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Facce da festival

di , 7 Febbraio 2018 08:08

Riecco Sanremo, puntuale come le tasse. Sulla Home del Corriere vedo un pezzo sul festival: “Lo Stato sociale ed  The Kolors sono i preferiti”. E mi sembra di riconoscere uno degli inviati speciali. Non mi sbagliavo. E’ lo stesso al quale, 4 anni fa, dedicai un post “Le facce“. Ha solo 4 anni di più ed ha tolto il cappello. Ma questa faccia ha un’espressione così vivace ed arguta che merita di essere riproposta.

  

Ecco cosa scrissi: “Questo signore (mi dispiace, ma non ricordo il nome) era l’inviato speciale del Corriere della sera al festival di Sanremo. Ho salvato la foto perché pensavo, vista l’espressione particolarmente sveglia ed intelligente,  di dedicargli un post. In quei giorni era sempre in prima pagina sul Corriere.it, dove scriveva i suoi pezzi sugli eventi festivalieri. Poi passa il tempo, me ne dimentico ed il post non l’ho mai scritto. Ma la foto è sempre lì in archivio. Ed ecco che, visto che mi è passata sotto gli occhi, questa è l’occasione buona per mostrarla (mi sa che la fisiognomica in certi casi ci “azzecca“, come direbbe Di Pietro). Anche in questo caso non potevano trovare un inviato migliore per parlare di canzoni, musica e suoni. Uno dall’aria così “suonata” è difficile da trovare.”.

Non ho visto il festival, non lo vedo da molti anni; anzi, forse è più esatto dire da decenni. Ma oggi leggendo le prime notizie sembrerebbe che sia partito col botto, come sempre (ma i media hanno tutto l’interesse a spararle grosse per ingigantire gli eventi e le notizie): “Fiorello scalda il pubblico“, titola il Giornale. Fiorello scalda il pubblico? Forse non funzionava il riscaldamento centralizzato. Non l’ho mai capito (e non solo lui). Ci sono dei personaggi nel mondo dello spettacolo dei quali è difficile spiegare l’esistenza. Appaiono all’improvviso senza una ragione precisa, cominciano a fare comparsate e passerelle in TV (grazie ai loro agenti) e, da un giorno all’altro, diventano grandi showman o showgirl (Belen Rodriguez è l’esempio più eclatante); e nessuno sa spiegarsi il perché. Sono i “succedanei” dello spettacolo. Ha cominciato come animatore nei villaggi turistici, dove si fa spettacolo con battute da bar sport, giochini insulsi per casalinghe disperate, karaoke ed immancabile elezione di Miss villaggio;  e lì doveva restare. Il suo repertorio  ed il livello dell’umorismo e delle sue battute resta sempre quello ((buono per feste e comitive da Cral aziendale alla Fantozzi, per i quali il massimo della goduria sono i tortellini alla panna, il karaoke ed il trenino a Capodanno), a livello di villaggio turistico; e nemmeno dei migliori. Ma c’è gente che gradisce. A quanto pare il clou della serata è questo: “La vecchia che balla”, il massimo. Contenti voi! Auguri.

Ma quando non c’è di meglio bisogna accontentarsi di quello che passa il convento. Se non c’è il caviale, anche le uova di lompo vanno bene; sembra uguale. ”Beati monoculi in terra caecorum”, dicevano i latini. Ovvero, come si dice oggi, “Nel paese dei ciechi l’orbo è re.”. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma tanto per mantenere fede alla tradizione, anche quest’anno ecco il solito disturbatore, quello che sale sul palco perché deve denunciare qualcosa, deve protestare per un’ingiustizia, vuole parlare con qualcuno o deve lanciare un messaggio al mondo: “Chi è l’intruso di Sanremo“. Fa quasi parte della storia del festival e serve a creare quel tanto di suspense e di curiosità per far crescere gli ascolti. La cosa curiosa è che tutti fanno finta di essere sorpresi. “Il blitz sul palco dell’Ariston ha stupito e non poco i telespettatori.“, scrive il Giornale. Stupiti?

Volete dire che in tempi di controlli severissimi in tutti i luoghi pubblici, per prevenire attacchi e attentati terroristici, (nei concorsi per magistrati si fanno togliere anche le mutandine; non si sa mai che abbiano degli appunti nascosti), qualcuno riesce ad entrare in teatro incontrollato, “posizionandosi vicino a Tomaso Trussardi ed Aurora Ramazzotti”? Con quale biglietto, visto che i posti sono rigorosamente numerati e gli spettatori vengono accompagnati al loro posto dal personale di sala e non credo che avesse il biglietto per la poltrona a fianco a Trussardi. Nessuno glielo ha chiesto? Vuol dire che uno entra e si siede dove vuole? E riesce pure a salire sul palco (dove salgono solo gli artisti che, dopo giorni e giorni di prove tutti conoscono benissimo), vestito con un giubbotto stile caccia&pesca, sotto il quale poteva nascondere qualunque arma e fare una strage, ancora senza che nessuno notasse lo sconosciuto “intruso“, il suo strano abbigliamento inadatto al contesto, e nessuno lo abbia fermato? E voi ci credete? Io no.

Vedi:

- Sanremo e i riti collettivi.

- Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica.

- Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

- Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

- Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

- Canzoni e gay (2013)

- Sanremo porta sfiga (2013)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

 

Razzismo, ebrei e censura.

di , 7 Novembre 2015 12:51

Il razzismo sta diventando come il prezzemolo; lo mettono dappertutto. Basta uno sguardo infastidito verso l’ambulante troppo insistente o verso la centesima zingarella che ti chiede l’elemosina in strada, basta un accenno di protesta o semplice preoccupazione per la presenza sempre più numerosa di immigrati sul territorio, basta una semplice allusione a banane e oranghi, e sei marchiato a fuoco: razzista. Pochi giorni fa il solito Tavecchio è finito di nuovo in prima pagina perché avrebbe espresso un gravissimo insulto razzista verso gli ebrei: (Tavecchio nella bufera; insulti a ebrei e omosessuali).

Ecco la frase incriminata: “La sede della Lega Nazionale Dilettanti? Comprata da quell’ebreaccio di Anticoli.”. Ebreaccio è un insulto? Lo è per quella desinenza in “accio” che di solito ha un significato spregiativo? Quindi anche toscanaccio e romanaccio, termini usati normalmente senza alcun intento offensivo, sono insulti razzisti? Allora perché nessuno denuncia come razzista chi li usa? Ma allora “polpaccio” è un grave insulto ai cefalopodi? E brogliaccio, carpaccio, Ajaccio, poveraccio, ghiaccio, laccio, braccio, castagnaccio, pagliaccio, sono tutti insulti? Chiamare Boccaccio e Masaccio per nome era un’offesa?

Anche il grande Gino Bartali veniva chiamato non solo “toscanaccio” per le sue vena polemica, ma era soprannominato “Ginettaccio” (doppio insulto, quindi), e così lo chiamavano tutti anche sulla stampa (La Gazzetta dello sport: “Ginettaccio, l’uomo di ferro che spianava le montagne“). Era un gravissimo insulto razzista? E se così era perché  né Bartali, né altri, hanno mai denunciato la Gazzetta e tutti gli altri giornali che usavano quell’insulto razzista?  Ed il quartiere romano di Testaccio è un insulto alle teste di…? Sì, forse alle teste di certi giornalisti e moralisti di borgata.

A proposito di teste ecco un altro titolo, nello stesso quotidiano, nel quale compare proprio il termine “toscanacci“: “Una testa di legno, ma di buon senso.”. A rigore, se “ebreaccio” è un insulto agli ebrei, questo dovrebbe essere  un insulto ai toscani.  Ma nessuno ha accusato Mascheroni di insulto razzista per quell’articolo. Infatti, nell’uso comune del termine, non è un epiteto offensivo, anzi è un’espressione gergale usata bonariamente quasi con simpatia nei confronti della  gente toscana per indicare il loro spirito polemico e  la battuta sempre pronta, caustica, salace, arguta e spesso sarcastica. Tanto è vero che, mentre i media accusano Tavecchio per il suo “ebreaccio”, nessuno crocifigge Mascheroni o altri per l’uso di “toscanacci”.

Non sono questi gli insulti verso gli ebrei, e non sono nemmeno razzismo, che è tutt’altra cosa. Insulto agli ebrei è quello di chi brucia le bandiere di Israele durante i cortei “pacifisti”. Insulto è quello di chi, qualche anno fa, contestava ed organizzava la protesta in piazza contro la presenza di Israele al Salone del libro di Torino. Insulto è aver venduto gli ebrei in cambio dell’assicurazione da parte del terrorismo palestinese dell’OLP di Arafat che non ci sarebbero stati attentati in Italia (Vedi “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani“ - “Vi abbiamo venduti” –  ”Mani libere a noi palestinesi“, e “Cossiga, Moro e i misteri d’Italia“). Insulto è aver spedito in Libano la missione Unifil che parteggiava spudoratamente per Hezbollah a danno di Israele (vedi “Amenità libanesi“) Insulto è quello di chi, come la COOP, boicottava i prodotti israeliani, col pretesto che provenissero dai territori occupati dai coloni. Insulto è quello dell’Unione europea che, col pretesto di fornire aiuti per lo sviluppo di Gaza, versa miliardi di euro (450 milioni solo per il 2015) ad una organizzazione terroristica come Hamas,  che nel proprio statuto afferma esplicitamente di avere come fine la distruzione totale di Israele, che poi usa quei fondi per acquistare armi, esplosivi e razzi da lanciare verso Israele.

Insulto agli ebrei è quello di D’Alema il quale, arrivando in Israele in visita ufficiale come ministro degli esteri, a chi lo riceveva all’aeroporto salutandolo con “Benvenuto in Israele“, rispose correggendolo “In Palestina…”. Lo stesso D’Alema che non perde occasione per dichiarare la sua simpatia e vicinanza alla causa palestinese (vedi “Il baffetto velista ha strambato“). Insulto agli ebrei è ancora quello dello stesso D’Alema che, sempre in qualità di ministro degli esteri, volava in Libano e  dichiarava di essere orgoglioso di andare a passeggio a Beirut tenendosi a braccetto con i capi di Hezbollah e di andare a cena con loro, e subito dopo andava ad abbracciare i capi di Hamas a Gaza; tutta gente che ha come scopo dichiarato la distruzione di Israele. (vedi “L’equivicinanza secondo D’Alemhamas“)  Insulto agli ebrei è quello di Prodi, allora capo del governo, che al palazzo dell’Onu correva ad abbracciare affettuosamente Ahmadinejad, lo scravattato capo dell’Iran, il quale dichiarava un giorno sì e l’altro pure che avrebbe cambiato la carta geografica, facendo scomparire Israele dalla faccia della Terra. Insulto è la politica della sinistra italiana, sempre spudoratamente a favore della Palestina, contro Israele (vedi “Mi ricordo, sì, io mi ricordo“). Quelli sono i veri insulti, e non chiamare qualcuno ironicamente “ebreaccio”; quelli sono insulti che fanno davvero male agli ebrei ed all’intelligenza umana.

Ennesima dimostrazione (come sostengo da anni) del fatto che, specie sui mass media, i concetti di etica, estetica, giustizia, deontologia professionale, sono molto elastici e variano secondo le circostanze e la convenienza (di chi scrive). Ecco perché un’affermazione o una battuta che in altri tempi sarebbe stata del tutto normale e sarebbe passata inosservata, e sulla quale lo stesso Anticoli avrebbe sorriso, oggi diventa un insulto razzista. E ci si chiede perché “ebreaccio” sia un insulto e “toscanaccio” non lo sia. Perché? Semplice, è la quotidiana dimostrazione che esiste una doppia morale; quella ormai consolidata dei sinistri detentori della “superiorità morale” che hanno l’esclusiva di questa sorta di morale a tempo e che  la tirano fuori e la usano a loro piacimento e la applicano secondo la convenienza per condannare gli avversari, delegittimare chi  non la pensa come loro ed emarginare, bollando pretestuosamente con l’infamia del “razzista”, chi  non è allineato al pensiero unico dominante. E’ lo stesso principio caro a certa magistratura per cui la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Per questi ipocriti moralisti col timer, morale e giustizia diventano micidiali armi improprie da usare per demolire gli avversari.

Censura (attenzione, post scurrile)

Ora vediamo un altro esempio di criteri molto elastici, applicati alla censura dei commenti sui forum e quotidiani.

Di recente, commentando un pezzo sulla revoca delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e l’immediata reazione di 26 consiglieri che, dimettendosi, lo hanno mandato a casa, (Per Marino è finita: 26 consiglieri si dimettono) scrissi questo breve commento: “Avrebbe fatto meglio a mantenere le dimissioni. E’ stata proprio una sceneggiata ridicola che conferma la pochezza di quest’uomo. Come direbbero a Striscia citando la famosa espressione del direttore Fede. “Marino, che figura di merda!”.  Ma quando il commento viene pubblicato quel termine finale diventa “mxxxa“.  Non so dire con certezza se la correzione sia opera di un solerte censore, oppure di un correttore automatico che non gradisce certi termini e sostituisce alcune lettere con delle X o degli asterischi. I termini più censurati, oltre a merda, sono culo, stronzo e stronzate, cazzate, cazzo, fica, etc…

Non dico che il turpiloquio debba essere libero, e nemmeno che debba essere censurato. Dico che ancora una volta di applicano due pesi e due misure; è questo che è incomprensibile ed intollerabile. Ciò che lascia perplessi è che quei termini vengono usati tranquillamente in televisione, a tutte le ore del giorno, senza che nessuno intervenga o si scandalizzi. Per esempio, quella espressione ormai mitica di Emilio Fede, la sentiamo e risentiamo a Striscia la notizia, ogni volta che c’è qualche figuraccia da evidenziare; invariabilmente, a chiusura del servizio,  parte il video originale con l’esclamazione “Che figura di merda…”. Ormai è un classico, come la mitica  ”La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca…” del ragionier Fantozzi..

Basta poi sentire il linguaggio di certi personaggi in televisione, con Maurizio Crozza in testa seguito da uno stuolo di comici, meno comici e personaggi assortiti anche tragici, e si sentono “cazzi e culi” volare come farfalle. Allora è ovvio chiedersi come mai certe parole si possono usare tranquillamente in televisione, davanti a milioni di spettatori, in prima serata, in fascia protetta e in orari di massimo ascolto, e se invece  vengono scritte in un commento che leggono in pochissimi, all’interno di un articolo di un quotidiano in rete, viene censurato. Perché? Non sto dicendo che il linguaggio scurrile sia o non sia consentito in pubblico. Mi chiedo solo perché si applica la solita doppia morale; questo è insopportabile. E’ il sintomo della completa confusione culturale e morale di una società che ha smarrito tutti i riferimenti e, in mancanza di criteri precisi, decide di volta in volta e secondo le circostanze, ciò che è o non è permesso, ciò che è o non è consentito e legittimo. E con lo stesso principio molto elastico decide anche ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, bene o male.  Abbiamo adottato una nuova morale; usa e getta, come la carta igienica.

Ma torniamo al commento censurato. Visto che la parola “merda” viene sostituita con le X, se ne deduce che sul Giornale, attentissimo a non usare termini scurrili, quella parolina non si possa usare. Giusto? No, sbagliato. Infatti, negli stessi giorni, leggendo la stessa prima pagina, bastava spostare lo sguardo sulla colonna laterale riservata ai blog dei giornalisti, per vedere in bella evidenza (è rimasto lì per almeno 15 giorni) questo titolo a lato in cui figura proprio la parolina proibita (vedi “Troppo merda, Caritas“).  Ed ecco che ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, ad un principio ballerino. Si può usare la parola “merda” sul Giornale? Dipende; i giornalisti sì, i lettori no.  Perché Enrico Galletti può scriverlo in prima pagina ed io non posso farlo in un commento? Perché? Come James Bond aveva la licenza di uccidere, Galletti ha una speciale “licenza di merda” negata ai comuni mortali?

Questa strana applicazione dei criteri di ciò che è corretto o non lo è, di ciò che si può o non si può dire o scrivere, è un dilemma che pongo da anni in rete ed al quale nessuno ancora ha risposto. Ed ogni volta che mi ritrovo di fronte a simili casi di morale ballerina e ipocrisia mediatica (il che, leggendo le notizie sui vari quotidiani, capita tutti i giorni) è come un pugno nello stomaco. Ne parlavo anche sei anni fa nel post “Si può dire culo?”. Sono le cose incomprensibili della vita; come i balletti di Don Lurio o gli occhiali neri a mezzanotte. Sono quelle incongruenze e contraddizioni di una strana morale elastica che si applica secondo criteri che non hanno alcuna spiegazione logica e razionale. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione di questa curiosa doppia morale. Perché Crozza può parlare tranquillamente di cazzi in prima serata TV e noi no?  Spiegatecelo, cazzo!

Vedi:

- Si può dire culo?

- Bavagli e querele

- Satira libera: dipende

- Cossiga e il tonno

Vedi qui altri post su “Censura, trucchi e inganni mediatici e morale ballerina“.

Severgnini, Franzen, la voce e le librerie

di , 21 Ottobre 2015 14:00

Beppe Severgnini, firma di primo piano del Corriere, ha l’aria di un intellettuale, anzi di un intellettuale che un po’ se la tira. Ed oggi, visti gli esemplari in circolazione, essere definiti intellettuali se non è proprio un’offesa, poco ci manca: è come ricevere un avviso di garanzia; non sei ancora condannato, ma è meglio che cominci a preoccuparti e trovare un buon avvocato. E come ogni intellettuale che si rispetti è un po’ vanitoso, narcisista e  ci tiene a curare la propria immagine. Infatti sul Corriere c’è sempre una sua bella foto o un video, oppure, nella storica rubrica “Italians” una sua caricatura con occhialoni, taccuino,  impermeabile fino ai piedi e lunga e nera capigliatura. Visto, però,  che ormai la capigliatura è incanutita e meno folta, forse dovrebbe cambiare immagine e cambiare pure l’impermeabile che, dopo quasi 20 anni di onorato servizio, deve essere ormai logoro.

 Uno dei segni distintivi  dell’intellettuale è il possesso di una vasta cultura. E se proprio non si possiede una cultura enciclopedica, almeno bisogna lasciare intendere di averla. Per accreditare questa immagine di sé, ogni volta che l’intellettuale viene ripreso da una telecamera, immancabilmente lo fa avendo alle spalle una ricca libreria. Più libri si vedono e più l’intellettuale sembra colto. Per qualche strana ragione la gente è portata a pensare che chi è circondato dai libri debba averli letti tutti e, soprattutto, li abbia capiti. Come se l’edicolante debba leggere tutte le riviste che ha in esposizione, o l’agente di pompe funebri abbia provato personalmente tutte le bare. Lo fa anche Severgnini.  Da qualche giorno nel sito del Corriere compare un video in cui il nostro giornalista annuncia una nuova rubrica domenicale dedicata alla lettura. Ma la voce è fuori campo, mentre la telecamera non inquadra il suo volto, come sarebbe normale, ma scorre lungo la sua libreria, mostrando libri e scaffali (video: “Ho ascoltato Franzen, l’ho amato di meno. Anche il suono della voce conta.“. Abbiamo scoperto un nuovo modo di giudicare gli scrittori (secondo il metodo Severgnini): dalla voce. Chissà che voce avevano Omero e Platone, Dante o Virgilio; mistero. Per loro fortuna, allora non c’era un Severgnini; altrimenti magari li avrebbe stroncati sul nascere.

Si, la voce conta, eccome se conta. La voce è una caratteristica fondamentale  degli esseri umani. Il timbro vocale è unico per ciascun individuo, può essere più o meno piacevole o fastidioso e sgradevole, con tutte le conseguenze del caso, e può essere determinante per raggiungere o meno il successo, specie per chi opera nel campo della comunicazione. Severgnini dice che la voce di Franzen non gli piace. Questione di punti di vista; anzi, di udito. Parlavo dell’importanza della voce in un post del 2008 “La voce umana” in cui, fra l’altro, dicevo che trovavo fastidiosa la vocina nasale di un attore celebratissimo come Mastroianni o l’insopportabile gne gne, sempre nasale,  di un’altra gloria del nostro cinema, Sofia Loren, ed in genere le voci stridule e acute. Ma è così terribile la voce di Franzen? Eccolo in questo video in inglese “Purity“, ed in una intervista a Che tempo che faJonatham Franzen da Fazio“. A me, sinceramente, sembra una voce del tutto normale, senza particolari connotazioni fastidiose. Ma forse Severgnini ha la capacità non umana di cogliere nella voce di Franzen  particolari vibrazioni o ultrasuoni, come i cani, che lo infastidiscono.

 A proposito di librerie, non bisogna lasciarsi ingannare  dalle apparenze; molto spesso i libri che vediamo dietro l’intellettuale di turno non sono nemmeno acquistati, glieli inviano in omaggio le case editrici o gli stessi autori, confidando in una recensione favorevole o almeno una citazione “casuale” all’interno di un articolo. E non sempre li leggono: l’importante è che facciano la loro bella figura sullo scaffale. Ovviamente, Severgnini non è l’unico che ama avere come sfondo i libri; è un vezzo comune, sta diventando uno status symbol.  Moltissimi personaggi della cultura, dell’informazione e perfino gente che con la cultura avrebbe poca attinenza, ama farsi riprendere avendo alle spalle una bella e ricca libreria; fa chic. Se poi fai un mestiere che in qualche modo rimanda alla lettura ed alla scrittura, allora la libreria è d’obbligo. Mai che si facciano riprendere in giardino (ammesso che lo si abbia), o in cucina davanti al frigorifero, in salotto, in bagno (beh, lì non sarebbe elegante). No, sempre davanti ad una libreria: fa cultura, e fa anche arredamento.

Qualche volta ho il sospetto che dietro l’uso delle librerie come sfondo, ormai consueto nelle riprese televisive, ci sia davvero un preciso accordo fra tutti gli operatori e che siano sponsorizzati da mobilieri e case editrici. Un po’ come succedeva nei film degli anni ’70/’80 che, anche per recuperare le spese, erano infarciti di richiami a bevande, sigarette,  quotidiani e automobili di marche particolari, sempre ben in vista e riconoscibili. Sembravano immagini ed inquadrature casuali, ma erano veri e propri messaggi pubblicitari; quello che poi si chiamò pubblicità occulta. Ecco un’altra illustre firma del giornalismo, Massimo Gramellini, che nella sua pagina sulla Stampa (vedi l’articolo di ieri “In nome del Papa re“; una volta tanto concordo con lui) usa questa foto (che sembra un’istantanea, ma non lo è; è una posa studiata) che lo riprende con lo sguardo rivolto verso un punto indefinito (ma dove guarda?) e l’espressione di serenità spirituale (forse ha le visioni mistiche), con la classica libreria d’ordinanza alle spalle.

 Ma torniamo al nostro Severgnini. Ciò che mi ha sorpreso in quel video è il fatto che dichiari di essere stato deluso dalla voce di Franzen e che ciò ha comportato un calo della sua stima nei confronti dell’autore. Qualcuno, non proprio assiduo frequentatore di librerie ed eventi letterari, potrebbe chiedersi chi sia questo Franzen che ha una voce che non piace a Severgnini. E’ Jonathan Franzen, uno degli scrittori più in voga oggi in America, autore di romanzi che sono stati grandi successi editoriali. Severgnini lo cita forse perché ne parlerà nella nuova rubrica a proposito dell’ultima fatica di Franzen, il romanzo “Purity“, appena uscito in USA;  un polpettone di 560 pagine che immagino pallosissimo e che non leggerei nemmeno sotto tortura (“Arriva Purity, il nuovo libro di Jonathan Franzen“, di Gianni Riotta). Ma io non sono un assiduo lettore di romanzi, la narrativa mi annoia, salvo rare eccezioni.

Ma di Franzen ho letto di recente con grande piacere un libro, “Il progetto Kraus“, edito in Italia lo scorso anno: una raccolta di note, scritte insieme a Paul Reitter e Daniel Kehlmann, su tre brevi saggi (Heine e le conseguenze, Nestroy e la posterità, Postfazione a Heine e le conseguenze) di Karl Kraus, scrittore austriaco vissuto a Vienna nel secolo scorso (morì nel 1936), ma che sarebbe utilissimo rileggere ancora oggi per la sua carica polemica e critica nei confronti di certi scrittori e certa stampa. Non è un caso che Franzen, che passa per essere una specie di enfant terrible della letteratura contemporanea americana, abbia scelto di riprendere quegli scritti di Kraus che un secolo fa si scagliava con rabbia contro certo giornalismo al servizio del potere e l’imbarbarimento della lingua tedesca proprio a causa dello stile letterario imposto da Heinrich Heine, scrittore, drammaturgo e poeta tedesco trapiantato a Parigi e morto nel 1856, e degli effetti negativi del suo stile letterario (imbarbarito dallo “stile latino” francese) sugli imitatori (le “conseguenze” alle quali accenna Kraus). La stessa rabbia che oggi, forse, anima anche Franzen, considerato un po’ troppo critico nei confronti di media e tecnologia.

Riporto due brevissime note, giusto per avere un’idea dell’atteggiamento di Kraus (e di Franzen) nei confronti della stampa del tempo. La prima nota è di Franzen e si riferisce al fatto che Kraus definiva “briganti” gli operatori della stampa: “Vale la pena ricordare che Kraus non sta parlando di “briganti” in senso metaforico. Giornali come la Neue Freie Presse erano effettivamente coinvolti in manipolazioni del mercato azionario, campagne diffamatorie, speculazioni edilizie, diffusione di pubblicità mascherata da contenuti editoriali e macchinazioni politiche in stile Hearst (in stile Fox news!), il tutto sotto il velo dell’estetismo viennese.”. Considerazioni che, com’è evidente, calzano a pennello anche alla stampa di oggi; niente di nuovo sotto il sole.

La seconda nota è di Paul Reitter e dà il senso di quale fosse lo spirito che animava la stampa viennese tanto deprecata da Kraus: “Il fondatore di Die Presse, un importante quotidiano viennese, una volta affermò che il suo obiettivo era possedere un giornale in cui ogni riga fosse pagata, cioè comprata, da qualcuno dotato dei mezzi e della volontà di manipolare le notizie.”. Forse è esattamente lo stesso auspicio di certi direttori di oggi.

Mi sono dilungato su questo saggio di Franzen perché tocca un argomento, la stampa, di cui mi occupo spesso. Ed è confortante trovare riscontro a ciò che dico da tempo nelle parole, ben più autorevoli delle mie, di uno scrittore come Franzen e, addirittura, nelle pesanti  denunce che faceva Kraus un secolo fa. Significa che quando attacco spesso e volentieri la stampa, forse qualche piccola ragione devo averla. Detto questo, ora sorge il dubbio che Severgnini non sopporti la voce di Franzen proprio perché si senta in qualche modo, in quanto giornalista, preso di mira e sotto accusa: touché? Sarà, non sarà, ma il dubbio me lo tengo.

Ma per pura combinazione, lo stesso giorno, sempre sul Corriere, c’è anche un servizio su Pier Paolo Pasolini, ricordato nell’ambito della festa del cinema di Roma, con due documentari che hanno per titolo “Ricordando Pasolini: la voce“, e “ Pasolini, il corpo e la voce“. Questo il video: “Niente è più feroce della banalissima televisione“. Come si vede, il punto focale è “la voce” di Pasolini. Ora, non è il caso di entrare nel merito del valore artistico di Pasolini; ogni pretesto è buono per ricordarlo, esaltarlo ed usarlo strumentalmente. E’ pur sempre un mito del  culturame di sinistra. Del resto, non a caso, tra gli ospiti chiamati ad animare l’immancabile dibattito dopo proiezione (è la versione aggiornata dei cineforum del post ’68), c’è quel giovane enfant prodige della sinistra, il filosofo neo-marxista che spopola nei talk show televisivi, Diego Fusaro. Speriamo che prima o poi, durante questi assembramenti pseudo culturali, passerelle per intellettualoidi militanti di regime, autoreferenziali, ripetitivi e funzionali solo al mantenimento del potere culturale della sinistra, arrivi un Fantozzi in versione nuovo millennio che salga sul palco ed urli “Questo dibattito è una cagata pazzesca“. Amen.

Una cosa, però, è chiara; la voce di Pasolini è così importante da meritare di essere celebrata con ben due documentari. Ora, verrebbe quasi spontaneo fare le solite considerazioni sulla doppia morale diventata prassi nell’attuale società uniformata al pensiero unico dominante della sinistra pre-renziana. Meglio specificare perché quella renziana è altra cosa, non è nemmeno sinistra, nessuno ha ancora capito cosa sia, nemmeno Renzi,  ma lui ci campa; ed il pensiero unico non è più quello della sinistra, ma è semplicemente il suo, il pensiero unico di Renzi; non si accettano punti di vista diversi, contrastanti o in dissenso. Punto.  Ma non si può fare a meno di notare che anche la voce si presta a diverse interpretazioni, secondo le circostanze: se è quella di un compagno è sempre bella, e gradevole, se è di chi critica la stampa è orribile.

Così mentre da una parte Severgnini non sopporta la voce di Franzen, che appare del tutto normale, più avanti si esalta la voce di Pasolini, del quale tutto si può dire, ma non che avesse una voce bella e piacevole. Anzi, se vogliamo essere sinceri, era proprio sgraziata e sgradevole, una vocina flebile, acuta, cantilenante, quasi infantile e lamentosa. Ma siccome Pasolini è Pasolini, state a vedere che adesso si dirà anche che aveva una bella voce, calda, suadente, affascinante e ci ricavano due documentari. Sono certo che anche Severgnini, che trova fastidiosa la voce di Franzen,  troverà affascinante e melodiosa quella del compagno Pasolini. Severgnini, ma  mi faccia il piacere; direbbe Totò.

La Traviata di Fantozzi

di , 8 Dicembre 2013 19:39

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“).  Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no?  Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono.  Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato.  Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi  semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.

Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa  televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito,  mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori.  Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e  diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

 Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed  accompagna Violetta durante tutta l’opera.

Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine,  sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di  Lele Mora.  Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nei decenni scorsi la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont, scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente,  per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto,  l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano…”.

Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse…” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma  oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse  li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e  rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una vergine? All’asilo?

Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel  ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!.

Mamme, babbi e bebè

di , 18 Marzo 2013 09:44

Le belle famiglie moderne: due mamme, tre papà, otto nonni e uno stuolo di zie, cugini e fratelli sparsi che non sanno nemmeno, finché qualcuno non organizza una bella riunione di famiglia, di essere parenti. Le chiamano “famiglie allargate“. Che bello quando si riuniscono tutti per il pranzo di Natale. Si perde un po’ di tempo all’inizio per le presentazioni, visto che non si conoscono fra loro, ma poi è tutta una festa generale. Se poi si fa un po’ di confusione con le parentele, pazienza. Ma vuoi mettere la soddisfazione di essere una famiglia moderna, progressista, aperta?

Magari c’è il fratello gay, la cugina lesbica, lo zio trans, ma c’è posto per tutti: aggiungi un posto a tavola. Magari il posto a tavola è per la nuova ”compagna” di mamma (che ha scoperto di essere lesbica), così il pargoletto avrà due mamme. E forse un altro posto è riservato al nuovo ”compagno” di papà, che nel frattempo è diventato gay, e porta a casa la nuova “mamma” che però ha i baffi. Che importa, tempi moderni, l’imperativo categorico è “cambiamento“, basta con regole e regolette del passato. Buttiamo tutto nella spazzatura, tradizioni, morale, usi e costumi, distruggiamo il passato. Sembra questa la soluzione per tutti i guai. Ma ne siamo davvero sicuri? Ci conviene davvero cambiare il mondo? Vedi “Il Papa mi copia il blog“.

Questa mania del cambiamento ad ogni costo mi ricorda una frase di Raffaele Morelli, quello che una volta stazionava in permanenza in TV (ora, per fortuna, sembra scomparso)  sempre pronto a dispensare saggezza in pillole o supposte. Quello che dovrebbe essere psicologo, psicanalista, psichiatra, psicoterapista o psicoqualcosa che non ho mai capito. Disse in televisione: “I giovani hanno il compito di distruggere i valori della generazione precedente. Se non fanno questo hanno fallito”. Forse la prima cosa da fare, invece, per avere una società decente, sarebbe quella di distruggere la gente come Morelli. Ne parlavo anni fa nel post “ Come vivere felici con 5 euro“.

Stiamo cambiando così rapidamente che facciamo fatica a seguire i tempi e adeguarci.  Basta seguire le notizie di cronaca ed ogni giorno se ne scopre una nuova. In Francia, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti hanno abolito, addirittura, anche i termini “Mamma e papà“.  Sarebbe imbarazzante, qualora si abbiano due mamme o due papà. Chi è la mamma e chi è il papà? Difficile stabilirlo, se la mamma ha barba e baffi ed il papà porta il reggiseno.

Per ovviare a questo imbarazzante dilemma i Paesi progressisti, che più progressisti non si può, si sono già adeguati ai tempi.  Negli USA, grazie al “progressista” Obama, è già in vigore la legge che  elimina nei documenti ufficiali i termini “padre e madre“. La Spagna dell’allora premier socialista Zapatero, per non sembrare meno progressista di Obama,  si è subito adeguata. Non c’è da meravigliarsi, sotto il governo del “calzolaio” socialista, si era così aperti alle innovazioni che si volevano estendere i diritti umani alle scimmie (Zapatero e le scimmie), per consentire l’arruolamento dei trans nell’esercito si stabiliva che per essere considerati maschi arruolabili non è necessario avere il pene (La Spagna ed il pene superfluo) e nelle scuole della Catalogna venivano distribuiti opuscoli per spiegare ai ragazzi tutti i segreti della masturbazione. Una specie di Kamasutra del “Fai da te” (vedi “La Spagna si masturba“).

Così, per non essere secondi a nessuno, anche in  Francia gli illuminati progressisti socialisti di Hollande hanno deciso di abolire i vecchi ed anacronistici “padre e madre“:  si chiameranno “Genitore Uno e Genitore Due“. Olè! In Svezia, invece, hanno fatto ancora di più e meglio: hanno abolito addirittura anche le differenze fra maschietti e femminucce. Si chiamano con pronomi “Neutri“, hanno abolito i classici colori rosa e blu, hanno inventato giocattoli unisex ed abolito le favole che possono creare problemi sull’identificazione sessuale : “Egalia, l’asilo infantile che ha abolito maschi e femmine“.  Sembrano battute, barzellette,, le solite leggende metropolitane. Invece, purtroppo, è tutto drammaticamente vero.

Queste innovazioni, che sconvolgono le vecchie tradizioni consolidate da secoli, partorite dalle fervide menti dei progressisti d’assalto, hanno conseguenze anche nella vita sociale,  nelle relazioni interpersonali e nelle strutture pubbliche; per esempio la scuola e gli asili. Succede così che in una scuola materna di Roma ci sia un bambino che ha “due mamme“. Già, perché accontentarsi di una sola mamma quando se ne possono avere due?  Specie in tempo di crisi, una mamma di scorta fa sempre comodo. Viva l’abbondanza. E succede che domani sia la festa del papà.

Oh, perbacco, e adesso che si fa? Ovvio che il bambino con due mamme si troverà in imbarazzo perché lui un papà non ce l’ha e non può festeggiarlo. No problem, notoriamente noi italiani siamo dotati di una grande fantasia, siamo maestri nell’arte di arrangiarsi e risolvere i problemi e, quando ci troviamo di fronte ad ostacoli ed imprevisti, sfoderiamo la nostra rinomata creatività “che tutto il mondo ci invidia“ (così si dice) e diamo prova del più puro genio italico.

Arriva la festa del papà e c’è un bambino che il papà non ce l’ha? Ecco la soluzione: “Il bambino ha due mamme: l’asilo annulla la festa del papà“. Semplice, aboliamo la festa. Geniale, vero? E adesso cosa si potrebbe dire di questa ultima trovata dei nostri “progressisti” del piffero? Niente, si resta senza parole. E’ davvero questo il mondo che vogliamo? Questo è progresso? E’ progresso chiamare la mamma “Genitore Due“?  E’ progresso affittare un utero, come ha fatto Elton John, e farsi fare su ordinazione (questo è, come se ordinasse una credenza al mobiliere) due bambini e farli crescere fra due “babbi” o  due “Genitore Uno e Due“?

Ma poi, nel caso di coppie gay o lesbiche, come si riconosce il Genitore Uno dal Genitore Due? Si applicano una targhetta o portano un ciondolo al collo con l’indicazione? E se la coppia si allargasse (oggi, in tempi di famiglia allargata, tutto è possibile) e i genitori diventassero tre? Aggiungiamo ancora un posto a tavola per il “Genitore Tre“? Povero bambino, dovrà imparare presto l’aritmetica se vuole chiamare per numero il genitore giusto, perché rischia di fare confusione con tutti quei numeri genitoriali. A questo punto dovremmo essere sinceri e smetterla di giocare a fare i piccoli rivoluzionari per il gusto di sembrare moderni ed al passo coi tempi.  Siamo davvero così rincoglioniti o facciamo solo finta di esserlo per non turbare la sensibilità di un bambino senza papà, ma con due mamme?

Perché una società deve necessariamente adeguare i propri principi alle esigenze di una esigua minoranza, invece che a quelle della maggioranza? Ma in democrazia non è sempre valido il concetto che sia la maggioranza a decidere? E’ un cardine del sistema democratico. E allora perché in certi casi non è più valido? Oppure è valido solo quando ci fa comodo?  Oppure i nostri progressisti del cavolo sono una lobby così potente che riescono a condizionare l’intera società? Perché dobbiamo abolire la festa del papà perché c’è un bambino che ha due mamme, invece che una mamma ed un papà, come tutti gli altri? Perché dobbiamo smettere di fare il presepe e cantare i canti di Natale?  Perché dobbiamo abolire il Natale e sostituirlo con una generica “Festa d’inverno” e sostituire (come ha deliberato il Parlamento europeo) il classico “Buon Natale” con un generico “Auguri di stagione“?

Se festeggiare il Natale gli dà tanto fastidio (ma quanto sono sensibili!), possono restare a casa loro (non mi risulta che li abbiamo obbligati noi a venire in Italia) e festeggiare Maometto, Budda, Manitù e fare la danza della pioggia intorno al Totem. Per non urtare la sensibilità di immigrati che non sono cristiani, stiamo distruggendo principi e tradizioni.  Stiamo rinnegando le nostre radici e la nostra cultura millenaria. Ci stiamo rendendo ridicoli.

Perché dobbiamo cambiare le leggi naturali che regolano il mondo da millenni per consentire a Vendola di sposare in chiesa il suo amato Eddy e di considerare questa unione una “famiglia” normale? E’ davvero normale che sia la società ad adeguarsi alle paturnie sessuali di pochi? E’ come colorare di nero un intero gregge di pecore bianche per evitare che l’unica pecora nera del gregge si senta a disagio e diversa. Eppure è proprio questo che stiamo facendo. E’ proprio questo che stiamo diventando: un gregge di pecoroni bianchi che si adeguano ai ghiribizzi dell’unica pecora nera.

Con questa mania del cambiamento e della distruzione di tutto ciò che consideriamo vecchio e superato dai tempi finiremo per distruggere noi stessi, la società e l’umanità.  Diventeremo noi stessi degli automi inutili da rottamare o gettare dalla finestra, come si fa con gli oggetti rotti ed inservibili a Capodanno. Non saremo più persone umane, ma più verosimilmente somiglieremo a delle merdacce fantozziane. Rifiuti umani, da gettare nella spazzatura. L’unica consolazione è che, essendo materia organica, siamo riciclabili. Diventeremo compost per concimare fiori, piante e prati verdi. Almeno saremo di qualche utilità al pianeta.

- Come si diventa intolleranti

- Natale: festa degli alberi

- Buone e cattive notizie

- Natale multietnico (Bambino Gesù nero…)

- L’Islam mi rende nervoso

- Immigrati: c’è un limite?

- Multiculturalismo buono, monoetnico no buono

- Stiamo diventando tutti razzisti?

- Il telefonista di Al Qaeda

- Mi presta l’utero?

Tutti dentro

di , 20 Gennaio 2011 20:16

E’ un vecchio film del 1984 con Alberto Sordi che interpreta il ruolo del giudice Salvemini. Magistrato molto zelante e scrupoloso, appena prende il posto del Consigliere anziano che va in pensione, non perde tempo e firma centinaia di mandati d’arresto. Un copione che sembra anticipare quanto successe pochi anni più tardi con le inchieste di Tangentopoli. Ho l’impressione che questo film stia ispirando qualche procura italiana. Magari, come nel celebre film di Fantozzi in cui gli impiegati erano obbligati periodicamente ad assistere alla visione di una “rara copia analogica” della Corazzata Potemkin, ci sono serate dedicate alla visione privata del film, riservata a magistrati in cerca di gloria.

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Fantozzi e la democrazia

di , 12 Dicembre 2006 13:15

Nella lunga serie di film della saga fantozziana c’è una scena memorabile, una perla, che resta nella memoria come fulgido esempio di ribellione. Quasi una riscossa, una vendetta, un urlo che ha la stessa carica rivoluzionaria della presa della Bastiglia. E’ la famosa scena in cui i dipendenti di una grossa azienda, obbligati ad assistere per l’ennesima volta alla proiezione di una rara copia analogica de "La corazzata Potemkin", trovano la forza di reagire e ribellarsi. E nel putiferio generale, Fantozzi, in un impeto di coraggio che non aveva mai avuto, sale sul palco ed urla ai colleghi: "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca." Segue una ovazione generale da parte dei colleghi per un temerario Fantozzi che finalmente trova il coraggio di dire ciò che tutti pensavano, ma nessuno osava dire. E’ un urlo che arriva liberatorio come la fine di un incubo.

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