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Femminicidio e TV

di , 13 Aprile 2017 23:45

Anche oggi tre donne ammazzate. Tutti i giorni c’è qualcuno che ammazza la compagna; per “futili motivi”, dicono i cronisti. Ma se questi “futili motivi” scatenano la furia assassina, forse non sono poi così futili. No? Vedi: “Futili motivi, TG e inviati speciali“.

Ma non ammazzano solo le compagne; spesso ammazzano anche i figli o, come è successo oggi, anche l’amica della compagna: “Ortona: due donne uccise a coltellate“. A Vicenza, invece, l’assassino si è limitato ad accoltellare la moglie. Per fortuna la figlia piccola non era in casa. E i media ci sguazzano per giorni, con dovizia di dettagli macabri. Ora dovrei ripetere quanto dico ormai da tempo. Ma facciamola breve. Se tutti i giorni i media ci raccontano di donne  ammazzate dai compagni, alla fine ci si abitua e la gente comincia a pensare che quando due persone litigano sia normale che debba finire a coltellate; anzi se lo aspettano. E così, se una persona dal precario equilibrio psichico si trova ad affrontare situazioni di crisi, conflitti, liti familiari, la prima reazione è quella di fare quello che sente ripetere ogni giorno in TV, quello che fanno tutti: ammazzare la compagna. Si chiama “emulazione”. Semplice no? E’ un primordiale istinto umano.

Ma naturalmente, i media sono innocenti. Non si può nemmeno lontanamente sollevare un leggerissimo sospetto che forse, dico forse, tanta quotidiana evidenza mediatica alla violenza possa generare qualche forma di emulazione. Anzi, dicono gli esperti che la violenza in TV non è pericolosa; serve a scaricare l’aggressività e sublimare gli istinti violenti. Ricordo bene una simile affermazione fatta in TV anni fa da una “esperta” psicologa. E se lo dicono gli esperti! E poi c’è sempre la giustificazione che non ammette repliche: il diritto di cronaca. Anche ieri parlavo di violenza e sfruttamento mediatico della cronaca nera: “Igor, media e violenza“. Nella colonna a destra “Mass media, società e violenza” ci sono alcuni dei post dedicati a questo argomento.

Ma sembra che nessuno si renda conto della serietà del problema. Anzi tendono a sminuire il pericolo e negare che fra media e violenza ci sia qualche legame e relazione. Purtroppo la relazione c’è ed è piuttosto stretta. Solo dei ciechi, sordi e pure in malafede possono fingere di non vederla. Oppure, come li definisce K. Popper, degli “Imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza.”. Ma molti sulla cronaca nera ci campano ed allora continuano a negare che la quotidiana diffusione di messaggi violenti possa creare effetti di emulazione. Ho fatto spesso esempi pratici. Ed ecco oggi l’ultima conferma: “Si ispirano al film Manchester by the sea ed uccidono il figlio“.

Più chiaro di così non si può. Se questi genitori, ispirandosi ad un film (pare che abbia vinto due premi Oscar) appena visto in televisione, ammazzano il figlio ed incendiano la casa, si può dire che esista una relazione tra i fatti? Oppure continuiamo a negare l’evidenza?  Ma gli psicologi negano; anzi per loro le immagini violente  hanno un effetto positivo perché permettono di sublimare l’aggressività.  Ho il sospetto che abbiano studiato per corrispondenza ed abbiano smarrito qualche fascicolo; magari i più importanti. Oppure hanno preso la laurea in Albania, o nei corsi serali nelle capanne del Burundi. Sì, deve essere così, perché se nelle nostre università si insegna questo, allora è meglio chiuderle e ricavarci alloggi per i senzatetto.

L’orchestra

di , 28 Gennaio 2017 02:14

L’orchestra è un film breve, dura meno di un’ora, del 1990 del regista polacco Zbigniew Rybczynski. Ricordo di averlo visto in televisione molti anni fa, forse uno di quei film che andavano in onda in orari notturni. Mi colpì l’originalità, la fantasia e la bravura del regista, tanto che mi è rimasto in mente come uno dei film davvero geniali che ricordo con piacere (e non sono molti). Mi è venuto in mente ascoltando la Ballata in sol minore di Chopin (scena dal film “Il pianista“) del post precedente “Giorno della memoria, fra crimini e talenti“, che mi ha richiamato alla mente un brano celebre di Chopin, la Sonata n° 2, nota come Marcia funebre. Era uno dei brani che facevano parte della colonna sonora di quel film. Rientra nel genere  che si può definire “sperimentale”, ed è denso di simbolismi, allegorie, di visioni quasi oniriche, di trucchi tecnici ed effetti speciali e di personaggi che si muovono in silenzio in suggestive ambientazioni, accompagnati da una colonna sonora con musiche di Mozart (Concerto per piano e orch. n° 21, 2° mov.), Chopin (Sonata n° 2, op 35), Albinoni (Adagio in sol minore), Rossini (Gazza ladra: Ouverture), Schubert (Ave Maria) e Ravel (Bolero). Con un po’ di pazienza, superando le indicazioni fuorvianti di Google che con quel titolo mi forniva altri risultati su orchestre varie, film come Concerto ed altre notizie, l’ho rintracciato su Youtube. Vale la pena di vederlo.

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Ancora di Rybczynski, una delle prime opere sperimentali, il corto “Tango” del 1980 che gli fece vincere nel 1983 l’Oscar come miglior cortometraggio di animazione

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Morti a sorpresa

di , 22 Settembre 2016 16:11

E’ morto Gian Luigi Rondi, critico cinematografico, ex direttore e presidente del festival cinematografico di Venezia, di quello di Roma, del premio David di Donatello, e chissà cos’altro.

L’ultima volta che mi è capitato di vederlo in Tv, anni fa, era ospite di Gigi Marzullo, in uno dei suoi programmi per chi soffre d’insonnia e, naturalmente, si parlava di cinema. Più che un essere vivente era un ectoplasma, sembrava quasi un miracolo che fosse ancora in circolazione. Ebbi il sospetto che per farlo stare dritto nella poltrona, fosse tenuto su con una qualche impalcatura invisibile. Mi ricordò Enzo Biagi (Vedi qui alcuni post su Enzo Biagi). Altri due personaggi di primo piano che sono sulla buona strada per emulare Biagi e Rondi e per la beatificazione in vita sono Eugenio Scalfari e Dario Fo. Sono quei personaggi che sono convinti del fatto che la loro presenza, ed i loro commenti, siano indispensabili per la sopravvivenza della specie umana che, in loro assenza, sia destinata alla completa estinzione. E ne sono tanto convinti che sono sempre lì, ovunque gli si conceda uno spazietto (in TV, sulla stampa, nei festival, convegni, dibattiti, premi, concorsi  e premiazioni), a sentenziare su tutto lo scibile umano. Allora la notizia, anzi la sorpresa, non è che Rondi sia morto, ma che fosse ancora vivo. Cinico? Sì, in questo mondo di pazzi essere cinici è l’unico modo per sopravvivere.

La Mostra di Venezia

di , 10 Settembre 2016 01:06

E’ l’evento del giorno. Ecco una rarissima immagine della celebre Mostra.

 

Che dite? Questo è un mostro? Strano, mi era sembrata una mostra. Certo che oggi con questa confusione dilagante di generi e ruoli è facile sbagliarsi e scambiare un mostro per una mostra. Mah, comunque,  a me sembra una mostra!

Donne da macello

di , 6 Agosto 2016 23:40

Ammazzare le donne sembra diventato lo sport nazionale. Non passa giorno che qualche pazzo non decida di far fuori la compagna, la moglie, la fidanzata, l’amante, la ex. Negli ultimi tempi la media è di una vittima al giorno. E’ l’unica cosa che cresce in Italia: il numero delle vittime di violenza.

Cambiano solo le modalità di esecuzione, lasciate alla fantasia  ed all’immaginazione. Si va dallo stile incendiario al pluri-accoltellamento stile Giulio Cesare, fino alle martellate, come successo pochi giorni fa a Laveno Mombello (Uccide la moglie a martellate), metodo un po’ rozzo, ma efficace. Eppure in tempi recenti hanno approvato con grande clamore una legge sul “Femminicidio” che, nelle intenzioni dei legislatori, grazie all’aumento delle pene, doveva servire a far cessare o almeno limitare le violenze sulle donne. Forse hanno dimenticato qualcosa. Certe volte basta un niente, una svista, una virgola fuori posto, un refuso, una parola di troppo e la legge si inceppa, si blocca, non funziona. Oppure non funzionano i legislatori. Il fatto drammatico è che, nonostante la legge e le buone intenzioni di chi l’ha proposta ed approvata, le violenze sulle donne non solo non sono diminuite, ma sono in aumento. Chi pensa di fermare la violenza, l’odio, la malvagità umana e di risolvere tutti i problemi del mondo con leggi, norme e decreti è un idiota. Punto. E  non dovrebbe ricoprire incarichi pubblici; ancora meno governare o fare il legislatore.

La verità, che non si vuole ammettere,  è che la violenza non i ferma con una legge o con l’aumento delle pene. Nemmeno il rispetto delle donne e della vita umana si impone per legge, se manca la cultura del rispetto, se non si fa opera di sensibilizzazione proprio sul piano culturale, se non si pone un limite al dilagare sui media di rappresentazioni della violenza in tutte le salse, che sono autentici spot pubblicitari a favore della violenza e costituiscono modelli da imitare per menti malate o facilmente influenzabili.  Quello che stiamo facendo attraverso film, fiction, serie televisive, telegiornali, servizi e programmi speciali, stampa, internet, è  usare i media per riproporre continuamente, dalla mattina alla sera a reti unificate, l’esaltazione della violenza. Certi giorni i TG sembrano bollettini di guerra, a base di morti ammazzati, di sangue in primo piano e scene da cinema splatter; sempre più realistiche, più crudeli, più cruente, perché l’assuefazione obbliga, per attirare l’attenzione, a proporre scene sempre più forti. Forse chi opera nel mondo dell’informazione non si rende conto dell’enorme potere condizionante dei media. E già questo sarebbe un fatto grave. Ancora più grave sarebbe, però, rendersi conto di quali siano i rischi ed i pericoli di un uso spregiudicato dei media, e non fermarsi. In ogni caso, se sussiste anche solo un piccolo dubbio che la continua rappresentazione della violenza possa favorire l’emulazione (per me è una certezza), certi addetti ai lavori dovrebbero essere incriminati per istigazione alla violenza. Popper, benevolmente, li chiama solo imbroglioni, io li chiamerei criminali; sarebbe più adatto.

Proprio oggi in un TG ho seguito un breve servizio in cui la rappresentante delle Case di accoglienza per le vittime di violenza era preoccupata per gli ultimi casi di femminicidio. Ma ancora più preoccupata sembrava per il mancato arrivo dei fondi previsti dalla legge, che se non ho capito male sono cifre dell’ordine di milioni di euro. Sembra che più che preoccuparsi di spiegare le ragioni e trovare una soluzione al dilagare della violenza, stiano pensando ad incamerare soldi pubblici. Da parte del governo, però si pensa di risolvere il problema con l’introduzione, a settembre, di una “Cabina di regia“. Dice la ministra Maria Elena Boschi: “Abbiamo costituito la cabina di regia interistituzionale per rafforzare e promuovere azioni di contrasto alla violenza sulle donne e al femminicidio: ho convocato la prima riunione per l’8 settembre.”. Oh, finalmente, ecco ciò che manca per fermare la violenza: la “cabina di regia”. Perché nessuno ci aveva pensato prima? Magari poteva scegliere una data meno funesta dell’8 settembre, ma non stiamo a sottilizzare. L’ultima trovata ridicola di un governo di cialtroni. Poi, oltre al regista, ci metteranno anche il direttore della fotografia, gli scenografi, i costumisti, i tecnici delle luci, il trucco, il cestino con il pranzo per le comparse, ovviamente una buona sceneggiatura che sappia coinvolgere il pubblico (specie donne e anziani; quello è il target), si fa una fiction e si manda in onda su RAI 1 in prima serata; il tutto annunciato da un bel promo di “Pubblicità progresso“. Ed il problema è risolto. E se non si risolve il problema della violenza sulle donne, almeno si risolve il problema economico di chi lavora alla fiction; produttori, autori, sceneggiatori, registi, attori, tecnici, comparse e figuaranti. In tempi di crisi è già qualcosa. No?

E’ un argomento di cui parlo spesso perché lo ritengo fondamentale, uno dei problemi più gravi della nostra società moderna, sempre più condizionata dai messaggi mediatici. Se non affrontiamo la questione rendendoci conto che dobbiamo cambiare radicalmente tutto il sistema comunicativo e culturale, specie spettacolo e informazione, non risolveremo nulla, non ci sono leggi che tengano. Lo dicevo per l’ennesima volta anche di recente: “Femminicidio e leggi flop” (maggio 2016), “Buoni per legge” (febbraio 2016), ed in tanti altri post, alcuni riportati nella colonna laterale a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza.

Ecco un piccolo esempio, giusto perché ce l’ho sotto gli occhi, di come tutti i giorni la stampa, forse inconsapevolmente (ma non ne sarei troppo sicuro; penso, invece, che siano precise scelte editoriali per attirare l’attenzione dei lettori) propone immagini violente. Questo box si trova oggi sul sito del Messaggero (Ragazzina accoltella il fratello), esattamente sotto l’altro box inserito più in alto.  A parte la notizia del litigio finito a coltellate, cosa che ormai sembra del tutto normale (una volta, al massimo si faceva a botte, ora ci si ammazza) guardate quella immagine del coltello da macellaio in primo piano. Ricorda la scena più drammatica di Psyco di Hitchcock, quella della protagonista accoltellata sotto la doccia. Era proprio necessario inserire quella foto? E’ essenziale per capire la notizia? E’ il coltello usato dalla ragazzina? No, nessuna delle tre cose. E allora che senso ha mostrare un coltellaccio in primo piano? Forse non vi rendete conto di ciò che significa, di quale sia il messaggio che trasmette, dell’enorme potere evocativo della fotografia, della sua capacità di suggestionare, influenzare e coinvolgere il pubblico (basta pensare al cinema),  e di quali reazioni può suscitare nei ragazzi o nelle persone particolarmente sensibili ed influenzabili, peggio ancora se psichicamente labili. Se non capite queste cosette elementari sulla comunicazione, siete degli idioti ai quali dovrebbe essere vietato per legge (in questo caso sì, per legge) di lavorare nel campo dei mass media. E se non siete idioti, o imbroglioni, come dice Popper, siete comunque inadatti ad operare nel mondo dell’informazione e della comunicazione in generale. Anzi, costituite un vero e serio pericolo. Quindi cambiate mestiere, andate in campagna a coltivare patate, farete meno danni.

P.S.

E gli psicologi cosa dicono? Già, perché dovrebbero essere psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, secondo le loro specifiche competenze, a spiegarci le ragioni di questa violenza dilagante e, soprattutto, a mettere in guardia contro il pericolo che l’eccessiva rappresentazione della violenza possa creare emulazione; perché questo è il problema. Avete mai sentito qualcuno in televisione spiegare i motivi di questo potere negativo dei media? No, se qualcuno raramente accenna a questo pericolo è un caso isolato, messo subito a tacere da chi invoca la libertà di espressione e il dovere di cronaca. Anzi, ho sentito spesso autorevoli psicologi affermare tranquillamente in TV che la rappresentazione della violenza ha un potere catartico, serve ad esorcizzare la paura ed ha un effetto positivo perché  permette di sublimare l’aggressività. A questo punto non si sa più a che santo votarsi. Se anche gli psicologi non si rendono conto del pericolo, allora non c’è speranza. E dire che oggi  in Italia ci sono più di 100.000 psicologi e psicoterapeuti (Troppi psicologi) dei quali 3 su 4 sono donne (vi dice niente questo dettaglio?), circa  un terzo di tutti gli psicologi d’Europa. O sono troppi gli psicologi o ci sono troppi matti in Italia (matti non è il termine esatto, ma tanto per semplificare). Ma allora, se ci sono più matti in Italia che in tutta Europa, perché abbiamo chiuso i manicomi?  No, forse non siamo tutti matti, la verità è che sono troppi gli psicologi, farebbero bene a cambiare mestiere; ci guadagnerebbero tutti.

Quote nere, rosa e varie

di , 23 Gennaio 2016 01:17

Anche gli Oscar del cinema sono razzisti. Lo sostiene il regista Spike Lee, annunciando che non parteciperà alla cerimonia della consegna dei premi in segno di protesta per la mancanza, fra i designati all’Oscar, di attori neri. La protesta si allarga e sono già molti ad aver espresso la propria adesione; non solo artisti neri, ma anche  bianchi, come Michael Moore (dove c’è da protestare lui c’è sempre, a prescindere dal motivo: l’importante è protestare). Protestano tutti, bianchi e neri. Quelli bianconeri, invece, protestano solo quando perde la Juventus.  

Oplà, e anche questa è fatta. In realtà non è che i neri sono completamente assenti fra quelli selezionati per la designazione, sono in minoranza. E questo basta e avanza a far gridare al razzismo (Accademy razzista). Bisogna dire, però,  che esiste un premio “Black Entertainment Television“, che ogni anno viene assegnato ad artisti neri. Ma in quel caso nessun bianco protesta o si sente discriminato. La cosa non è reciproca. Se premiano i neri è perché sono bravi, se premiano i bianchi è perché sono razzisti. In perfetto stile politicamente corretto. Ormai in qualunque settore di attività umana deve regnare l’uguaglianza, le pari opportunità e, per evitare discriminazioni, deve essere garantita la partecipazione a tutte le categorie a rischio, o meglio protette, quelle che sono “un po’ diverse” dalla norma. Così, dopo l’invenzione delle ”quote rosa“, a garanzia della riserva di posti per le donne, arriveranno anche le “Quote nere“, per garantire ai neri la presenza in tutte le possibili graduatorie, classifiche, e premiazioni. A prescindere, ovviamente da valutazioni di merito che sarebbero discriminanti.

Sembra di vivere in una commedia dell’assurdo, ma è quello che sta succedendo nel mondo, da quando ha preso piede la cultura del politicamente corretto. La cosa strana è che, come è facile verificare ogni giorno, non c’è film, fiction, telefilm, serie televisiva di produzione americana, in cui non compaiano interpreti neri. Anzi ci sono stati, e ci sono ancora , film, fiction e serie televisive interpretate quasi esclusivamente da interpreti neri.

Due esempi, ma l’elenco è lungo, di serie televisive di grande successo anche da noi negli anni ’80: I Jeffersons, ed I Robinson (nella foto). E non perché i neri siano particolarmente bravi, ma per una semplice questione di cassetta, di ritorno economico. Gli americani non fanno niente a caso; tutto per loro è condizionato dal mercato, dalla ricerca del successo commerciale, dal profitto, unico parametro comune a qualunque prodotto venga proposto. Cinema e televisione non fanno eccezione. Anzi, per venire incontro ai gusti ed alle aspettative di un pubblico più vasto possibile, non mancano di inserire personaggi di colore, latinos, asiatici, spesso anche in ruoli di primo piano, e di raccontare storie in cui sono protagonisti.  

Questo gratifica il pubblico delle minoranze etniche (che, nel complesso, sono  una presenza massiccia negli USA) per il quale l’identificazione in quei personaggi costituisce una specie di rivalsa, di nemesi. Ecco perché si vedono tanti neri nelle fiction americane. Si può quasi pensare che debbano essere presenti per accordi contrattuali: e non è detto che non esista davvero una simile norma.  Stessa motivazione è alla base di tutta la produzione cine-televisiva degli ultimi anni che tocca argomenti, storie e personaggi del mondo gay. Pensate che lo facciano perché hanno a cuore il tema dell’uguaglianza, dei diritti umani e balle varie? No, forse in parte c’è anche quella motivazione, ma lo scopo principale è quello di sfruttare un tema che è di moda, stimola la curiosità, attira il pubblico e produce profitti. Per lo stesso motivo anche da noi, in cinema e TV, nel prossimo futuro saranno sempre più frequenti le presenze di personaggi gay, neri, migranti, musulmani, e storie relative.

Non possono certo dire che non abbiano spazio nel mondo dello spettacolo. Anzi, la loro presenza è costante e massiccia. Ma se non ci sono neri candidati all’Oscar si grida alla discriminazione: è razzismo. Bene, allora prepariamoci alle “Quote nere“, così gli artisti neri saranno premiati per forza, non per la bravura, ma per legge. Così come succede con le “Quote rosa“, grazie alle quali, in certi organismi pubblici e nei consigli di amministrazione di aziende quotate in Borsa, deve essere presente, per legge, una certa percentuale di donne. Non perché siano particolarmente brave e capaci, ma semplicemente perché sono donne. Ancora devono spiegarci la ratio di questo principio, ma così è. Non sarebbe male prevedere che in questi organismi, oltre a quelli nominati per “diritto di quota“, ci siano anche persone capaci, oneste e competenti (Speranze perdute). Comunque, il mondo fa sempre schifo, però almeno lo fa in rosa. E’ un bel progresso; no?

Ma perché tutelare solo i neri? E gli altri sono figli di nessuno? Se dobbiamo combattere la discriminazione facciamolo per tutti. Quindi prevediamo anche “Quote etniche” riservate per asiatici, arabi, esquimesi, pellerossa, zingari e meticci di ogni provenienza. Subito dopo, però, insorgeranno le associazioni gay (in continua crescita come numero e potere) per denunciare la discriminazione nei loro confronti. E si dovrà procedere anche all’istituzione di “Quote gay“. E volete che le lesbiche stiano a guardare? No, vorranno le “Quote lesbiche“, così come i transessuali vorranno le “Quote trans“. Ma anche i bisessuali vorranno le loro belle “Quote bisex“. Forse anche i vegetariani chiederanno le loro “Quote verdi“.

E sarà tutto un proliferare di categorie che sentendosi discriminate, chiederanno per loro una riserva di posti. Saranno le nuove categorie protette; avranno un punteggio particolare in relazione alla loro categoria di appartenenza, ed avranno una percentuale di posti riservata in tutti i concorsi pubblici, nelle selezioni, casting, premiazioni, a teatro, negli stadi, nei trasporti, nei ristoranti, in spiaggia e perfino nei parcheggi. Insomma il mondo sarà suddiviso in zone ed aree riservate.  Tutti avranno le loro belle “Quote” riservate. Tutti, eccetto i cretini. Già, perché essendo cretini non gli verrà nemmeno in testa di chiedere le “Quote cretini“; altrimenti non sarebbero cretini. A pensarci bene, però, non le chiederanno per una ragione semplice; perché in realtà i cretini non solo le loro quote le hanno già, ma sono essi stessi gli artefici dell’invenzione delle quote; una stronzata simile, infatti, possono pensarla solo degli emeriti cretini. Sì, deve essere questa la spiegazione. Del resto, basta guardarsi intorno, vedere come si sta riducendo questo vecchio e caro mondo, per avere il forte e fondato sospetto che sia governato da cretini.

Shoah: El Mole Rachamim

di , 27 Gennaio 2015 16:31

Giornata della memoria, di ricordi, di discorsi ufficiali, di cerimonie commemorative, di frasi di circostanza, di retorica, di documentari, di servizi speciali, di immagini strazianti, di sensi di colpa mai sopiti, di “Never more“, di apparente presa di coscienza collettiva dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo o deporre una corona di fiori al binario 21 di Milano. Non basta organizzare dei treni della memoria e partire in gita scolastica verso Aushwitz.

Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza reale e concreta del male, della sua costante e tangibile presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori ed i loro seguaci. Occorre avere l’intelligenza ed  il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi. Il male si combatte distruggendo le sue radici, non piangendone le vittime. Ma non voglio essere polemico proprio oggi e ripetere cose già dette e ripetute. Chi vuol capire ha già capito da tempo e chi non vuol capire non lo capirà mai.  Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e le tragiche conseguenze per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal racconto omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano, insieme ad altri capolavori del nostro cinema.

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, ai suoi oggetti, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina, gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste e disperato che abbia sentito. E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza struggente e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino.

Quel canto è proposto in un video che riprende i titoli del film ed  alcune scene. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim”. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz. Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. E’ la separazione che ci allontana dal passato, dalle cose amate, conosciute, dai suoni, dalle parole, dagli odori, dai volti, dai ricordi.

La separazione. Un ultimo sguardo, in silenzio. Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, con la disperata sensazione che non la si vedrà più. Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese. Separazione. Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più. Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera. “Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”.

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Arte e autoerotismo

di , 5 Marzo 2014 14:43

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2″ di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

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Oscar, risate e Fiorello in moto

di , 3 Marzo 2014 18:05

Miglior film? Ovvio, “12 anni schiavo“. Ci avrei scommesso. Stavo addirittura pensando, qualche tempo fa, di dedicargli un post, preannunciandone la vittoria. Perché ha vinto e perché era prevedibile? Perché è un grande film? Perché gli interpreti sono fantastici? Perché la storia è originale e coinvolgente? Perché è realizzato in maniera perfetta dal punto di vista tecnico? Perché la regia è perfetta? Perché si tratta di un film che segnerà una tappa fondamentale e resterà nella storia della cinematografia mondiale? No, niente di tutto questo. La spiegazione,  che nessuno avrà il coraggio di riconoscere, è molto semplice;  è il giusto coronamento cinematografico all’escalation del “Black power“, portato ai massimi livelli dall’avvento alla Casa Bianca di Obama. E’ l’ennesimo tentativo di lavare la coscienza sporca dell’America schiavista.  Ma il discorso sarebbe lungo e non politicamente corretto. Ergo, lasciamo perdere, tanto lascia il tempo che trova.

Ma restiamo in casa nostra. Grande tripudio per la vittoria del film di Sorrentino “La grande bellezza“, come miglior film straniero. Da molto tempo questo film ha ricevuto grande spazio ed attenzione da parte dei media. Come se lo si volesse pompare per portarlo alla designazione degli Oscar. Niente di male, semplice orgoglio nazionale e investimento pubblicitario per un prodotto nostrano. La foto che solitamente accompagnava tutti gli articoli ed i servizi video era questa a lato, la foto di Servillo che ride. In questi ultimi mesi lo abbiamo visto mille volte, sulla stampa, in video, su internet, in televisione, sempre quella brevissima scena e quella faccia con uno strano sorriso, ambiguo ed indecifrabile. Non capisco perché la produzione e gli addetti stampa abbiano scelto quella immagine come simbolo del film. Fin dalla prima volta che l’ho vista l’ho trovata irritante, antipatica, a mezza strada fra la risata di un drogato o alcolizzato e la risatina scema di chi vuol prenderti per i fondelli. Misteri della comunicazione. Si vede che oggi va di moda l’ambiguità, il sembrare invece che l’essere o l’essere sempre sopra le righe, sorprendere continuamente il pubblico o prenderlo per il culo. Ma forse è proprio questo che la gente vuole.

Incidenti e feriti

La notizia è questa. A Roma, in prossimità di un passaggio pedonale sulla via della Camilluccia,  una fila di macchine si ferma per lasciar passare un pedone. Arriva un motociclista che, pensando di fare il furbo (as usual), sorpassa a destra la fila di macchine e, non avendolo visto, investe in pieno il pedone sulle strisce. Entrambi finiscono all’ospedale. Il pedone, un anziano di oltre 70 anni,  riporta diverse fratture gravi ed è ancora in sala operatoria, dove dovrà essere sottoposto ad intervento chirurgico alla spalla. L’investitore accusa solo una lieve amnesia e, riporta la stampa, “si è staccata la visiera del casco” (Oh perbacco, oh poverino…).

Ora, immaginiamo che alla guida dello scooter ci fosse stato il solito rom o extracomunitario, magari in stato di ebbrezza o sotto gli effetti della droga. I titoloni dei giornali avrebbero sbattuto in prima pagina l’ennesimo mostro ubriaco o drogato che investe il povero vecchietto sulle strisce. Ma siccome su quello scooter che sorpassa a destra ed investe un vecchietto sulle strisce c’è il “Fiorello” nazionale…alt, il povero vecchietto passa in secondo piano e tutta l’attenzione si sposta sulla salute e sulle conseguenze riportate dal nostro idolo nazionale. Non ci si preoccupa dell’investito, delle varie fratture riportate e dell’intervento che subirà il vecchietto, con tutte le possibili conseguenze. No, ci preoccupiamo dello stato di salute dell’investitore Fiorello.  Poverino, ha una “leggera amnesia” e, come se non bastasse, gli si è “staccata la visiera del casco”. Oh, povera stella, ora dovrà comprare un casco nuovo! Ecco, questa è l’informazione oggi. E non si vergognano nemmeno. E’ la stampa, bellezza!

Comunisti in crisi d’identità

di , 25 Gennaio 2014 09:30

Ieri in televisione si è rivisto “Baarìa” di Tornatore. Ecco cosa scrivevo anni fa, in occasione dell’uscita del film nelle sale.

Baarìa o non Baarìa?

Ovvero: atroce dubbio di un post comunista in crisi. Siamo sinceri, oggi essere di sinistra è un problema. Una volta era più facile. Una volta c’era il PCI, il partito dei proletari, dei poveri. E se tu eri povero, o pensavi di esserlo, non avevi problemi, dovevi solo essere comunista, leggere l’Unità e credere per fede in quello che c’era scritto. Anche perché, come si usava dire:  “La verità è ciò che conviene al partito“. Questa affemazione sembra essere l’unica cosa rimasta alla sinistra del suo patrimonio storico e ideologico. E’ ancora valida. Tutto il resto è cambiato. Sono cominciati i cambiamenti, le divisioni, le proliferazioni di sigle, partiti e partitini, tutti comunisti, ma ognuno con la propria bandiera. Il PCI diventa PDS, nascono Rifondazione e Comunisti italiani, ed il vecchio proletario già è in crisi: con chi andare? Chi ha scelto di restare nel PDS dopo un po’ cambia ancora nome e diventa DS, poi si ritrova, lui vecchio marxista, ateo e mangiapreti, ad andare a braccetto con i cattolici di Rutelli, Rosi Bindi e la Binetti (quella che indossa il cilicio per penitenza), tutti insieme appassionatamente nel nuovo PD. Peppone e Don Camillo diventano compari e dicono di avere le stesse radici e di volere le stesse cose (lo dicono i dirigenti e sembrano anche convinti; gli elettori sono meno convinti, ma stanno al gioco). Molti storcono il naso, ma tutti, allineati e coperti per il bene del partito, marciano insieme (fino a nuovo ordine). Quelli che hanno scelto di seguire Rifondazione dopo qualche anno si trovano a dover scegliere se restare con Rifondazione o seguire Ferrando che lascia il partito e fonda una nuova sigla “Partito comunista dei lavoratori”, come se tutti gli altri fossero partiti comunisti degli scansafatiche! Non basta, perché dopo un po’ Rifondazione tiene il congresso. Sono rimasti in quattro gatti, ma riescono a dividersi ancora: due gatti di qua con Ferrero, due gatti di là con Vendola. E non è detto che finisca qui.

Grandi cambiamenti anche nello stile di vita dei dirigenti. Una volta percorrevano le polverose stradine di un’Italia ancora da ricostruire, per raggiungere i più sperduti paesini e tenere i loro comizi contro il capitalismo, i ricchi e gli sfruttatori del popolo. Oggi, da segretari e dirigenti, li vedi bordeggiare sotto costa a bordo di eleganti barche a vela da 18 metri (D’Alema), oppure acquistano vecchi cascinali in Umbria (Giordano e Bertinotti) e ci ricavano lussuose ville con piscina e parco intorno. Qualcuno, che solo qualche anno fa sognava Mosca e la piazza rossa, oggi fa l’americano a Roma, dice di non essere mai stato comunista e compra casa a Manhattan (Veltroni).

Certo che il povero proletario si trova un po’ spaesato ed in crisi. E non ha più nemmeno il conforto dell’unico giornale di partito che ti diceva cosa pensare. Il PD, per esempio, porta in eredità due quotidiani dei rispettivi partiti di provenienza: L’Unità, organo del partito comunista, ed Europa, quotidiano della Margherita. Quale leggere? Ma soprattutto, a chi credere, visto che spesso e volentieri, su alcuni argomenti fondamentali, specie di carattere etico, hanno posizioni contrarie? Non basta, perché oltre a L’Unità ed Europa, ci sono Liberazione, Rinascita, Manifesto e, tanto per complicare le cose, due direttori defenestrati di Liberazione e L’Unità, Padellaro e Sansonetti, fondano altri due quotidiani, L’Altro ed il Fatto quotidiano. Ora, un vecchio proletario in pensione, magari la minima, mica può acquistare 4 o 5 quotidiani al giorno; è già un lusso poterne acquistare uno, basta e avanza. Già, ma quale? Così, il vecchio proletario è sempre più confuso, in crisi, spaesato, perde l’orientamento, i riferimenti, la bussola. Molti, fidandosi dei compagni, perdono anche i risparmi di una vita investendoli in cooperative rosse che poi falliscono (vedi Argenta), qualcuno è in totale crisi d’identità e invece che cantare Bandiera rossa intona “Over the rainbow“,  altri hanno le visioni mistiche, si convertono e si rinchiudono in convento a meditare.

Sì, tempi duri per i vecchi compagni, quelli che la domenica uscivano in gruppo e facevano il giro di tutto il paese per diffondere L’Unità. Era una passeggiata che sapeva di festa. Scomparsi, come la foca monaca. Scomparse perfino le vecchie “sezioni” dove la sera militanti e simpatizzanti si riunivano e dove spesso arrivava il delegato del partito per impartire lezioni di comunismo; parlava di Marx, del Capitale, del Plus valore, concetti complessi che non tutti capivano bene, ma si fidavano del compagno delegato. Altri tempi, altri volti, altri discorsi. Cose che ormai si vedono solo al cinema.

A proposito, di recente a Venezia è stato presentato l’ultimo film di Tornatore “Baarìa“, una storia autobiografica in cui il regista racconta le vicissitudini della sua famiglia di comunisti in Sicilia. Ne parlano tutti i media, forse sarà segnalato anche per l’Oscar. Insomma un’occasione per rivedere, almeno al cinema, quelle storie di una volta, con i vecchi proletari che lottavano per la giustizia, l’uguaglianza, il comunismo. Ed il vecchio proletario, con un po’ di malinconia, ci fa un pensierino e decide di andare a vedere il film. Ma poi scopre che il film è stato prodotto dalla Medusa, casa di produzione cinematografica della famiglia Berlusconi. Oh, cacchio, e adesso? Anche questo è un bel problema di coscienza. Vado o non vado? Se vado a vederlo è come regalare dei soldi a Berlusconi. Non sia mai detto, sarebbe inaudito, quasi un’ignominia. Ed ecco che il vecchio proletario, assillato, negli ultimi decenni, da dubbi di ogni genere, anche quando vorrebbe concedersi un po’ di svago con una serata al cinema, quasi deve rinunciare perché si ritrova davanti ad un nuovo dilemma che farebbe impallidire ancor più il già pallido prence danese: “Baarìa or not Baarìa? That’s the question!”.

 

Razzismo o cosa?

di , 23 Gennaio 2014 13:38

La nuova pestilenza del 2000 si chiama “razzismo“. E così, al grido di “Dagli all’untore…”, di manzoniana memoria, si scatena la caccia quotidiana ai razzisti. I cacciatori sono i media impegnati a smascherare il razzismo anche dove non c’è. I nuovi “untori” razzisti sono tutti coloro che diffondono il morbo e che, con parole o azioni, forniscono il pretesto per sbattere ogni giorno in prima pagina “gravissimi” episodi di presunto razzismo. Basta un’azione, un comportamento, una  battuta, un’allusione, una dichiarazione, un gesto che anche vagamente possa apparire come insulto, offesa, discriminazione nei confronti di persone di diversa cultura, colore della pelle, religione, etnia, gusti sessuali, e scatta immediatamente l’accusa gravissima di “razzismo“. Ogni giorno vediamo esempi di mostri sbattuti in prima pagina al grido di “Dagli al razzista…”. Ne ho già accennato di recente nel post “Razzismo o idiozia?”.

 Vediamo, tanto per fare degli esempi pratici, alcuni di questi casi di razzismo, riportati recentemente dai media.

1) Razzismo 1 – Cinema e locandine.

Per pubblicizzare l’imminente arrivo nelle sale italiane del film “12 anni, schiavo“, al fine di sfruttare come richiamo l’immagine  di attori famosi, sono stati stampati dei manifesti mettendo in primo piano i nomi ed i volti di due protagonisti conosciuti dal grande pubblico: Brad Pitt e Michael Fassbender, invece che mettere in primo piano lo sconosciuto interprete nero del film. Mai l’avessero fatto, si è gridato subito alla discriminazione e quello che è un normalissimo espediente pubblicitario diventa un gravissimo atto di “razzismo“.

2) Razzismo 2 – Il campo nomadi.

Una poliziotta in servizio in Questura ha fatto pulizia in uno sgabuzzino ed ha commentato l’operazione su Twitter, descrivendo così la confusione del locale in cui erano accatastati alla rinfusa oggetti di vario genere: “Ho risistemato lo sgabuzzino.. m’è sembrato lo sgombero in un campo nomadi… “. Errore gravissimo, guai a citare i campi nomadi come esempio di confusione, sporcizia e di degrado. Anche questo è, ovviamente, un caso di “Razzismo“, così grave che la Questura ha annunciato l’apertura di una indagine e minaccia sanzioni nei confronti dell’incauta poliziotta.

3) Razzismo 3 – Affitti in “nero”.

 Airbnb è una società che offre affitti e scambi di case e camere. E’ presente in 35.000 città e 192 paesi nel mondo ed opera attraverso un portale su internet in cui, oltre ai dati e le immagini degli immobili, compare anche la foto del proprietario del locale offerto.  Cosa c’è di strano? C’è che la Harvard Business School ha condotto uno studio sugli scambi effettuati, prendendo in considerazione la città di New York. Ed ecco che si scopre  l’inaccettabile “discriminazione“, come riferisce il Corriere.it: “Airbnb è razzista’“. Sembra che il fatto che negli annunci compaia anche la foto degli inserzionisti possa influenzare gli scambi a favore dei bianchi ed a scapito dei neri. E quindi lo studio conclude denunciando la “discriminazione” contro i neri (!?). E’ colpa di Airbnb se la gente preferisce locali offerti da bianchi? E’ responsabile la società se i neri, avendo meno scambi, realizzano guadagni inferiori a quelli dei bianchi? Si possono obbligare gli utenti a preferire le case offerte dai neri a quelle dei bianchi?  Questo è “razzismo“?

4) Razzismo 4 - Poltrone in pelle umana (alla Fantozzi)

 Altra notiziona comparsa due giorni fa  ancora su Corriere.it: “La signora Abramovich accusata di razzismo“. Cosa ha fatto di così grave la signora Abramovich? Ha rilasciato una intervista seduta su una poltrona, che poggia su  un manichino che rappresenta il corpo di una donna “nera”,  ispirata alla collezione disegnata dall’artista  pop inglese Allen Jones nel 1967 ed esposta al museo Tate Gallery di Londra. L’immagine, e l’intervista, è stata pubblicata dalla rivista russa  on line Buro 24/7.  proprio il 20 gennaio scorso, giorno in cui negli USA si celebra il Martin Luther King Day. La cosa è stata subito denunciata come estremamente offensiva e, ovvio, “razzista“. Ma allora perché non hanno denunciato l’artista e le sue opere esposte in un museo di Londra? E perché proprio adesso, dopo 40 anni,  scoprono che quella poltrona è razzista?

5) Razzismo 5 – Maschere e caramelle

Pochi giorni fa, sempre su Corriere.it, c’era quest’altra esilarante notizia: “Liquirizia razzista“. Ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, se non fosse una cosa seria. La ditta tedesca Haribo da decenni produce caramelle gommose molto apprezzate, specie dai bambini. Ma di recente in Svezia  le caramelle gommose alla liquirizia  della linea “Skipper mix“, che riproducono diverse immagini, fra le quali anche antiche maschere africane, sono state oggetto di accese polemiche e contestazioni; sono accusate di sfruttare stereotipi antichi e negativi. Insomma, le maschere africane sono una rappresentazione negativa e, quindi, sono “razziste“. La Haribo, dopo le forti proteste, sia in Svezia che in Danimarca, ha dovuto ritirare dal commercio le sue rinomate caramelle alla liquirizia. Anche le caramelle sono razziste?

Sono solo gli ultimi esempi di un lunghissimo elenco di fatti, dichiarazioni e comportamenti che vengono, senza appello, denunciati come “razzismo“, ma che spesso col razzismo non hanno nulla a che vedere.  E’ una campagna culturale e mediatica che va avanti da anni.  Credo sia spontaneo, visti questi esempi, chiedersi se si tratti di razzismo o di qualcos’altro. Non si sta esagerando con questa campagna di “Dagli al razzista…”? Cosa vogliono ottenere? Non si sta esagerando nel voler vedere razzismo ovunque, anche dove non c’è? Non si corre il rischio di ottenere, per reazione,  l’effetto contrario e di far diventare razzista anche chi fino ad oggi non lo è mai stato? Se si arriva all’assurdo che anche le caramelle alla liquirizia sono “razziste”, non si ha l’impressione di vivere in un mondo surreale completamente fuori dalla realtà? La fine della storia è che a questi maniaci che vedono razzismo ovunque  viene proprio voglia di rispondere che…

 

Razzismo o idiozia?

di , 27 Dicembre 2013 14:49

Forse con la paura del razzismo stiamo esagerando. Ormai è in atto da anni una campagna mediatica e culturale che  pone il razzismo in primo piano come piaga sociale. In verità quello che oggi chiamano razzismo è qualcosa di molto diverso dal significato originario. Ma tutti fanno finta di non saperlo (fa comodo a certa propaganda) e tutto ciò che può essere anche vagamente assimilato alla discriminazione nei confronti di neri, zingari e terzo mondo viene prontamente tacciato di “razzismo“. Ogni giorno constatiamo casi simili, riportati dalla stampa. E spesso si resta perplessi e ci si chiede dove sia il razzismo denunciato. Si ha l’impressione che tutte le occasioni siano buone, anche quando non ci sarebbe la ragione, e forniscano il pretesto per promuovere una continua ed assillante campagna contro un  razzismo più inventato che reale. E non si rendono conto che, a lungo andare, con questa ossessiva idea di vedere razzismo ovunque, finiranno per ottenere l’effetto contrario.

Proprio pochi giorni fa sulla Home del Corriere.it c’era un articolo che, tanto per cambiare, tirava in ballo il razzismo. Di cosa si tratta? Lo si può leggere qui (Brad Pitt nei poster di “Dodici anni, schiavo“). Si riferisce alle locandine del film che sarà distribuito in Italia a febbraio. Secondo le più scontate regole della pubblicità la società distributrice del film ha messo in evidenza nei manifesti, al posto dell’interprete sconosciuto alla platea italiana, volti noti come Brad Pitt e Michael Fassbender. Il solito espediente pubblicitario che viene sfruttato con qualsiasi prodotto da vendere, sia un film, sia un nuovo modello di auto, sia un dentifricio o un detersivo: mettere in primo piano un nome famoso o un richiamo forte che attiri l’attenzione del pubblico. Ecco i manifesti, esposti in una sala cinematografica, che annunciano l’imminente programmazione del film in questione.

Ed ecco che arriva puntuale dagli USA l’immancabile accusa di “razzismo“, perché, a loro dire, mettendo in primo piano Pitt e Fassbender, si è penalizzato l’interprete nero del film.  Lo scrive la rivista americana Buzzfeed: “I poster di 12 anni, schiavo in Italia promuovono attori bianchi, ignorando la star nera“. Si resta un attimo perplessi, leggendo questa notizia e ci si chiede: ma non è che con questa storia del razzismo stanno esagerando?  Sembrerebbe proprio di sì. E non è certo un caso isolato, ormai casi simili sono all’ordine del giorno.

A conferma di ciò che dico, ecco un altro esilarante (sì, viene proprio da ridere, anche se ci sarebbe da piangere) esempio di “gravissimo caso di razzismo” riportato proprio oggi ancora sulla prima pagina del Corriere.it: “Frasi a sfondo razzista…”. 

Cosa dice di così grave questo messaggio di un dipendente della Questura? Dice: “Ho risistemato lo sgabuzzino.. m’è sembrato lo sgombero in un campo nomadi… meno male che sono preparata!!!!!

Evidentemente la persona che ha scritto il messaggio ha partecipato ad azioni di sgombero di campi nomadi e conosce benissimo la situazione in cui si trovano questi campi. E l’immagine di quegli insediamenti, che tutti conosciamo per immagini e servizi televisivi, doveva dare l’idea di oggetti vari accatastati alla rinfusa nel più totale disordine e confusione. Ha semplicemente usato un’immagine che sia l’autore del messaggio, sia i suoi colleghi, conoscono molto bene. Chi non lo ricordasse o non abbia mai visto un accampamento nomade può rinfrescarsi le idee dando uno sguardo a queste immagini (Campi nomadi).

Anche questo semplice messaggio viene subito contestato e scatta l’immancabile polemica dei soliti “cacciatori di razzisti” in servizio permanente. E non finisce qui. Ci saranno conseguenze molto serie. Lo afferma la Questura in una nota: “ In merito al tweet delle ore 18.20, non postato dalla redazione FB e TW, sono in corso le dovute verifiche e seguiranno provvedimenti“. E scattano immediatamente le indagini (nemmeno quando si tratta di dare la caccia a pericolosi terroristi si registra tanta solerzia). Dice ancora il comunicato: “Se si tratta di qualcuno interno alla Questura saranno prese le misure del caso, altrimenti, se si dovesse trattare di una violazione del nostro account, se ne occuperà la polizia postale e partiranno delle denunce“.

Chiaro? Non vi venga in mente di citare campi nomadi o, ancora peggio, di citarli come esempio di confusione e disordine. Sarebbe un reato gravissimo da punire severamente.  Potreste trovarvi in casa, nel giro di poche ore,  la polizia postale che vi trascina in questura, vi sbatte in una oscura cella dei sotterranei e, fra inenarrabili torture corporali e psicologiche, vi sottopone ad  interminabili interrogatori di terzo grado (roba da far impallidire la Gestapo ed il tribunale dell’Inquisizione) con la gravissima accusa di razzismo.  “Al rogo, al rogo…dagli al razzista…”, urla la folla! Beh, ringraziate il cielo che la pena di morte è stata abolita.

C’è poco da ridere, per niente. Purtroppo sono notizie serie che ci danno l’esatta misura di cosa stia diventando L’Italia. E’ razzismo questo? Oppure è idiozia dilagante? E nessuno se ne rende conto? Nessuno reagisce? No, non ci si può nemmeno lamentare, né tentare una sia pur debole difesa. Qualunque tentativo di stigmatizzare questi comportamenti assurdi, questa caccia al razzista che rasenta il ridicolo, una versione moderna dell’antica caccia alle streghe, frutto di vera e propria intolleranza (questa sì è intolleranza della peggior specie), sarebbe il pretesto per accusarvi di razzismo. E siete fregati.

Tempi moderni

di , 1 Dicembre 2013 16:38

Anche questo è un segno dei tempi. Una volta i registi erano Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini. Oggi si chiamano Rocco Papaleo, che sembra il nome di fantasia di un bracciante calabrese e Pif, che sembra l’acronimo dell’ultima tassa inventata dal governo Letta. Poi non lamentatevi se il mondo va a rotoli, come la carta igienica.

C’è un altro segno dei tempi, altrettanto preoccupante: i comici.  Una volta erano Petrolini, Totò, Macario, Rascel, Walter Chiari, Bramieri. Il loro compito era quello di divertire il pubblico. Oggi si chiamano Crozza, Littizzetto, Guzzanti, Luttazzi. E fanno militanza politica facendo finta di fare satira. Hanno una caratteristica in comune:  le due “Z” del nome. Le due Zeta sono un marchio di fabbrica, una garanzia, Infatti il loro umorismo fa venire in mente un’altra parola con due Zeta: è un umorismo del ca…

Ho appena seguito, su LA7, il pistolotto politico con pretese culturali di Dario Fo al V-Day di Grillo a Genova. Grillo, altro ex/post comico che non riuscendo più ad avere il successo di una volta come uomo di spettacolo, si traveste da tribuno della plebe. Dario Fo, quasi novantenne, vecchio giullare della sinistra, che specie in queste giornate gelide dovrebbe starsene a casa, al calduccio, con la coperta sulle ginocchia a godersi la meritata pensione e ripensare con nostalgia ai successi, veri o presunti, della giovinezza. Invece è sempre pronto a salire su un palco per rimasticare per l’ennesima volta i suoi monologhi triti e ritriti da militante di sinistra. Povero guitto, non riesce ad avere un ruolo politico come Grillo e non riesce più a far ridere. Né politico, né comico; è solo un vecchio patetico.

Priorità

di , 27 Maggio 2013 09:19

Siamo sull’orlo del baratro“, dicono in coro i commentatori; imprenditori, sindacati, politici. E’ un ritornello che, purtroppo, sentiamo da anni. Accusavano Berlusconi di essere responsabile della crisi, del calo della borsa e della crescita impazzita dello spread. Di Pietro in Parlamento lo definì “Criminale” indicandolo come responsabile unico della crisi. Fatto fuori Berlusconi è arrivato il tecnico Monti, a capo di un governo di “esperti” che avrebbero dovuto risolvere tutti i problemi. E siccome la situazione non migliorava di molto si dovette riconoscere che la crisi aveva radici complesse, riguardava tutto l’Occidente e non era in relazione con il governo Berlusconi (lo dissero diversi osservatori politici e lo stesso Monti). Tanto è vero che, dopo più di un anno, i vari commentatori continuavano a dire che “Siamo sull’orlo del baratro“.

Chiuso ingloriosamente il capitolo del tecnico  Monti (egli stesso riconobbe che le misure adottate non solo non ebbero efficacia per risolvere la crisi, ma addirittura aggravarono la recessione), le elezioni ci hanno regalato un Parlamento bloccato, in stallo. Che fine hanno fatto ed a cosa sono servite le lunghe consultazioni di Bersani che, non essendo in grado di formare un governo,  giusto per prendere tempo, ha ascoltato tutte le “parti sociali“, compresi i boy scout e le Giovani marmotte? A niente, solo fumo. A cosa è servita, subito dopo,  la nomina da parte di Napolitano, di un comitato di “saggi” che dovevano individuare i punti più importanti da affrontare con urgenza? A niente, solo fumo. Ma Napolitano disse che, comunque, il loro lavoro sarebbe stato utilissimo per chi fosse andato al governo. Vi risulta che Letta ne abbia preso visione o lo abbia preso come spunto per le urgenze da affrontare? Per niente. L’unica cosa urgente è stata una gita con ritiro spirituale in una ex abbazia “per fare spogliatoio“. Ed il lavoro dei saggi a cosa è servito? A niente, solo fumo. I nostri politici ormai comunicano come i pellerossa americani, con “segnali di fumo“.

Così ancora oggi, a tre mesi dalle elezioni,  con un nuovo governo di larghe intese e dopo un ritiro bucolico in un pensatoio a 5 stelle, forse lo spogliatoio è migliorato, ma nessuno ha la più pallida idea di come affrontare la crisi e si continua a prendere tempo, sperando in un intervento divino, trincerandosi dietro dichiarazioni generiche sulla necessità di rilanciare l’economia. Siamo sempre “sull’orlo del baratro“. Lo ha ribadito pochi giorni fa anche Squinzi all’assemblea di Confindustria. Anche il premier Letta, presente ai lavori, si è associato all’analisi pessimistica degli imprenditori, senza riuscire a formulare uno straccio di proposta reale, concreta e fattibile per affrontare la crisi. Forse dovrà convocare di nuovo l’intera compagine governativa e portarli di nuovo in ritiro spirituale nell’antica abbazia per migliorare ancora lo “spogliatoio“. Chissà che, complice l’atmosfera monastica, qualcuno non abbia le visioni mistiche e trovi una buona idea.

Ed in questa situazione tragica di cui ancora non si vede la fine, cosa fa il governo? Quali sono le priorità? Eccone una proposta dall’on. Boldrini, quella che andò a portare il proprio sostegno ai parenti delle tre persone suicidatesi a Civitanova Marche per la disperazione causata da problemi economici e scoprì che non pensava che in Italia ci fossero quei libelli di povertà (!) Comprendiamo, era troppo impegnata, come portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, ad occuparsi degli immigrati. Non aveva tempo per occuparsi degli italiani. Ecco la proposta…

La gente continua a suicidarsi per la disperazione e la Boldrini pensa alle leggi contro l’omofobia. Siamo sull’orlo del baratro e questi pensano all’omofobia, alla cittadinanza agli stranieri, a dare la casa agli zingari ed alle unioni gay. I sinistri non si smentiscono mai. Anche in Francia, che non se la passa meglio dell’Italia, mentre la gente chiede interventi sul lavoro, il socialista Hollande che fa? Nonostante le proteste di piazza, fa una bella legge per garantire il matrimonio fra omosessuali.  Risultato? Pochi giorni fa lo scrittore e storico Venner, quasi ottantenne, si è suicidato a Notre Dame per protesta contro le unioni gay. Intanto continuano le proteste ed i cortei contro la legge. Ma Hollande non sente ragioni. La volontà popolare e le proteste di piazza hanno valore solo quando sono organizzate dalla sinistra. Altrimenti non contano.  Evidentemente, anche per Hollande le nozze gay sono una “priorità“.

Un altro esempio della fantasia socialista l’abbiamo avuto in Spagna con il governo del socialista Zapatero, quello che invece di preoccuparsi di problemi seri (la crisi spagnola, grazie alle scelte scellerate sei socialisti stava portando la Spagna ad una situazione simile alla Grecia), pensava a tutelare i gay, i trans (è una loro fissazione) e proponeva di estendere i “diritti umani” ai primati. (La Spagna ed il pene superfluoZapatero e le scimmieLa Spagna si masturbaEl gobierno sombra)

Questa gente ha in mente una strana idea di società che stentiamo a riconoscere (Mamme, babbi e bebè). E stanno facendo di tutto per stravolgere secoli e secoli di usi, costumi, tradizioni, cultura, tutto ciò su cui è fondata la civiltà occidentale. Vagheggiano una società multietnica, multiculturale, priva di identità nazionale,  priva di valori e riferimenti precisi, una specie di grande blob in movimento che tutto assorbe, omologa, metabolizza e trasforma in maleodoranti escrementi; una specie di ammucchiata generale in cui tutti i ghiribizzi sessuali diventano “diritti umani” e l’unico riferimento sarà una morale da suburra.

Ora abbiamo capito quali sono le priorità del governo: gay, lesbiche, trans, zingari e immigrati.  Dovremo abituarci e cominciare a modificare i nostri principi etici ed i criteri estetici. Vietato criticare gay, trans, zingari, neri e assimilati. Puoi dire che Berlusconi è mafioso, criminale, serpente a sonagli, cancro della politica. Tutto è concesso; è libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Ma con una riserva, la libertà di espressione è sospesa se si riferisce alle “categorie protette“; omosessuali, neri, trans, immigrati  e zingari. Così tu, allo stadio, puoi urlare tutti gli insulti possibili a calciatori ed arbitro. Ma se fai “Buuu…” a Balotelli è razzismo, la società paga una multa e chi fa Buuu rischia la galera. Non puoi nemmeno dire semplicemente che Balotelli non ti è simpatico, che i neri non ti piacciono perché esteticamente preferisci i caratteri somatici europei, che forse gli immigrati stanno creando qualche problema di sicurezza e che bisognerebbe limitare e regolamentare il flusso di migrazione, che preferisci le relazioni normali a quelle gay e che Luxuria non è propriamente una bellezza; sarebbe razzismo, xenofobia, omofobia, transfobia, sarebbe un reato.

Questo è ciò che stanno proponendo. Queste sono le loro “priorità“. Questo è il loro ideale di società civile.  Questo è il messaggio culturale che stanno diffondendo da molto tempo attraverso i media, l’arte, il cinema, lo spettacolo, la canzone, la letteratura, la televisione. Non è un caso che al festival del cinema di Cannes abbia vinto un film, “La vita d’Adele“,  che racconta una storia di amore lesbo. Stanno imponendo questi canoni etici ed estetici come valori normali, come esemplari modelli da imitare ed apprezzare. Guai ad esprimere giudizi poco simpatici o, peggio ancora,  dire che non vi piacciono Vendola, Aldo Busi, Malgioglio o Cecchi Paone.  Sarebbe reato di omofobia, si rischia una multa salata o, addirittura, la galera. Alla faccia dell’art. 21. La gente si suicida per la disperazione causata dalla crisi economica, dal fallimento delle aziende e dalla mancanza di lavoro e la Boldrini pensa all’omofobia. Complimenti!

L’uomo che sussurrava ai cavalli

di , 10 Marzo 2013 22:58

Sono iniziate le riprese del remake di un famoso film del 1998 con Robert Redford “L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Ecco una delle prime foto di scena…

Evoluzione del maschio latino

di , 23 Dicembre 2012 20:34

Fa quasi tenerezza questa vecchia istantanea. E’ una foto realizzata da Ruth Orkin a Firenze nel 1951. Erano i tempi del “gallismo“, dei pappagalli e del mito del Latin lover. Per documentare questo aspetto del costume dell’Italia di quegli anni, la fotografa assunse una modella (Ninalee Craig, che oggi ha 83 anni), la fece passeggiare per le strade di Firenze ed immortalò le reazioni del maschio italico al passaggio della ragazza. Questo l’interessante articolo sul Corriere di oggi: “Addio all’uomo sulla Lambretta“.

Tempi di ricostruzione post bellica, ma anche di fiducia nel futuro e, perché no, di svago. Il cinema celebrava la figura del Latin lover, del gallismo e spopolavano le commediette balneari con ragazzotti squattrinati in vacanza, ricchi commendatori sempre alla ricerca dell’avventura galante e storie di sfaccendati che davano sfogo alla fantasia per trovare il modo di trascorrere le giornate. Erano film che in qualche modo riprendevano il nuovo spirito ottimista, scanzonato e la voglia di dimenticare gli orrori della guerra. Film semplici  di storie sentimentali a lieto fine, come “Poveri, ma belli” o più impegnati resoconti di vita come “I vitelloni” (1953) di Federico Fellini.

Erano copioni basati su una realtà verosimile, frutto della fantasia dei soggettisti e degli sceneggiatori. Ma erano storie che,  forse involontariamente (o talvolta volutamente), proponevano, rappresentandoli,  modelli, stili di vita, atteggiamenti, comportamenti, battute e linguaggio da imitare che venivano assimilati dal pubblico e diventavano parte integrante del bagaglio culturale degli italiani. La rappresentazione di una realtà fittizia, nel momento in cui andava in scena, modificava la realtà stessa. Questo era ed è l’enorme potere del cinema e degli altri mezzi di comunicazione. Tale che ha condizionato non poco l’evolversi della società. Oggi, grazie al grande sviluppo tecnologico della comunicazione attraverso stampa, televisione ed internet, questo potere condizionante è centuplicato e, pertanto, enormemente più pericoloso. Ma questa è un’altra storia.

Erano i tempi in cui gli uomini si voltavano a guardare le donne. Gli sguardi maschili seguivano ogni gonna che gli passasse davanti, con la bramosia del cacciatore che segue la preda. Ne osservavano le movenze, l’incedere più o meno elegante, la sinuosità delle forme. E la fantasia si scatenava, perché allora le donne erano molto coperte, le gonne erano lunghe, ben al di sotto delle ginocchia, e più che vedere bisognava immaginare. Erano i tempi in cui cinema e riviste celebravano le maggiorate; belle ragazze floride e dalle forme generose. Erano una specie di rivalsa dopo le privazioni della guerra, una promessa ed una garanzia di un futuro migliore. E gli uomini, come per doveroso omaggio a tanta abbondanza di forme, erano sempre pronti ad ammirare, commentare e, quando possibile, tentare un approccio. Esempio di questa celebrazione delle forme femminili nel cinema è la quasi esordiente Sofia Loren, con un seno ed un lato B (oggi si dice così) prorompenti, nell’episodio “Pizze a credito” nel film del 1954 “L’oro di Napoli di Vittorio De Sica.

Era quel fenomeno di costume che chiamavano “gallismo” e che all’estero destava curiosità e commenti sarcastici. Ma è anche vero che questa fama di italiani come eterni seduttori, sempre pronti a corteggiare qualunque donna gli passasse a tiro, era un richiamo irresistibile e carovane di straniere sbarcavano in Italia con la speranza di incontrare il loro latin lover e godersi un’avventura stagionale.  Per il maschio italiano corteggiare una bella ragazza, specie se straniera, era un fatto naturale, scontato, quasi un dovere civico.

Non c’erano ancora le minigonne che scoprivano le gambe, né le “magliette fini” alla Baglioni, che lasciavano immaginare tutto. Non c’erano nemmeno i “balconcini” che mettono tutto in bella mostra, né i pantaloni a vita bassa che lasciano intravedere il culetto, né i chirurghi estetici che ti montano dei palloncini al posto delle tette. Tutto era naturale, ruspante, fatto in casa. Eppure, al passaggio di una bella ragazza, anche coperta con un cappotto fino ai piedi, l’uomo italico si voltava a guardarla e la seguiva con sguardo avido e peccaminoso. Talvolta si sottolineava l’avvenenza della ragazza con un fischio di ammirazione o con apprezzamenti spesso anche pesanti e volgari. Ma solitamente ci si limitava allo sguardo ammirato. Voltarsi a guardare era una regola, una specie di irrefrenabile predisposizione genetica. Era scontato, istintivo, un riflesso condizionato; come il cane di Pavlov.

Erano i tempi in cui, a fine anno, i barbieri regalavano ai clienti il classico calendarietto profumato con le donnine in costume. Le donne, invece, divoravano i seguitissimi fotoromanzi, sognavano il principe azzurro, amori romantici e tenevano in camera la foto dei loro idoli.  Realtà e fantasia si confondevano creando una sorta di realtà parallela, come narrato stupendamente in un altro celebre film dell’epoca, “Lo sceicco bianco” (1952), ancora di Fellini, con un bravissimo Alberto Sordi. Già, le distrazioni erano poche, i soldi pure e non era ancora esploso il consumismo degli anni del boom economico. Anche una semplice lambretta, quella che si vede nella foto, per moltissimi era e restava un sogno. Costava relativamente poco, infatti, ma sempre più di quanto un ragazzo avesse a disposizione. Quindi quel “poco” era comunque “molto“, anzi troppo.

Molto tempo è passato. Le gonne si sono accorciate, le camicette si sono aperte, le tette sono cresciute di volume, le donne nude le vedi ovunque e non resta più spazio per l’immaginazione e la fantasia. Chissà cosa regalano oggi i barbieri. Mah, forse un CD con l’ultimo film porno. Così, come tante altre cose, sono scomparsi anche i gruppetti di ragazzi che sostavano perennemente nelle strade e nelle piazze. Ora vanno di corsa.  Sono tutti impegnatissimi, non hanno più tempo per regalarsi una mattinata di dolce far niente e crogiolarsi al sole. Oggi anche i disoccupati sono occupati, anzi occupatissimi a correre da qualche parte. Non si sa dove e perché, ma tutti corrono. E non si voltano più a guardare le ragazze, perché la mente è già satura di immagini sexy, erotiche e porno.

Ecco perché oggi una foto del genere sarebbe difficilissima da realizzare. C’è stata una lenta e progressiva mutazione. Sono scomparsi i galletti, i pappagalli, i vitelloni, i latin lover. Dicono che la società si sia evoluta, che sia progredita.  Oggi non si ha più tempo da perdere, la gente va di fretta. Così si è passati direttamente dalle parole ai fatti. Oggi le donne non temono più di essere oggetto di sguardi concupiscenti, di ricevere fischi di ammirazione o apprezzamenti galanti; oggi vengono direttamente aggredite e violentate brutalmente. Dagli innocui galletti e dai mansueti vitelloni si è passati alle belve feroci. Un bel progresso, no? Di questo passo, in futuro compariranno anche gli orchi ed i draghi sputafuoco. E’ l’evoluzione della specie, bellezza!

Mostra di Venezia

di , 6 Settembre 2012 15:01

E’ l’evento del giorno. Ecco una rarissima immagine della celebre Mostra.

Che dite? Questo è un mostro? Strano, mi era sembrata …una mostra. Certo che oggi con tutta questa confusione di generi e ruoli è facile sbagliarsi e scambiare un mostro per una mostra. Mah, comunque… A me sembra una mostra!

Il cane blu

di , 18 Giugno 2011 15:57

E’ uno dei quattro episodi del film “La domenica specialmente” del 1991, ispirati ai racconti di Tonino Guerra. Questo episodio è diretto da Giuseppe Tornatore e interpretato da un bravissimo Philippe Noiret. Gli altri sono diretti da Marco Tullio Giordana, Francesca  Barilli e Giuseppe Bertolucci. La storia è semplice. Un piccolo cane randagio, con una grossa macchia blu sulla fronte, si affeziona ad un calzolaio-barbiere;  lo segue a casa, in negozio, e perfino in chiesa, creando un piccolo subbuglio nella cerimonia. Ma il barbiere però continua a scacciarlo, finché…

Mi è venuto in mente proprio questi giorni. Chissà se c’è su YouTube, mi sono chiesto. Piccola ricerca et volià…è stato inserito proprio di recente, a febbraio. Il guaio è che ad inserirlo è un appassionato dell’est. Quindi, benché sia in lingua originale e non doppiato, c’è un commento in russo (credo). Ma non toglie niente alla godibilità del film che, per la linearità e semplicità della storia, si capirebbe benissimo anche se fosse muto. Dura circa 30 minuti. Ma, se non lo avete mai visto, vi consiglio di guardarlo.

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Il segreto della felicità

di , 6 Febbraio 2011 20:53

La felicità; tutti la cercano, nessuno la trova. E siccome non la trovano sono tutti incazzati neri, anche i bianchi. Convinti che la felicità consista nell’avere sempre di più, si affannano e corrono senza sosta, sempre alla ricerca di quel di più che gli manca. E quando raggiungono una meta vogliono ancora di più e ricominciano a correre. Ma siccome dietro ogni traguardo raggiunto ce n’è sempre un altro, non arrivano mai alla fine. Si vive, quindi,  in uno stato di perenne stress, ansia, insoddisfazione che si tramutano, spesso, in frustrazione e desiderio di rivalsa, nei confronti della società, che, a sua volta, si esprime con una accresciuta carica di aggressività. Ecco perché poi la gente si ammazza per “futili motivi“.

Bisognerebbe imparare ad accontentarsi. Hai un vestito per coprirti? Hai di che mangiare? Hai un tetto per ripararti? Sei in buona salute? Bene, questo è l’essenziale, tutto il resto è superfluo. Se il superfluo c’è o possiamo procurarcelo senza eccessivi sforzi e rischi ben venga. Ma se non c’è o acquisirlo comporta un prezzo troppo alto, allora è meglio accontentarsi del necessario o di quel che si ha e goderselo, perché già avere quel poco è una fortuna in confronto a chi non ha nemmeno il necessario. Troppo semplicistico, certo. Ma il concetto è quello. Ora, lo si potrebbe esprimere ed argomentare con un lungo articolo, oppure…oppure con due battute. Per esempio quelle di questa simpatica scenetta fra LIno Banfi e Michele Placido, in un vecchio film “Grandi magazzini“. 

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Chiaro il concetto?

Carioca (Flying down to Rio)

di , 4 Febbraio 2011 00:20

La prima volta di Ginger e Fred. Intendo la prima volta che Fred Astaire e Ginger Rogers hanno ballato insieme in un film. Il primo di una lunga serie di successi che li consacrò cme la coppia di ballerini più celebri, acclamati ed amati del cinema hollywoodiano. “Flying down to Rio” è un film del 1933. Oltre a Ginger e Fred figurava fra gli interpreti principali Dolores Del Rio, altra star degli anni ’30. Di questo film, oltre alla bravura degli interpreti sono da ricordare due autentiche perle musicali: Carioca e Orchids in the moonlight. Brani che, per la loro bellezza, entrarono a far parte del repertorio di tutte le grandi orchestre.

Ma non è solo la musica ad essere apprezzabile. Notevoli le coreografie che accompagnano questi brani rendendoli ancora più coinvolgenti. Quando la musica diventa danza e la danza diventa spettacolo, allora avviene il miracolo. Musica e danza si fondono e diventano un tutt’uno; una delizia per gli occhi e per la mente. Finora in rete esistevano solo video che riprendevano spezzoni di Carioca, forse perché la scena dura più di 10 minuti. E di solito viene riproposto il brano centrale con il ballo di Fred e Ginger che, onestamente e senza nulla togliere alla loro bravura, almeno per me che ho sempre una particolare attenzione alla parte musicale, non è la cosa migliore del film. E di solito manca proprio la parte finale, quella in cui una simpatica e brava Etta Moten canta Carioca dandole un tocco in più di colore locale. Finalmente qualcuno, però, è riuscito nell’impresa di pubblicare l’intera scena.  Lo propongo, prima che sparisca, come succede spesso su YouTube, insieme al tango Orchids in the moonlight, sperando di far cosa gradita a chi non li ricorda o a chi non li conosce. Buon ascolto…

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