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Anche Bob Dylan copia

di , 15 Giugno 2017 14:26

Copiare è facile e si risparmia tempo e fatica. E internet è diventato il regno del copia/incolla. Lo fanno tutti, bambini e autorevoli accademici. Ho appena letto un articolo di Antonio Socci su Libero del 14 giugno in merito alla vittoria di Macron in Francia: “Macron ed il pericolo per la democrazia“. Mi ha sorpreso constatare che c’è un lungo periodo che sembra preso pari pari dal mio post di 3 giorni fa (Macron e la democrazia); non solo i dati ufficiali sui votanti, gli astenuti e la percentuale di voti di Macron (i dati sono quelli), ma le stesse riflessioni sulla legittimità dell’esito elettorale grazie al quale Macron, con una percentuale di voti minima, si prende la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. Per fortuna il mio post è del 12 giugno, ovvero due giorni prima di quello di Socci, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che io lo abbia copiato. Casomai è il contrario. Ma, naturalmente è solo una coincidenza.

Ciò che sembra strano, però,  è che tutti i media riportano i dati ed i risultati elettorali, sottolineano l’alta percentuale di astenuti (il 50%), esaltano la vittoria di Macron, analizzano le ragioni del suo successo e gli effetti sui futuri rapporti con l’Europa; ma nessuno si sofferma a guardare l’altra faccia della medaglia. Nessuno coglie lo spunto dei risultati elettorali per notare l’incongruenza di un sistema democratico che consente a chi vince le elezioni con una ridotta percentuale di voti (nemmeno sul totale degli elettori, ma sulla metà del corpo elettorale), di governare sentendosi legittimato da una presunta maggioranza e volontà popolare che, invece, rappresenta il consenso di una minoranza degli elettori. Ovvero, è un caso eclatante di “governo della minoranza“. Evidentemente in Italia lo abbiamo notato solo in due:  io e Antonio Socci. Strano, vero?

Però, non è la prima volta che mi capita di leggere in rete pezzi che mi ricordano ciò che scrivo nel mio blog. Ricordo un altro articolo di Socci nel quale diceva che  Papa Bergoglio parla a vanvera, senza rendersi conto delle conseguenze di quello che dice. Esattamente, parola per parola, una frase che ripeto spesso da anni su Bergoglio. Mi è capitato di sentire comici in Tv fare battute prese di sana pianta dai miei post. Così pure riprendere concetti, anche con le stesse parole, su politica, società, arte ed argomenti vari. Mi capita di lasciare dei commenti su un quotidiano in rete (non lo cito per discrezione)  e dopo pochi giorni vedere degli articoli che riprendono proprio concetti ed argomenti espressi nei miei commenti.  Ricordo una pagina Facebook “La decima crociata” che faceva regolarmente copia/incolla dei miei post, li pubblicava sulla sua pagina, senza citare la fonte, e li spacciava come suoi. Quando glielo feci notare, lasciando un messaggio per lui su un mio post del 2013 “Meglio tacere“, invece che rimediare, scusarsi e citare la fonte dei suoi scritti, bloccò l’accesso alla sua pagina, che prima era libero, riservandolo agli iscritti.

Ma non era il solo. Mi è capitato spesso di rintracciare miei post riportati per intero in siti e forum, senza citare la fonte. E’ la grande opportunità fornita da internet. Quando non hai abbastanza fantasia per scrivere qualcosa di tuo, basta cercare in rete, fare copia/incolla, pubblicarlo e lasciar credere che sia roba tua. Del resto, ormai va di moda. Illustri personaggi (scrittori, giornalisti, politici, accademici) vengono accusati di copiare da altri autori; chi copia le tesine, chi copia  risultati di ricerche altrui  e chi copia i discorsi ufficiali. La schiera dei copia/incolla è lunga: da Roberto Saviano (Saviano, accusa di plagio: avrebbe copiato da Wikipedia) a Umberto Galimberti (Galimberti in cattedra con due libri copiati), da Marine Le Pen (Marine Le Pen copia discorso di Fillon) a Corrado Augias ed altri (Augias e i copioni di Repubblica). Oggi si scopre che perfino Bob Dylan avrebbe copiato dalla rete (Dylan accusato di aver copiato il discorso da un “bigino” on line). Parte del suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura sarebbe preso da un sito inglese che  crea “bigini” di letteratura. Deve essere qualcosa di simile ai riassunti di romanzi che comparivano una volta su “Selezione dal  Reader’s Digest“. E se copia anche Bob Dylan, un premio Nobel per la letteratura, vuol dire che è tutto normale; oggi il copia/incolla è la nuova forma di creatività letteraria. Bella la rete.

Macron e la democrazia

di , 12 Giugno 2017 22:26

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse. Parlo spesso di democrazia e delle contraddizioni insite nel sistema democratico. Uno dei dubbi che mi porto appresso da sempre riguarda la legittimità a governare da parte degli eletti che, in teoria, dovrebbero rappresentare la maggioranza dei cittadini; in realtà, di solito, rappresentano una esigua minoranza.  Ne parlavo, fra i tanti post, in “Democrazia e voto” del 2014, nel quale citavo il caso emblematico delle elezioni regionali in Emilia Romagna dello stesso anno, vinte dal candidato del PD Stefano Bonaccini, proprio come esempio pratico di non corrispondenza fra elettori, eletti e percentuale di consenso. Quello può essere un caso limite, vista la bassissima percentuale di votanti, il 37%, ma grosso modo tutte le elezioni si svolgono con quelle percentuali di votanti e di risultati. Riporto il brano.

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Grillocrazia e la sciolta politica

di , 18 Marzo 2017 19:56

La democrazia secondo Beppe. A Genova si tengono le primarie del Movimento 5 stelle. Vince una donna, Marika Cassimatis. Ma a Beppe Grillo, padre padrone del Movimento, la sua vittoria non piace. Così annulla tutto col pretesto che Cassimatis ed altri componenti della sua lista, avrebbero “danneggiato l’immagine del M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e gli altri iscritti.”. Tanto basta per annullare tutto e proporre un altro nome ed un’altra lista semplicemente rivolgendosi agli iscritti e chiedendo la fiducia: “Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me.”, dice. Ormai il mondo va avanti sulla fiducia. Renzi ha governato per 3 anni col “voto di fiducia”. Obama, appena eletto, ricevette il premio Nobel per la pace; sulla fiducia, come incoraggiamento. Così anche Grillo annulla il voto degli iscritti e decide lui chi deve essere eletto; sulla fiducia.

Questo è la democrazia rivista e corretta ad uso e consumo di un comico che ha deciso di occuparsi di politica, fondando un movimento che gestisce secondo criteri di democrazia che trovano riscontro solo a Cuba e nella Corea del Nord. Ed i sudditi possono solo obbedire e rispettare le rigide regole interne; altrimenti rischiamo l’espulsione, come è già avvenuto per diversi casi di militanti M5S (vedi il sindaco di Parma Pizzarotti). Per questi dilettanti allo sbaraglio guidati da un comico in disarmo la democrazia interna ha questo significato: adeguarsi alla volontà di Grillo. Tanto è vero che probabilmente nel loro vocabolario il termine “democrazia” scomparirà e verrà sostituito con  “Grillocrazia“. La cosa assurda, e che dovrebbe creare qualche preoccupazione, è che, secondo gli ultimi sondaggi, dopo il calo del PD a seguito della scissione di Bersani & C. il M5S, nonostante il suo strano concetto della democrazia, è il primo partito in Italia.  Significa che la gente li segue e li preferisce agli schieramenti tradizionali. Ma non perché gli italiani abbiano fiducia nelle loro capacità, nei programmi, nei principi e l’ideologia (ammesso che ne abbiano una e sappiano quale sia). Nemmeno perché convinti dai risultati spesso disastrosi (vedi la Raggi a Roma) delle loro amministrazioni. Li sostengono perché esasperati da una classe politica inetta, corrotta, incapace e funesta come una calamità naturale o le piaghe bibliche che da decenni sta portando l’Italia alla rovina economica, politica, morale e sociale.

E così, dopo decenni di cambi della guardia, di partiti che nascono, muoiono e risorgono, si sfasciano, si moltiplicano dividendosi come le cellule, dopo l’alternanza di governi di destra e sinistra e tutti con esiti disastrosi, la gente non sa più a che santo votarsi. E per disperazione è disposta a dare fiducia perfino a Grillo ed al suo Movimento di ragazzini che hanno scambiato la politica per un talent show (infatti votano in rete; scelgono i candidati, i vincitori e quelli “nominati“, come fosse un televoto stile Grande fratello). Ma questo talent, dove per essere eletti alle primarie bastano i voti del condominio (Monza, primarie M5S: Doride Falduto eletta con 20 voti), invece che in TV si svolge sul Blog del padre padrone. Si fa tutto in casa; si votano, si eleggono, si sospendono, si sanzionano,  se la suonano e se la cantano. L’importante è rispettare la volontà del capo branco: il Grillo parlante. Eppure, nonostante abbiano uno strano concetto della democrazia,  sono il primo partito e la gente li sostiene; non per i loro meriti, ma per i demeriti degli altri, non perché siano migliori degli  altri politici, ma perché gli altri sono inqualificabili. Quindi sono visti come fossero l’ultima spiaggia, l’ultima ancora di salvezza, l’ultima speranza. In alternativa resta solo Lourdes e i miracoli.

Come volevasi dimostrare.

I partiti in Italia continuano a dividersi, anche quando sono a livelli di consenso minimi. A forza di dividersi restano in quattro gatti, ma si dividono: due gatti da una parte, due gatti dall’altra.

Ecco l’ultima della giornata: “Si scioglie Nuovo centrodestra; Alfano fonda Alternativa popolare“. Dite la verità, questa vi mancava, vero? Sì, sentivamo proprio la mancanza di un altro partito. E così il Nuovo centrodestra si scioglie. Ancora non si era nemmeno ben capito perché questo Nuovo centrodestra fosse nato, cosa fosse e cosa volesse (oltre alle poltrone), e già è finito e ne fonda un altro fresco di giornata. Oggi anche i partiti hanno la data di scadenza, come lo yogurt e le mozzarelle. Dopo lo scioglimento del Popolo delle libertà, fu tutto uno sciogli sciogli generale: tutti i “cani sciolti“, non soddisfatti della prima “sciolta”, continuarono a sciogliersi. Il primo a sciogliersi fu Gianfranco Fini. Poi si sono sciolti Meloni e La Russa. Poi, dopo la rottura del patto del Nazareno, desiderosi di sostenere Renzi per mantenere le poltrone, si sono sciolti Alfano, Bondi, Lupi, Verdini e l’allegra compagnia delle sciolte. Poi Schifani e Quagliarella si sciolgono da Alfano. Parisi si scioglie da Forza Italia per creare il “Megawatt” e “illuminare il sud”. Ed ora Alfano, ormai esperto di sciolte, si ri-scioglie e si inventa “Alternativa popolare” al posto del Nuovo centrodestra.  Cosa cambia non si sa. Forse ce lo spiegherà alla prossima sciolta.

Intanto anche a sinistra Bersani, Orlando, Emiliano si sciolgono dal Pd. Poi Emiliano prende gusto alla sciolta e nel giro di una notte ci ripensa, si scioglie da  Bersani e Orlando e resta nel PD. L’ex sindaco di Milano Pisapia, giusto per ricordare che è ancora vivo, visto che non ha un partito, né seguaci, ma volendo partecipare allo scioglimento generale, si scioglie da solo. Boldrini si scioglie da Vendola e va al “Misto” (non come “Fritto”, ma come gruppo parlamentare), Vendola si scioglie da Sel per accudire e cambiare i pannolini al pupo, e Sel si scioglie perché non c’è più nessuno da sciogliere. E’ tutta una sciolta generale. Questa classe politica ha la “sciolta” facile. Da noi la sciolta si chiama cagarella. Infatti, la si si riconosce dalla puzza; come la politica.

Questa specie di aforisma è una mia vecchia battuta che ripeto spesso, quando parlo di questa classe politica inqualificabile e si adatta benissimo a questo post: “I partiti politici, per adeguarsi ai tempi e mostrarsi progressisti, ogni tanto fingono di rinnovarsi. Cambiano nome, stemma, bandiere, inni, segretari, pur di mantenere poltrone e potere. Per sopravvivere periodicamente cambiano pelle: come i serpenti!”. Appunto, come i serpenti. Amen.

Trump ha vinto: allarmi

di , 9 Novembre 2016 22:44

Nessuno se lo aspettava, ma Donald Trump ha vinto. E scatta l’allarme. Siccome tutti i mass media era schierati sfacciatamente a favore di Clinton, ora sono tutti in lutto. Anzi, prevedono per il futuro cataclismi, terremoti, alluvioni, uragani e pestilenze. In TV si vedono solo facce tristi, deluse, amareggiate, depresse, scoraggiate, frustrate, e alti suonano i lamenti delle prefiche di regime. Tutto perché la democrazia è bella, ma solo se vince la sinistra. Se vince  la destra la democrazia è in pericolo.  Ritornello già sentito in passato. Ogni volta che si registra una vittoria o un’avanzata dei partiti conservatori e di destra scatta l’allarme rosso. Come mai se vincono i partiti di sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, ma se vincono gli avversari conservatori di destra, è un gravissimo pericolo per la libertà e la democrazia? La democrazia può essere solo di sinistra? Per certi osservatori sembrerebbe proprio di sì. Ma c’è scritto questo nella Costituzione più bella del mondo? No, c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, di qualunque colore sia. Ma per qualcuno non è proprio così. Bene, la vittoria di Trump in USA è l’ennesima conferma che per certa sinistra la democrazia è bella solo se vincono loro; altrimenti è un pericolo. Già in passato ho scritto spesso su questa strana interpretazione del concetto di libertà, di democrazia e di rispetto della volontà popolare; sembrano concetti chiarissimi che tutti accettano e rispettano, ma non è così. Allora tanto vale riprendere dei post già scritti in passato in diverse occasioni: il succo è sempre lo stesso.

Francia, vince la destra; allarmi. (7 dicembre 2015)

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa, che avevo pubblicato su un altro forum, in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da poco e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora.

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e magari ottiene consensi, apriti cielo, scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo. Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia oppure ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

 

Trump, Clinton: il bug del sistema democratico

di , 8 Novembre 2016 22:49

Hillary o Donald? Comunque vada siamo fregati. E’ ancora un mistero, anche per gli analisti più autorevoli, capire come sia stato possibile che questi due personaggi siano arrivati a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti. Ma ormai la frittata è fatta; arrangiatevi. E’ la dimostrazione di quello che sostengo da tempo: la democrazia contiene in sé un “bug di sistema” che, in nome di principi astratti, può degenerare e consentire qualunque aberrazione e nefandezza. La democrazia è una truffa ideologica e culturale: gli ingenui ci credono, i furbi la sfruttano. Un solo esempio. Chiedetevi come mai per fare il bidello, l’usciere, la colf o il lavapiatti, si devono superare preselezioni, selezioni, esami, colloqui o, come minimo, presentare delle buone referenze. Per entrare in Parlamento, invece, non è necessario nessun requisito, perché chiedere un qualunque attestato accademico, professionale o di capacità ed esperienza, sarebbe discriminante; perché, dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali, con parità di diritti e tutti sono elettori attivi e passivi. In teoria anche lo scemo del villaggio può diventare ministro: lo garantisce la Costituzione. Quella che qualcuno definisce “la più bella del mondo“. Figuriamoci le altre. Un principio così idiota non lo si trova nemmeno nel Manuale delle giovani marmotte. Ma le menti illuminate dicono che questo è uno dei principi fondanti della democrazia. Tutti, ma proprio tutti, possono andare in parlamento. Ecco perché siamo governati da mediocri e incapaci (quando va bene), o da furfanti corrotti (più spesso). E’ l’effetto di quel “Bug“. E’ il sistema che è marcio. La politica non è la soluzione: è il problema.

Ma vi sembra normale un paese e una democrazia in cui diventano presidenti degli USA due componenti della stessa famiglia? Prima Bush padre e Bush figlio, ora Clinton marito e Clinton moglie. E poi passeranno lo scettro presidenziale ai figli e nipoti? Dopo Hillary si candiderà Michelle Obama o la figlia Malia? E poi Chelsea, la figlia dei Clinton o l’ultimo rampollo della dinastia Kennedy? In USA hanno la presidenza ereditaria? Questi sono quelli che esportano la democrazia nel mondo a forza di bombe e complotti; e magari, appena eletti presidenti, si prendono anche il Nobel per la pace sulla fiducia. E nel frattempo, fra un complotto e l’altro, tanto per ammazzare il tempo (qualcosa devono ammazzare, altrimenti vanno in crisi di astinenza), qualcuno si fa fare le pompette; no, i pompucci… i pompelli…i pompicini, insomma quelli (è un diminutivo di pompa, ma non mi viene la parola giusta), dalla stagista sotto la scrivania dello studio ovale. La stessa scrivania sotto la quale Kennedy lasciava giocare il piccolo John John. Bill Clinton, invece ci faceva giocare Monica e pare che entrambi si divertissero molto. Ma vi sembra possibile che questi due personaggi siano il meglio che potessero proporre per guidare la politica, l’economia, i rapporti geopolitici degli Stati Uniti e del mondo occidentale e condizionare la vita dell’intero pianeta? Su più di 300 milioni di americani non si poteva scegliere niente di meglio e più serio? Bisogna concludere che se in USA questo è il meglio a disposizione, sono messi molto, ma molto male. Oppure, che la democrazia qualche piccolo “bug” di sistema lo abbia e che bisognerebbe correggerlo per evitare in futuro guai anche peggiori.

Dalle immagini che abbiamo visto in questo periodo, si ricava l’idea che in America la campagna elettorale sia organizzata come i grandi concerti rock di una volta; qualcuno su un palco e migliaia di fan in delirio che applaudono  in estasi davanti ai loro idoli: il tutto regolato da una precisa e rigorosa regia. Ma è molto più dispendiosa. Girano milioni di dollari raccolti in maniera più o meno chiara e regolare tramite comitati, fondazioni o donazioni di potenti lobby economiche che versano somme ingenti, contando sul rientro di benefici, in caso di vincita del loro candidato. E’ evidente che, qualora questi candidati vengano eletti, la loro linea politica sia in parte condizionata proprio dagli interessi economici di questi finanziatori. Ma non lo ammetteranno mai. Le grandi battaglie politiche, gli scontri fra candidati, gli slogan, nascondono enormi interessi economici. E’ un gioco  sporco fatto sulla pelle dei cittadini che giudicano più sull’immagine mediatica del candidato che non sulle vere e reali sue capacità e proposte. La politica vera, l’ideologia, i programmi, i principi morali contano quanto il Giornalino delle Giovani marmotte.

Negli USA (ma anche noi stiamo imparando presto) la politica è un genere di consumo, un prodotto industriale, da confezionare e vendere con gli stessi sistemi di comunicazione e pubblicitari che si usano per vendere auto o detersivi: il nostro piazzista di Palazzo Chigi, con le sue slides e “Venghino siori, venghino…”, ne è un esempio lampante. Non per niente se ne occupano specialisti della comunicazione; ed alla Casa Bianca c’è a disposizione del presidente un intero staff, composto da una settantina di persone, il cui unico compito è quello di occuparsi dell’immagine pubblica del presidente. Anche la politica è sempre più, non una questione di ideologia e di programmi, ma un prodotto mediatico. Ed il dramma è che i mass media sono una truffa. Sono il più importante mezzo di distrazione di massa, di mistificazione, di manipolazione della realtà e delle menti. Nulla di ciò che mostrano i media è ciò che sembra: tutto sembra ciò che vogliono farci credere che sia.

Criticare il sistema democratico, tuttavia,  non significa auspicare un regime totalitario. Basterebbe apportare qualche piccola variazione, introdurre diversi metodi di scelta dei rappresentati del popolo, prevedere il possesso di alcuni requisiti indispensabili per accedere alla politica. Il principio della completa uguaglianza dei cittadini è un falso ideologico. “Uno vale uno2, così come ribadito anche recentemente da Grillo e dal suo movimento, è uno dei concetti più stupidi partoriti dalla mente umana. Chi accetta la democrazia come “il meno peggio“, come diceva Churchill, dovrebbe anche spiegare perché l’umanità, dopo millenni di evoluzione, dovrebbe accontentarsi del “meno peggio“, invece che cercare “il meglio“. Così pure,  chi pensa che la democrazia operi naturalmente un processo di selezione dei candidati attraverso il voto, e che i politici siano legittimati a governare perché votati ed eletti liberamente dal popolo, dovrebbero informarsi meglio sui sistemi di condizionamento del voto, sulla formazione dell’opinione pubblica, sulla creazione e gestione del consenso, sulla manipolazione e l’uso strumentale dell’informazione e sul potere dei persuasori occulti. Poi ne riparliamo. Diceva Herbert Marcuse, autore di “L’uomo a una dimensione”, testo cult e bibbia dei movimenti giovanili di protesta degli anni ’60: “La libera scelta dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“.  Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

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Facce romane

di , 12 Giugno 2016 13:34

Quest’uomo potrebbe diventare sindaco di Roma; con quella faccia.

Quest’uomo, con quella faccia, aspira a governare la città che fu la Caput mundi, faro di civiltà, che creò il più grande e potente impero dell’antichità, e che ancora oggi, per storia, cultura e patrimonio artistico, non ha eguali al mondo. Se quest’uomo, con quella faccia, può aspirare a tanto nell’indifferenza generale, significa che il sistema che glielo consente contiene in sé qualche grave errore di fondo.

Femminicidio e leggi flop

di , 31 Maggio 2016 22:41

Toh, hanno ammazzato un’altra donna: bruciata dal suo ex fidanzato: “Roma, ex fidanzato confessa: così ho ammazzato Sara“. Anzi, pare che dall’inizio dell’anno le donne ammazzate  da compagni, mariti, fidanzati o ex, siano già una quarantina. Strano, ma non avevano approvato una legge per fermare la violenza sulle donne? Forse quelli che continuano ad ammazzare mogli, fidanzate, ed  ex non sono stati informati. Oppure la legge non funziona e bisognerà aggiornarla, magari con qualche piccola correzione o aumentando ancora le pene. Non che prima ammazzare una donna fosse del tutto normale e legittimo e non fosse un reato; ma hanno fatto una legge speciale per istituire il reato specifico di “femminicidio“,  l’omicidio di una donna in quanto donna, con tutte le aggravanti del caso ed un aumento della pena. Magari faranno anche una legge speciale per punire gli omicidi di suocere, idraulici, ragionieri, venditori porta a porta, giornalisti, verdurai , macellai e vegetariani. Infatti è risaputo che basta aumentare la pena prevista per un certo reato, che quel reato diminuisce drasticamente, fino a scomparire.

Per esempio negli Stati Uniti ed in molti altri Stati, dove per reati particolarmente gravi è previsto il massimo della pena, l’ergastolo e perfino la pena di morte, gli omicidi sono scomparsi. No? Delitti e stragi continuano? Strano, eppure, a sentire i promotori della legge sul femminicidio, sembrava proprio che funzionasse così e che la sola presenza di una legge ad hoc avrebbe contribuito a fermare la violenza sulle donne. Che ne fossero convinti lo vediamo anche dai grandi sorrisi di  due promotrici della legge: Bongiorno e Carfagna. Dall’espressione felice di grande soddisfazione sembra che abbiano risolto il problema più importante dell’Italia. Contente loro! Erano così convinti dell’efficacia della legge che di recente, per fermare i pirati della strada, hanno ripetuto l’impresa istituendo ex novo  il reato di “omicidio stradale“. Infatti da quando hanno approvato la legge non si sono più verificati incidenti e morti sulle strade a causa dei “pirati”.

No? Continuano a circolare i pirati, continuano gli incidenti ed i morti?  Strano, allora o non hanno avvertito tutti gli automobilisti della presenza della nuova legge, o c’è qualcosa che non funziona in queste leggi, oppure significa che le leggi possono punire i reati, ma non fermano o aboliscono il reato stesso. Pertanto, quando si dice che si approva una legge per frenare o fermare un certo reato o, anche peggio, per stabilire codici di comportamento e principi morali, si dice un’emerita stronzata. Punto. E dire che si sono impegnati tanto per approvarle. Serve solo ai parlamentari per ingannare i cittadini facendo finta di lavorare “per il bene dell’Italia”, di produrre qualcosa di utile e di guadagnarsi lauti stipendi e privilegi vari. In realtà. visti i risultati, se lavorassero meno  farebbero meno danni e, forse, sarebbe meglio per tutti. Amen.

L’unica legge che non fanno è quella che dovrebbe stabilire che per far parte di organismi pubblici, e legiferare, governare, amministrare la “Res pubblica” a tutti i livelli, dalla Camera al Comune di Pompu, bisogna essere in possesso di un minimo di competenze, di professionalità, di istruzione e di capacità intellettuale. Ma questa non si può fare perché sarebbe in contrasto con la Costituzione (quella più bella del mondo) che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e  garantisce a tutti, ma proprio tutti e senza alcun limite, di andare in Parlamento: anche allo scemo del villaggio. E’ la democrazia, bellezza!

Infine, c’è un dubbio sugli effetti pratici di queste leggi. Se poi succede (e può succedere, no?) che qualcuno ammazza intenzionalmente la sua compagna travolgendola con l’automobile, di che reato si tratta; omicidio stradale o femminicidio? Oppure, in questo caso, i due reati si sommano e diventano “femminicidio stradale“? E comporta un aumento di pena? Non si sa, forse faranno un’altra legge ad hoc per regolare questa fattispecie di reato.  Geniali i nostri politici. Sono così arguti e ingegnosi che prima o poi, per scoraggiare eventuali violenze nei loro confronti, istituiranno  il reato di “politicidio” (l’omicidio di un politico in quanto politico). Ma in questo caso, credo che invece che applicare  le aggravanti si dovrebbero riconoscere al politicida  tutte le attenuanti generiche e pure quelle speciali.

La politica è una malattia

di , 16 Febbraio 2016 01:06

Grillo lascia (per il momento) la guida del Movimento 5 stelle. Torna a fare il comico in teatro, come terapia per combattere la schizofrenia del personaggio a metà fra comico e politico: “La politica è una malattia“, dice. Appunto, lo ha scoperto anche Grillo. Esattamente quello che sostengo da anni.

Psicopatologia del potere (2013)

 

 Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo. Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali“. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

 

Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

di , 11 Febbraio 2016 14:30

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

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Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

- Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

- Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

- Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

- Canzoni e gay (2013)

- Sanremo porta sfiga (2013)

- Musica e tagliatelle (2013)

- Lirica kitsch (2013)

- L’opera e il clown (2013)

- Tette, Papi e Femen  (2014)

- Dispensatoi (2015)

- Miss Italia col trucco (2015)

- Televisione, snob e Flaiano (2015)

Dubbio democratico

di , 7 Febbraio 2016 15:02

Quando l’Italia è governata da personaggi che non si sa bene con quale legittimazione popolare ed a che titolo rappresentino la nazione, viene il sospetto che ci stiano fregando. Quando un ciarlatano come Renzi diventa capo del governo, non perché votato ed eletto dal popolo, ma per aver vinto una competizione interna al suo partito e per volontà di un Presidente della Repubblica sul quale pesa il sospetto di aver ordito un golpe per sostituire Berlusconi con un premier più malleabile e pronto ad eseguire gli ordini del potere politico ed economico che governa l’Europa; quando  Laura Boldrini, eletta nel SEL di Vendola, che rappresenta circa il 3% degli elettori votanti (se riferito agli aventi diritto o, ancora meglio, all’intera popolazione italiana, la percentuale è intorno al 2%), diventa presidente della Camera e terza carica dello Stato non perché rappresenti la maggioranza degli italiani, ma per volontà di Bersani che così pagava il prezzo dell’accordo elettorale con SEL; quando un personaggio come Angelino Alfano è ministro dell’interno e gli italiani si chiedono se si possa affidare la sicurezza del Paese a chi ha dimostrato di essere completamente inaffidabile per aver  tradito il mandato ricevuto dagli elettori e, in cambio di qualche poltrona,  sostenere il governo della sinistra che avrebbe dovuto combattere; quando due belle statuine del tutto insignificanti, ma fedeli ancelle del premier, come Madia e Boschi diventano ministre non si sa per quali meriti e  speciali capacità e competenze, ed un’altra donna, Roberta Pinotti, diventa ministro della difesa; quando un personaggio poco sveglio come Paolo Gentiloni, dal caratteristico eloquio soporifero e apparentemente affetto da narcolessia (magari non lo è, ma l’impressione è quella), diventa ministro degli esteri ed è responsabile dei rapporti internazionali; quando una persona come Mattarella, sconosciuto agli italiani fino al giorno della sua elezione, diventa Presidente della Repubblica non per volontà collegiale del Parlamento o perché particolarmente rappresentativo della nazione, o perché votato dai cittadini, ma perché lo ha deciso un premier abusivo, nemmeno lui eletto dal popolo; quando ci rendiamo conto che l’Italia è in mano ad una classe politica composta da personaggi che non brillano per il possesso di particolari doti, competenze, capacità e requisiti politici, culturali e morali; beh, allora come minimo agli italiani dovrebbe sorgere un dubbio e dovrebbero chiedersi se in questa democrazia, che spacciano come il miglior sistema di governo possibile, non ci sia qualche errore di fondo. Non dico che si debba avere la certezza e la prova scientifica che questa democrazia sia una truffa, ma che almeno ci si ponga il problema; ecco, almeno avere il dubbio.

Francia; vince la destra, allarmi…

di , 7 Dicembre 2015 09:06

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

Tsipras, democrazia e le diecimila lire di Macario

di , 13 Luglio 2015 11:08

Quest’uomo è un genio. Sono certo che gli assegneranno il Nobel per l’economia. Se lo merita perché ha fatto una scoperta sensazionale che cambierà radicalmente l’economia mondiale. Ha scoperto come pagare i debiti facendo altri debiti. Una manna per tutti coloro che, come la Grecia, hanno dei debiti in scadenza e non sanno come pagare. L’idea è davvero geniale.

Non sapete come pagare il mutuo o rendere un prestito? Semplice, chiedete ai vostri creditori che vi facciano un altro prestito e con quello pagate il debito. Poi, quando arriverà il momento di pagare questo secondo prestito, chiedete un altro prestito e pagate il secondo debito. E così via, all’infinito. Facile vero? Perché nessuno ci aveva pensato prima? E’ esattamente quello che sta facendo la Grecia e quel geniaccio di Tsipras. Vogliono pagare i creditori facendosi prestare i soldi dagli stessi creditori. Insomma, come andare all’osteria e poi chiedere i soldi dall’oste per pagare il conto. Ragazzi, questo è genio puro. Ecco perché gli daranno il Nobel.

Del resto, però, non dobbiamo meravigliarci; a sinistra si usa.  Questi geni social comunisti sono così: usano pagare i conti con i soldi degli altri. Fanno beneficienza con i soldi degli altri. Aiutano il terzo mondo con i soldi degli altri. Accolgono gli immigrati con i soldi degli altri. Insomma, come dicono a Roma “Fanno i froci col culo degli altri”. E’ la loro specialità.

E poiché l’Europa è un po’ restia a concedere altri prestiti a chi non può restituirli,  per evitare il fallimento e l’uscita dall’ Unione europea e dall’euro, si chiede alla Grecia  di fornire precise garanzie ed attuare una serie di riforme che, però, Tsipras e la sinistra vedono come inaccettabili imposizioni al limite del ricatto. Ecco perché hanno indetto un referendum chiedendo ai greci di votare “No” alle richieste di Bruxelles. Infatti i “No” hanno vinto. Ma ora Tsipras, come se niente fosse, invece che rispettare il risultato del referendum, ricomincia a trattare per trovare un accordo mediando sulle richieste dell’Unione. Alla faccia del rispetto della volontà popolare. Per la sinistra, come sempre, la democrazia è una variabile: sulla carta il rispetto della volontà popolare è sacrosanto; in pratica dipende dall’interesse momentaneo. Beh, i sinistri sono fatti così, hanno le idee un po’ confuse ed uno strano concetto della democrazia, della volontà popolare e della libertà di pensiero; vanno bene solo se gli conviene.

Per sostenere Tsipras, il referendum ed il “No” all’Europa, sono andati ad Atene autorevoli rappresentanti della politica italiana: dai fuorusciti dal PD, come Fassina, ai vendoliani di Sel, da Grillo con i suoi grillini ai militanti sinistri in servizio permanente che corrono ovunque ci sia aria di protesta e la possibilità di menar le mani. Tutti a cantare in coro le lodi di Tsipras, della sinistra greca e della democrazia. Sono gli stessi che quando Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia hanno esultato e gioito per la grande vittoria della democrazia. Già, perché la democrazia è bella quando vincono loro, la sinistra; altrimenti, se vince la destra, è regime e la democrazia è in pericolo. Punti di vista. Ecco perché tutti inneggiavano a Tsipras come salvatore della patria; perché è comunista.

Ed infatti, se fino ad allora la Grecia, sia pure con difficoltà stava cercando di superare la crisi, con l’arrivo al potere di Syriza e di Tsipras è finita in tragedia; fallimento totale, le banche chiuse e senza liquidità, prelievi bancomat di 60 euro al giorno e rischio di perdere i risparmi di una vita. Già, perché se è vero che il capitalismo ha dei difetti, è anche vero che il comunismo è molto peggio. Se il capitalismo è un dramma, il socialcomunismo è una tragedia e porta alla catastrofe, economica e sociale. Protestare è facile, più difficile è amministrare. Scendere in piazza con cartelli e striscioni ed accusare  chi è al potere di tutti i mali del mondo è facile; lo sanno fare anche gli idioti, anche lo scemo del villaggio. Ma un conto è protestare, altro è governare. Di esempi simili ne abbiamo a volontà; tutta gente che protesta e contesta e poi, messi alla prova, si dimostrano incapaci di governare, sono peggio degli altri e creano solo danni. Vedi il sindaco Marino a Roma, vedi Pisapia a Milano, vedi Renzi al Palazzo Chigi e l’elenco sarebbe lungo. Tutta gente che predica bene (prima) e razzola male (dopo). Ma tutti sono innamorati della democrazia, della sinistra e dello spirito rivoluzionario. Ne sono talmente convinti che vanno anche all’estero a combattere per la causa. Non riescono a risolvere i problemi dell’Italia, non saprebbero nemmeno amministrare decentemente un condominio, ma sanno benissimo come risolvere i problemi della Grecia. Il problema non è che vadano in Grecia,  il guaio è che poi tornano.

Certo che Atene è il posto più adatto per celebrare la democrazia: l’hanno inventata loro.  Magari si ricordano ancora di quando, più di 2000 anni fa, gli ateniesi già facevano i referendum e votavano per esprimere la volontà popolare. Per esempio fu così che nel 399 A.C.  gli ateniesi condannarono a morte Socrate; democraticamente e con voto popolare. Qualche secolo dopo, a Gerusalemme, ancora democraticamente e con libera scelta, il popolo salvò Barabba e mandò a morte Gesù Cristo. E già allora, visti i risultati, poteva sorgere qualche piccolo dubbio sui rischi di affidarsi alla volontà popolare. Ma evidentemente la gente allora non capiva; e non lo ha capito ancora oggi. Bella la democrazia; ma bisogna fare attenzione perché è un’arma a doppio taglio, double face, c’è il pro ed il contro. Bisogna stare attenti a stare dalla parte giusta della democrazia, perché se stai dalla parte sbagliata puoi farti male e rischi perfino di bere la cicuta o finire in croce; democraticamente e per volontà popolare. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

La soluzione greca per pagare il debito sembra proprio la versione moderna di una vecchia scenetta di Erminio Macario (vedi “Macario e le diecimila lire“); tale e quale. Una volta faceva ridere, oggi è alta finanza.

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Eco e gli imbecilli del web

di , 11 Giugno 2015 20:40

Umberto Eco ha ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media” dall’università di Torino, la stessa dove, nel 1954, si era laureato in filosofia. Ne aveva proprio bisogno. Oggi una laurea honoris causa non si nega a nessuno, ce l’hanno cani e porci.

E visto che è esperto di “Comunicazione e cultura dei media” può, a buon diritto, esprimere il suo autorevole parere sul web. Ed ecco cosa dice: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli.”.  Il nostro illustre semiologo forse dimentica che il diritto di parola a tutti, compresi gli imbecilli, non è un’invenzione dei social media, è un principio cardine della democrazia, garantito dalla nostra Costituzione. Ed Eco è uno di quelli che, da buon intellettuale di sinistra, dovrebbe difendere con tutte le forze ed a costo della vita, Voltaire insegna, il diritto alla libertà di pensiero e di espressione a tutti: imbecilli compresi. Ma evidentemente il nostro intellettuale, ormai ultra ottantenne, deve aver avuto una qualche piccola crisi d’identità, o forse teme che se tutti hanno diritto di esprimersi possa risultare sminuita la sua autorevolezza. E non se la sente più di accettare il fatto che tutti abbiano diritto di parola (e magari di voto) e che, sui social media,  il suo pensiero  sia sullo stesso piano di quello dello scemo del villaggio.

Insomma, la democrazia sarà una gran bella cosa, la Costituzione pure, ma non è accettabile essere sullo stesso piano di qualunque imbecille perché (come diceva il marchese del Grillo ai popolani): “Io so’ io e voi non siete un cazzo.”. Peccato che il nostro filosofo e semiologo di grido abbia aspettato 83 anni per rendersi conto di questo piccolo inconveniente. Meglio tardi che mai. Eh sì, caro Eco, chi concede il diritto di parola a tutti, idioti compresi, non è internet, è la democrazia. L’ha capito un po’ tardi. Ma non è il solo ad avere i riflessi lenti. C’è una folta schiera di illustri pensatori, specie di area sinistra, che solo in età avanzata scoprono l’acqua calda e si rendono conto delle stronzate che hanno sempre spacciato per ideologia e verità assoluta e per una vita hanno scassato gli zebedei a chi non era d’accordo con loro. Così Umberto Eco oggi scopre che non gli va bene quello strano principio dell’uguaglianza dei cittadini, la libertà di espressione e che  il suo eccelso pensiero sia sullo stesso piano di quello dello scemo del villaggio.

Quindi, caro Eco, visto che l’uguaglianza sancita dalla democrazia le va stretta e ritiene ingiusto il diritto di parola a tutti, cominci a riflettere sui principi fondanti di quella democrazia che si dà sempre per scontata, come miglior sistema possibile, quel sistema così perfetto che lo  si vuole esportare ed imporre, anche con la forza e le bombe, in paesi esotici dove la gente segue ancora i califfi, porta in testa il turbante o un canovaccio da cucina tenuto con una specie di giarrettiera e sembra ferma a Le mille e una notte, è allergica  ai diritti umani come noi li concepiamo ed ha  una congenita idiosincrasia nei confronti dei principi di uguaglianza e democrazia. Ecco, caro professore, faccia un accurato studio sulle contraddizioni della democrazia e cerchi, se le riesce, di trovare la soluzione al problema della quadratura del cerchio “democratico”: come conciliare la libertà di parola a tutti e la necessità di distinguere il pensiero dell’imbecille da quello del premio Nobel.

Più o meno è lo stesso tipo di problema del voler garantire, come fece Fassino nel suo discorso all’ultima assemblea dei DS, quella in cui approvarono la fusione con la Margherita e la creazione del PD, il riconoscimento del merito individuale e la tutela dell’uguaglianza. Fassino non spiegò come avrebbe risolto il problema; non lo spiegò in quel discorso e non lo spiegò nemmeno in seguito. Non lo ha spiegato ancora nessuno: forse perché è una di quelle astruserie ideologiche senza capo, né coda, buone solo per ingraziarsi il popolo e abbindolare gli ingenui.  Ma Fassino non è un filosofo, né un semiologo, né un esperto di “Comunicazione e cultura dei media” come lei.  Ci provi, Eco, ci provi. Provi a conciliare la meritocrazia con l’uguaglianza ed a spiegare razionalmente e logicamente il principio per cui il voto del Nobel e dello scemo del villaggio hanno lo stesso valore. Perché, è bene ricordarlo, questo dice la democrazia. Non internet e i social forum, Eco, ma la democrazia. Magari trova la soluzione geniale e la prossima volta le assegnano un’altra laurea honoris causa in scienze politiche. Auguri.

Statisticamente gli intellettuali, le menti eccelse, i Nobel, i cervelloni, gli accademici, sono una esigua minoranza della popolazione. Significa che tutti gli altri potrebbero essere, secondo il parere di Eco, considerati imbecilli o quasi. Ma questa sarebbe la maggioranza della popolazione. “Il 50%+1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli“, diceva Clericetti. Allora bisognerebbe ricordare che il rispetto della volontà della maggioranza è un altro dei principi fondanti della democrazia. Quindi se la maggioranza è costituita da imbecilli, gli imbecilli non solo hanno diritto di parola e di espressione sui social media, in piazza, al bar e dove gli pare, ma hanno anche diritto di governare: infatti per governare non è necessario avere un titolo qualunque o superare un esame, una prova o un test. Tutti possono andare in Parlamento; anche gli imbecilli e lo scemo del villaggio. E’ la democrazia, bellezza. Eco dimentica anche questo piccolo dettaglio? Troppe amnesie, professore.

Ho l’impressione che Eco appartenga a quella folta schiera di ferventi e convinti “democratici” che a parole difendono a spada tratta la democrazia e la libertà di pensiero, di parola, di stampa, tutte le libertà possibili, ma a condizione che siano dalla loro parte. La democrazia è bella solo se sei dei nostri, solo se si è omologati al  pensiero unico, solo se è di sinistra; altrimenti non è democrazia e la libertà di espressione è momentaneamente sospesa. E soprattutto gli imbecilli dovrebbero tacere. Solo gli accademici, meglio se hanno anche una laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media” hanno diritto di parola; gli altri, il popolino illetterato, gli imbecilli e lo scemo del villaggio, devono solo tacere, ascoltare in religioso silenzio e applaudire il capo. Non devono pensare, devono solo adeguarsi al pensiero unico del partito, perché, come diceva il Migliore, Palmiro Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito“. Questa è la libertà di pensiero, di espressione e di stampa per la sinistra. Si racconta che  Stalin usasse dire ai suoi collaboratori: “Potete esprimere liberamente il vostro pensiero, purché siate d’accordo con me.”.  Chiaro?

Vedi

- Libertà e uguaglianza

- L’idiota e la democrazia

- Democrazia in pillole

- Democrazia e voto popolare

- Democrazia e pentole

- Democrazia e maggioranza

- Lo strano concetto di maggioranza

Terapia democratica

di , 27 Aprile 2015 18:44

Il First democratic hospital è l’ospedale più democratico del mondo. Non vi sono medici presuntuosi e autoritari che, forti di titoli, esperienza e competenza,  decidono da soli come curare i pazienti. No, lì tutto funziona democraticamente. Quando arriva un nuovo paziente si convoca un’assemblea alla quale partecipano tutti: medici, infermieri, ragionieri, archivisti, uscieri, elettricisti, idraulici, guardiani, autisti, cuochi, giardinieri, addetti alle pulizie. Tutti hanno diritto di parola ed a tutti viene garantita la libertà di espressione ed il diritto di voto. Ogni testa un voto. Così diagnosi e terapia vengono decise ed approvate secondo la volontà della maggioranza.  I pazienti crepano tutti, ma la democrazia è salva.

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Immigrazione, democrazia e volontà popolare

di , 24 Marzo 2015 21:51

Il problema dell’immigrazione è uno dei più sentiti, sia per la gravità del fenomeno, sia per i costi insostenibili, sia per le conseguenze in termini di impatto sociale e di rischio per la sicurezza. In tutti i talk show se ne discute con posizioni contrapposte. Semplifichiamo. La destra è contraria all’immigrazione incontrollata e denuncia i pericoli derivanti da un flusso migratorio incontrollato e crescente.  La sinistra difende gli immigrati, sollecita interventi per  migliorare l’accoglienza, giustifica la missione Mare nostrum e non pone limiti all’immigrazione giustificando l’accoglienza con le norme vigenti, la Costituzione, gli accordi internazionali e la solidarietà. Se si dovesse scegliere politicamente con chi stare, la scelta sarebbe semplicissima. Se siate favorevoli all’arrivo degli immigrati sostenete la sinistra, altrimenti sostenete la destra. Ma una cosa è scontata in democrazia: chiunque vada al governo dovrebbe rispettare la volontà popolare.

Ne consegue che il governo, sia di destra o sia di sinistra,  dovrebbe rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini. Così, se la maggioranza degli italiani è favorevole all’accoglienza, il governo dovrebbe adottare tutti i provvedimenti necessari per attuare questa scelta popolare. In caso contrario dovrebbe  adottare misure opportune a bloccare o regolamentare il flusso migratorio.

Ma non è così semplice. Anzi, scegliere con chi stare è del tutto ininfluente. Il pensiero comune dominante, sposato dal PD e dalla sinistra, è quello di accogliere chiunque arrivi in Italia, giustificando l’accoglienza con il richiamo agli accordi sul diritto d’asilo e sull’aspetto umanitario della solidarietà nei confronti di gente che scappa da guerre e povertà. Questa visione del fenomeno è talmente diffusa e scontata che se non si è d’accordo con la visione della sinistra si viene automaticamente accusati di xenofobia, razzismo, intolleranza, discriminazione, islamofobia e pure di fascismo (che ci sta sempre bene e fa sempre effetto). In ogni dibattito televisivo c’è sempre il difensore d’ufficio degli immigrati e dei rom. Guai a sollevare qualche problema connesso alla loro presenza, scatta subito l’accusa di strumentalizzazione, di ricerca di consenso popolare, di voti e, immancabile, di populismo e demagogia. Insomma, sembra che non si possa dissentire dal pensiero unico imposto dalla sinistra. E se lo si fa si corrono grossi rischi.

Ora bisognerebbe chiedersi se questa posizione è condivisa o no dalla gente., se rispetta o no la volontà popolare, se rispetta il principio fondante della democrazia, il diritto della maggioranza a decidere la linea politica. Perché in democrazia il Parlamento ed il governo, in quanto rappresentativi dei cittadini, dovrebbero rispettare la volontà popolare e non imporre la propria volontà, anche contro quella dei cittadini. Fanno questo? No, in merito al problema dell’immigrazione, stanno operando “contro” la volontà del popolo. Ho scritto spesso di questa strana anomalia italiana che tutti sembrano ignorare. Ne parlavo già sei anni fa in un lungo post, riportando dei sondaggi che dimostravano, già allora, che la maggioranza (circa i 2/3) degli italiani è contro l’accoglienza incontrollata degli immigrati. Magari servirà a poco, ma forse è bene ricordare quei sondaggi, almeno per confrontarli con l’atteggiamento del governo e per chiedersi se la nostra sia ancora una democrazia o sia diventata qualcosa di diverso.  Ecco il post…

Democrazia e volontà popolare (13 maggio 2009)

In democrazia, si dice, il popolo è sovrano ed esercita il potere attraverso la libera elezione dei propri rappresentanti. I quali rappresentanti, è il caso di ricordarlo, in quanto eletti dal popolo dovrebbero rappresentarne le istanze ed attuarle nei modi previsti dalle norme vigenti. In parole povere, i rappresentanti eletti dal popolo devono, una volta in Parlamento ed al Governo, attuare la volontà popolare. La realtà ci dimostra che, invece, questo sacrosanto principio viene tranquillamente disatteso per le motivazioni più diverse. Non mi dilungherò sulle aberrazioni del sistema democratico. Voglio solo notare come ogni giorno, attraverso quel  classico “Gioco delle parti” pirandelliano che chiamano dialettica politica, abbiamo delle dimostrazioni di come questo principio sia continuamente rimesso in discussione a favore di più o meno chiare finalità che rispondono più alla logica dell’ideologia e della propaganda di partito che al rispetto del volere popolare.

Un esempio evidente è l’ormai quotidiana polemica sul problema dell’immigrazione, e sulle conseguenze per la sicurezza dei cittadini, sulla necessità di accogliere chiunque voglia arrivare in Italia, di garantire lavoro, casa, assistenza e diritti. Ogni giorno assistiamo sulla stampa, radio e TV, alla contrapposizione fra opposte fazioni. Normale dialettica? Libertà di espressione? Certo, ma…e la volontà popolare? Già, perché, come ho detto spesso in passato, tutti sembrano dimenticarsi, in questa questione fondamentale per il futuro dell’Italia, di chiedere il parere del popolo e, soprattutto, di tenerne conto. Eppure è quello che si dovrebbe fare in una democrazia reale. E se ciò non avviene significa che questa tanto decantata democrazia ha un qualche difetto, un bug, una falla, c’è qualcosa che non quadra.

Detto questo, vediamo di capire cosa vuole la gente in merito al problema immigrazione. Lo facciamo prendendo in esame alcuni sondaggi, fatti da grandi quotidiani nazionali e da istituti specializzati. Già tempo fa, in merito alle norme di sicurezza proposte dal Governo, si alzarono le barricate contro l’istituzione del reato di immigrazione clandestina. Ed ecco un primo sondaggio.

La risposta non lascia adito a dubbi o interpretazioni. Su quasi 16 mila votanti la schiacciante maggioranza, 85.7% è favorevole a considerare l’immigrazione clandestina un reato. Vediamone un altro sulla costruzione di moschee…

Anche in questo caso c’è ben poco da giocare sulle cifre. La volontà è chiarissima. Due terzi degli italiani non vogliono che si costruiscano liberamente le moschee. Eppure su questi argomenti le discussioni, le polemiche e le contrapposizioni continuano. Ed ancora la sinistra, le associazioni varie e la Chiesa vogliono convincerci che costruire moschee nelle nostre città è cosa buona e giusta. Ed il rispetto della volontà popolare? Mah, forse è un optional non necessariamente da rispettare. E veniamo a fatti recenti, le norme del decreto sicurezza proposte dal Governo. Ecco il risultato di un altro  sondaggio lanciato di recente dal Corriere.

No, per quasi il 70% dei lettori quelle norme non sono troppo dure. Che siano tutti fanatici sostenitori della Lega? Molto improbabile, visto che il Corriere non è propriamente il quotidiano di riferimento leghista. E sui “Respingimenti” dei barconi carichi di migranti, cosa che ha ancora provocato l’indignazione della sinistra e le solite accuse da parte dell’ONU? Strano, ma né il Corriere, né Repubblica, né L’Unità hanno lanciato dei sondaggi. Almeno fino a ieri notte. Il Corriere ne lancia uno sul futuro della Ferrari e Repubblica lancia un sondaggio su chi sostituirà Ranieri alla Juve. Beh, certo, questi sono argomenti molto più seri. Forse hanno paura di leggere i risultati. Vediamo, quindi, quelli disponibili. Questo è de La Stampa, aggiornato a ieri sera.

Favorevoli ai respingimenti 64%, contrari 35%. Ancora un dato inequivocabile. Vediamo il sondaggio del Messaggero…

Favorevoli 66.2%, contrari 33.3%. Chiarissimo. Vediamo anche un sondaggio lanciato due giorni fa nel forum della piattaforma Tiscali, quella di Soru, per intenderci, che non è propriamente un fanatico di Bossi e Maroni.

Beh, 3 su 4 sono favorevoli al respingimento. E allora? Mi pare che non ci siano dubbi sulla volontà popolare. Non vi basta ancora? Ok, allora vediamo un altro sondaggio presentato da Pagnoncelli, ieri sera, alla puntata di Ballarò. A meno che anche Floris, Pagnoncelli, Ballarò  e tutta RAI3 siano improvvisamente diventati leghisti o berlusconiani, almeno questi li prenderemo per buoni.  Ecco il primo cartello che riguarda la proposta di denuncia degli immigrati clandestini. Argomento caldissimo che ha fatto alzare la solite barricate sinistre e  della Chiesa, con la solita accusa di xenofobia e razzismo nei confronti di Berlusconi, del Governo e di chiunque sostenga la proposta. Ma la gente cosa ne pensa? Ecco il risultato…

Ma guarda guarda, quasi il 60% degli italiani è favorevole. E dire che, a seguire la  stampa di regime ed i “bravi conduttori” della TV, sembrerebbe che la maggioranza degli italiani siano indignati da questa proposta e pronti, nel caso fosse approvata, a non applicarla. Questione di coscienza, dicono. Ma allora questi dati sono fasulli? Oppure il 60% degli italiani sono xenofobi e razzisti? Oppure Floris ha truccato i risultati? Mah, vediamo l’altro sondaggio sui “Respingimenti”. Beh, almeno su questo avranno ragione i sinistri detentori della “superiorità morale” ed i buonisti? Vediamo…

Ahi, ahi, di male in peggio, qui addirittura cresce la percentuale, il 65% è favorevole ai provvedimenti di Maroni e del Governo. Beh, mi pare che questi sondaggi siano più che attendibili e rappresentativi dell’opinione della maggioranza degli italiani.

Ora, se è vero quanto dicevo in apertura sul rispetto della volontà popolare, a questo punto la domanda sarà anche impertinente, ma è del tutto logica e legittima: se questa è la volontà degli italiani, perché semplicemente non se ne prende atto e la si rispetta?  Ma allora perché, invece, la sinistra continua a lanciare anatemi e accuse di razzismo e xenofobia, di regime, di fascismo, di violazione delle norme internazionali? E la volontà popolare? Eppure anche Fassino ha detto che è del tutto legittimo il respingimento. D’Alema, addirittura, rivendica il merito di aver attuato per primo quelle norme al tempo degli sbarchi degli albanesi. Ma allora Franceschini, che è attualmente impegnato in una gita turistica in treno, perché continua ad accusare Maroni, Berlusconi ed il Governo di aver attuato dei provvedimenti ignobili, di mancanza di rispetto delle norme internazionali, di spregio dei diritti umani e bla bla bla? Beh, non c’è da meravigliarsi, è la solita doppia logica sinistra. Quello che fanno loro è sempre buono, giusto e sacrosanto. Se le stesse cose le fa Berlusconi è razzismo.

Eppure sono quelli che, dopo una lunga crisi esistenziale, da comunisti sono diventati PDS, poi DS, ora Democratici. Già, sono diventati gli strenui difensori della democrazia. Sì, proprio quella in cui il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra. E loro, da buoni democratici, la rispettano, quando vincono loro, perché allora si tratta di una grande vittoria della democrazia. Quando, però, vincono gli avversari, allora contrordine compagni, non è più democrazia, è regime. La volontà popolare non è più vangelo, anzi se il popolo sbaglia bisogna rieducarlo. E non gli scappa nemmeno da ridere. Ci sarebbe da stracciarsi le vesti, cambiare mestiere, politici e giornalisti al seguito, e vagare in pellegrinaggio col capo cosparso di cenere verso antichi santuari, in segno di penitenza. Ma non succede niente. Anzi, come se questi sondaggi fossero acqua fresca, Floris fa finta di niente, gli altri pure, e la puntata prosegue  chiacchierando di tutto, meno che della volontà popolare. Come volevasi dimostrare. Sì, ho la quasi certezza che quando si dice che in democrazia il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra, poi, dietro le quinte, si facciano delle grasse e sonore risate; risate sinistre.

Democrazia in coma profondo

di , 19 Febbraio 2015 12:54

La democrazia è morta. Se non è ancora morta, è moribonda.  E se non è moribonda, comunque, sta molto male. Spesso ho sollevato qualche dubbio sul valore della democrazia; non solo sul principio che ne è alla base, ma soprattutto sulla sua attuazione pratica che, nella sua forma involutiva e decadente, ha ben poco a che fare con il concetto di governo del popolo. Ma ammettiamo pure che sia il miglior sistema possibile. Ammettiamo pure che l’Italia si regga su un sistema democratico. Bene, ma almeno applicatela questa democrazia, visto che ne decantate tanto le lodi. Sarebbe ancora accettabile se almeno i principi democratici trovassero attuazione pratica, così come dettato dalla Costituzione. Ma non è questo che accade. Vediamo una democrazia sbandierata solo a parole, ma tranquillamente disattesa nei fatti da una classe politica che sfrutta i meccanismi della rappresentatività per farsi eleggere in Parlamento e che poi si arroga il diritto di governare, non solo non rispettando il mandato dei cittadini, ma operando contro la stessa volontà popolare.

In questi ultimi anni, purtroppo, abbiamo continuamente prova di questa involuzione e regressione ad un sistema che se non è ancora totalitario poco ci manca, ma certo è più simile ad una oligarchia politica, economica e culturale, piuttosto che ad un sistema democratico.   L’Italia è in mano a pochi soggetti politici che scelgono, con criteri sconosciuti ai comuni mortali, i nominativi dei candidati da eleggere in Parlamento, scelgono le alleanze, gli accordi e la linea politica, senza alcun rispetto del mandato ricevuto dagli elettori, anzi operando “contro” la volontà popolare. L’esempio più eclatante è costituito dalle norme in materia fiscale. I cittadini non hanno certo mandato in Parlamento i loro rappresentanti perché aumentino le tasse già insostenibili o perché inventino nuove norme e adempimenti burocratici che avvolgono l’intero settore produttivo come una ragnatela mortale. Eppure i governi mantengono intatte quelle norme, anzi inventano sempre nuovi balzelli. E la volontà popolare? Non pervenuta. E la democrazia? Momentaneamente sospesa.

Un altro splendido esempio, purtroppo attuale e drammatico, è la assoluta incapacità (ma meglio sarebbe dire mancanza di volontà) di fermare o regolare i flussi migratori. Lo scorso anno, con la geniale invenzione della missione Mare nostrum, voluta da Enrico Letta, ne sono arrivati 170.000, più di quanti ne fossero arrivati complessivamente nei 3 o 4 anni precedenti. E gli sbarchi continuano senza interruzione. Solo negli ultimi 5 giorni ne sono arrivati, soccorsi dai mezzi della Marina, più di 4.000. E siamo a febbraio. Cosa succederà con l’arrivo della bella stagione? Quanti ne arriveranno quest’anno? Possiamo ancora accogliere altre centinaia di migliaia di immigrati? E chi pagherà le spese di soccorso in mare, di accoglienza, di vitto e alloggio? Chi garantirà loro l’assistenza sanitaria, un lavoro, una casa? Possono garantire e sostenere le spese gli italiani che già sono disperati per fabbriche e aziende che chiudono, per la disoccupazione e la povertà in crescita continua, per la crisi senza via d’uscita? L’Italia è già ridotta alla fame, ma continua ad importare affamati. Follia pura.

Anzi, cosa ancora più grave, non è solo follia, è lucida consapevolezza criminale, è volontà di favorire l’immigrazione considerandola, come viene spesso ripetuto, un dovere umanitario ed “una preziosa risorsa” per la nazione. Non solo non hanno alcuna intenzione di fermare l’immigrazione incontrollata, ma fanno di tutto per favorirla, agevolarla, incentivarla. Il varo di quel servizio taxi Libia-Italia, ad opera dei mezzi della Marina, voluto dall’ex premier Enrico Letta, è l’esempio lampante. Ma per incentivare ulteriormente gli arrivi hanno anche abrogato il  reato di immigrazione clandestina ed ora promettono (lo ha annunciato Renzi proprio nei giorni scorsi) di garantire la cittadinanza a tutti con lo ius soli. Stiamo facendo di tutto per attirare mezza Africa in Italia, manca solo il lancio di una campagna pubblicitaria, con volantini e spot in televisione, al motto di “Venite in Italia, c’è posto per tutti. E paghiamo noi“. Stanno favorendo l’invasione dell’Italia da parte di centinaia di migliaia di disperati senza arte, né parte, tutta gente che poi dovremo assistere a spese nostre. Questo stanno facendo, e lo fanno “contro la volontà degli italiani” che vedono ogni giorno aumentare il rischio sicurezza nelle città a causa di immigrati senza lavoro e senza dimora, che  per campare non hanno altra risorsa se non delinquere.

Stanno favorendo ed incentivando l’immigrazione contro la volontà degli italiani che devono sostenere costi elevatissimi, che pagano con tasse ormai insostenibili, per accogliere questi immigrati, assisterli, garantirgli vitto e alloggio in centri di permanenza o in hotel 3 stelle con piscina, dove hanno colazione, pranzo e cena garantiti, biancheria, abbigliamento, lavaggio, stiraggio, ricariche telefoniche, sigarette, paghetta settimanale e televisione con parabola per vedere il campionato di calcio africano, altrimenti protestano (non sono corbellerie messe a caso, sono tutte notizie prese dalla cronaca quotidiana e riportate dalla stampa). Il tutto alla faccia di milioni di precari, disoccupati, pensionati al minimo che campano con meno di 500 euro, mentre questi ci costano cifre intorno a 1.000 euro al mese. E se si tratta di minori la cifra è anche superiore. Se questa non è pura follia, cos’è?

Questo sfacelo viene consumato, lo ripeto,  contro la volontà del popolo. Questa non è più democrazia, è una truffa camuffata da ideali umanitari e col pretesto del rispetto degli accordi internazionali. Ma se gli accordi internazionali sono insostenibili, si cambiano, si abrogano le norme, si modificano. Una norma che garantisce l’asilo politico può essere valida per singoli casi, o piccoli gruppi o minoranze; non si può pretendere di applicarla alla migrazione di massa di milioni di persone. Questo non è asilo politico, non è accoglienza di profughi e perseguitati, non è opera umanitaria; l’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone si chiama “invasione“.

Eppure cercano di convincerci, con la continua manipolazione dei media e l’uso strumentale dell’informazione, che non abbiamo altra scelta, che è nostro dovere accogliere chiunque decida di venire a farsi assistere e mantenere in Italia a spese dei cittadini. E’ una truffa che frutta milioni di euro alle cooperative e associazione che si occupano di immigrati e Rom. Lo abbiamo scoperto di recente con lo scandalo di Roma capitale, quando è venuto alla luce il giro di affari milionario delle cooperative controllate da Buzzi, quello che diceva che con gli immigrati si guadagna più che con la droga. Ecco spiegata la grande carica umanitaria della sinistra: gestire il traffico di migranti, perché garantisce introiti milionari alle cooperative rosse  bianche e arcobaleno e, in prospettiva, quando concederanno la cittadinanza a tutti (ci stanno lavorando), creare un grande bacino di potenziali elettori di sinistra.

E quando sentite esponenti politici di sinistra, buonisti e terzomondisti, che affrontano il tema dell’emergenza immigrati, non illudetevi. Non stanno pensando di fermare gli sbarchi. No,  propongono di migliorare e potenziare l’operazione Mare nostrum per soccorrere prima e meglio i barconi. Propongono maggiori interventi sociali e chiedono nuovi finanziamenti, dal governo e dall’Unione europea (come se scendessero dal cielo, come la manna, ma sempre soldi nostri sono, anche se nessuno lo dice chiaramente), per migliorare e potenziare le strutture di accoglienza, garantire nuovi e migliori servizi ed approvare norme che favoriscano l’integrazione. Ovvero, dargli un’occupazione, scuole, assistenza, sanità, un lavoro, una casa; dove il lavoro e la casa per milioni di italiani sono ancora un sogno.  Questo hanno in mente, altro che fermare l’immigrazione. Follia pura, a spese degli italiani.

Questa non è opera umanitaria, non è rispetto degli accordi internazionali, è una truffa, è falso ideologico. Una truffa che sta costando molto cara agli italiani. Ed ancora di più ci costerà in futuro, con l’invasione in massa di africani e arabi, in gran parte musulmani, che hanno il preciso scopo di disgregare e destabilizzare la società. E’ una gigantesca truffa ai danni degli italiani compiuta da una classe politica incapace e corrotta, ormai moralmente delegittimata, che non è stata  nemmeno eletta, ma nominata dalle segreterie di partito, che non rappresenta più i cittadini e che continua a governare calpestando il principio fondamentale della democrazia, il rispetto della volontà popolare. Hanno tradito la democrazia, la Costituzione, l’Italia e gli italiani.

Ed il primo a tradire è stato Napolitano, quando prima ha nominato Monti senatore a vita, per poi affidargli l’incarico di formare il governo, senza che fosse stato eletto, né votato dal popolo. Poi, quando Bersani, vincitore delle elezioni e, quindi, premier indicato dal popolo, non è riuscito a formare un governo, Napolitano, invece che indire nuove elezioni,  ha incaricato Enrico Letta, in evidente dispregio dell’indicazione appena scaturita dal voto popolare. Ed infine, con decisione molto discutibile, dopo una riunione della direzione PD in cui il neo segretario Renzi sfiduciava Letta, ha dato l’incarico allo stesso Matteo Renzi, anch’egli non votato, non eletto e nemmeno candidato, forte solo di una vittoria alle primarie che lo ha portato alla segreteria del partito. Ma aveva vinto solo le primarie, non le elezioni politiche. Non è stato scelto dagli elettori, ma solo dai compagni di partito. Non è stato indicato come capo del governo dagli italiani, ma da Napolitano. E così, tomo tomo e cacchio cacchio, senza pagare pegno, senza passare per il via e senza vergogna, passa direttamente dall’ufficio di sindaco di Firenze alla poltrona di Palazzo Chigi. E la democrazia, la scelta diretta del candidato premier, il rispetto della volontà popolare? Per il momento tutto sospeso, accantonato, la via maestra della democrazia è momentaneamente interrotta per lavori in corso. Fino a nuove comunicazioni sulla percorribilità democratica.

Se questo non è tradimento dei principi della democrazia, cos’è? E questi governi, non voluti e non votati dal popolo stanno governando e si apprestano a fare riforme costituzionali in aperto contrasto con la volontà degli italiani e contro l’interesse nazionale. Stanno aprendo le porte dell’Italia al nuovo cavallo di Troia che è l’immigrazione incontrollata di chi ha già ripetutamente dichiarato guerra all’occidente, alla nostra cultura, alla nostra civiltà, di chi predica la jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Stanno consegnando le chiavi della città e dell’Italia al nemico che ci  invade; contro la volontà del popolo. Se questo non è tradire la democrazia, cos’è? Se questo non è alto tradimento della patria, cos’è? Una volta i traditori della patria finivano al muro. Oggi finiscono in televisione a vendere ideali di seconda mano, buonismo ipocrita ed interessato, a fare accoglienza e beneficienza con i soldi degli altri e piazzare  patacche di ogni genere,  come piccoli truffatori di periferia, rubagalline o ciarlatani da fiera paesana. E forse, dietro l’apparenza rassicurante ed ingannevole, lo sono davvero. Purtroppo per noi.

Elicotteri blu

di , 16 Febbraio 2015 15:32

Spending rewiev all’italiana. Dopo le auto blu (che dovevano scomparire e sono ancora tutte lì dov’erano, anzi ne hanno acquistate altre nuove) e gli aerei blu (quelli che prende il rottamatore Renzi per andare a prendere la moglie a Firenze e poi andare insieme a sciare a Courmayeur: ma dice che è previsto dal protocollo di sicurezza) e chissà quante altre cose “blu” esistono in questa Italia repubblicana, democratica, antifascista, nata dalla resistenza, dove, come dicevano i maiali democratici della Fattoria degli animali di Orwell “ tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri“, scopriamo che esistono anche gli “elicotteri blu“; quelli che, in un’Italia democratica dove tutti i cittadini sono uguali,  sono a disposizione di alcuni cittadini privilegiati che sono “più uguali” degli altri.

Si sta ancora discutendo del recentissimo caso della piccola Nicole, “la neonata morta in un’ambulanza mentre la stavano trasportando d’urgenza a Ragusa perché negli ospedali di Catania non c’erano posti disponibili“.  Per la sua morte sono indagate, per omicidio colposo,  9 persone e la polizia di Stato ha acquisito cartelle cliniche, atti amministrativi e perfino le registrazioni telefoniche del 118. Ed ecco la notizia del giorno che arriva dalla Sardegna, da Alghero, perla della  riviera del corallo, dove proprio il direttore del 118 di Palermo, Gaetano Marchese, stava trascorrendo un periodo di vacanza. L’uomo è stato colpito da aneurisma; succede (Vedi “Capo del 118 sta male, arriva elicottero da Palermo“).

Un comune mortale qualunque sarebbe stato soccorso e portato in uno dei centri ospedalieri più vicini (per esempio, a Sassari, a venti minuti d’auto). Oddio, magari rischiava di essere rimpallato da un ospedale all’altro per mancanza di posti letto in zona e poteva rischiare di essere trasportato in ambulanza magari a Nuoro o a Iglesias. Anche questo succede, come dimostra la neonata morta a Catania. Forse per questo il nostro direttore del 118, per scongiurare questo pericolo, ha preferito andare sul sicuro: ha rifiutato il ricovero in una struttura della zona, ha chiamato la sua “centrale operativa di fiducia” palermitana ed ha fatto arrivare direttamente, con volo notturno,  il suo “elicottero di fiducia” del 118 da Palermo, per essere portato nella sua “città di fiducia” ed affidato, nella sua “clinica di fiducia”, alle cure dei suoi “medici di fiducia“. Beh, la fiducia è una cosa seria, specie da quelle parti.

Ovviamene, a spese nostre, in tempi di sbandierata riduzione della spesa pubblica, di moralizzazione della politica, di denuncia degli sprechi di Stato e dei privilegi della casta e di abolizione delle auto blu. Onestamente, però, bisogna riconoscere che il rottamatore Renzi, nel suo famoso discorso delle slides e del “Venghino, siori, venghino…”, in cui annunciava grandi cambiamenti sociali, tre riforme in tre mesi, rivoluzioni epocali e drastici tagli alla spesa pubblica, ha parlato di abolizione delle auto blu; ma non ha accennato agli elicotteri blu. E nemmeno agli aerei blu. Allora, è tutto a posto. Tranquilli ragazzi, è la spendig rewiev all’italiana: tutti devono risparmiare e fare sacrifici, perché tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni…

Democrazia e pentole

di , 14 Febbraio 2015 09:44

C’è qualcosa di contorto e di aberrante nell’espressione della volontà popolare, e della creazione del consenso, in democrazia. Una volta si pensava che i cittadini scegliessero il partito in base all’ideologia ed  ai programmi. Oggi, in una società dominata, plasmata e plagiata dai media e dalla forza delle immagini, forse conta più la rappresentazione della realtà della realtà stessa, più il simbolo che ciò che rappresenta, più l’immagine pubblicitaria che il prodotto stesso, più lo slogan che il programma, più la forma che l’essenza, più il contenitore del contenuto. Più che il pensiero in sé conta il modo di esprimerlo, la retorica e la capacità dialettica. Più che la testa, e quello che c’è dentro, conta la faccia.  Il guaio è che certe facce sono inguardabili e, purtroppo, spesso sono lo specchio delle loro idee. Diceva Leo Longanesi: “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano quelle idee.”. Così, quando vedi e ascolti certi personaggi della politica, guardi le loro facce e ti viene spontaneo votare per un partito diverso dal loro.

Si ha l’impressione che  talvolta si voti non per approvazione del  messaggio, ma per negazione del messaggero. Guardi la faccia di politici di professione che stanno da una vita  in Parlamento, di certi residuati bellici  sopravvissuti alla prima Repubblica,  li ascolti parlare e, per reazione,  pensi di votare Grillo. Poi guardi le smorfie di Grillo, il suo volto arcigno, i suoi occhi sbarrati in un’espressione tra lo stupito e lo sguardo del comico che ha appena sparato la sua battuta e si aspetta l’applauso del pubblico, ascolti i suoi insulti e le sue minacce e ripieghi su forze moderate, rassicuranti e meno aggressive. Guardi, quindi,  la faccia di Giovanni Toti, di Santanché, di Alfano, di Monti, Casini, li senti parlare e ti cascano le braccia, ti deprimi e preferisci uno pimpante e sicuro di sé come Renzi. Infine guardi Renzi, ascolti il suo eloquio da piazzista “Venghino siori, venghino…”, e ti aspetti che, da un momento all’altro, ti proponga l’acquisto di un set di pentole con asciugacapelli in omaggio. Se si governasse con le parole, le slides, le promesse e gli slogan, il fanfarone toscano di Palazzo Chigi sarebbe il più grande statista della storia. E per reazione, deluso, scoraggiato e rassegnato al destino avverso ed all’inevitabile catastrofe, rinunci a votare. Così la democrazia perde la sua carica vitale e giace agonizzante nel suo letto di ideali traditi. E l’espressione della volontà popolare si tramuta in un voto che non viene espresso per adesione ad una ideologia, un programma, una visione del mondo, ma per istintiva reazione e volontà punitiva “contro” qualcuno.

Ciò che resta oscuro, contorto e subdolo, del meccanismo di creazione del consenso popolare in un sistema democratico è il rapporto esistente fra popolo e governanti. In fondo, il principio base che regola la propaganda politica e la creazione del consenso è lo stesso che regola le televendite televisive di pentole o materassi, che non sono altro che l’evoluzione mediatica di quello che nelle fiere paesane era il rapporto fra piazzisti e  campagnoli ingenui. Ciò che offrono i politici, spacciandolo per soluzione di tutti i problemi del Paese, non è molto diverso dallo specifico spacciato da Dulcamara come rimedio miracoloso per tutti i mali, dalla calvizie  al mal d’amore.  Ma l’imbonitore politico è molto più pericoloso, può creare danni enormi e portare conseguenze irreparabili. Le pentole almeno hanno una loro utilità pratica e, se proprio non ti servono, non le compri.  Lo specifico di Dulcamara non guariva niente, ma era innocuo, non faceva danni. I piazzisti politici, invece, hanno trovato il modo, in nome della democrazia e grazie ai perversi e subdoli meccanismi di creazione del consenso, ed al loro uso spregiudicato, di plagiare le menti ed obbligarvi a comprare prodotti non solo inutili, ma spesso dannosi, camuffati da alti ideali umanitari o da opinabili teorie economiche, convincendovi che ciò che essi offrono è esattamente ciò di cui avete bisogno e quanto di meglio si trova sulla piazza.  Ci ingannano, ci illudono, ci raggirano, lentamente ci avvelenano e li dobbiamo anche pagare a peso d’oro. Meglio i piazzisti e le pentole, fanno meno danni. Meglio l’innocuo specifico di Dulcamara che le slides di Renzi.

False equivalenze

di , 8 Febbraio 2015 13:58

Quando qualcuno riscuote grande successo e raggiunge fama, ricchezza e potere, si è tentati di spiegarne l’ascesa riconoscendogli il possesso di grandi qualità e capacità personali. Spesso è così, ma non sempre. Talvolta il successo arriva non solo per meriti personali, ma per demerito degli altri concorrenti, oltreché per una serie di fortunate coincidenze.  Il fatto che Renzi, per grazia ricevuta, senza  consenso popolare e senza legittimazione elettorale, sia diventato capo del Governo non significa, necessariamente, che sia migliore o più bravo  degli altri. Potrebbe significare semplicemente che gli altri siano peggiori, o meno bravi, di Renzi. I due concetti sembrano apparentemente uguali o equivalenti. Ma non lo sono; purtroppo per Renzi, per gli altri ed anche per noi.

Si diceva una volta (con un’espressione che sembra un complimento, ma lo è solo in apparenza)  che Massimo D’Alema fosse “il più intelligente dei suoi“. Il che significherebbe, per conseguenza, che i “compagni” fossero meno intelligenti di D’Alema. Ma c’è un inganno di fondo: non è detto, come si dà per scontato,  che  D’Alema ed i “suoi” siano necessariamente “intelligenti“. Anche in questo caso i due concetti sembrano avere lo stesso significato, ma non sono equivalenti. Anche il capo storico dei compagni del PCI, Palmiro Togliatti, veniva chiamato “Il migliore“, definizione che lasciava poco spazio ai dubbi ed alle interpretazioni. I compagni hanno facile propensione all’autoesaltazione, all’autocompiacimento ed al riconoscersi e attribuirsi dei meriti non sempre dimostrati e dimostrabili.

Si dice (citando Churchill) che la democrazia sia il “meno peggio” fra i sistemi politici. Il che lascia intendere, per logica deduzione,  che sia “il migliore possibile” e che gli altri sistemi siano peggiori o “meno buoni” della democrazia. Anche in questo caso le due considerazioni sembrano equivalersi, ma, ancora una volta, non è così. Un sistema che si definisca “migliore” può esserlo solo se riferito e confrontato ad altri sistemi che siano riconosciuti come “buoni”. Il sistema “meno peggio” è, invece, necessariamente riferito ad un insieme di sistemi definibili come “non buoni” o, meglio ancora,  ”peggiori“. La differenza concettuale può sembrare irrilevante, ma è, invece, fondamentale. L’ultimo nella scala di sistemi “buoni” è comunque migliore del primo della scala dei sistemi “non buoni“; c’è una bella differenza. Ecco perché affermare che la democrazia sia il sistema “meno peggio” non significa che sia, automaticamente, il “migliore“; è una specie di falso ideologico. La si potrebbe definire con una popolare espressione idiomatica “una pietosa bugia“.

E’ un concetto così elementare che lo si potrebbe esprimere con una formuletta di logica classica. Se A è maggiore di B (A>B), B è minore di A (B<A). Ancora una volta l’equivalenza concettuale sembra così logica e scontata da avere valenza universale, ma non lo è. E’ valida solo per grandezze ponderabili ed  esprimibili matematicamente. Non è valida e non è applicabile nei confronti di valori astratti di tipo non quantitativo, ma qualitativo  (come l’etica o l’estetica), non esprimibili con una formula matematica. In questi campi del sapere “astratto” il concetto di maggiore o minore non è applicabile, non ha senso.

Quando si tenta di fare delle comparazioni fra due o più termini in un campo come la politica, la cultura, l’arte, la morale o in qualunque argomento che non sia esprimibile matematicamente, si incorre in errori di valutazione. Si danno per scontate delle equivalenze concettuali che non sono vere, né logiche, né dimostrabili. Sono  false equivalenze. Ecco perché esaltare le capacità di un leader rispetto ai seguaci e riconoscergli il titolo di “migliore” fra i suoi implica una sola certezza; lo scarso valore dei compagni rispetto al leader. Definire qualcuno come il “migliore” può sembrare un complimento o un attestato di riconosciute e provate doti e capacità superiori,  ma non lo è; non necessariamente.

Papa, mamme e kalashnikov

di , 23 Gennaio 2015 18:29

Dice il Papa che se qualcuno dice una parolaccia contro sua madre, gli arriva un pugno in faccia. “E’ normale…è normale…”, aggiunge, come a confermare che reagire anche in modo violento ad una offesa è cosa del tutto naturale, istintiva e giusta. E precisa ancora “Non si offende la religione degli altri...”, riferendosi esplicitamente alle vignette pubblicate da Charlie Hebdo e ritenute offensive dai seguaci di Maometto. Si può anche girarci intorno e cercare una spiegazione di comodo, ma sostanzialmente il Papa ha detto chiaro e tondo che quelle vignette sono offensive (quindi da censurare),  che di fronte all’offesa è più che giustificata la reazione anche violenta e che, per logica conseguenza,  i vignettisti, offendendo i musulmani, ”se la sono cercata” e la strage compiuta è la “normale” reazione all’offesa.

Lo ha detto durante una conferenza stampa, mentre era in volo,  (guarda video).   Il senso è chiarissimo; se offendi qualcuno, devi aspettarti una reazione anche violenta. Non ci sarebbe niente di strano se lo avesse detto un bulletto di periferia. Ma se lo dice il Papa, in netto contrasto col messaggio evangelico, lascia perplessi per le implicazioni del principio che giustifica la violenza come reazione all’offesa; oltre, s’intende, a giustificare implicitamente  una reazione commisurata all’offesa. Così se per una parolaccia basta un pugno, a chi mi spara addosso col kalashnikov devo limitarmi a rispondere con un pugno, oppure posso usare metodi più efficaci di difesa?

Si ha l’impressione che questo Papa parli troppo e spesso a sproposito. Come se, invece che sul Soglio pontificio, pensi di trovarsi  ancora in un bar del Barrio Palermo a chiacchierare del più e del meno con amici, sorseggiare mate e  commentare l’ultima partita del San Lorenzo.  Ama parlare e viaggiare. Così viaggia e parla, parla e viaggia. Parla dalla finestra a Roma, parla sulla spiaggia a Rio de Janeiro, parla nella moschea a Istanbul, parla a Strasburgo, parla a Manila e spesso parla a…vanvera.

Quella frase ha suscitato reazioni, polemiche e commenti non proprio favorevoli. Il pugno del Papa, infatti, è un vero pugno nello stomaco  a chi fino a ieri ha sempre sentito da parte della Chiesa il messaggio evangelico del “porgi l’altra guancia…perdona settanta volete sette…ama il prossimo tuo come te stesso...” ed improvvisamente si ritrova davanti un Papa aggressivo che sembra uscito dal set di Gomorra.  Come si concilia quel messaggio con la frase  del Papa che giustifica una reazione violenta ad un’offesa? Il Papa ha finito le guance da porgere?

In quella dichiarazione si possono rilevare tre concetti diversi. Il primo è che la satira su aspetti religiosi è un’offesa. Il secondo è che si giustifica la violenza come reazione. Il terzo è che devono esserci delle limitazioni alla libertà di espressione. Con una sola frase ha sconvolto tre principi fondamentali, sia laici che religiosi. Ha preso non due, ma addirittura tre piccioni con una fava. Vediamoli uno per uno.

1) Che la satira su temi religiosi sia un’offesa, è una affermazione alquanto azzardata, considerato che esistono decine e decine di  religioni e che  ciò che può essere del tutto normale per noi, può essere offensivo per altri.  Allora bisognerebbe concordare, con i rappresentanti di tutte le religioni,  una esatta definizione di “offesa” e stilare un elenco preciso di tutto ciò che può offendere (con parole, gesti, comportamenti) i cristiani, i musulmani, gli indù, i buddisti, i taoisti, gli animisti, i seguaci di Manitù e di tutti i riti tribali, compresi i tagliatori di teste del Borneo (Guardate qui quante sono le religioni praticate nel mondo).  Dovremmo forse lasciare libere le vacche di scorrazzare in piazza San Pietro per non offendere gli indù che le considerano sacre? Si finirebbe per vietare quasi tutto.

2) Un pugno non è una carezza, è un atto violento. Ma la reazione all’offesa deve essere commisurata all’entità dell’offesa. Più grande è l’offesa, più violenta sarà la reazione. E poiché per i musulmani offendere Maometto o il Corano è molto più grave che offendere la mamma (tanto è vero che per la blasfemia è prevista la pena di morte), non basterebbe un pugno a lavare l’offesa, ma sarebbe normale ricorrere anche alle armi. Da qui a giustificare una raffica di kalashnikov contro chi offende il profeta, il passo è breve.  Questa è l’interpretazione, portata alle estreme conseguenze, del principio papale del pugno in faccia.  Ma giustificare una risposta violenta ad una offesa non solo è contro le leggi vigenti, e perseguibile come reato, ma è anche  in netto contrasto con il messaggio evangelico da sempre insegnato dalla Chiesa. Ma non è pensabile che il Papa inviti a commettere un reato e stravolgere il messaggio evangelico. Allora significa che  il Vangelo fino ad oggi è stato interpretato in maniera errata?  Significa che ci sono delle eccezioni al “porgi l’altra guancia” o “ama il prossimo tuo come te stesso“? Oppure, più semplicemente, Bergoglio ha avuto solo un momento di confusione, forse a causa dell’affaticamento del viaggio? Ma allora dovrebbe correggere quella frase e scusarsi. E, soprattutto, riflettere bene prima di esprimere concetti che possono facilmente essere travisati; se si giustifica un pugno, si fa presto a giustificare anche le raffiche di mitra.

3) Porre dei limiti  alla libertà di satira e di stampa (ma anche un semplice giudizio o una critica che possa essere vista come offensiva) sarebbe in contrasto con il principio della libertà di espressione garantita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da tutte le Carte costituzionali dei paesi democratici. Ovvero, va contro il principio per il quale ed a difesa del quale sono scesi in strada ed hanno sfilato milioni di francesi; uno dei principi cardine delle società occidentali fondate sulla democrazia e sulla tutela dei diritti fondamentali. Si deve rinunciare a questo diritto per evitare di urtare la sensibilità di qualcuno? Anche in questo caso si finirebbe per vietare quasi tutto.

Forse il Papa si è lasciato andare ad un impulso “umano, troppo umano“. E’ comprensibile, del resto quella è la reazione istintiva di una persona normale. Ecco perché ha esclamato “E’ normale…è normale“. Già, ma allora, se questa è la natura umana, dovrebbero ricordarselo i predicatori, quando invitano a porgere l’altra guancia, a non reagire alle offese, a perdonare, ad amare anche il nostro nemico, perché stanno invitando i fedeli a fare qualcosa che non è nella natura umana. E se non è nella natura umana è contro natura. E se è contro natura è contro il Creatore che quella natura l’ha voluta così, esattamente com’è. Altrimenti l’avrebbe fatta diversa.  E se il Papa, che dovrebbe essere l’esempio vivente del messaggio evangelico dell’amore e del perdono, reagisce ad un’offesa con un pugno, perché non dovrebbe farlo l’ultimo dei cristiani? C’è una postilla poco conosciuta del Vangelo che prescrive libertà di pugno per il Papa e la vieta a tutti gli altri?

Ovviamente non si tratta solo di stare a cavillare sulla frase del Papa. Il problema si pone in generale sull’interpretazione del concetto di libertà che, spesso, diventa molto elastico e lo si adatta alle situazioni ed alla convenienza del momento. Posso essere d’accordo con il Papa sul fatto che bisogna evitare di offendere il prossimo e sul fatto che sia umano e normale rispondere con un gesto anche violento ad un’offesa. Ma allora è chiaro che non posso essere d’accordo con il Papa quando predica il messaggio evangelico che mi invita a perdonare, porgere l’altra guancia ed amare anche il nemico. Non si possono sostenere principi contrastanti: o il pugno o il perdono. Si decida, Santità, si decida.

Forse dovrebbe parlare meno. Ma non è la prima volta che fa delle affermazioni alquanto discutibili. Tempo fa, durante la sua visita pastorale a Cagliari, a chi gli chiedeva un giudizio sull’omosessualità e sui gay, disse “Chi sono io per giudicare?”. Chi è lui per giudicare? E’ il Papa, il capo spirituale della Chiesa, la guida suprema dei cattolici, il rappresentante di Cristo in terra, ecco chi è; mica il vice parroco di Pompu! Non solo ha il diritto di giudicare, ma ha il preciso dovere di fornire una guida morale ai fedeli. E non sarebbe male che si ricordasse anche di Sodoma e Gomorra. Non mi pare che Dio li avesse guardati con benevolenza, perdono e misericordia, dicendo “Chi sono io per giudicare i sodomiti…”. Ma quella frase fu subito colta al volo da gay, lesbo, trans e vari sessoconfusi per farne uno slogan da usare in tutte le circostanze e dire che anche il Papa non si permette di giudicare le loro tendenze sessuali. E bravo Bergoglio, ha fornito un ottimo argomento alla causa gay, gli ha dato anche la benedizione papale.

Quando andò a Lampedusa, dopo il naufragio del barcone che causò centinaia di morti, per stemperare la possibile reazione negativa nei confronti degli immigrati e l’atteggiamento di diffidenza nei confronti dei musulmani, disse che dobbiamo accogliere tutti ed assisterli perché “Sono nostri fratelli“. Intanto, in tutti i paesi islamici i cristiani sono perseguitati, dall’Africa al Pakistan, vengono distrutti interi villaggi, bruciate le chiese e ammazzati i fedeli, è una strage continua; lo sport più praticato dai “fratelli musulmani” è la caccia al cristiano, che è sempre aperta, con o senza porto d’armi. Poi i “fratelli musulmani” dell’Isis non si sono accontentati più di sparacchiare a qualche cristiano di passaggio, hanno cominciato a fare le cose in grande e per realizzare il loro Stato islamico, hanno deciso che bisognava liberare l’intero territorio dalla presenza dei cristiani; un repulisti totale.  Più o meno quello che fece Hitler con gli ebrei. Così inizia lo sterminio sistematico dei cristiani, distruggendo le loro abitazioni, confiscando tutti i beni, seppellendoli vivi, ammazzandoli o abbandonandoli nel deserto senza acqua, né cibo.

E cosa dice il Papa di questo genocidio attuato con ferocia criminale dai terroristi islamici che, è bene ricordarlo, sono nostri “fratelli musulmani“? Ancora una volta parla durante una conferenza stampa improvvisata sull’aereo che lo riporta dalla Corea del sud. Curioso, sembra che volare stimoli la sua loquacità. Ogni volta che si trova in aereo si lascia andare a dichiarazioni alquanto discutibili (Vedi “E’ lecito fermare l’aggressore ingiusto“).

Un giornalista chiede al Papa se approva l’intervento aereo americano che bombarda i terroristi dell’Isis per fermare lo sterminio dei cristiani e l’avanzata in Iraq. Beh, mi pare che lo sterminio di migliaia di cristiani sia qualcosa di appena appena più grave di una parolaccia offensiva sulla mamma. Certo fa più danni. Quindi, si presume che se alla parolaccia si risponde con un pugno, a chi usa le armi per lo sterminio di un popolo si debba rispondere con qualcosa di più energico di un pugno. No? Ed ecco, infatti, la risposta papale: “In questi casi dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto.”.  Quindi, penserete voi, giustifica l’intervento armato? No, calma, non proprio. Ecco come prosegue: “Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati.”. Ad una parolaccia sulla mamma risponde con un pugno, ma a chi fa strage di cristiani non risponde nemmeno; si limita a suggerire di “fermarli”, senza specificare come.

Immagino che i circa settanta giornalisti al seguito, dopo queste parole, abbiano avuto un attimo di imbarazzante silenzio e di stupore, anche se nessuno ha osato porre al Papa la domanda che tutti avevano in mente. Anche noi ci siamo posti quella domanda ed avremmo gradito una risposta. Papa Bergoglio, come si “fermano” i terroristi islamici “nostri fratelli“, senza usare le armi o i bombardamenti? Al loro avanzare si  stende un tappeto rosso cosparso di petali di rose e li si accoglie  con la banda musicale che esegue allegre marcette? Gli si offrono, in elegante pacco regalo, confezioni giganti formato famiglia di sedativi, tanto per calmare i bollenti spiriti? Gli  offriamo confetti e cioccolatini purganti ad effetto immediato che li obbligherà a ripiegare velocemente in “ritirata“? Li invitiamo a trasferirsi in Honduras e partecipare al reality “L’isola dei famosi”? Santità, può darci un aiutino? E se azzecchiamo la risposta giusta, cosa vinciamo?

La risposta è nel vento, cantava Dylan. Ma non disperate, forse la risposta ce la darà al prossimo viaggio. Lui le idee  migliori le ha in volo, lontano dalle beghe terrene che lo distraggono. Sorvolando le nuvole si sente ispirato dalla vicinanza col regno dei cieli. Visti i risultato, però, abbiamo il dubbio che lo Spirito Santo sia momentaneamente distratto o in missione speciale in un universo parallelo. Così, continua a fare dichiarazioni confuse, contrastanti e pericolose; per la gioia dei “fratelli musulmani” dell’Isis che fanno strage dei cristiani, ma non si beccano nemmeno un pugno,  dei gay che “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu...”, con tanto di  benedizione papale, e dei terroristi parigini che hanno uno strano senso dell’umorismo e per qualche vignetta si offendono a morte (quella dei vignettisti), ma si sentono giustificati perché reagire con violenza ad un’offesa è normale…è normale. Lo ha detto il Papa.

N.B.

Questo Papa è gesuita. Sarà una strana coincidenza, ma il termine “gesuitismo“, nella accezione comune, è sinonimo di ipocrisia e di “dissimulazione“, atteggiamento tipico di chi si mostra buono e remissivo ed assume atteggiamenti tesi a nascondere intenti potenzialmente pericolosi (arma che l’islam usa benissimo, fa parte della strategia usata per infiltrarsi nell’occidente senza destare sospetti o paure: sarà un caso?).  (Vedi Treccani)

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