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Macron e la democrazia

di , 12 Giugno 2017 22:26

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse. Parlo spesso di democrazia e delle contraddizioni insite nel sistema democratico. Uno dei dubbi che mi porto appresso da sempre riguarda la legittimità a governare da parte degli eletti che, in teoria, dovrebbero rappresentare la maggioranza dei cittadini; in realtà, di solito, rappresentano una esigua minoranza.  Ne parlavo, fra i tanti post, in “Democrazia e voto” del 2014, nel quale citavo il caso emblematico delle elezioni regionali in Emilia Romagna dello stesso anno, vinte dal candidato del PD Stefano Bonaccini, proprio come esempio pratico di non corrispondenza fra elettori, eletti e percentuale di consenso. Quello può essere un caso limite, vista la bassissima percentuale di votanti, il 37%, ma grosso modo tutte le elezioni si svolgono con quelle percentuali di votanti e di risultati. Riporto il brano.

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Rottamazioni e mondi da cambiare

di , 1 Dicembre 2016 00:38

C’è sempre qualcuno che vuole cambiare il mondo. Non gli sta bene come l’ha fatto il Creatore e vuole fare qualche modifica. Specie quando si avvicinano scadenze elettorali la parola d’ordine è “cambiamento“. L’ultimo aspirante novello Demiurgo è Matteo Renzi, il nostro premier per caso (anzi, per grazia ricevuta; da Napolitano), che ha cominciato a rottamare tutti quelli che gli stavano intorno ed ha deciso che “L’Italia cambia verso“. Ora poi vuole convincerci che con le riforme proposte nel referendum si apre un’era di cambiamenti epocali. In realtà il quesito referendario è ingannevole e truffaldino, perché così come sono poste le domande invitano a dare una risposta positiva sia alla riduzione dei parlamentari, sia alla riduzione delle spese della politica. Ma in realtà avere un centinaio di senatori in meno è del tutto irrilevante sia come numero, sia come costo. Ma le implicazioni della formazione del nuovo Senato, unitamente alla legge elettorale, apre la strada a derive pericolose per la democrazia. Il fatto è che fanno finta di cambiare, ma  tutto resta come prima, in perfetto stile gattopardesco. Le poltrone sono sempre le stesse. Al massimo cambiano i culi che vi si adagiano. Ma cambiare i culi dei politici non è la soluzione dei problemi, perché la politica è il problema, non è la soluzione. Non serve a molto cambiare le persone se il sistema resta quello che conosciamo da sempre, marcio e corrotto. Se il cavallo è un brocco non serve cambiare il fantino, bisogna cambiare il cavallo. E poi diceva bene Marcuse già negli anni ’60: “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.  Dieci anni fa scrissi un post sull’argomento. Eccolo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (23 maggio 2007)

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso. In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio. Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente“, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani“, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“. E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Più di un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri“. E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti; ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo“, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori” degli altri, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, con la stessa divisa, i cinesi sembravano tutti uguali. Ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese“. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno. Poi mi sveglio e mi tengo il mondo così com’è.

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

Trump ha vinto: allarmi

di , 9 Novembre 2016 22:44

Nessuno se lo aspettava, ma Donald Trump ha vinto. E scatta l’allarme. Siccome tutti i mass media era schierati sfacciatamente a favore di Clinton, ora sono tutti in lutto. Anzi, prevedono per il futuro cataclismi, terremoti, alluvioni, uragani e pestilenze. In TV si vedono solo facce tristi, deluse, amareggiate, depresse, scoraggiate, frustrate, e alti suonano i lamenti delle prefiche di regime. Tutto perché la democrazia è bella, ma solo se vince la sinistra. Se vince  la destra la democrazia è in pericolo.  Ritornello già sentito in passato. Ogni volta che si registra una vittoria o un’avanzata dei partiti conservatori e di destra scatta l’allarme rosso. Come mai se vincono i partiti di sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, ma se vincono gli avversari conservatori di destra, è un gravissimo pericolo per la libertà e la democrazia? La democrazia può essere solo di sinistra? Per certi osservatori sembrerebbe proprio di sì. Ma c’è scritto questo nella Costituzione più bella del mondo? No, c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, di qualunque colore sia. Ma per qualcuno non è proprio così. Bene, la vittoria di Trump in USA è l’ennesima conferma che per certa sinistra la democrazia è bella solo se vincono loro; altrimenti è un pericolo. Già in passato ho scritto spesso su questa strana interpretazione del concetto di libertà, di democrazia e di rispetto della volontà popolare; sembrano concetti chiarissimi che tutti accettano e rispettano, ma non è così. Allora tanto vale riprendere dei post già scritti in passato in diverse occasioni: il succo è sempre lo stesso.

Francia, vince la destra; allarmi. (7 dicembre 2015)

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa, che avevo pubblicato su un altro forum, in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da poco e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora.

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e magari ottiene consensi, apriti cielo, scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo. Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia oppure ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

 

La morale è un optional

di , 10 Giugno 2016 08:49

In politica la morale è un optional; si può avere o non avere. Anzi, meglio averne due, una di scorta. La doppia morale fa sempre comodo, è come la legge: per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Storia vecchia, non fa più nemmeno notizia. Specialisti in questa sottile arte della morale double face è la sinistra; è una conseguenza della presunta superiorità morale. Siccome sono “superiori” moralmente, anche quando fanno le peggiori porcherie ( e ne fanno a iosa, come e più degli avversari), il partito deve sempre restarne fuori, pulito; chi sbaglia lo fa per responsabilità personale e non tocca il partito che resta sempre pulito. Al contrario se qualche avversario commette reati è perché è il suo partito che è corrotto. L’esempio più tragico fu quello dei brigatisti rossi, che erano rossi, erano comunisti, ma il PCI non c’entrava nulla; erano “compagni che sbagliano“.  Quella curiosa interpretazione delle responsabilità del partito, che deve sempre restare fuori,  non è cambiata nel tempo; è sempre quella, ferma ai “compagni che sbagliano“.

Altro clamoroso esempio di questa doppia morale e dell’estranietà del partito alle malefatte dei suoi dirigenti lo si ebbe in occasione dell’inchiesta “Mani pulite” che, di fatto, decapitò l’intera classe politica dirigente italiana, coinvolgendo tutti i partiti: tutti meno uno, il PCI. In quel caso, il principio applicato dai magistrati e che portò in tribunale decine e decine di dirigenti politici (alcuni finirono direttamente in carcere e qualcuno ci morì) era quello che i dirigenti “non possono non sapere” quello che succede all’interno del partito; specie in merito a finanziamenti illeciti. Così inguaiarono Craxi, Forlani e tutti gli altri. Tutti, eccetto i dirigenti del PCI. Il partito comunista non solo riceveva finanziamenti illeciti come tutti, ma da decenni era abbondantemente finanziato da Mosca (cosa che era risaputa).  In tempi di guerra fredda e di cortina di ferro ricevere finanziamenti da una potenza ostile non era solo finanziamento illecito, ma poteva configurarsi come intelligenza col nemico ed alto tradimento. Ma niente di questo fu contestato al PCI.

Anche quando si scoprì l’esistenza di “fondi neri” in Svizzera, riconducibili al PCI, il compagno Greganti si accollò tutta la responsabilità, escludendo qualunque coinvolgimento del partito e dei dirigenti, dichiarando che si trattava  di un suo conto personale. Ed il bello è che gli credettero (o finsero di credergli). Come credettero anche a chi disse che non sapeva nulla di qualcuno che entrò nella sede romana del PCI, in Via delle Botteghe Oscure, con una valigetta piena di 150 milioni di lire. Era provato che c’era stato un versamento di denaro, ma non si trovava materialmente colui che lo aveva ricevuto. Inspiegabilmente, nel momento della consegna della valigetta, in ufficio non c’era nessuno: forse erano tutti al bar o erano distratti, o dormivano. Ergo, il denaro è stato consegnato, ma nessuno lo ha preso. Sono i bizzarri paradossi giuridici all’italiana. E, stranamente, il principio che il capo “Non poteva non sapere“, in questo caso non si applica. Curioso, vero? Forse anche la magistratura ha una morale ballerina; forse hanno addirittura due codici diversi e separati da usare secondo i casi e le circostanze. Questo è l’andazzo della politica, della magistratura, della sinistra e Così è se vi pare; e anche se non vi pare.

Certo, anche a destra non scherzano, ma a sinistra è proprio una caratteristica innata; forse la doppia morale te la danno con la tessera. Ti iscrivi al PD e ti danno la tessera, il distintivo, la bandierina, il manualetto “La doppia morale: istruzioni per l’uso“, e l’attestato di scienza enciclopedica  infusa che ti autorizza a partecipare a tutti i salotti televisivi e discutere con autorevolezza di tutto lo scibile umano; avendo sempre, ben inteso, la verità in tasca. Le ultime elezioni ne danno ancora una volta la conferma, anche se non abbiamo bisogno di ulteriori prove.

Il PD si è lamentato con Giannini, conduttore di Ballarò, perché, a loro dire, ha mostrato dei cartelli con i risultati elettorali, dai quali risultava un forte calo di voti, che sarebbero fuorvianti: “Il PD all’attacco di Ballarò. Cartelli sul voto fuorvianti - Ballarò dimostra (numeri alla mano) il flop elettorale di Renzi. IL PD accusa “E’ fazioso”. E chiama in causa la Bignardi “Chiarisca la violazione”. Il PD ha perso una vagonata di voti, è vero, ma non si può dire; e se lo dici sei fazioso e fuorviante. Ora, la faziosità dei programmi televisivi è risaputa, come pure che quasi tutti i conduttori sono di sinistra e quindi la loro faziosità è ben individuata, scontata, a senso unico; basta saperlo. Fra tanti programmi faziosi, uno dei più faziosi era proprio Ballarò, condotto da Floris; come del resto è sempre stata, ed è tuttora,  faziosa tutta RAI3, da sempre feudo del PCI, PDS, DS, PD. Allora, lamentarsi va bene, denunciare la faziosità di programmi e di conduttori anche, ma dovrebbe esserci un limite, perché se all’improvviso, dopo anni di faziosità sinistra di quel programma, e di tanti altri,  qualcuno si sveglia per accusare Ballarò di faziosità si passa il limite della vergogna.

E’ solo l’ennesima dimostrazione pratica della doppia morale sinistra. Finché la faziosità è a loro favore (come lo è da decenni), la chiamano informazione, giornalismo, inchiesta, o intrattenimento, spettacolo, satira. Se però non gli è favorevole, allora scatta l’allarme; non è informazione corretta, è fuorviante. Non ricordo proteste quando per anni ed anni, su tutti i canali, i “cartelli fuorvianti” erano quelli di Floris, Santoro, Gad Lerner, TeleKabul. Non sento proteste nemmeno per quelli attuali di Iacona, Formigli, Greco e l’allegra brigata dei conduttori militanti, addetti stampa del partito mascherati da opinionisti o giornalisti, giullari e pennivendoli di regime che affollano ogni giorno ed a tutte le ore i salotti televisivi. E nemmeno per le interviste su tutti i canali a Renzi (da Annunziata a D’Urso, Fazio, Del Debbio, Vespa, Gruber), sempre solo e senza contradditorio. E non sento proteste nemmeno per l’atteggiamento sempre aggressivo nei confronti del centrodestra, di Salvini in particolare (fino a raggiungere il vero e proprio insulto) su quasi tutti i talk show, politici e non politici, e programmi vari di militanza politica mascherata da intrattenimento o satira (Crozza e Fazio-Littizzetto fanno scuola; ma per anni in TV hanno imperversato Dandini, Guzzanti e programmi come “Parla con me“, autentico spot militante di sinistra mascherato da satira. Ma nessuno ha mai denunciato la loro faziosità: quella è satira). Ricordiamo ancora “Rockpolitic” di Celentano, un autentico grande spot elettorale a favore della sinistra e di Prodi (si era in prossimità di elezioni). Ma non ricordo lamentele ed accuse di faziosità: quello era spettacolo. I sinistri sono così; se la faziosità è a loro favore è sempre giustificata, la chiamano spettacolo, informazione o satira. Se è sfavorevole, è grave faziosità ed informazione fuorviante. La morale degli ex/post comunisti travestiti da democratici mi ricorda una battuta di Woody Allen sui politici: “L’etica dei politici è una tacca sotto quella dei pedofili.”.

Il mercato dei voti a Napoli

Ricordiamo ancora le scene di rom, cinesi e immigrati di varia provenienza, in fila per votare alle primarie del PD a Napoli, Milano, Roma. E ricordiamo anche che alcuni hanno dichiarato tranquillamente che per andare a votare ricevevano dei soldi. Ma trattandosi di primarie del PD tutto finisce a tarallucci e vino; niente di grave, sono casi isolati e non intaccano l’immagine del partito che è sempre quello dei duri e puri, persone perbene che hanno le mani pulite (rubano come e più degli altri, ma usano i guanti). Bene. La cosa, però, si è ripetuta anche alle ultime elezioni a Napoli (ma non è detto che non avvenga anche in altre città); ci sono testimonianze e video che lo dimostrano. Ma anche in questo caso tentano di minimizzare. Si tratta di candidati nelle liste PD che “comprano” i voti. Ma come sempre finisce che li considerano casi isolati e la responsabilità è personale; il partito deve sempre restare fuori. Sono del PD, ma il Pd non c’entra. Anzi, fanno di più; diventano le vittime, perché questi episodi gettano una luce poco simpatica sul partito che viene danneggiato, quindi…il PD è “parte lesa“.  E non gli scappa nemmeno da ridere. Lo ha dichiarato serenamente al TG,  la vice presidente del PD, Debora (senza la H) Serracchiani: “Il PD è parte lesa“. La foto a lato la mostra in tutto il suo splendore, naturale, senza trucco né inganno. Molto diversa da come appare, carina e sorridente, doverosamente truccata in Tv. E’ l’emblema delle due facce del PD: una pulita, buona rasserenante, perbene, moralmente integra, come si presenta agli elettori; l’altra, senza trucco, al naturale, com’è nella realtà.

Se le porcate le fanno gli avversari è perché sono tutti corrotti, se le fanno loro sono vittime, sono “parte lesa“.   Le magagne del centrodestra sono sempre fatti gravissimi, quelle del PD sono sciocchezze, quisquilie, pinzillacchere, casi isolati, la responsabilità è personale, il PD è pulito, candido e innocente come un angioletto. Da ridere; questa non è politica, è cabaret. Intanto, però, la procura, poco propensa a vedere il lato comico della questione, ha già aperto un’inchiesta; vedremo chi riderà per ultimo. Anche Marrazzo, allora governatore del Lazio, venne scoperto a fare i festini a base di coca con una trans brasiliana. Ma per Santoro e tutta la claque sinistra, non era l’imputato, era la vittima di un complotto; sotto processo erano i carabinieri che l’avevano scoperto. Anche Marrazzo era vittima, era  “parte lesa”. A sinistra ragionano così. Ma guai a farglielo notare; si alterano, si adombrano, si offendono e magari vi accusano di strumentalizzare i fatti per scopi elettorali. Per questa gente dall’ipocrisia congenita e la doppia morale in dotazione di serie, vale sempre un famoso titolo di Cuore:Hanno la faccia come il culo“.

 

Francia; vince la destra, allarmi…

di , 7 Dicembre 2015 09:06

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

Democrazia e voto

di , 24 Novembre 2014 20:28

Democrazia in pillole, anzi, in supposte. Il voto è l’espressione della volontà popolare, si dice. Si dice anche che in democrazia chi prende più voti vince ed, essendo maggioranza, è legittimato a governare. Ma sarà vero che in democrazia governa chi è espressione della volontà popolare? Non sempre, anzi, raramente, o meglio, quasi mai. In questa democrazia c’è il trucco, come nei giochini degli illusionisti. Di solito quella che viene definita “maggioranza” non rappresenta l’effettiva maggioranza assoluta dei cittadini, ma solo quella parte che ha preso più voti; basta anche un solo voto in più e si vince. Ovvero una maggioranza relativa che, molto spesso, è una “minoranza” se rapportata all’intera popolazione. Eppure questa “minoranza” si considera “maggioranza“, pensa di rappresentare l’intero corpo elettorale e si ritiene legittimata a governare in nome del popolo.

Ecco perché, quando si viene eletti ad alte cariche, ci si affretta a dichiarare che “Sarò il presidente di tutti“, lasciando intendere che si è super partes, imparziali e garanti dell’interesse generale; cose a cui non credono più nemmeno i bambini. No, caro “presidente di tutti“, tu sei il presidente di chi ti ha eletto, porti dentro di te la tua formazione culturale, l’ideologia  e  l’appartenenza ad una parte politica che condiziona il tuo pensiero, le tue scelte, la tua visione del mondo, e non si cancella da un giorno all’altro perché si cambia ufficio e poltrona. Ma tutti fanno finta di non saperlo e continuano a rappresentare il classico “Giuoco delle parti“. Conviene a tutti; a tutti loro, non ai cittadini.

Un caso eclatante di non rispondenza fra incarico ricoperto e rappresentatività popolare è quello della presidente della Camera, Laura Boldrini. E’ stata eletta in Parlamento nella lista SEL che ha preso il 3% dei voti. Ma, eletta dall’Assemblea come Presidente della Camera, è diventata  “Terza carica dello Stato“, dopo Napolitano e Grasso. Una delle più alte cariche istituzionali che, sulla carta,  rappresenta l’intera nazione. Ma come è possibile che una persona che rappresenta a malapena il 3% dei votanti  (quindi, neppure il 3% degli elettori e dell’intera popolazione) assuma una delle più alte cariche dello Stato e rappresenti l’intera nazione e tutti gli italiani? A che titolo? Eppure tutto avviene democraticamente e nel rispetto delle regole. A nessuno viene il dubbio che, forse, c’è qualcosa che non va in questo sistema?

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione.

Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.

Ma il nostro premier in camicia con le mani in tasca, Matteo Renzi,  fa finta di non saperlo, grida alla vittoria e dice che “l’astensionismo è un problema marginale, secondario“. Ed aggiunge (è il mantra che ripete ogni giorno, per convincere se stesso e gli altri)  che mentre gli altri chiacchierano, “Noi cambiamo l’Italia“. Il grande cambiamento è proprio questo, che la volontà popolare, tanto sbandierata e sancita anche dalla Costituzione, non è importante, è un fatto secondario. Alla faccia della democrazia.

Se questa gentaglia che campa di politica (intendo tutti, destra, sinistra, centro e panchinari), si arricchisce a spese dei cittadini, e sta rovinando l’Italia,  avesse un minimo di coerenza, di amor proprio, di onestà intellettuale (doti inimmaginabili per un politico), dovrebbero dimettersi spontaneamente da qualunque carica, dovrebbero dire chiaramente che il concetto di democrazia e di rispetto della volontà popolare  è una truffa ideologica inventata per giustificare il potere,  dovrebbero chiedere scusa al popolo, vestirsi con un sacco, vagare per le campagne cospargendosi il capo di cenere, far digiuno e penitenza,  e ritirarsi per il resto della vita in uno sperduto eremo ad espiare le colpe . Amen.

Poltrone d’Italia

di , 21 Febbraio 2014 17:28

Momenti di suspense. Il “Bomba” Renzi è salito al Quirinale. E tutti i media sono in trepida attesa di conoscere la lista dei “nuovi ministri” del “nuovo governo” del “nuovo premier” Renzi. Come se cambiasse qualcosa. Non abbiamo ancora capito perché sia nato un “governo delle larghe intese” voluto da Napolitano. Non abbiamo capito nemmeno perché quello stesso governo, dopo programmi, buone intenzioni e tanti proclami rassicuranti, sia caduto per un capriccio della direzione del PD. Nessuno lo ha spiegato. Non abbiamo avuto il tempo nemmeno di capire il vecchio e già ci troviamo con un nuovo governo. Ma quando si tratta di problemi della sinistra è meglio evitare approfondimenti; meno se ne parla e meglio è. Compagni, zitti e Mosca!

E per evitare imbarazzanti riconoscimenti di fallimento di Letta, del suo governo, del PD, della sinistra e dello stesso Presidente Napolitano, si puntano gli occhi sulla nuova promessa della politica italiana, il fenomeno Renzi. Così si distrae l’attenzione della gente e del fallimento della politica di sinistra non se ne parla più. Ora tutti aspettano di sapere chi farà parte del nuovo governo e siederà sulle poltrone dei ministeri. Cambiano i ministri, i governi, i proclami, i programmi, gli slogan, ma l’Italia va sempre peggio. Viene quasi il sospetto che il problema dell’Italia non sia la politica ed i suoi esponenti, ma siano le poltrone: le poltrone d’Italia.

Eh sì, perché in quasi 70 anni di Repubblica abbiamo avuto governi di destra, di sinistra, di centro, di ogni colore, ma la situazione è sempre più tragica. Ad ogni tornata elettorale assistiamo al solito teatrino dei comizi, delle promesse, delle accuse reciproche tra fazioni avverse, della necessità di cambiamento, di moralizzazione della vita pubblica, di lotta all’evasione, di rilancio dell’economia, di potenziamento dei servizi pubblici, di riduzione degli sprechi…solita tiritera elettorale. E tutti si presentano come il “nuovo che avanza“, assicurano di rompere con il passato e tutti hanno in tasca la ricetta magica per risolvere i problemi, tutti sono capaci, onesti, preparati e chiedono la fiducia del popolo.

Poi, quando arrivano in Parlamento, sono colti da una strana ed improvvisa amnesia; la sindrome della poltrona. Dimenticano tutto ciò che hanno detto e promesso e si comportano  esattamente come tutti i predecessori: a cominciare dalla spartizione delle poltrone di governo, sottogoverno e giù a scendere fino alla sistemazione di assistenti, consulenti, portaborse, funzionari di partito, amici, parenti e conoscenti. Appena poggiano il culo sulle poltrone di governo cominciano a sproloquiare, a vaneggiare, ad inventarsi nuove tasse, nuovi balzelli e norme cervellotiche per complicare la vita dei cittadini. Vuoi vedere che in quelle poltrone c’è un pericolosissimo virus che contagia chi vi si siede sopra alterandone le facoltà mentali? Non c’è altra spiegazione, perché le uniche ad essere sempre al loro posto dopo decenni e superare indenni tutte le crisi di governo sono  sempre loro, le poltrone di governo. Eh, sì, le poltrone sono sempre le stesse; cambiano i culi!

Le Buffonarie

di , 18 Aprile 2013 16:04

Fallita la prima votazione per il Quirinale. Fumata nera che più nera non si può. Eppure, viste le premesse, doveva essere una votazione tranquilla con un esito quasi scontato. Il candidato, Franco Marini, proposto dal PD, accettato da PDL e Scelta civica, era destinato, in teoria, a raccogliere i voti del PD, del PDL. di SEL e della lista Monti, necessari per essere eletto al primo scrutinio. In teoria sembrava cosa fatta. Ma siccome siamo in Italia, ecco che spuntano i franchi tiratori, gli scontenti, i renziani, i vendoliani, i grillini che puntano su Rodotà, le schede bianche (quelli che in tutti i sondaggi rispondono sempre “Non so“), voti sparsi a caso (D’Alema, Prodi, Napolitano, Finocchiaro…) e le previsione della vigilia vengono stravolte.

Eppure, fino a ieri, sembrava raggiunto un accordo di ferro fra Bersani, Berlusconi e Monti. Poi, evidentemente, i mal di pancia della vigilia hanno preso corpo. Vendola si dissocia dal patto elettorale col PD e vota per il candidato del M5S.  I seguaci di Renzi contestano la candidatura di Marini e non si sa cosa abbiano votato (forse scheda bianca o nulla, o nomi diversi). Altri contestatori, all’interno del PD, si dissociano dalle scelte del segretario e preferiscono sostenere, in sintonia con i vendoliani,  il candidato dei grillini, Rodotà. PDL  e  Scelta civica di Monti hanno rispettato l’accordo col PD e, salvo qualche immancabile pecora nera,  hanno votato compatti per Franco Marini. La sinistra (PD e Sel), invece, si sono frantumati come al solito. A sinistra sono così: l’unica cosa che li tiene insieme e li unisce è combattere Berlusconi. In tutti gli altri casi si dividono, spuntano le correnti, i contrasti, le faide interne e si sparpagliano come pecore inseguite dai lupi.

E’ chiaro che a sinistra, in area PD e Sel, regna la confusione più completa e quello che sembrava un accordo di ferro, fondato su principi condivisi, si rivela per quello che era: un semplice accordo elettorale anti Berlusconi che garantisse ai vendoliani l’ingresso in Parlamento, altrimenti, grazie allo sbarramento elettorale, quasi impossibile. E’ lo stesso accordo fatto dal PD, alle precedenti elezioni, con l’Italia dei valori di Di Pietro. Anche Di Pietro, subito dopo le elezioni, assicuratosi una larga rappresentanza parlamentare, mandò all’aria la coalizione e, al fine di gestire in proprio i rimborsi elettorali ed i lauti contributi per i gruppi parlamentari,  creò un gruppo autonomo, alla faccia dell’alleanza col PD. Ma nel PD, come dico spesso, sono duri di comprendonio, hanno i riflessi lenti e passano anni prima che capiscano. E così ci sono ricascati con Vendola che, adesso, contrariamente alle indicazioni fornite dalla coalizione, invece che votare Marini, votano Rodotà, il candidato del M5S.

In queste condizioni, in un momento cruciale per la vita democratica quale è l’elezione del Presidente della Repubblica, qualunque segretario di partito che venisse smentito dalla propria base sulle decisioni assunte dalla dirigenza, sulle indicazioni di voto e sulla tenuta della coalizione con la quale si è presentato due mesi fa alle elezioni, avrebbe una sola via d’uscita: dimettersi.

 Bersani si dimette? Ma nemmeno per sogno. Ecco la soluzione, dopo il flop Marini: votare scheda bianca per le prossime due votazioni. Così si prende tempo e si arriva alla quarta votazione, quando, invece che la maggioranza dei 2/3,  sarà sufficiente la maggioranza assoluta (50% + 1). Ormai è una strategia consolidata a sinistra: quando non sanno cosa fare prendono tempo. Lo ha fatto lo stesso Bersani quando, subito dopo aver ricevuto l’incarico esplorativo dal Presidente Napolitano, invece che verificare subito la disponibilità dei gruppi politici in Parlamento, ha perso giorni e giorni a sentire tutte le ”parti sociali” operanti sul territorio (Risultato?  Zero!). Anche Napolitano, visto il fallimento di Bersani e non sapendo che pesci pigliare, ha preso tempo e, come Ponzio Pilato, se ne è lavato le mani ed ha nominato un Comitato di “Saggi” per fare non si sa bene cosa (Risultato? Zero!).

Ora Bersani deve constatare il fallimento della sua proposta per il Colle e, invece che dimettersi, visto che non è in grado di controllare un partito che lo contesta e gli sfugge di mano, pilatescamente propone di votare scheda bianca per le prossime due votazioni. Poi si vedrà, sperando in un miracolo. Questi sono gli eletti dal popolo italiano, quelli che stanno in Parlamento, quelli che dovrebbero garantire la democrazia rappresentativa. Quelli che, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi, ogni volta che c’è da scegliere qualche candidato (per il Parlamento, per la Regione o il Comune), fanno le “Primarie“. E le spacciano come prova di grande democrazia. Poi, alla prima occasione, invece che rispettare la volontà degli elettori o le indicazioni e le direttive del partito o della coalizione, si appellano alla libertà di mandato,  si dividono su tutto e vanno in ordine sparso, come reclute in libera uscita. Sono quattro gatti e riescono a dividersi sempre e su tutto: due gatti a destra, due gatti a sinistra. E dire che, tempo fa, questa accozzaglia sconclusionata di “Tutti contro tutti“, in perenne conflitto, la chiamavano “L’Unione“.

Così, dopo aver assistito alle “Primarie” del PD, alle “Parlamentarie” dei grillini, alle “Quirinarie” ancora dei grillini, ora, sconsolati, assistiamo a questa nuova e poco seria carnevalata parlamentare: le “Buffonarie“.

Grillo vuole cambiare il mondo

di , 22 Marzo 2013 13:54

C’è gente che non riesce a stare tranquilla. Deve necessariamente trovare il modo di complicarsi l’esistenza. E spesso riesce a complicarla anche agli altri. E’ il caso dei rivoluzionari della domenica, in servizio permanente effettivo, che continuano a predicare il cambiamento. Vogliono cambiare tutto, non gli va bene niente. Come diceva Bartali “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare“. Già, ma il nostro campione alludeva al ciclismo, non al mondo intero.

Questi aspiranti rivoluzionari li troviamo equamente distribuiti fra i militanti dei movimenti estremisti, sia di destra che di sinistra. Ma la mania del cambiamento contagia anche persone apparentemente normali, fuori dagli estremismi, che dovrebbero essere più moderate e pragmatiche. Invece, specie nell’area della sinistra, proliferano i nuovi profeti del cambiamento. Si fanno chiamare riformisti, progressisti, democratici, liberal. Molto spesso sono solo comunisti che, dopo la caduta del muro di Berlino, il fallimento dell’impero sovietico e dell’aberrante ideologia che ne era alla base,  si vergognano di essere comunisti e si fanno chiamare “liberal“; ma sempre comunisti sono! Ed hanno nel DNA la predisposizione genetica a rompere con il passato, rompere con le regole, rompere con i vecchi schemi, rompere con la morale. Insomma, hanno la “rottura” nel sangue, Sono nati per rompere!

Anni fa, il salvatore della patria, Romano Prodi, diceva che bisognava “cambiare l’Italia“. Anche Bersani dice che, se diventerà premier, il suo sarà un “Governo del cambiamento” e ribadisce ancora oggi il concetto affermando “Tutti insieme cambieremo il Paese“. Ma c’è chi rilancia ed offre di più. Beppe Grillo, forse esaltato dal grande ed inaspettato successo elettorale, non si accontenta più di “Cambiare l’Italia“, come aveva più volte gridato nei suoi comizi in piazza. Ora i confini nazionali gli vanno stretti, comincia ad avere allucinazioni rivoluzionarie su scala planetaria, sogna di esportare il suo movimento nei cinque continenti, si esalta, vaneggia, forse ha anche le visioni mistiche e lancia il suo motto di battaglia “Cambieremo il mondo“. Che Guevara gli fa un baffo e Carlo Marx gliene fa due.

In verità un cambiamento c’è già stato. In questo periodo di gravissima crisi economica, abbiamo appena eletto i nuovi parlamentari. E Napolitano ha avviato le consultazioni per la costituzione del nuovo governo. Vista la mancanza di uno schieramento politico che abbia la maggioranza necessaria a formare un governo stabile, ci si trova in una situazione di stallo ed appare difficilissimo trovare una soluzione. Il PDL sarebbe disposto ad un governo di larghe intese, o “governissimo” insieme al PD. Ma il PD esclude categoricamente qualunque forma di intesa col PDL. E lancia, invece, segnali di apertura al M5S di Grillo. Ma Grillo continua a negare qualunque forma di sostegno ad un governo del PD, confermando una sorta di intolleranza nei confronti del partito di Bersani, come affermava chiaramente già anni fa (Chi è il comico?).

Non se ne esce. Grillo è l’ago della bilancia, quello che può garantire i voti per sostenere un governo stabile. Così, in questa situazione di incertezza, la situazione è molto seria. Così seria che tutti pendono dalle labbra di Grillo. Un sì o un no sono decisivi per la costituzione del governo. L’avvenire del Parlamento appena insediato e dell’Italia è nelle mani e nella testa di un comico. I comici una volta si vedevano a teatro, al cinema, in televisione, al Drive In, a Zelig. Oggi vengono ricevuti con tutti gli onori al Quirinale e consultati dal Presidente della Repubblica. Chissà, forse in futuro vedremo entrare al Quirinale anche Crozza, Littizzetto, Guzzanti, Ficarra e Picone, il mago Zurlì e Topo Gigio.

Molti anni fa, nei cortei sessantottini, si gridava “L’immaginazione al potere“. E l’auspicio si è avverato, visto che abbiamo mandato al potere i comici che di immaginazione ne hanno anche troppa. Ne hanno tanta che, invece che limitarsi a farci fare quattro risate, fondano un movimento politico e vogliono “Cambiare il mondo“. Si ha la strana sensazione che, invece che ridere, finiranno per farci piangere. Dice Grillo che la sua è una rivoluzione che sale dal popolo, dalla gente comune. Ma il suo movimento l’ha chiamato “Cinque stelle“, nome che più che evocare qualcosa di popolare, richiama alla mente un Hotel di lusso. Se proprio avesse voluto  identificarlo come movimento popolare avrebbe dovuto chiamarlo “Movimento Pensione Mariuccia“. No?

Tanto è vero che fra i primi sostenitori del suo movimento ci sono Dario Fo, Celentano ed altri esponenti del mondo dello spettacolo e dell’intellighenzia nostrana. Insomma, un movimento d’élite, quasi esclusivo, come una suite di un hotel 5 stelle. E gli eletti in Parlamento lo stanno dimostrando da subito. Non parlano con nessuno, non rilasciano interviste, non si concedono alla TV, non spiegano pubblicamente cosa fanno, cosa intendono fare e quali sono i loro programmi. Sfuggono a cronisti e paparazzi. Proprio come autentiche star dello spettacolo. Hanno la puzzetta sotto il naso. Ma la puzza è la loro.

L’unica fonte di informazione ufficiale è il blog del fondatore Beppe Grillo. Il loro modo di comunicare e di informare i cittadini ed i loro stessi elettori è questo; attraverso il blog, facebook e twitter. Così tagliano fuori dall’informazione non solo la stampa e la TV, ma anche tutti coloro (e sono milioni) che, per età, non disponibilità economica, poca o nessuna dimestichezza con internet non hanno alcuna possibilità di informarsi su cosa sia il M5S e sui suoi programmi. Ed ecco che diventa un movimento ancora più esclusivo, riservato a chi possiede un PC e sa usarlo. Di colpo taglia fuori milioni di italiani  che non solo non sanno cosa sia un Blog, ma nemmeno cosa sia internet, Twitter e Facebook. E se c’è qualche ottantenne che usa internet e magari scrive su un blog, non è la regola, è l’eccezione. Un vero e proprio movimento esclusivo per pochi. Una sorta di setta riservata al popolo della rete. Alla faccia  del movimento popolare, della democrazia e della tanto strombazzata “trasparenza“.

Già, quando i comici smettono di fare i comici e vogliono fare le persone serie, spesso, diventano tragici. Diventano comici, invece, coloro che considerano i comici come persone serie. Ma vederli entrare al Quirinale per decidere le sorti del governo, più che comico è grottesco. Forse è proprio questo  l’inevitabile epilogo di quella rappresentazione tragicomica che è diventata ormai la politica italiana: le  ”Comiche finali“.

A proposito di “Cambiare il mondo“, vorrei riportare un vecchio post (ironico, ma mica tanto) di qualche anno fa, ma non è il caso di appesantire ancor più questo post. Potete leggerlo qui: “Il Papa mi copia il blog”.

Grillo for dummies

di , 8 Marzo 2013 11:35

Spiegare il fenomeno Grillo è facile. Bisogna, però, fare un piccolo sforzo di fantasia ed  immedesimarsi in coloro che lo seguono, che lo osannano, che riempiono le piazze e lo applaudono. Non è difficile. In fondo sono persone normali, comuni mortali che campano alla meno peggio, sfogando rabbia e frustrazioni allo stadio di calcio o accalorandosi in accese discussioni con amici e colleghi di lavoro su tutti gli argomenti possibili, convinti di avere sempre la risposta giusta per tutto e la soluzione per ogni problema.  Gente così, un po’ Fantozzi, un po’ Filini. Gente comune, specialmente giovani, che una volta si limitava a scambiarsi commenti e  lamentele assortite al bar dello sport, dove tutti sono esperti di tutto, dal calcio allo spettacolo, dall’economia agli UFO, dall’alta finanza alla politica.

Qualcuno, non ricordo chi, ha detto: “Peccato che tutti coloro che sanno benissimo come governare il Paese siano impegnati a tagliare capelli o guidare taxi“. Già, barbieri e tassisti possono discutere di tutto lo scibile umano con l’apparente sicurezza di chi non ammette repliche. Ma una volta queste “autorevolissime” chiacchiere restavano confinate fra le quattro mura del bar, ma non restava traccia perché, come dice il vecchio adagio latino, “Verba volant“. Scenette da piccoli pseudorivoluzionari di periferia, da sfigati in attesa di posto fisso, roba da “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”, come dicevo nel post “Tutti giù per terra“.

Poi, grazie al progresso ed alla tecnologia, è successo qualcosa di imprevedibile e dalle conseguenze non ancora del tutto comprese nel loro potenziale rivoluzionario. E’ successo che questi commentatori ed opinionisti da bar dello sport si sono adeguati ai tempi, si sono informatizzati, si sono trasferiti nella rete internet, dove chiunque può aprire una sua pagina web ed esprimersi liberamente, hanno creato legami di affinità ideologica e si sono ritrovati uniti ed aggregati attorno al blog di un comico in crisi esistenziale che si è riciclato come guru spirituale e tribuno della plebe. Di colpo, il blog di Grillo è diventato come un faro nella notte, punto di riferimento per contestatori, rivoluzionari della domenica, individui dalla personalità debole in cerca di una figura paterna che funga da guida, cuccioli smarriti nella foresta della vita, felici di aggregarsi ad altri cuccioli smarriti per costituire un branco che li rassicura e li protegge.  Questo è successo.

Ora si trattava solo di dare una finalità a questa aggregazione. E Grillo, da uomo di spettacolo, sapeva benissimo come sfruttare la situazione. Il suo istrionismo si è espresso al meglio nelle piazze, davanti ad un pubblico che lo applaudiva perché diceva esattamente le cose che quel pubblico voleva sentire. E’ la regola d’oro di tutti i comizianti del mondo. Mischiando sapientemente battute ad effetto, ironia, insulti, sarcasmo, denuncia sociale e critica feroce alla politica, ha creato un mix dialettico che è un capolavoro dell’arte retorica. Cicerone non avrebbe saputo fare di meglio. Marcantonio, e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare, al confronto è nulla; un dilettante. Il trionfo della sofistica in versione moderna.

C’è un solo accorgimento da rispettare: evitare, finché è possibile,  di  fornire proposte precise e concrete, o stilare programmi dettagliati che potrebbero dividere il pubblico in favorevoli e contrari. Limitarsi, piuttosto, a poche cose essenziali sulle quali più o meno tutti sono d’accordo: lotta alla corruzione, al malaffare, al malgoverno, agli sprechi del denaro pubblico, ai privilegi assurdi ed ingiustificabili, denunciare gli imbrogli, i sotterfugi, gli inciuci, le truffe della finanza, lo strozzinaggio bancario, stigmatizzare  tutto ciò che è come uno schiaffo in faccia al popolo, tutto ciò che suscita rabbia e sdegno. Ma tenendosi sul vago, senza entrare troppo nei dettagli, perché prima o poi qualcuno dei duri e puri, quelli che predicano bene e razzolano male,  potrebbe essere scoperto con le mani nella marmellata.  Poi basta alimentare questa indignazione trasformandola in desiderio di rivolta. Ed il gioco è fatto. Si organizza una giornata di protesta in piazza, la si chiama “Vaffa Day” e così comincia l’avventura.

Sembra un gioco, un’allegra goliardata, una specie di gita fuori porta, un picnic fra amici, un semplice happening  o un flash mob, come dicono oggi, senza conseguenze. Ma è qualcosa di più serio e non se ne era colta appieno l’importanza. Tutte le rivoluzioni cominciano così, con semplici adunate di piccoli gruppi. Ed una volta partita la rivolta non si sa mai come va a finire, quali saranno gli effetti ed è sempre difficile, se non impossibile, fermarla, perché una piccola palla di neve che rotola giù dalla montagna diventa subito valanga.

E così i nostri opinionisti da bar dello sport si ritrovano, di punto in bianco, in condizioni di partecipare alle elezioni sotto l’ala protettrice di Grillo e dell’eminenza grigia Casaleggio. Tutto quello che devono fare è proporre la propria candidatura nella sede virtuale del movimento, il blog di Grillo. Fanno una parodia di “primarie“, si autocandidano, si autovotano, nessuno controlla l’autenticità di quelle poche migliaia di persone che votano in rete e, senza sapere chi sono e cosa vogliono, si ritrovano in lista per le elezioni.

E siccome la gente ormai ha perso ogni speranza di vedere segni di cambiamento della politica, è talmente schifata della casta che vota per questi grillini che si propongono come anti politica. E’ l’unica cosa che si capisce di questo movimento, essere contro la politica e proporre un cambiamento radicale. Ma è l’idea che, come dicevo prima, accomuna gran parte degli italiani. Basta questo per dargli il voto.  E così, abbiamo svuotato bar, taxi e barberie, abbiamo preso gli opinionisti della domenica ed abbiamo mandato tassisti e barbieri in Parlamento. Poi non lamentiamoci se ci faranno barba e capelli.

Eppure, il buon senso dovrebbe farci riflettere. Va bene il cambiamento, va bene la protesta, va bene dare fiducia a chi si propone come rinnovamento, va bene cambiare le regole della politica, ma bisogna stare attenti ai cambiamenti improvvisi e drastici. Prima di gettar via le vecchie sedie, accertatevi che abbiate quelle nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

E poi, soprattutto, ricordiamoci che basta poco per passare da una semplice protesta ad innalzare il patibolo in piazza. Il passo è breve. Il paragone non sembri azzardato, visto che la stampa riportava, nei giorni scorsi,  un’altra delle proposte grillesche; gli eletti non dovranno chiamarsi “onorevoli“, ma “Cittadini“. Vi ricorda niente? Sì, evoca scenari di un lontano 14 luglio 1789, da presa della Bastiglia. E sembra di sentire il sinistro e lugubre sferragliare della lama della ghigliottina. Attento Grillo, perché Robespierre, col pretesto della giustizia ed in nome del popolo,  creò un terrificante tribunale degno della peggiore Inquisizione e grazie a quella stessa sua creatura, che gli si rivoltò contro, perse la testa; letteralmente. Tempo al tempo, scommettiamo che…

Schulz, si faccia i ca…voletti di Bruxelles

di , 4 Marzo 2013 15:57

Martin Schulz è il presidente del Parlamento europeo. In questa veste dovrebbe essere assolutamente super partes e mai, dico mai, dovrebbe interferire sulle questioni interne di un Paese dell’Unione. Ancora meno, salvo riferire deliberati dello stesso Parlamento, esprimendo giudizi sulla politica interna o su esponenti dei partiti nazionali. Ma ormai sembra essersi diffusa fra i potenti della Terra una sorta di mania di protagonismo che li porta ad occuparsi anche di cose che non sono di loro competenza. (Vedi “Oscar, estasi e polpette” e “La frangetta di Michelle“)

Ne abbiamo un caso esemplare in patria, dove il Presidente Napolitano, che è convinto di doversi occupare di tutto e tutti, ogni santo giorno è in prima pagina sulla stampa con qualche dichiarazione che spesso esula dalle sue competenze. Ma siccome è il Presidente, nessuno ha il coraggio di dirglielo e ricordargli le sue prerogative presidenziali. Già, meglio evitare complicazioni. Di questi tempi si rischia grosso. E poi, come diceva Longanesi, nella bandiera italiana bisognerebbe aggiungere il motto “Tengo famiglia“. Quindi, facciamo finta di niente. Compagni, zitti e Mosca!

Bene, questo signor Schulz, ancora di recente, in piena campagna elettorale, non ha resistito alla voglia di intervenire ed ha rilasciato questa dichiarazione, come riportato dall’ANSA in data 21 febbraio:Italiani, non votate Berlusconi“. Inconcepibile. Ma non è successo niente, salvo una protesta più che giustificata del PDL.

Non contento della malefatta compiuta, oggi torna alla carica. Forse è un suo bisogno fisiologico, come andare in bagno. Se non si impiccia di affari che non gli competono sta male, gli viene l’orticaria. deve sfogarsi. Ed ecco che oggi, secondo una ultimissima  flash news ANSA,  dichiara: “Spero che Grillo appoggi il governo“.

Ora sarebbe il caso che il nostro Presidente Napolitano, visto che tutto vede, di tutto si occupa ed a tutto provvede, trovasse il tempo di ricordare al signor Schulz la necessità di attenersi alle sue competenze e prerogative, invitandolo al rispetto della nostra sovranità nazionale e delle nostre scelte politiche.  Lo so, non sarebbe un messaggio propriamente in stile presidenziale, ma verrebbe spontaneo dire: “Caro signor Schulz, ma perché non si fa i ca…voli suoi?”.

Tutti giù per terra

di , 4 Marzo 2013 09:08

Così finisce quella vecchia filastrocca che si cantava da bambini facendo il girotondo. Torna in mente vedendo le immagini della prima riunione degli eletti del M5S in un hotel romano. A vederli così, in circolo in una sala spoglia, alcuni seduti, altri accovacciati per terra, più che una riunione di neoparlamentari sembra un’assemblea studentesca, l’interno di un centro sociale o una rimpatriata fra ex boy scout.

Invece sono i nuovi parlamentari della Repubblica e rappresentano 1/4 degli elettori. Il loro guru, Grillo, sfugge i cronisti ed i fotografi,  si mostra in pubblico mascherato come l’uomo ragno, rilascia brevissime dichiarazioni quasi con fastidio ed i seguaci ancora peggio; non parlano, non si vedono in televisione, non si sa chi siano, cosa facciano, quali programmi propongano, quale preparazione abbiano. Sono un mistero.

Non ci sono comunicati ufficiali, né dichiarazioni che chiariscano agli italiani, ed ai loro elettori, quale sia la loro linea programmatica. L’unica cosa certa sembra essere la non disponibilità ad accordi e alleanze e che si limiteranno ad approvare o meno, di volta in volta, le proposte fatte in Parlamento. Sembrano trascurare il fatto che le proposte dovrebbe farle il governo. Ma se, come è evidente, è quasi impossibile formare un governo stabile, chi farà le proposte? Misteri parlamentari.

Non hanno una sede stabile, non un ufficio, nemmeno un indirizzo civico. Esistono solo in rete. E comunicano tramite skype, facebook e twitter. Sono un partito “virtuale“, nato in rete ed improvvisamente materializzatosi nella realtà. Infatti, ancora oggi, il loro unico riferimento, la casa madre, la sede centrale, la fonte di ispirazione e la regia di comando è un “non luogo“, un sito internet, il blog di Beppe grillo. Chi l’avrebbe detto; abbiamo mandato un blog al governo. Tutta la loro attività politica si svolgerà attraverso il blog: proposte, direttive, indicazioni di voto, resoconti dell’attività parlamentare, documenti, sondaggi d’opinione, referendum. A questo punto Montecitorio potrebbe anche chiudere; si fa tutto in rete. E si risparmia un sacco di soldi. A proposito, e quei cittadini (e sono tanti) che non hanno un PC, non navigano in rete, non sanno nemmeno cosa sia un blog, come faranno ad essere informati? Altro mistero grillesco. Ma forse Grillo si rivolge solo ad  un’Italia di internauti. E la casalinga di Voghera?

Durante la campagna elettorale è stato imposto il divieto assoluto di mostrarsi in televisione o di rilasciare interviste. La ragione è piuttosto evidente. Non avendo, si immagina, esperienza e preparazione in campo politico, si sarebbero trovati in grave difficoltà a dover rispondere a domande precise ed imbarazzanti. Meglio tacere, non mostrarsi e lasciare che gli elettori, in assenza di riscontri reali, li vedano come dei vendicatori solitari, una specie di Robin Hood o di misteriosi cavalieri che lottano contro i soprusi. Sono i nuovi cavalieri Templari. Magari Giacobbo ci farà una puntata speciale.

Eppure la strategia ha funzionato. Perfino i cassintegrati del Sulcis, in Sardegna, da mesi in sciopero e senza speranza di risolvere la crisi che attanaglia l’intera zona, hanno dichiarato di aver votato per il M5S. Perché i grillini hanno una proposta concreta per risolvere la crisi del Sulcis? No, semplicemente perché non hanno più fiducia negli altri schieramenti politici. E’ l’ultima spiaggia, l’ultimo barlume di speranza. Come affidarsi agli amuleti, ai riti propiziatori o fare un viaggio a Lourdes, confidando in un miracolo. Ecco, Grillo è una specie di santone che lascia intendere che farà la grazia e guarirà tutti i mali d’Italia. E se c’è gente che crede al malocchio o alle cartomanti che leggono il destino con le carte, allora si può credere anche a Grillo.

Eppure, visto che non esistono dati e notizie che li riguardano e che facciano conoscere la loro attività, la preparazione, i titoli, le capacità specifiche, possiamo pensare che siano solo dei ragazzotti di belle speranze che, forse, erano a spasso, in attesa di lavoro o svolgevano attività varie che nulla hanno a che vedere con la politica. Hanno esperienza di amministrazione? Hanno competenze specifiche? Hanno un programma di governo? Oppure hanno solo sogni nel cassetto e voglia di giocare a fare i piccoli rivoluzionari? Insomma, più che politici, ricordano i famosi “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”, come cantava Paoli. Simpatici, ma un conto è chiacchierare di sogni giovanili al bar dello sport, altro è governare l’Italia.

Del resto hanno avuto gioco facile a presentarsi come rivoluzionari della domenica ed urlare che vogliono mandare tutti a casa. E’ un grido che attraversa la penisola, trasversale, che risuona negli attici del centro e nelle case di periferia. E’ una sensazione di sbandamento, di sfiducia, di perdita di ogni speranza quella che si prova assistendo ai giri di valzer della politica italiana. Vecchie cariatidi della politica che imperversano sui media, parlando del niente, del vuoto, di problemi che interessano più la casta che i cittadini. Nessuno che sia stato in grado, in questi anni di crisi, di fare una sola proposta concreta per combattere la crisi.

Continuano a sproloquiare di concetti vaghi, di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di garantire il futuro ai giovani, di creare posti di lavoro. Ma che vuol dire? Non significa assolutamente nulla, se questi concetti non sono trasformati in azioni reali e concrete. Ricorda tanto la vecchia proposta di Franceschini, quando era segretario, che propose l’assunzione di 100.000 giovani. Bella idea, vero? Peccato che si dimenticasse di dire chi doveva assumerli, pagarli e per fare cosa. Piccolo dettaglio insignificante. Eppure questi politicanti sono convinti di essere persone serie, di avere programmi geniali per salvare l’Italia.

Ne sono convinti e continuano a parlarsi addosso, a citarsi, ad esaltarsi, ad autosuggestionarsi, in un continuo gioco autoreferenziale che serve solo a mantenere lo status quo e garantirgli le poltrone. Non sono stati in grado di fare una legge elettorale decente, non hanno diminuito le spese della politica, non hanno diminuito il numero dei parlamentari ed i loro compensi. Niente di niente, solo chiacchiere e comparsate televisive. E intanto l’economia va a rotoli, le aziende chiudono, i disoccupati crescono, la povertà avanza e gli imprenditori si suicidano. Ed i nostri politicanti mantengono tutti i loro privilegi e saltellano in televisione, da un programma all’altro, a parlare di concetti vaghi, ad accusarsi reciprocamente ed insultarsi. Uno scenario deprimente, penoso che sfiora l’indecenza.

Sfido io che Grillo ha gioco facile e diventa il primo partito.  Con questa gentaglia, anche lo scemo del villaggio sarebbe più credibile. Ma ho la strana sensazione che, ormai, non siamo più sulla soglia del baratro, come dicono da tempo i gufi italici. Ormai abbiamo già preso la china e stiamo  rotolando verso il basso. Stiamo arrivando alla resa dei conti e non ci sarà più spazio e tempo per le solite manfrine da mercato delle vacche.  Quella foto dei grillini in cerchio, seduti per terra, è l’immagine del nostro futuro. Forse è proprio questo il messaggio che vogliono diffondere. Siamo finiti così, come quella vecchia filastrocca: col culo per terra.

Governo delle fresche frasche

di , 27 Febbraio 2013 13:51

La situazione politica ricorda la storiella del polpo, l’aragosta e la murena; acerrimi nemici, ma, se dovessero trovarsi rinchiusi in una vasca, non succederebbe niente perché avrebbero paura reciprocamente l’uno dell’altro e resterebbero immobili. Così sono i residuati bellici dei nostri partiti politici. Già dalle dichiarazioni in campagna elettorale i maggiori contendenti si dichiaravano non disposti ad alleanze con gli altri schieramenti. Ma, si sa, la notte porta consiglio; specie la notte dopo le elezioni e specialmente se nessuno è in grado di governare da solo. Così affermano ancora la non disponibilità a inciuci, ma, sotto sotto fischiettando con indifferenza,  cominciano a scrutarsi per capire cosa faranno gli altri. E gli italiani fanno come le stelle: stanno a guardare.

Ma  osservando le reazioni immediate dei vari autorevoli commentatori italici, mi viene in mente anche una famosa gag di Troisi il quale, parlando della difficoltà di trovare lavoro, diceva che a Napoli si poteva trovare ”lavoro nero“, o “un lavoretto“, lasciando intendere con opportuno gesto delle mani che si trattasse di qualcosa di poco pulito, oppure “lavoro a cottimo“. Ma semplicemente “un lavoro e basta“, a Napoli non si trovava.

Così, una volta avevamo il “governo balneare” (i meno giovani lo ricorderanno), e dopo aver avuto quella anomalia unica nella storia repubblicana che hanno chiamato ”governo tecnico“, già lunedì, visto il risultato elettorale che non garantisce un governo stabile, qualcuno cominciava a suggerire un “governo di scopo” (cosa sia e cosa significhi lo sanno solo le illuminate menti dei nostri esperti politologi). Ieri, nella sua conferenza stampa, Bersani ha dichiarato che il prossimo governo dovrà essere un “governo di combattimento “. Prepariamoci a scavare trincee, rifugi e dotarci di equipaggiamento tattico da combattimento. Oggi, sull’autorevolissimo Corriere, il direttore De Bortoli, tanto per non essere secondo a nessuno, in un videomessaggio,  lancia l’idea di un “governo di responsabilità“. Insomma, a quanto pare, come il lavoro per Troisi, in Italia un semplice e normale “governo e basta” che governi non si può avere.

E non è finita, perché di menti geniali il patrio suolo abbonda, specie fra gli osservatori politici, gli intellettuali per caso, gli opinionisti tuttologi e gli esperti del giorno dopo, quelli che dopo la catastrofe sanno spiegarti per filo e per segno casa è successo. Già ieri, vista la difficoltà di stabilire alleanze in Parlamento, nel solito talk show si prospettava la possibilità di concordare “convergenze di programma“. Chi ricorda il famoso “governo balneare” ricorderà senza dubbio anche un’altra genialata politica di quei tempi partorita dalla mente di Aldo Moro, leader storico della DC. Si stava preparando la strada per un accordo di governo con il PCI, ma siccome nessuno osava dirlo e chiamare le cose con il loro nome (consuetudine, purtroppo, ancora in uso), si accennava ad un vago ed innocente “compromesso storico“. E per giustificare una ipotetica unità d’intenti, pur nella diversità delle posizioni, Moro coniò l’espressione “convergenze parallele“. Un capolavoro del linguaggio politichese che stravolge tutti i principi della geometria classica, difficilmente uguagliabile e talmente astruso che, ancora oggi, i più acuti osservatori farebbero fatica a spiegarne il significato.

Le convergenze di programma sono solo l’evoluzione moderna delle convergenze parallele. E’ sempre una specie di compromesso storico, il concetto è lo stesso, ma detta così sembra una cosa del tutto normale, un semplice accordo fra buoni amici. Del resto, non possiamo mica scandalizzarci dopo aver assistito a quel matrimonio contro natura che ha visto felicemente sposi gli ex comunisti con gli ex democristiani. In quella occasione autorevoli esponenti dei DS e della Margherita dissero, senza che gli scappasse da ridere, che volevano le stesse cose e che avevano “radici comuni” (!?). Sic, ex comunisti ed ex democristiani vogliono le stesse cose. Ecco la perfetta attuazione del compromesso storico, ben oltre quanto sognasse Moro.  Una perfetta simbiosi fra devoti credenti e mangiapreti. Ormai tutto è possibile; anche che Vendola sposi Paola Concia.

Una volta i governi balneari servivano giusto a mandare avanti gli affari correnti e consentire il riposo estivo agli stressati onorevoli della prima Repubblica, in attesa della ripresa delle ostilità a settembre. Ora l’estate è ancora lontana, ma la primavera si avvicina. E perfino i vincitori delle elezioni non hanno difficoltà ad affermare che questa sarà una legislatura breve che non arriverà certo alla scadenza dei 5 anni. Lo ha detto chiaramente ieri la portavoce di Bersani, Alessandra Moretti. Insomma, un governo che passi la primavera, l’estate ed a settembre si vedrà quando e come tornare al voto. Così dopo il governo balneare si inventeranno il governo di primavera; quando la natura si risveglia, i prati sono in fiore ed invitano le coppiette ad infrascarsi in camporella. Sarà il governo delle fresche frasche!

Bersani è nervoso

di , 26 Febbraio 2013 18:42

Ho appena finito di ascoltare l’attesissima conferenza stampa di Bersani. Solitamente chi vince le elezioni rilascia subito delle dichiarazioni in merito all’esito del voto ed al programma di governo. Bersani, contrariamente alla consuetudine,  ha aspettato un giorno. Ecco perché tutti erano ansiosi di sentire le sue dichiarazioni per capire, in questa confusa situazione di difficile governabilità creata dall’esito elettorale, quali siano le sue proposte per superare lo stallo politico ed eventualmente scoprire quali alleanze siano possibili per garantire un minimo di sicurezza al prossimo governo.

Bene, ora sarei curioso di sentire cosa avranno da dire i soliti esperti politologi dopo le parole di Bersani. Ma, soprattutto, sarei curioso di sapere cosa hanno capito gli spettatori normali, i cittadini, la casalinga di Voghera e l’uomo della strada. Insomma, la gente comune. Credo che avrebbero molte difficoltà a dare un senso compiuto alle dichiarazioni del segretario smacchiatore. Non si è capito niente, non una precisazione sulle intenzioni nell’immediato futuro, non una proposta concreta, non una indicazione su eventuali intese in Parlamento.   Niente di niente. Solita sintassi bersaniana ingarbugliata e difficile da seguire,  con frasi lasciate a metà, periodi confusi, allusioni vaghe,  risposte che non sono risposte, concetti fumosi, richiami alle regole parlamentari, alla Costituzione (quella va sempre bene), alle responsabilità di chi vince, tutto ha detto, ma  nessuna risposta concreta.

E adesso di cosa discuteranno i nostri opinionisti politici che da due giorni sono in attività permanente, pronti a commentare tutto e tutti, e che aspettavano con ansia il verbo dello smacchiatore folle di Bettola? Troveranno di sicuro qualche spunto, estrapolandolo dal discorso bersaniano e, arrampicandosi sugli specchi,  daranno fondo a tutti i trucchi dialettici di cui dispongono per far finta di aver capito qualcosa. Tenteranno una loro personale interpretazione. Ci proveranno, ma sarà un tentativo ridicolo di camuffare l’incomprensibilità delle dichiarazioni di Bersani. E’ politichese puro, un monologo in cui si dice tutto per non dire niente. Affermazioni prive di senso. Roba da far invidia a Jonesco ed ai migliori brani del teatro dell’assurdo. Come quando da ragazzi, durante un’interrogazione a scuola,  si cercava di inventarsi delle risposte improvvisate per nascondere l’impreparazione. E con questi commenti improvvisati si riempiranno gli spazi televisivi, facendo finta di spiegare gli eventi politici.

In verità, però, qualcosa si è capita. Ma non ha niente a che vedere con i programmi di governo. Attiene, piuttosto, alla personalità di Bersani. E’ qualcosa che i più attenti osservatori  della fisiognomica e della gestualità, hanno già notato da tempo. E sarebbe interessante che qualcuno analizzasse e commentasse la conferenza stampa sotto questo aspetto. La prima impressione è di un Bersani in difficoltà, che parla quasi controvoglia, impacciato, insicuro, imbarazzato, come se volesse scusarsi di aver commesso una marachella. E questo atteggiamento è confermato dalle prime parole, quando afferma che se non si riesce a dare un governo stabile al Paese non si può dire di aver vinto. Ecco il punto, Bersani ha avuto pochi voti in più rispetto agli avversari (che gli consentono di usufruire del premio di maggioranza alla Camera), ma sa, riconosce  ed afferma che non può dire di aver vinto.

L’altro aspetto è legato ai gesti, all’espressione. Il primo sintomo di disagio è quel continuo tic nervoso, sembra arricciare il naso, che lo tormenta ogni volta che parla in pubblico o deve rispondere alle domande. Si tocca il naso, si gratta, si passa la mano sulla testa pelata. Continua ad inforcare gli occhiali ed a toglierli (è una sua abitudine specifica), a far finta di assestarli, a toccarli, sfiorarli. Quante volte lo ha fatto? Anche questo sarebbe un dato interessante per capire il personaggio. E quando non si assesta gli occhiali, fa finta di  regolare le aste del microfono, cerca qualcosa nel taschino interno della giacca, poi infila le dita nel taschino esterno, Ripete più volte questi gesti. Sono gesti che denotano insicurezza e disagio. Bersani è nervoso, molto nervoso, troppo nervoso. Lo si nota durante tutta la prima parte della conferenza.

Subito dopo lascia spazio alle domande dei giornalisti. E comincia un altro “tormentone“, beve acqua da un bicchiere di plastica. Altra domanda: quante volte Bersani beve acqua durante quei pochi minuti in cui risponde alle domande dei cronisti? Sarebbe interessante contarle. Lo fa ripetutamente, a piccoli sorsi, sembra che quel piccolo bicchiere di plastica sia inesauribile e contenga litri di acqua. Altro segno del nervosismo eccessivo di Bersani. Perché questo bisogno impellenti di bere tanto? Ha mangiato pesante a pranzo? Impepata di cozze? Spaghetti all’arrabbiata con troppo peperoncino? Gli si è azzerata la salivazione come Crozza a Sanremo davanti alle contestazioni del pubblico? Mistero. L’impressione è che il nostro smacchiatore folle di Bettola, alla fine di una campagna elettorale in cui ostentava grande sicurezza dicendo di essere sicuro di vincere con largo vantaggio, sia alla Camera che al Senato,  abbia fatto la fine di quegli smacchiatori, pardon…di quei suonatori che vennero per suonare e furono suonati.

Silenzio elettorale

di , 24 Febbraio 2013 15:02

Dalle ore 24 di venerdì è scattato il periodo di “Silenzio elettorale“. “E’ iniziato dalle ore 24 di venerdì il cosiddetto ‘silenzio elettorale’ ovvero il divieto di effettuare i comizi, le riunioni di propaganda elettorale in luoghi pubblici o aperti al pubblico, nuova affissione di stampati, giornali murali o altri manifesti di propaganda elettorale e diffusione di trasmissioni radiotelevisive di propaganda elettorale”. (ANSA) Questo il sunto delle disposizioni sul silenzio elettorale, regolato dall’art. 9 della  legge 4 aprile 1956 n. 212 e successive modifiche. Ecco il testo…

Articolo   9

  1. Nel giorno precedente ed  in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi, le riunioni di  propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al  pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti  di propaganda.

2. Nei giorni destinati alla votazione altresì è vietata  ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso  delle sezioni elettorali.

3. È consentita la nuova affissione di giornali quotidiani o  periodici nelle bacheche previste all’art. 1 della presente legge.

4. Chiunque   contravviene alle norme di cui al presente articolo è punito con la reclusione   fino ad un anno e con la multa da lire 100.000 a lire 1.000.000  (Articolo così modificato da   ultimo dall’art. 113, legge 24 novembre 1981, n. 689. Successivamente l’art.   15, legge 10 dicembre 1993, n. 515, ha disposto che in caso di violazione delle   disposizioni contenute nel presente articolo si applichi, in luogo delle sanzioni   penali, la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 103 a euro 1032)

L’articolo 9 è stato successivamente integrato (legge 4 febbraio 1985, n.10, e successive modificazioni) con la seguente disposizione: “Nel giorno precedente ed in quello stabilito per le elezioni è fatto divieto anche alle emittenti radiotelevisive private di diffondere propaganda elettorale”.

Chiarito cosa sia il “silenzio elettorale” e quali siano le norme che lo regolano, oggi vediamo questo titolo  d’apertura del Corriere on line (ma la notizia la troviamo su tutte le prime pagine dei quotidiani) che pubblica anche il video dell’intervista.

Scrive il Corriere “In visita a Milanello il Cavaliere viola il silenzio elettorale “. Succede che Berlusconi in visita a Milanello, dove si allena il Milan (praticamente in casa sua), dopo aver parlato della squadra, andando via ha risposto alla domanda di un cronista di una TV greca, esprimendo giudizi sulla magistratura e sulla stampa.

Da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa“, ha detto. La “violazione” ha scatenato, ovviamente, la reazione generale degli indignati permanenti, pronti a scatenare la denuncia pubblica contro tutto ciò che fa o dice Berlusconi.

Ora, però, dobbiamo chiederci se davvero queste parole di Berlusconi, sono una violazione delle norme sul silenzio elettorale, oppure sono l’ennesima sparata giornalistica su un fatto inesistente. L’art. 1, sopra riportato, dice chiaramente cosa è vietato: comizi, riunioni di propaganda in luoghi pubblici, affissione di manifesti e stampati. A questo si aggiunge il divieto per le emittenti radio TV di diffondere propaganda elettorale.

Bene, allora cosa ha violato Berlusconi? Ha tenuto un comizio? NO. Ha tenuto una riunione di propaganda in luogo pubblico? NO. Ha affisso manifesti elettorali? NO. Ha diffuso via radio e TV messaggi di propaganda? NO. Niente di tutto ciò che le disposizioni sul silenzio elettorale vietano. E allora dov’è lo scandalo?

Due osservazioni. La prima riguarda il contenuto delle dichiarazioni rilasciate al volo all’emittente greca. Parlare della magistratura è  propaganda politica? Se lo è significa che la magistratura è un soggetto politico. Ma la magistratura non lo è. Anzi, come ci ricordano spesso e volentieri, è al di sopra delle parti, è un organo indipendente dalla politica. Allora parlare della magistratura non è propaganda politica. Ai fini delle norme citate, ha la stessa valenza di dichiarazioni sul tempo, sulla percorribilità delle strade o sul menu del pranzo a Milanello. Né più, né meno. Semplicemente non è politica. Ma se lo fosse, allora smentirebbe tutte le dichiarazioni sull’indipendenza della magistratura. Questo sì che sarebbe grave.

La seconda osservazione riguarda la stampa che, alla luce delle norme riportate, può essere equiparata, in quanto mezzo di comunicazione, alle emittenti radio e TV. La norma non vieta di fare dichiarazioni politiche, vieta espressamente la loro diffusione. E non c’è possibilità di fraintendimento. Il divieto riguarda la “diffusione di propaganda elettorale“.  In questo caso, TV e stampa. Allora, ammesso e non concesso che le dichiarazioni di Berlusconi siano propaganda elettorale, chi ha violato le norme, chi fa le dichiarazioni o chi le diffonde? Non c’è dubbio, la legge parla chiaro: chi le diffonde!

Quindi, cari cronisti d’assalto, dovreste leggere e rileggere con attenzione il testo della legge, prima di sbattere in prima pagina sdegnate accuse di violazione del silenzio elettorale. Siete stati voi a violare le norme, non Berlusconi. Cari indignati permanenti, cari giudici per caso e moralisti da bar dello sport, se c’è qualcuno che è colpevole e che ha violato le regole del silenzio elettorale è quella TV greca e tutti i quotidiani che oggi pubblicano il video e le dichiarazioni di Berlusconi. So che vi sembrerà strano e paradossale, ma questa  è la verità. Già, ma parlare di verità è tempo sprecato, perché la verità non ha diritto di cittadinanza sulla stampa. Anzi, oggi la stampa è la fonte prima della mistificazione della realtà, ad uso e consumo di interessi che non sono certo quelli dei lettori.

In fondo, sbattere in prima pagina, come articolo d’apertura, la notizia di questa presunta violazione delle norme è un messaggio che può prefigurarsi come critica ed attacco all’operato di Berlusconi ed avere effetto e conseguenze negative sulla sua immagine. Quindi, pubblicare questa notizia è un messaggio, questo sì, di propaganda elettorale a danno di un candidato. Ma l’accanimento contro il “nemico” è tale che non si rendono conto nemmeno di diventare ridicoli. E, soprattutto, di essere essi stessi i primi a violare le norme. Il classico bue che dice cornuto all’asino. E’ la stampa, bellezza!

N.B.

Sempre oggi, ancora sul Corriere.it è in bella evidenza un box con un articolo di Gian Antonio Stella: “IMU e giaguari, l’ABC delle promesse“. Come anticipa il titolo, Stella fa un lungo elenco delle promesse e delle dichiarazioni fatte dai leader nel corso di questa campagna elettorale appena terminata. Sembra un semplice elenco che tocca tutti nello stesso modo, senza partigianeria. Sembra, ma non lo è. Ai nostri instancabili fustigatori dei costumi non gli riesce proprio di essere imparziali; anche quando sembra che lo siano o che si sforzino di esserlo, non ce la fanno, è più forte di loro, ce l’hanno nel sangue, nel DNA.

Così, anche nella scelta dell’immagine da accostare al pezzo, si sceglie una simpatica istantanea di Bersani che sorride mentre Vespa gli regala un giaguaro di pelouche. Già, perché Berlusconi non ne azzecca una, le sue sono sempre dichiarazioni sconvenienti e promesse da marinaio e se promette che restituirà l’IMU lo accusano di “Voto di scambio” e la procura di Roma apre la milionesima inchiesta. Bersani, invece, è sempre presentato come un pacioccone, bonario e le sue sparate sono sempre battute simpatiche tipo “Smacchieremo il giaguaro“, oppure, rivolto a Grillo “Io sono figlio di un meccanico, lui è miliardario“.

Eccolo il nostro “proletario“, così viene sempre mostrato dalla stampa. La sua immagine è quella di un simpatico figlio del popolo con l’accento piacentino che si mostrava in maniche di camicia sui manifesti (“Rimbocchiamoci le maniche“, diceva, ma nessuno ha fatto battutine sarcastiche o ironizzato) o si mette in posa davanti al distributore del padre, circondato dall’affetto generale di parenti, amici e sostenitori. Che brava persona, gli manca solo l’aureola. Sarà un caso? Ecchecaso, direbbero a Striscia.

Se si legge con attenzione si vede che la maggior parte degli interventi riguardano Berlusconi e che, subito dopo alcuni di questi interventi,  il nostro giornalista “indipendente, imparziale e super partes“, inserisce il commento sarcastico di Bersani. Forse è convinto che i lettori siano davvero deficienti e non notino questi dettagli. E’ un vizietto che affligge molti cronisti, opinionisti, editorialisti e illustri penne della nostra stampa libera e indipendente. Sono convinti di essere più furbi dei comuni mortali. Del resto, anche Bersani è convinto di passare per “proletario“, dimenticando che attorno a lui ed al PD, se guarda bene, scoprirà parecchi “proletari-miliardari“. Forse per questo non si fa fotografare davanti alla sede di MPS. E’ convinto che la gente creda che il PD non c’entri nulla. Già, anche lui è convinto. Ma in fondo anche Fazio è convinto che il suo non sia stato un festival politicizzato. Anche Crozza è convinto che la sua non sia propaganda, ma satira. Anche Vendola è convinto di essere un “uomo politico“. Anche Rosi Bindi è convinta di contare qualcosa nel PD. Che strane convinzioni ha la gente!

Ma la cosa strana non è questa lunga tiritera sulle dichiarazioni più o meno credibili dei vari leader politici. E’ il fatto che Stella riferisce, nel suo elenco, temi, impegni, commenti  e promesse che hanno costituito l’asse portante su cui si è basata la propaganda elettorale.  Sono le stesse dichiarazioni che, ogni giorno, venivano riprese ed amplificate dai media, stampa e TV e costituivano argomento di dibattito in tutti i talk show politici in televisione. Sono l’ossatura della propaganda. Queste sì, sono “propaganda elettorale“. Riportarle oggi in prima pagina significa, quindi, pari pari, violare smaccatamente le norme sul silenzio elettorale.

La violazione è vostra, cari editorialisti del Corriere. E’ sua, caro Stella. Possibile che vi sfugga questo particolare? Altro che sparare in prima pagina la violazione di Berlusconi. Dovreste vergognarvi. Ma non si può pretendere tanto, perché oltre a non sapere cosa sia la verità, la nostra stampa libera, imparziale ed indipendente, non conosce nemmeno la vergogna.

Misteri elettorali e ravioli equini

di , 24 Febbraio 2013 10:12

Oggi si vota. Ma quanti sono gli italiani che hanno diritto di voto? Beh, facile saperlo, basta leggere i giornali o vedere su internet.  Che bella la rete, c’è tutto, ma proprio tutto. E ci trovi un sacco di notizie, serie e attendibili, su tutto lo scibile umano. Ecco, per esempio, svelato il mistero del numero dei votanti. Basta dare uno sguardo alla Home Tiscali (beh, restiamo in casa, tanto per cominciare). Ed ecco la risposta alla nostra domanda, oggi è proprio la notizia di apertura, in testa alla prima pagina, che fortuna…

Bene, ora sappiamo che gli italiani che andranno a votare sono più di 47 milioni. Ma mentre leggo, rassicurato, questa notizia, vedo scorrere proprio sopra la notizia d’apertura, i titoli delle flash news di LaPresse. E leggo che…

Oh, perbacco, 50 milioni? Ma non può essere. Sarà un errore di battitura. Clicco sulla notizia ed ecco…

Conferma, dice proprio 50 milioni. E se lo dice LaPresse bisogna crederci. Ma come è possibile, sulla stessa pagina, una sull’altra, due notizie contrastanti? Boh, misteri mediatici. (Vedo adesso, dopo aver pubblicato il post, che la notizia in apertura è stata corretta. Bene, meglio tardi che mai).

Ma non è il solo mistero della comunicazione. Nei giorni scorsi abbiamo appreso la notizia, diffusa da stampa e TV, sulla presenza di carne di cavallo nei ravioli e tortellini, invece che carne di manzo o suina, come specificato sulle confezioni. E ancora una volta ci dobbiamo fidare di quello che vediamo in rete sui siti d’informazione. Allarme generale, controlli dei NAS e confezioni sotto sequestro. Poi, per fortuna arriva la smentita. Ecco: “Test negativi sulla carne; non c’è cavallo“.

Meno male, ora siamo tranquilli. O meglio, lo siamo finché non leggiamo, nello stesso giorno, un’altra notizia: “Trovata carne di cavallo in lasagne a Bologna”.

Ecco, come volevasi dimostrare. La carne equina c’è, anzi non c’è, o meglio non c’è nei ravioli, ma c’è nelle lasagne, beh, forse c’è, chissà, boh!?  Ora siamo davvero sicuri che…non possiamo essere sicuri. L’unica cosa da fare è provare. Acquistate una confezione, l’aprite e se sentite nitrire vuol dire che c’è il cavallo. Facile, no? Ma guai a protestare; l’informazione è una cosa seria. E’ la stampa, bellezza!

Vota PdC (fa bene alla salute)

di , 23 Febbraio 2013 13:28

Domani si vota, finalmente. Così la smettiamo con le passerelle televisive e gli appelli dell’ultimo minuto. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato, simm’e Napule paisà. Trullalero trullalà!

Ultimo appello

La politica è in crisi, l’economia è in crisi, il cinema è in crisi, la famiglia è in crisi, la RAI è in crisi, la scuola è in crisi, tutto è in crisi. Perfino gli psicologi, non riuscendo a contrastare il dilagare di questa epidemia di crisi globale, sono in crisi per eccesso di crisi.
In politica si naviga a vista e si tenta di tutto per far finta di cambiare le cose in modo che tutto resti come prima. Il  libro più letto in Parlamento è “Il gattopardo“.

In questa atmosfera di estrema confusione è necessario intervenire con proposte concrete che, una volta per tutte, riportino la politica nel suo ambiente naturale: il mercato delle vacche.
Per questo motivo abbiamo deciso di scendere in campo e fondare un nuovo partito che sia improntato alla massima chiarezza.

Premessa
Il nostro movimento si batterà per contrastare il confusionismo integralista del cerchiobottismo doppiopesista dello statalismo liberale perseguito dall’ateismo clericale, dal bigottismo ateo dei marxisti cattolici e dall’immobilismo movimentista del relativismo dogmatico.

Il programma
A tal fine proponiamo un liberalsocialismo cattolaicista conservatore e riformista che si batta per una democrazia totalitaria in un libero mercato di Stato, fondato sul capitalismo noglobalista autarchico. Un partito movimentista che nasca dal fusionismo dell’ultralibertarismo postradicale e neoreazionario e dell’ultraclericalismo dell’estremismo moderato, mediati da un garantismo giustizialista non disgiunto dall’anarchismo nazionalista del proletariato aristocratico. Chiaro?

Il nostro programma completo sarà stampato, in elegante veste tipografica, in 24 volumi per complessive 25948 pagine, più un aggiornamento che, essendo un aggiornamento, verrà aggiornato continuamente secondo i ghiribizzi e le paturnie dei vari candidati, sostenitori, fiancheggiatori, amici, parenti e conoscenti e secondo gli umori dello zio Peppino il quale, essendo un bastian contrario per natura, ha sempre qualcosa da aggiungere.
Il programma verrà sottoposto ad approvazione dei cittadini i quali potranno, inoltre, scegliere i candidati nel corso di regolari elezioni primarie, secondarie e terziarie francescane che voteranno in convento a favore e convento contrario, tanto per garantire la par condicio.

Il nome, il simbolo.
Seguendo l’abitudine diffusa di adottare simboli di ispirazione naturalistica, alberi e fiori in particolare (garofano, margherita, quercia, ulivo), anche noi abbiamo deciso di adeguarci.
Ma per dimostrare da subito la grande democrazia e la natura popolare del movimento, piuttosto che scegliere fiori o alberi pregiati, abbiamo optato per un modesto ortaggio: il cavolo.
Dopo il PD ed il PDL abbiamo il  PDC: il Partito del Cavolo.

Aderisci anche tu al Partito del cavolo e risolveremo tutti i problemi, anche quelli che non hai.
- Col cavolo troverai un lavoro fisso.
- Col cavolo avrai uno stipendio sicuro.
- Col cavolo avrai una casa.
- Col cavolo avrai una pensione garantita.

Che cavolo volete di più?

L’inno del Cavolo (Parole di Circostanza, musica di Atmosfera)

Con verze e cavolfiori
nessuno resta fuori.
Cavoli e broccoletti
Saremo tutti eletti.
Col broccolo e col cavolo
Si mangia tutti a un tavolo.
Col cavolo che avanza
Ci riempirem la panza.
Sosteneteci.
Col cavolo risolveremo tutti i problemi e fin da oggi promettiamo e garantiamo “Più cavoli a merenda per tutti”.
Aderite numerosi, altrimenti saranno cavoli vostri!

Nell’immagine sotto il ritratto ufficiale del fondatore e Presidente onorario del partito del cavolo.

Identikit di un politico in crisi esistenziale

di , 20 Febbraio 2013 15:39

Facciamo un giochino facile facile: “Indovina chi è il politico“. Si può facilmente individuare un politico anche senza vederlo, basta sentire quello che dice, che propone. Per esempio,  se  in questi giorni senti qualcuno che promette di restituire l’IMU pagata nel 2012 sai che è Berlusconi. Se senti qualcuno dire che vuole smacchiare un giaguaro, sai che è Bersani. Facile, vero?

Ora facciamo il nostro giochino. C’è un politico che oggi, nel corso di una lunga intervista all’ANSA,   fa delle dichiarazioni grazie alle quali dovrebbe essere facile identificarlo. Ci fornisce, attraverso l’esposizione di idee, opinioni  e proposte, il suo perfetto “identikit“. Chi è questo noto uomo politico? Vediamo di capirlo da ciò che dice.

Dice che “‘Sarei felicissimo se Napolitano continuasse nel suo mandato perché è diventato in questi anni guida morale degli italiani“.

Dice che non ci sono problemi sulle possibili alleanze post elettorali, perché “Non ci devono più essere ideologie“.

Dice che “Berlusconi parla ancora dei comunisti, come se fossimo ancora nel ’48″.

Dice che “Non si può far riferimento alle ideologie di destra, centro, sinistra”.

Dice che “‘Ciò che era culturalmente o ideologicamente valido fino a ieri non necessariamente lo è oggi”.

Dice che “Nella prossima legislatura il Parlamento dovrà varare una legge per il riconoscimento dei diritti e dei doveri delle coppie di fatto per coloro che convivono stabilmente a prescindere dal fatto che siano coppie eterosessuali o omosessuali”.

Bene, capito di chi si tratta? Un aiutino? Va bene, Riassumiamo. Elogia l’operato di Napolitano, è contro le ideologie, non crede che ci siano ancora comunisti, condanna i riferimenti politici alle ideologie di destra di centro e di sinistra,  contesta la validità della cultura, propone una legge a favore delle unioni di fatto fra omosessuali. Chiaro?

Insomma, un vero e proprio progressista che rompe con il passato, con la cultura, le ideologie, gli schemi destra/sinistra della vecchia politica. Uno che apprezza moltissimo il ruolo svolto dal Presidente Napolitano. Uno che è convinto che “i comunisti non ci sono più“.

Concetti che sentiamo ripetere spesso da Bersani che è sempre pronto a riconoscere il ruolo “super partes” (!?) di Napolitano. O da Grillo che contesta tutta la vecchia politica, destra, sinistra e centro. O dai compagni del PD che, quando qualcuno li accusa di essere sempre comunisti, rispondono, buttandola sull’ironia, che “Non esistono più i comunisti“. O da Paola Concia che si batte per il riconoscimento delle coppie gay e lesbiche.

Insomma, un vero progressista, laico, di sinistra e di rottura con tutto ciò che appartiene al passato. Sarà Vendola, il comunista orecchinato che sogna di sposare in chiesa il suo amato Eddy? No. Ingroia, il magistrato che vuol fare la rivoluzione? No. D’Alema? No, lui pensa a veleggiare. Veltroni, quello che “Non sono mai stato comunista“? No, nemmeno lui. Oddio, non sarà mica Pecoraro Scanio riesumato per l’occasione? No, no. Ferrero, Diliberto, Marco Rizzo, Ferrante dei comunisti lavoratori? No. Non sarà l’ex parlamentare rifondarolo Francesco Caruso, il No Global latifondista nullatenente, ma col vizio dell’esproprio proletario? No, no, acqua.

Ebbene, questo nuovo tribuno del popolo, progressista e di rottura (come ha rotto lui non ha rotto nessuno) è, come direbbe Mario Riva, Nientepopodimenoche…l’emblema del politico conservatore, cresciuto e pasciuto nel MSI di Almirante, evoluto in Destra nazionale, Alleanza nazionale, PDL, vero baluardo della cultura e delle tradizioni nazionali, dell’amor di patria, della destra italiana, dei vecchi ed irrinunciabili  valori del passato, della lotta senza quartiere al comunismo,  lui…Gianfranco Fini.

 

Lo so, dalle dichiarazioni rilasciate è quasi impossibile riconoscerlo. Anche lui, come si usa fare a sinistra per non farsi riconoscere e sembrare diversi da quello che si è, ha messo in atto una metamorfosi orribile e totale, peggio del kafkiano Gregor Samsa. Ebbene sì, anche il nostro Gianfri ha avuto la sua crisi di coscienza e, per rinnovarsi (politicamente), ha cambiato pelle; come i serpenti.

Si usa dire che solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Può essere vero. Ma ciò non significa che chi cambia idea facilmente non possa essere imbecille.  O che  rinnegare completamente il proprio passato sia segno di intelligenza. Anche questo può essere segno di imbecillità. O anche peggio…

 

Visioni elettorali

di , 3 Febbraio 2013 17:32

Il clima elettorale favorisce gli scontri dialettici e stimola la fantasia dei maggiori competitori. Ma può avere anche spiacevoli ed imprevisti effetti dovuti all’eccesso di lavoro e di affaticamento mentale. Così, in certi momenti di particolare tensione emotiva possono verificarsi stati di allucinazione, estasi o visioni mistiche.

E’ il caso di Nichi Vendola che, pur impegnatissimo a rincorrere Bersani per assicurarsi un posto in Parlamento, non perde occasione di dichiarare, come riportato sulla stampa nei giorni scorsi, che è sempre innamoratissimo del suo compagno Eddy e continua a sognare di sposarlo con una bella cerimonia in chiesa, con benedizione del prete, marcia nuziale, fiori d’arancio, abito bianco, paggetti e damigelle che reggono il velo,  confetti e “Viva gli sposi“.  Che carini, fanno tenerezza, come i fidanzatini di Peynet…

E’ uno degli effetti collaterali del gravoso impegno elettorale. Si può perdere il senso della realtà; e del ridicolo.

Vedo la luce“, esclamavano in estasi i Blues Brothers, colpiti dal raggio divino. I nostri esponenti politici, invece, in stato di trans (no, Luxuria non c’entra), alzano lo sguardo al cielo e, in apparente stato di grazia,  hanno le loro visoni mistiche. Beh, non proprio mistiche, diciamo più prosaiche. Ecco un esempio…

La visione ottimistica di Bersani

 

La visione di Renzi, il rottamatore rottamato

 

La visione edonistica di Berlusconi

 

 

 

La politica è un bluff…legale

di , 26 Gennaio 2013 19:21

Occuparsi di politica conviene. E’ sempre meglio che lavorare. E si guadagna molto di più.  Una volta i re, i tiranni, i dittatori opprimevano il popolo con pesanti balzelli e, per soddisfare la loro sete di potere, non esitavano a mandare il popolo in guerra. Oggi per fortuna non è più così. In democrazia è il popolo che elegge liberamente i governanti i quali, poi, impongono il pagamento di tasse, balzelli vari e mandano i giovani in guerra. Non cambia quasi niente, però scegliere liberamente i propri carnefici è già una conquista. No?

Si riconosce comunemente che la democrazia non sia un sistema perfetto, ma sia, come diceva Churchill, il “meno peggio“. E’ strano che in 2000 anni di storia l’umanità non sia riuscita a trovare un sistema di governo che, pur non essendo perfetto, sia almeno il migliore possibile, invece che accontentarsi del “meno peggio”. Affermare che un sistema sia il “meno peggio” non equivale, come potrebbe sembrare, ad affermare che sia il migliore possibile. C’è una sottile, ma sostanziale differenza. Individuare il sistema “migliore” significa scegliere fra vari sistemi che siano, comunque, buoni e validi, se non addirittura ottimi. Scegliere il “meno peggio”, invece, implica una scelta fra diversi sistemi la cui caratteristica è quella di essere i “peggiori“.

E’ evidente che c’è una bella differenza fra scegliere il “meno peggio” fra i peggiori e scegliere il “migliore” fra i migliori. E’ come scegliere fra la luce ed il buio e paragonare il “meno buio” al “più luminoso”. La differenza è così netta e sostanziale che il paragone risulta quasi improponibile. Ho paura che, stando così le cose, l’umanità abbia sprecato questi 2000 anni di storia.

L’altro aspetto sorprendente della democrazia è che tutti, ma proprio tutti, possono dedicarsi alla politica e raggiungere il potere; anche gli imbecilli. Senza controlli, senza esami, senza limiti, senza meriti, senza test, senza prove di capacità, senza selezioni, senza titoli, senza alcuna prova della loro attitudine a governare o amministrare la cosa pubblica. Bella la democrazia, vero? Così anche gli imbecilli hanno diritto di candidarsi, di essere eletti, di entrare in Parlamento e, ovviamente, di esprimersi; lo garantisce l’art. 21 della Costituzione. Alcuni riescono perfino a farsi pagare e campare agiatamente in qualità di giornalisti, conduttori TV, comici, esperti di qualcosa, opinionisti generici, tuttologi o, se proprio non sanno fare altro, dedicandosi alla politica. Sono pur sempre degli imbecilli, ma non imbecilli qualunque; sono imbecilli specializzati! E come specialisti non procurano danni generici; creano danni speciali, mirati, finalizzati, colpiscono obiettivi precisi e specifici. Un po’ come le bombe intelligenti.

Solo che le bombe, una volta esplose sono praticamente distrutte e non possono procurare altri danni. Gli imbecilli, invece, a meno che non siano terroristi islamici kamikaze (quelli “usa e getta“), continuano, vita natural durante, ad essere delle bombe vaganti, sempre innescate e pronte ad esplodere, che si riproducono spontaneamente dopo ogni esplosione. Sono bombe umane; le peggiori. A proposito,  chi sono i Politici ? I politici sono quelli che sostengono la validità del sistema democratico, ribadendo, in ogni occasione, che in democrazia il potere “appartiene al popolo” che sceglie liberamente ed elegge i propri rappresentanti. Grazie a questa autentica truffa culturale, i politici riescono a farsi votare e, spesso senza alcun merito particolare,  diventano deputati in Parlamento (o  consiglieri regionali, provinciali, comunali etc.), e guadagnano circa 30 milioni di vecchie lirette al mese per creare una allucinante burocrazia, tartassare i cittadini con sempre nuove tasse, scialacquare allegramente il denaro pubblico,  complicarci la vita ed occupare tutti gli spazi mediatici possibili, presentandosi come salvatori della patria e spacciando per discorsi politici autentiche banalità, ovvietà e sciocchezze assortite. Insomma, quelli che sono pagati profumatamente per raccontare balle al popolo che le prende per buone, le scambia per profonde riflessioni e ci crede. Loro sono pagati per dire cazzate, noi ci crediamo…gratis! Boh…!?

N.B.

Un cretino ignorante ha un pregio: fa meno danni di un cretino istruito.

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