pensare che questa roba venga scambiata per arte e venga esposta in un museo a spese dell’ambasciata italiana (ovvero, a spese nostre). Diceva il protagonista di “This must be the place“: “Oggi nessuno lavora più; fanno tutti qualcosa di artistico“. Ed il nostro Leo Longanesi, ancora più chiaro: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati”. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma la perla di questa mostra non è tanto l’opera di Garau, che magari è in buona fede (se la gente apprezza, buon per lui), ma la recensione di Lóránd Hegyi che è “critico d’arte e direttore del Museo di Arte Moderna di Saint-Étienne, in Francia” (Ri – me cojoni!); un autentico capolavoro di espressione del vuoto cosmico. Dice: “Garau crea spazi di strutture che si scuotono con movimenti che ricordano forti venti, terremoti o formazioni architettoniche, e che, per contenere chiarezza e obiettività geometrica, si relazionano con il gioco delle emozioni in una frenesia che può essere perturbatrice, incosciente e irrazionale.”. Se ad una prima lettura il senso non è chiaro, rileggete con calma, pensateci e poi ditemi: cosa vuol dire?

Roba da scompisciarsi dalle risate. Questa recensione di Hegyi bisognerebbe studiarla nei corsi di scrittura, giornalismo, critica d’arte, come fulgido esempio di come si possa esprimere il vuoto spacciandolo per pieno. Eppure c’è gente che su queste mistificazioni artistiche e letterarie ci campa: pseudo artisti, galleristi, critici e direttori di musei d’arte moderna (specie francesi della zona di Saint-Étienne). Il guaio è che lo fanno a spese nostre. Ma se siamo così idioti da accettare queste sconcezze come arte, ci meritiamo anche di peggio. Approfittatene finché dura e finché non arriverà un bambino ad esclamare con stupore: “Il re è nudo”.

Gnocche di rappresentanza

di , 9 Settembre 2015 08:08

Forza Italia cerca volti nuovi per la TV.  Ma non si tratta di un cast per una nuova fiction sponsorizzata dal partito di Berlusconi. Cercano persone che rappresentino il partito nei dibattiti televisivi. A quanto pare Berlusconi si è stancato di vedere sempre le stesse facce in Tv, gli stessi personaggi che da anni passano su tutti i canali televisivi e ripetono le stesse stanche, scontate e inutili litanie.

Così ha deciso di cambiare l’immagine pubblica di Forza Italia ed ha assegnato  ad un esperto di comunicazione l’incarico di cercare nuovi personaggi ai quali affidare il rilancio del partito ultimamente in grave crisi di consensi. E’ la conferma di ciò che è chiaro da anni: oggi ciò che conta non è la realtà, ma la sua rappresentazione mediatica. In politica, che sfrutta al massimo le regole della comunicazione, non contano i programmi, le idee, le proposte; contano i volti dei personaggi che rappresentano il partito. Ecco perché tutti, destra e sinistra, scelgono accuratamente i volti da mostrare al pubblico. L’immagine è fondamentale. Decenni fa Leo Longanesi, guardando le facce di quelli che propagandavano idee rivoluzionarie e dittature proletarie,  diceva “Quello che mi preoccupa non sono tanto le loro idee, quanto le facce che rappresentano quelle idee“.

Si diceva che Berlusconi scegliesse collaboratrici e ministre non per la loro bravura e preparazione, ma per la loro avvenenza fisica. Ma i suoi avversari del PD non sono certo da meno. Basta pensare ad Alessandra Moretti che, per un certo periodo,  fu la portavoce di Bersani, stazionava negli studi televisivi, ovunque ci fosse un dibattito, era l’immagine del PD, della segreteria, della linea bersaniana, e rappresentava il nuovo, il cambiamento, la faccia giovane, pulita, carina e simpatica del partito. Un altro volto nuovo fu  Debora Serracchiani, scelta dall’allora segretario Franceschini come giovane emergente e diventata di colpo assidua frequentatrice dei salotti televisivi, dove è tuttora presente quasi quotidianamente, dopo opportuna operazione di riposizionamento e conversione improvvisa e miracolosa  al renzismo imperante.

Cambiata aria e segretario, sono cambiati anche i volti di rappresentanza e le stesse Moretti e Serracchiani si sono affrettata ad unirsi  alla schiera dei sostenitori del rottamatore  Renzi (in politica la coerenza è un difetto gravissimo, letale: adeguarsi o morire). Con il nuovo segretario  pian piano sono quasi scomparsi dal video i volti del vecchio regime, (Fassino, D’Alema, Veltroni, Rosi Bindi), sostituiti da volti nuovi, giovani, gradevoli, fotogenici, femminili e di bell’aspetto, come le ministre Boschi e Madia. Insomma, oggi per  fare strada in politica non bisogna avere particolari capacità, bisogna essere giovani e di “bella presenza“, come si richiedeva una volta alle commesse dei Grandi magazzini (Ecco perché oggi è difficile distinguere una ministra da una commessa). Se poi alla bella presenza si unisce anche una parlantina sciolta, la faccia di bronzo nel raccontare balle spacciandole per verità e l’assoluta fedeltà al capo, allora è il massimo.

Anche Berlusconi, quindi, ha deciso di rinnovarsi, come riferisce Libero “Caccia ai volti nuovi per la TV“. Il primo volto nuovo dovrebbe essere quello di Thérèse Salemi, originaria di Capoverde e “fashion blogger“, che vediamo nella foto in alto (forse è il suo “santino” elettorale) che ce la mostra in tutta la sua eleganza, sobrietà e castigatezza.  Da dove arriva e quali particolari meriti ha per  farsi strada in politica? Leggete qui, nell’intervista al Corriere come, da un giorno all’altro, si ha successo e si può fare carriera politica: “Thérèse, volto nuovo di Forza Italia“.

Certo, vista così, sembrerebbe che Berlusconi, più che cercare volti nuovi, stia cercando nuove gnocche per sostituire quelle vecchie usurate dal tempo e dalla eccessiva esposizione alle forti luci degli studi televisivi. Ma, siano volti o siano gnocche seminude, non fa molta differenza. A guardare le facce dei politici che ogni giorno sproloquiano in televisione a reti unificate e raccontano balle sesquipedali, senza nemmeno vergognarsi, è difficile distinguere e identificare esattamente le parti anatomiche dei personaggi, visto che hanno la faccia come il culo. Tanto vale, dirà qualcuno, mostrare direttamente il culo: si fa prima, è più onesto ed è preferibile esteticamente.

Democrazia e pentole

di , 14 Febbraio 2015 09:44

C’è qualcosa di contorto e di aberrante nell’espressione della volontà popolare, e della creazione del consenso, in democrazia. Una volta si pensava che i cittadini scegliessero il partito in base all’ideologia ed  ai programmi. Oggi, in una società dominata, plasmata e plagiata dai media e dalla forza delle immagini, forse conta più la rappresentazione della realtà della realtà stessa, più il simbolo che ciò che rappresenta, più l’immagine pubblicitaria che il prodotto stesso, più lo slogan che il programma, più la forma che l’essenza, più il contenitore del contenuto. Più che il pensiero in sé conta il modo di esprimerlo, la retorica e la capacità dialettica. Più che la testa, e quello che c’è dentro, conta la faccia.  Il guaio è che certe facce sono inguardabili e, purtroppo, spesso sono lo specchio delle loro idee. Diceva Leo Longanesi: “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano quelle idee.”. Così, quando vedi e ascolti certi personaggi della politica, guardi le loro facce e ti viene spontaneo votare per un partito diverso dal loro.

Si ha l’impressione che  talvolta si voti non per approvazione del  messaggio, ma per negazione del messaggero. Guardi la faccia di politici di professione che stanno da una vita  in Parlamento, di certi residuati bellici  sopravvissuti alla prima Repubblica,  li ascolti parlare e, per reazione,  pensi di votare Grillo. Poi guardi le smorfie di Grillo, il suo volto arcigno, i suoi occhi sbarrati in un’espressione tra lo stupito e lo sguardo del comico che ha appena sparato la sua battuta e si aspetta l’applauso del pubblico, ascolti i suoi insulti e le sue minacce e ripieghi su forze moderate, rassicuranti e meno aggressive. Guardi, quindi,  la faccia di Giovanni Toti, di Santanché, di Alfano, di Monti, Casini, li senti parlare e ti cascano le braccia, ti deprimi e preferisci uno pimpante e sicuro di sé come Renzi. Infine guardi Renzi, ascolti il suo eloquio da piazzista “Venghino siori, venghino…”, e ti aspetti che, da un momento all’altro, ti proponga l’acquisto di un set di pentole con asciugacapelli in omaggio. Se si governasse con le parole, le slides, le promesse e gli slogan, il fanfarone toscano di Palazzo Chigi sarebbe il più grande statista della storia. E per reazione, deluso, scoraggiato e rassegnato al destino avverso ed all’inevitabile catastrofe, rinunci a votare. Così la democrazia perde la sua carica vitale e giace agonizzante nel suo letto di ideali traditi. E l’espressione della volontà popolare si tramuta in un voto che non viene espresso per adesione ad una ideologia, un programma, una visione del mondo, ma per istintiva reazione e volontà punitiva “contro” qualcuno.

Ciò che resta oscuro, contorto e subdolo, del meccanismo di creazione del consenso popolare in un sistema democratico è il rapporto esistente fra popolo e governanti. In fondo, il principio base che regola la propaganda politica e la creazione del consenso è lo stesso che regola le televendite televisive di pentole o materassi, che non sono altro che l’evoluzione mediatica di quello che nelle fiere paesane era il rapporto fra piazzisti e  campagnoli ingenui. Ciò che offrono i politici, spacciandolo per soluzione di tutti i problemi del Paese, non è molto diverso dallo specifico spacciato da Dulcamara come rimedio miracoloso per tutti i mali, dalla calvizie  al mal d’amore.  Ma l’imbonitore politico è molto più pericoloso, può creare danni enormi e portare conseguenze irreparabili. Le pentole almeno hanno una loro utilità pratica e, se proprio non ti servono, non le compri.  Lo specifico di Dulcamara non guariva niente, ma era innocuo, non faceva danni. I piazzisti politici, invece, hanno trovato il modo, in nome della democrazia e grazie ai perversi e subdoli meccanismi di creazione del consenso, ed al loro uso spregiudicato, di plagiare le menti ed obbligarvi a comprare prodotti non solo inutili, ma spesso dannosi, camuffati da alti ideali umanitari o da opinabili teorie economiche, convincendovi che ciò che essi offrono è esattamente ciò di cui avete bisogno e quanto di meglio si trova sulla piazza.  Ci ingannano, ci illudono, ci raggirano, lentamente ci avvelenano e li dobbiamo anche pagare a peso d’oro. Meglio i piazzisti e le pentole, fanno meno danni. Meglio l’innocuo specifico di Dulcamara che le slides di Renzi.

MPS, Alitalia: io non c’ero…

di , 4 Febbraio 2013 15:03

Scaricare le proprie responsabilità su altri è una delle nostre specialità nazionali, come la pizza. Lo aveva capito bene anche Leo Longanesi il quale, proprio per evidenziare questa bravura nel cercare sempre giustificazioni e attenuanti a comportamenti scorretti, alle malefatte, agli intrighi, alle corruzioni, ai voltafaccia, ai piccoli trucchi per sopravvivere, al servilismo, all’arte di arrangiarsi, proponeva di inserire nella bandiera nazionale la frase “Tengo famiglia“. Si potrebbe inserire anche il celebre motto “Io non c’ero e se c’ero dormivo” e la nostra bandiera sarebbe perfetta.

Negli ultimi giorni abbiamo avuto ampia riprova di questa tendenza italiota. A proposito, per esempio, dello scandalo MPS, Bersani dice “Il partito è il partito e le banche sono le banche”. Per i militanti ex/post comunisti pentiti il messaggio è chiarissimo. Ma se non avete la tessera PD la frase può lasciare qualche dubbio.  Allora è meglio specificare con altre parole, altro linguaggio, come si fa usando il linguaggio dei segni nei TG per “Non udenti” o con la traduzione simultanea nel sottopancia che scorre a fondo schermo, per le dichiarazioni in lingua straniera.  Sì, perché se non capite al volo ciò che dice Bersani, non siete di sinistra e, quindi, vengono immediatamente messe in dubbio le vostre capacità intellettuali e di comprendonio. Non siete proprio scemi, ma quasi. Ecco allora i sottotitoli per i “Meno intelligenti“:  “Il PD con il Monte dei Paschi non c’entra niente”. Chiaro? E se lo dice Bersani è verità assoluta: Ipse dixit!

Vi conviene aver afferrato il concetto. O almeno, far finta di aver capito. Altrimenti, se appena appena vi permettete di insinuare una qualche relazione    fra il partito democratico e la banca senese, Bersani ha promesso che vi sbrana. E lui è uno che le promesse le mantiene, mica come Berlusconi!. Bersani è come Bruto: è un uomo d’onore.

E’ strano, però, che da quando è scoppiato il caso MPS, tutti i media, stampa, TV, internet, non facciano che ripetere e denunciare gli stretti legami fra il partito democratico e la banca che è controllata dalla Fondazione i cui componenti sono nominati dagli Enti locali (Regione, Provincia, Comune) che, a loro volta, sono governati dal PD e dalla sinistra. Ora, il legame è così lineare che si potrebbe esprimere con un sillogismo: 1) Il PD, tramite gli Enti locali, controlla la Fondazione. 2) La Fondazione controlla la banca. 3) Il PD controlla la banca. Ragassi (come direbbe Bersani che, ricordiamolo, è laureato in filosofia e, quindi, dovrebbe intendersene di sillogismi)), questa è logica, non siamo mica qui a pettinare Aristotele!

Ma allora, visto che tutti, compresa la stampa di sinistra che, pur tentando di giustificare e minimizzare i fatti, non può negare l’evidenza, continuano a riconoscere la responsabilità politica del   PD, perché Bersani, che è uomo d’onore, non rispetta la parola data e comincia a sbranare qualcuno? Mistero, forse gli è improvvisamente mancato l’appetito. Può succedere quando si è troppo impegnati nella dura campagna elettorale.

Altro splendido esempio di quel vizietto italico al quale accennavo in apertura è l’incidente dell’aereo ATR72, uscito fuori pista a Fiumicino. Abbiamo visto le immagini, i servizi in TV, i soccorsi, le dichiarazioni dei passeggeri. Ed abbiamo visto la foto dell’aereo, questa…

Poi succede che quell’aereo viene “sbiancato“, come vediamo oggi nelle foto riportate sui media. Viene ripulito, eliminato il logo “Alitalia” e coperte tutte le tracce che possano rimandare alla compagnia. Dice un dirigente che il logo è stato eliminato “Per il decoro aziendale“.

Certo, vedere il logo Alitalia su un aereo incidentato fuori pista può creare qualche danno all’immagine dell’azienda. Meglio evitare e, fischiettando con aria di indifferenza, cancellare ogni traccia e far finta di niente. Così anche i dirigenti Alitalia, come il nostro sbranatore Bersani, potranno affermare con sicurezza: “Alitalia con l’incidente dell’ATR72 non c’entra niente“. Anche Alitalia “Tiene famiglia…non c’era e, se c’era, dormiva“. Viva l’Italia, anzi…l’Alitalia!

Ecco le immagini dell’intervento a tutela del decoro aziendale. Ricorda le famose foto che una volta apparivano nelle riviste per pubblicizzare le diete dimagranti: Prima e dopo la cura.

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