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Papa e fede alla vaccinara

di , 10 Gennaio 2018 21:59

Dice Bergoglio che la fede si deve insegnare e trasmettere con il dialetto; come le tradizioni e le ricette gastronomiche locali. Non ricordo che Gesù abbia detto ai discepoli di diffondere il messaggio evangelico in dialetto. Ma se lo dice il Papa deve essere così. L’ho detto spesso e lo ripeto: questo Papa parla troppo, parla a vanvera e non si rende conto di quello che dice. Così, invece di tacere ed evitare di dire castronerie, sente l’impellente bisogno di parlare e dire cazzate.

Interessante interpretazione della teologia bergogliana: “La fede si trasmette con il dialetto“. Dice: “La trasmissione della fede può farsi soltanto in dialetto. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna.“. Significa che la fede degli esquimesi viene raccontata diversamente da quella dei watussi? Dopo una simile dichiarazione viene spontaneo chiedersi “Ma Bergoglio ci è o ci fa?“. Una cazzata simile non solo non la direbbe un Papa, o un curato di campagna, ma nemmeno il sagrestano di Guamaggiore. Abbiamo sempre avuto l’idea che la fede fosse una e non si prestasse ad interpretazioni. Ma da oggi Bergoglio dice che è “variabile” e bisogna esprimerla e trasmetterla secondo il dialetto locale. Da oggi ognuno se la racconta a piacere, secondo le tradizioni del borgo natio, proprio come le ricette della tradizione. Così al nord avremo la fede alla polenta, alla fonduta, a Livorno la faranno al cacciucco, a Bari con le cime di rapa, a Palermo alla Norma e in Sardegna, viste le varietà dialettali, avremo la fede alla campidanese, alla gallurese, all’ogliastrina con i culurgionis, e perfino nella variante catalana di Alghero e tabarchina di Carloforte. Ognuno si cucina la fede a piacere, con spezie, erbe aromatiche e, per chi vuole una fede davvero forte e decisa, aggiungere del peperoncino piccante. E  nella sua zona, a Trastevere, come si cucinerà la fede? Ovvio, secondo la migliore tradizione della cucina romana, come la coda di manzo: “alla vaccinara“.

Tutto bene per chi ancora parla e conosce il dialetto; soprattutto gli anziani. Ed i giovani,  quelli (la maggioranza) che parlano solo l’italiano come lingua ufficiale, visto che non possono trasmetterla col dialetto, restano senza fede? Questo ce lo dirà alla prossima bergogliata. Certo che, però, viene  qualche dubbio sulla salute mentale di questo Papa. Del resto è stato lo stesso Bergoglio qualche tempo fa a rivelare di essere stato in cura quando aveva 42 anni: “Bergoglio; sono stato dallo psicanalista.”. E se lo dice lui significa che qualche piccolo problemino doveva averlo.  Anche se, visti i risultati deludenti, si direbbe che le sedute non abbiano avuto un grande successo.

Ma c’è di più. In un recente libro “Il Papa dittatore“, ci sono rivelazioni ancora più precise e documentate sulle qualità e capacità  di Bergoglio e sulla sua idoneità a ricoprire alti incarichi. Anzi, secondo queste rivelazioni i suoi superiori lo ritenevano del tutto inadatto a fare il vescovo: “Il superiore di Bergoglio; non era adatto a fare il vescovo.”. Padre Kolvenbach, in un documento successivamente occultato, lo accusava di una serie di difetti: “dall’uso abituale di linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico” e che “avesse diviso più che unito ai tempi del provincialato gesuita“. Che avesse qualche piccolo problemino di equilibrio psicologico, qualche leggerissimo disturbo della personalità, e pure qualche lacuna teologica, lo avevamo sempre sospettato. E se era inadatto a fare il vescovo figuratevi se era adatto a fare il Papa. Ce n’è d’avanzo per confermare tutti i nostri dubbi.

Fede dubbiosa

di , 9 Marzo 2017 00:55

Bergoglio non riesce a dirne una giusta nemmeno per sbaglio. Ecco, da un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit, l’ultimissima della giornata: “Anch’io sono peccatore“. Dice: “una fede che non attraversa crisi per crescere, resta infantile.”. Meno male che era rettore della facoltà di Teologia a Buenos Aires. Una castroneria simile non la direbbe non solo un Papa, ma nemmeno il sagrestano di Pompu. La fede non cresce, non lievita come la pasta della pizza; la fede o c’è o non c’è, o si ha o non si ha. Quando si ha la fede non c’è crisi, perché essere in crisi significa mettere in dubbio ciò in cui si crede. La fede è sinonimo di incrollabile certezza in una verità. Ma se credo in una verità non la metto in dubbio; altrimenti non è più una verità. La fede non ammette dubbi; significa credere ciecamente. Infatti, “credere per fede” significa proprio credere in qualcosa senza avere bisogno di spiegazioni razionali o certezza scientifica. Quindi fede e dubbio non possono coesistere, si annullano a vicenda. Se c’è la fede non c’è il dubbio; se c’è il dubbio non c’è la fede. Non possono coesistere nella stessa persona e nello stesso momento.  E non sono nemmeno intercambiabili o alternativi. Non si cambia la fede ogni giorno, come le mutande. Non sono come le frecce lampeggianti della vecchia barzelletta sul carabiniere che, controllando se le frecce di un’auto funzionassero, vedendo che si accendevano e spegnevano alternativamente, concludeva: “Adesso funzionano, adesso no, adesso funzionano, adesso no…”.

Ecco, la fede non è come le frecce, non funziona a fasi alterne “Ora c’è, ora non c’è…”. Ma se lo stesso Papa ha dei dubbi sulla fede, ancor più i semplici fedeli sono autorizzati ad avere dei dubbi; specialmente sull’autorevolezza della suprema guida spirituale che invece che dare certezze suggerisce dubbi. La fede non nasce dal dubbio, perché se si coltiva il dubbio non si giunge mai ad avere certezze, ancor meno ad avere una fede cieca; così come il dubbio non nasce quando c’è la fede, perché la fede non ammette verità alternative. E’ curioso che un Papa non capisca questo concetto semplicissimo che sarebbe ovvio anche all’ultimo dei seminaristi o al più scarso degli alunni di una scuola serale del Burundi.

Nell’Emilio di J. J. Rousseau, c’è un breve capitoletto “Professione di fede di un Vicario savoiardo”, in cui il buon vicario afferma il proprio convincimento nell’esistenza di Dio, non perché abbia ragioni scientifiche e razionali per crederlo, ma semplicemente perché glielo dice il cuore. E tanto gli basta. Aveva più fede quel vicario di quanta ne dimostri il Papa. Il che la dice lunga sulla profondità teologica di Bergoglio che spesso fa gli stessi ragionamenti ed usa le stesse argomentazioni banali che avrebbe fatto la vecchia Perpetua di Don Abbondio. Lo avevo citato anche in “Cose da pazzi”. Dice infine che “non mi vedo come qualcuno straordinario”. Che persona umile e modesta questo Bergoglio; vero? Però quella affermazione non verrebbe mai in mente a chi non si veda o pensi che altri lo vedano come “straordinario”. Il che significa che, sotto sotto, si ritiene straordinario, ma, per falsa modestia, lo nega.  E’ un caso da Bignamino di psicologia, un elementare lapsus freudiano; la classica “excusatio non petita”. Tranquillo, Bergoglio, nemmeno noi pensiamo che sia straordinario; anzi, tutt’altro.

Il plastico è servito…

di , 20 Ottobre 2010 13:52

Et voilà, arriva puntuale, come previsto, il plastico della casa di Avetrana sul tavolo di Vespa. Completo di cancelli, alberelli verdi, automobiline. Bello, sembra un giochino per bambini. Invece è un giochino per adulti. Alle femminucce si regala la casa delle bambole, agli adulti la casa degli orrori. E si divertono un mondo, anche se sembrano molto seri. Giusto due giorni fa, nel post “E che scazzi“, scrivevo: “Diventerà una specie di Cogne bis. Vespa mostrerà orgogliosamente il plastico della casa e tutti gli ospiti giocheranno a fare gli investigatori, gli avvocati ed i giudici.”. Previsione azzeccata, ma non c’è bisogno di essere dei maghi per  fare queste previsioni. E’ talmente scontato che mi sarei meravigliato se non fosse spuntato il plastico.

E’ la dose quotidiana di Horror servito direttamente a casa vostra. Ne abbiamo bisogno come del pane. La dose giornaliera di violenza, di morti, di orrore, di tragedie, sta diventando una esigenza collettiva, come una droga. Nuoce gravemente alla salute, come il fumo, ma ormai ha creato assuefazione e non possiamo farne a meno. Anzi, abbiamo bisogno di dosi sempre più elevate di violenza. Fa parte della nostra vita di uomini del terzo millennio.  Allora, così come sulle sigarette si scrive “Il fumo uccide”, bisognerebbe mostrare in TV, prima di certi programmi, un cartello con l’avvertenza “La televisione nuoce gravemente alla salute“. Ora dovrei spiegare perché la televisione è così nociva, ma siccome anche queste sono cose dette e ridette, tanto vale andare a leggere quanto scrivevo l’anno scorso: “Il Papa ha ragione“.

Anche questo, si dirà, fa parte della vita. Diceva qualcuno: “La vita? Comunque vada non se ne esce vivi”. Certo “Vivere uccide“, ma non c’è bisogno di avere tanta fretta e di correre verso il traguardo per arrivare prima, la si può prendere con calma e con le dovute precauzioni. Invece sembra che stiamo facendo di tutto per affrettare questa fine. Forse per questo anche la Terra si sta adeguando e, per darci una mano, si impegna a mandarci terremoti, alluvioni, tsunami, eruzioni vulcaniche, inondazioni. Come se risentisse della follia umana e si adeguasse.

Ma che senso ha questa quotidiana esposizione di violenza in tutte le salse? Perché l’informazione è costituita in gran parte da notizie di cronaca nera? Perché anche lo spettacolo, o quello che fanno passare come tale, è in gran parte basato su film, fiction, servizi, che trattano storie horror, polizieschi, guerra, indagini, delitti, corsie d’ospedale e obitori, disastri, catastrofismi, invasioni aliene, meteoriti pronti a caderci sulla testa, morti ammazzati, cadaveri in primo piano, sangue, urla, pistole, fucili, coltelli e morte? E perché tutte le notizie di tragedie varie devono sempre finire in prima pagina? Basta seguire un qualunque TG per rendersene conto. Più che un notiziario sembra un bollettino di guerra; la corrispondenza dell’inviato speciale al fronte. Ma, in fondo, queste che passano come notizie e come informazione, sono davvero  notizie? E’ informazione? Credo di no. E’ solo la rappresentazione mediatica dell’epidemia di follia collettiva che sta investendo il pianeta.

Non è una novità. Ormai, purtroppo, si è costretti a ripetersi, a citarsi addosso, come direbbe Woody Allen. A riprova e dimostrazione di quanto dico, riporto un breve passo di un post che scrissi 7 anni faNotizie inutili“:

Ieri sera, TG4. Fede conclude il Tg con una ” notizia di utilità collettiva ” ( sullo sciopero delle ferrovie). Parole testuali sue “notizia di utilità collettiva ” ( Sic ). Ed ho subito la conferma di ciò che penso e dico da anni. E non riguarda solo Fede…purtroppo! Ora, non per voler fare i sofisti, ma… Se ha sentito la necessità di specificare che quella è una notizia di utilità collettiva significa, pari pari, che tutte le notizie date precedentemente…non sono di utilità collettiva. Altrimenti non avrebbe avuto senso specificare. Giusto? Ma se le altre notizie non sono utili…sono inutili. E se sono inutili…perchè le dicono? Piccolo aforisma personale: ” Ciò che non è utile è inutile. Ciò che è inutile è stupido.”.  Fateci caso, quella che chiamano e definiscono “informazione”, che dovrebbe essere “utile ai cittadini”, altrimenti non avrebbe senso, è composta in gran parte da notizie di cronaca, meglio ancora se cronaca nera. Facciamo una semplice prova. Quando ascoltiamo i TG o leggiamo i quotidiani, proviamo a chiederci “Mi interessa? E quanto?” Ma non intendo la partecipazione emotiva alla notizia. Intendo dire proprio se quella certa notizia è di qualche interesse per me, se ha una qualche utilità pratica immediata o nel futuro. Se siamo onesti ci renderemo conto che la stragande maggioranza delle notizie che ci propinano stampa e TV non sono di alcun interesse per noi.”

Ecco, non mi pare che in questi anni la situazione sia migliorata. Anzi, è sempre peggio. Il paziente si aggrava e, come dicono quelli delle fiction “Lo stiamo perdendo…”. Sì, il paziente sta morendo, ma quelli che dovrebbero salvarlo tutto fanno meno che aiutarlo. Anzi, pare che si divertano ad accelerarne la fine. Ma questa forma di eutanasia di massa la chiamano diversamente; informazione, diritto di cronaca, reportage, inchiesta e talvolta…libertà di espressione.

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