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Morire cantando

di , 4 Dicembre 2017 20:09

La musica nuoce gravemente alla salute? Sembrerebbe di sì, visto quanti cantanti muoiono giovani. Ma sarebbe un errore. Anzi è risaputo che la musica ha un effetto psicofisico positivo e perfino terapeutico. Anche le mucche, se ascoltano musica, producono più latte (sembra che abbiano una particolare predilezione per Mozart). Qualcuno ha provato a diffondere musica perfino nei vigneti e pare con ottimi risultati sulla produzione (“I vigneti che ascoltano Mozart”). La musica ormai viene riconosciuta ed usata come terapia complementare per diverse patologie. E allora perché tanti musicisti muoiono giovani? E non solo oggi e non solo cantanti pop. Anche gloriosi musicisti del passato se ne sono andati giovanissimi. Pensiamo a Mozart, morto nel 1756 a 35 anni, a Chopin, morto nel 1849 a 39 anni, a Felix Mendelssohn, morto nel 1847 a 38 anni. Basta e avanza per far sorgere il dubbio che la musica, almeno un po’ porti sfiga e danneggi la salute.  Ma anche questa è una sensazione sbagliata.

Mi viene in mente questo curioso dubbio ogni volta che qualche artista famoso scompare in giovane età.  Allora tornano alla mente nomi e volti di cantanti morti giovanissimi per cause diverse; lo stress di una vita sempre vissuta ai limiti, l’uso eccessivo di farmaci, alcol e droghe, o micidiali mix di queste sostanze,  incidenti stradali, suicidi o malattie “incurabili” (come si usa chiamarle oggi). L’elenco sarebbe lungo. Vediamo di ricordarne qualcuno, citando l’età,  la data di morte e inserendo il link a video di pezzi celebri degli artisti scomparsi. Può essere l’occasione per chi li ha dimenticati di riascoltarli. Sono volti e voci che hanno accompagnato la nostra gioventù. Forse per questo tendiamo ad immaginarli sempre come erano da giovani, come se non dovessero mai invecchiare e, ancora meno, morire. E’ un trucco mentale che usiamo per ingannare noi stessi. In tal modo, anche noi continuiamo a sentirci più giovani nello spirito e nella mente. Quello che vediamo invecchiare giorno dopo giorno, anno dopo anno, è solo il nostro volto riflesso nello specchio; la nostra personale versione del “Ritratto di Dorian Gray“.

Forse il caso che fece più scalpore fu la morte di Elvis Presley, il re del rock and roll, morto nel 1977 a 42 anni (Da “Jailhouse rock” a “My way“) . Così incredibile che i fan non ci credevano, non volevano accettare la notizia e ancora oggi qualcuno sostiene che “Elvis non è morto“. Anzi, alcuni amanti del complottismo dicono di  averlo visto, vivo e vegeto e con una lunga barba bianca, festeggiare i suoi 82 anni a Graceland. Allora, con i miei risparmi e molto impegno, avevo creato la mia bella “Radio S” (era l’epoca d’oro in cui nascevano le radio libere) e stavo giusto conducendo un programma quando Radio Montecarlo diede la notizia (fu la prima a darla) della morte di Elvis. Così rilanciai la notizia e cominciai una lunga diretta facendo ricorso a ricordi personali, note biografiche e la quasi completa discografia che avevo a disposizione. Un po’ come le “Maratone” di Mentana ogni volta che ne ha l’occasione ed il pretesto.

Ma l’elenco dei cantanti pop morti giovani è lungo. Solo per restare in USA, basta fare i nomi di Jimi Hendrix (morto nel 1970, a 27 anni) e di Janis Joplin che lo seguì poco dopo, ottobre 1970, anche lei a 27 anni. E ancora Nat King Cole, artista di grande successo negli anni ’50/’60, passato da pianista  jazz degli esordi a cantante con un repertorio confidenziale grazie ad una voce calda e vellutata, morto nel 1965 a 46 anni (Las mananitasNoche de ronda - Adelita)Tony Williams, voce solista dei Platters (Only YouSmoke Gets In Your EyesThe Great PretenderMy prayer), gruppo che ebbe uno straordinario successo mondiale negli anni ’50, morto nel 1992 a  64 anni, John Denver, idolo della musica country (1997, 54 anni), Nicolette Larson, morta anche lei nel 1997 a 45 anni. A lei ho dedicato 9 anni fa uno dei miei video su YouTube con una delle sue canzoni più belle, un brano country dal suo primo album “Nicolette“: “Come early morning‘”. E come dimenticare altre glorie del pop come Freddie Mercury, voce e leader dei mitici Queen (1991, 45 anni), Michael Jackson (2009, 51 anni), John Belushi, indimenticato interprete di “Blues Brothers“, morto nel 1982 a soli 33 anni (Due  perle:  “Think” con Aretha Franklin e “Can you see the light” di James Brown), Jim Morrison dei Doors, morto nel 1971 a 28 anni, Bob Marley, il mito giamaicano della musica reggae, morto nel 1981 a 36 anni, Frank Zappa, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, morto nel 1993 a 53 anni, ed il re della country music, Jonny Cash, morto nel 2003 a 71 anni,  Woody Guthrie, morto nel 1967 a 55 anni, il più popolare cantante folk al quale si sono ispirati tutti i successivi folk singer (compreso Bob Dylan ad inizio carriera), o John Lennon morto nel 1980 a 40 anni ad opera di un pazzo che gli ha sparato. Una menzione speciale merita la grande Judy Garland, cantante e attrice di grande talento, madre di Liza Minelli, interprete di un film cult “Il mago di Oz“, in cui canta “Over the Rainbow“. A causa della dipendenza da farmaci, che ne minarono gravemente la salute, morì nel 1969 a 47 anni. Chiudo con uno dei più grandi, dalla voce ruvida, graffiante, potente ed inconfondibile, Joe Cocker, morto nel 2014 a 70 anni. La sua esibizione a Woodstock nel 1969 resta uno degli eventi storici ed indimenticabili della storia del rock: (With A Little Help from My FriendsCry me a river).

Ma per restare in casa nostra, sono tanti i nomi di chi ci ha lasciati per varie cause; dall’incidente stradale, come Fred Buscaglione morto nel lontano 1960 a 39 anni, e Rino Gaetano morto nel 1981 a 30 anni, a malattie varie. Anche a Gaetano dedicai un video con la sua celebre “Nuntereggae più“. O che si sono tolti la vita, come Luigi Tenco a Sanremo nel 1968 a 29 anni, o Gabriella Ferri nel 2004 a 62 anni. Altri sono morti per malattia, giovani o non proprio giovanissimi, come Franco Califano (2013, 75 anni), Sergio Endrigo (2005, 72 anni), Enzo Iannacci (2013, 78 anni), Umberto Bindi (2002, 70 anni), Little Tony (2013, 72 anni), Remo Germani (2010, 72 anni), Lucio Dalla (2012, 69 anni). Vediamo di ricordarne qualcuno: Claudio Villa (1987, 61 anni), Carlo Buti, morto nel 1963 a 61 anni, una delle più  belle  voci ed  interprete di grandi successi e  delle più celebri canzoni della storia della musica leggera italiana (Il primo amoreMammaSignora fortunaFirenze sognaReginella campagnolaChitarra romanaViolino tzigano),  Domenico Modugno (1994, 66 anni), Mino Reitano (2009, 65 anni), (2010, Giorgio Gaber (2003, 64 anni), Mia Martini ( 1995, 48 anni), Fabrizio De Andrè (1999, 59 anni), Lucio Battisti (1998, 55 anni), Giuni Russo (2004, 53 anni), Toni Del Monaco (1993, 58 anni), Herbert Pagani (1988, 44 anni), Bruno Lauzi (2006, 69 anni), Augusto Daolio, voce e leader dei Nomadi (1992, 45 anni), Stefano Rosso (2008, 60 anni), Pierangelo Bertoli (2002, 60 anni), Pino Daniele (2015, 60 anni). Ho certo dimenticato qualcuno; ma anche così questo breve elenco, tenuto conto che i cantanti di successo non sono poi tantissimi (se provate ad elencare i nomi, forse non riuscite a metterne insieme un centinaio),  è un’ecatombe, una strage.

 E chiudo questo strano post musical-necrologico citando 4 artisti sardi morti tutti per malattia.  Maria Carta, una delle voci più belle e famose della Sardegna, morta nel 1994 a 60 anni. Anche a lei ho dedicato due video su YouTube con due tradizionali canzoni sarde “Trallalera” e “Muttos de amore” e lo sfondo di splendide immagini della Sardegna. Andrea Parodi, inconfondibile voce dei Tazenda, morto nel 2006 a 51 anni. In questo video Maria e Andrea cantano insieme una delle più belle canzoni sarde “No potho reposare“. Marisa Sannia, che ebbe un buon successo anche a livello nazionale (nel 1968 si classificò seconda a Sanremo con “Casa bianca” di Don Backy), morta nel 2008 a 61 anni. In questo video una canzone “It’è sa poesia“, dal suo ultimo album “Sa oghe de su entu e de su mare” (La voce del vento e del mare), musicata dalla stessa Sannia su testo del poeta sardo Antioco Casula “Montanaru“. Ma c’è anche un’altra artista che merita di essere citata, anche se non è una cantante pop. Si tratta di Giusy Devinu (Aria “Regina della notte” dal Flauto magico), soprano dalla splendida voce, che si è esibita nei più prestigiosi teatri mondiali, riscuotendo ovunque successo di pubblico e critica. Purtroppo anche lei ci ha lasciati nel 2007 a 47 anni a causa della solita maledetta malattia incurabile. 

Ricordando Giusy Devinu non possiamo fare a meno di ricordare che anche nel mondo della lirica non sono mancati, purtroppo, artisti che sono morti in età relativamente giovane. A cominciare dal grande Enrico Caruso, morto nel 1921 a 48 anni, Beniamino Gigli morto nel 1957 a 67 anni e  due voci stupende e tra le più amate ed acclamate dell’opera lirica: Mario del Monaco, morto nel 1982 a 67 anni, e Maria Callas, morta a Parigi nel 1977 a 54 anni. Di Del Monaco basterebbe questa registrazione per dimostrare la sua incredibile potenza vocale, pulita, squillante, affilata  e tagliente come una spada di Toledo (“Di quella pira“, dal Trovatore) e scene da una versione cinematografica di Cavalleria rusticana, Di lui ho un particolare ricordo, visto che ho avuto il piacere di vederlo e sentirlo in Otello al teatro Massimo di Cagliari tanto tempo fa che non ricordo più nemmeno in quale anno. Ma il ricordo resta impresso nella memoria. Alla Callas, invece, dedico questo video realizzato durante uno dei suoi ultimi recital, nel quale interpreta uno delle arie più celebri ed amate, “Casta Diva” dalla Norma di Bellini. Quando si cresce avendo nelle orecchie, nella testa e nel cuore, questi interpreti e queste voci, è inevitabile fare il paragone con le voci di oggi che diventano, salvo rare eccezioni, inascoltabili. Come si fa a prendere in seria considerazione “Il Volo”, o altri cantantucoli di terza categoria che si spacciano per tenori e di cui tacciamo i nomi per carità cristiana.  Quando non si ha caviale, anche le uova di lompo vanno bene. C’è chi si accontenta; e non nota neppure la differenza.

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Anche Bob Dylan copia

di , 15 Giugno 2017 14:26

Copiare è facile e si risparmia tempo e fatica. E internet è diventato il regno del copia/incolla. Lo fanno tutti, bambini e autorevoli accademici. Ho appena letto un articolo di Antonio Socci su Libero del 14 giugno in merito alla vittoria di Macron in Francia: “Macron ed il pericolo per la democrazia“. Mi ha sorpreso constatare che c’è un lungo periodo che sembra preso pari pari dal mio post di 3 giorni fa (Macron e la democrazia); non solo i dati ufficiali sui votanti, gli astenuti e la percentuale di voti di Macron (i dati sono quelli), ma le stesse riflessioni sulla legittimità dell’esito elettorale grazie al quale Macron, con una percentuale di voti minima, si prende la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. Per fortuna il mio post è del 12 giugno, ovvero due giorni prima di quello di Socci, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che io lo abbia copiato. Casomai è il contrario. Ma, naturalmente è solo una coincidenza.

Ciò che sembra strano, però,  è che tutti i media riportano i dati ed i risultati elettorali, sottolineano l’alta percentuale di astenuti (il 50%), esaltano la vittoria di Macron, analizzano le ragioni del suo successo e gli effetti sui futuri rapporti con l’Europa; ma nessuno si sofferma a guardare l’altra faccia della medaglia. Nessuno coglie lo spunto dei risultati elettorali per notare l’incongruenza di un sistema democratico che consente a chi vince le elezioni con una ridotta percentuale di voti (nemmeno sul totale degli elettori, ma sulla metà del corpo elettorale), di governare sentendosi legittimato da una presunta maggioranza e volontà popolare che, invece, rappresenta il consenso di una minoranza degli elettori. Ovvero, è un caso eclatante di “governo della minoranza“. Evidentemente in Italia lo abbiamo notato solo in due:  io e Antonio Socci. Strano, vero?

Però, non è la prima volta che mi capita di leggere in rete pezzi che mi ricordano ciò che scrivo nel mio blog. Ricordo un altro articolo di Socci nel quale diceva che  Papa Bergoglio parla a vanvera, senza rendersi conto delle conseguenze di quello che dice. Esattamente, parola per parola, una frase che ripeto spesso da anni su Bergoglio. Mi è capitato di sentire comici in Tv fare battute prese di sana pianta dai miei post. Così pure riprendere concetti, anche con le stesse parole, su politica, società, arte ed argomenti vari. Mi capita di lasciare dei commenti su un quotidiano in rete (non lo cito per discrezione)  e dopo pochi giorni vedere degli articoli che riprendono proprio concetti ed argomenti espressi nei miei commenti.  Ricordo una pagina Facebook “La decima crociata” che faceva regolarmente copia/incolla dei miei post, li pubblicava sulla sua pagina, senza citare la fonte, e li spacciava come suoi. Quando glielo feci notare, lasciando un messaggio per lui su un mio post del 2013 “Meglio tacere“, invece che rimediare, scusarsi e citare la fonte dei suoi scritti, bloccò l’accesso alla sua pagina, che prima era libero, riservandolo agli iscritti.

Ma non era il solo. Mi è capitato spesso di rintracciare miei post riportati per intero in siti e forum, senza citare la fonte. E’ la grande opportunità fornita da internet. Quando non hai abbastanza fantasia per scrivere qualcosa di tuo, basta cercare in rete, fare copia/incolla, pubblicarlo e lasciar credere che sia roba tua. Del resto, ormai va di moda. Illustri personaggi (scrittori, giornalisti, politici, accademici) vengono accusati di copiare da altri autori; chi copia le tesine, chi copia  risultati di ricerche altrui  e chi copia i discorsi ufficiali. La schiera dei copia/incolla è lunga: da Roberto Saviano (Saviano, accusa di plagio: avrebbe copiato da Wikipedia) a Umberto Galimberti (Galimberti in cattedra con due libri copiati), da Marine Le Pen (Marine Le Pen copia discorso di Fillon) a Corrado Augias ed altri (Augias e i copioni di Repubblica). Oggi si scopre che perfino Bob Dylan avrebbe copiato dalla rete (Dylan accusato di aver copiato il discorso da un “bigino” on line). Parte del suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura sarebbe preso da un sito inglese che  crea “bigini” di letteratura. Deve essere qualcosa di simile ai riassunti di romanzi che comparivano una volta su “Selezione dal  Reader’s Digest“. E se copia anche Bob Dylan, un premio Nobel per la letteratura, vuol dire che è tutto normale; oggi il copia/incolla è la nuova forma di creatività letteraria. Bella la rete.

Dylan, Nobel e poesia

di , 14 Ottobre 2016 16:40

Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la letteratura. E, com’era prevedibile, si scatenano le polemiche: “Cosa c’entra Dylan con la letteratura?”. 

C’entra, c’entra. E’ più poeta Dylan di tanti poetastri della domenica o presunti poeti che affollano le serate letterarie di casa nostra. Ma poi cos’è la poesia? Scomparso l’uso della rima e della metrica, qualunque testo, che vada a capo dopo qualche parola, può essere considerato come poesia. Appena cominciai a frequentare la rete sorrisi nel leggere una notizietta; secondo un’indagine risultava che in rete ci fossero 8 milioni di poeti. Abbiamo più poeti che idraulici. Ecco perché i poeti li trovi ad ogni angolo di strada e in tutte le sagre paesane, mentre trovare un idraulico è un’impresa. Solo che, vista la facilità con la quale si riproducono, viene il dubbio che si tratti  di una nuova specie di poeti, geneticamente modificati, che sembrano poeti, ma sono altro (Vedi “Poeti Ogm“).  Allora cos’è un testo poetico? E’ un testo nel quale si va spesso a capo o dove si parla di tramonti romantici? Per spiegare questa possibile interpretazione molti anni fa scrissi anche un post: “Questa non è una poesia“. Riporto il testo:

Scrivere banalità

andando a capo

ogni due parole

non è poesia,

è solo

inutile spreco

di spazio.

Allora, se non c’è più la metrica e la rima e non basta andare a capo per scrivere una poesia, come la si definisce o la si riconosce? Un modo per riconoscerla è che sia inserita in una antologia di poesia. Così non sbagli. Se c’è scritto “antologia di poesia” è sicuro che dentro ci trovi le poesie. Oddio, non sempre, qualche volta si va incontro anche a delle sorprese. Per esempio, molti anni fa mi capitò di leggere un testo che mi è rimasto impresso come prova certa che in molti casi quella che spacciano per poesia, letteratura e arte in genere, sia una vera e propria truffa. In una antologia di poeti americani contemporanei (”Poesia americana oggi” – Ed. Newton Compton 1982) c’è una poesia di Clark Coolidge intitolata “Which which” (quale quale). In questa poesia non c’è altro che la parola “which” ripetuta 47 volte, ma andando opportunamente a capo ogni 5 o 6 Which. La suddetta antologia è presentata come una raccolta dei “testi più significativi per gli anni ottanta” (Vedi “Truffa culturale“).

Ed arriviamo a Bob Dylan. Ho una biografia scritta da Antony Scaduto nel 1971 e ripubblicata nel ’77 dalle edizioni Arcana, e diversi libri  pubblicati a fine anni ’70 da Newton Compton e Lato side, con tutti i testi, con originale e traduzione a fronte, delle sue canzoni pubblicate fino a quel momento, fine anni ’70. Ho anche tutti gli LP originali di Dylan, fino ai primi anni ’80. Materiale che usavo anche per condurre un programma su Dylan nulla mia radio libera in quegli anni (eh, sì, avevo anche fatto la mia radio personale, anche molto seguita). Poi, a causa della involuzione musicale ad opera della Disco music e di Cantautori in crisi che, avendo perso del tutto l’estro creativo, cercavano di riciclarsi come autori impegnati, specie politicamente, o come poeti, ho smesso di seguire la musica pop.  Da allora, infatti, quando i nuovi personaggi della canzone parlano della loro ultima composizione, non accennano mai alla musica, alla melodia, all’armonia o un particolare giro armonico. No, fateci caso, dicono sempre “Ho scritto una canzone che parla di…”.  Oggi le canzoni non si cantano, non si suonano, oggi…”parlano di“; ha più importanza il testo della musica. Ecco perché tutti si atteggiano a poeti; perché come musicisti fanno pena.

Ed ecco perché da allora ho cominciato ad avere una sorta di idiosincrasia verso la musica pop; cosa che dura ancora oggi, anzi è peggiorata a tal punto che se mi capita di vedere in TV qualcuno con un microfono in mano che, forse dico forse, sta per cantare, cambio canale. Però, se si parla di Dylan,  ho qualche piccola idea su ciò di cui stiamo parlando. Avrei voluto inserire un video con uno delle sue canzoni più belle con uno dei  testi più ispirati “Desolation row“, dall’album “Highway 61 revisited” del 1965 (uno dei migliori album della storia del rock, insieme a Desire del 1976, alla faccia delle classifiche degli esperti e di tutti quelli che pensano di essere esperti di musica pop: vaffanculo!), ma incredibilmente, fra tutte le versioni disponibili su Youtube non ce n’è una, nemmeno una originale; sono tutte versioni successive, dal vivo o cover di altri interpreti (inascoltabili per chi conosca l’originale). Molto meglio, per chi vuole avere un’idea della canzone, ascoltare la versione italiana, rispettosa dell’originale sia nel testo che nell’arrangiamento musicale,  di Fabrizio De Andrè “Via della povertà“.

I testi di Dylan non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a certi testi di poeti nostrani esaltati dalla critica come geni della poesia; tanto per restare in casa e non citare geni come Clark Coolidge, quello di “Which”. E non dico altro per carità cristiana e rispetto per i morti. Ma la domanda finale è sempre la stessa: come si riconosce una poesia? Siamo sicuri di saper riconoscere un testo poetico o un’opera d’arte da ciò che arte e poesia non è? Noi riconosciamo le poesie perché le troviamo nelle antologie scolastiche, ci dicono che quella è una poesia e chi l’ha scritta è un poeta. Altrimenti non saremmo in grado (vale per la stragrande maggioranza della popolazione), se non c’è una targhetta che ce lo spiega, di riconoscere la differenza di valore fra l’Infinito e la Vispa Teresa, tra la Gioconda ed una ignobile crosta, tra un diamante ed un fondo di bottiglia.

Qualcuno, rispondendo ai miei commenti in rete, dice che canzoni e poesia sono cose diverse e non bisogna confonderle. Ma sono davvero così diverse? E nel caso le poesie vengano musicate cosa diventano? “Les feuilles mortes” è una poesia scritta da Jacques Prévert, successivamente musicata Joseph Kosma, musicista ungherese traferitosi in Francia, e divenuta un grande successo musicale nell’interpretazione di Yves Montand e di tanti altri interpreti. Una poesia in musica che diventa canzone cessa di essere una poesia? E perché? Mordechai Gebirtig è un poeta ebreo polacco ucciso dai nazisti nel ghetto di Cracovia nel 1942. Molte sue poesie sono state musicate da Manfred Lemm, musicista di origini francesi. Cercate in rete “Farewell Cracow” o “Kinderjohren. Sono solo due casi di tanti testi poetici messi in musica. Allora, sono canzoni o sono poesie?

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Per capire il mondo abbiamo bisogno del maestro in cattedra o delle didascalie che ci spieghino cosa stiamo guardando. Un ammasso casuale di ferri vecchi in un cortile è semplice ferraglia. Ma la stessa ferraglia in un museo con una targhetta, il nome dell’artista e titolo dell’opera “Tormento“, non è ferraglia, diventa un’opera d’arte. Il famoso “orinatoio” di Duchamp dal titolo “Fontana“, o la celebre “Merda d’artista” di Piero Manzoni ne sono la prova storica. Siete sicuri che, trovandovi di fronte a queste opere fuori dal contesto di un museo, le riconoscereste come “opera d’arte”? Siamo sicuri che la gente comune (non editori, galleristi, critici e pseudo artisti; tutta gente che sulla truffa culturale ci campa), la gente comune sappia riconoscere un’opera d’arte, specie quella contemporanea? Allora, quanti saranno quelli in grado di giudicare il valore dei versi di Dylan e dire se è o non è poesia e se merita o no un Nobel? Credo davvero pochi. E dico pochi giusto per lasciare un margine di speranza sulle probabilità statistiche.

L’arte moderna da “Così parlò Bellavista

Prima parte

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Seconda parte

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Sessantotto, ma non li dimostra

di , 14 Ottobre 2015 12:57

Tre giorni fa, nel post “Studenti d’Italia“, parlavo degli effetti dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70, degli ideali rivoluzionari, della rabbia giovanile e dell’utopia di cambiare il mondo. Il mondo è rimasto più o meno com’era (anzi, forse, è addirittura peggiorato; basta pensare alle centinaia di vittime degli anni di piombo), i rivoluzionari si sono imborghesiti, hanno pian piano scordato gli slogan e gli ideali, i sogni sono “morti all’alba” e le tante domande sono ancora sospese nell’aria; la risposta a quelle domande, ancora oggi, “soffia nel vento“, come cantava Dylan nel 1963.  Intanto Dylan è diventato miliardario, i poveri continuano ad essere poveri, centinaia di migliaia di giovani sono morti in Vietnam ed in tutti i conflitti che da allora continuano a portare morte e distruzione nel mondo, chi aveva il potere continua a tenerselo stretto, i media continuano a plagiare le menti, i giovani continuano a commettere errori di cui si renderanno conto solo invecchiando, le mille domande  restano inascoltate e le risposte continuano a volare nel vento, inafferrabili. Si dovrebbe imparare dall’esperienza passata, ma, per un destino atroce e beffardo, ogni nuova generazione deve ripetere gli stessi errori e compierne di nuovi,  deve imparare a proprie spese, sulla propria pelle, spesso tragicamente.

 E come è andata a finire tanta rabbia giovanile, tanta voglia di cambiare il mondo? E’ andata a finire che è stato il mondo a cambiare loro. Così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, molti di quei ragazzi del ’68, che urlavano contro il potere, la ricchezza, i padroni, l’America, gli agi, la borghesia, la scuola, si sono adeguati, adattati, hanno rinunciato alle utopie rivoluzionarie. I più hanno trovato un modesto lavoro in fabbrica o in ufficio. I più fortunati (o più furbi)  si sono sistemati benissimo nei vari campi lavorativi, dalla politica al giornalismo, dal commercio all’insegnamento o nel mondo dello spettacolo. Già, quelli che contestavano gli insegnanti, li minacciavano e distruggevano le aule scolastiche, oggi, incredibilmente, siedono in cattedra, dirigono giornali, siedono in Parlamento, fanno i tribuni in televisione pagati a suon di milioni. Hanno fatto carriera; tutti sistemati.

Sono nomi ormai famosi di politici, giornalisti, scrittori, conduttori televisivi, direttori di prestigiosi quotidiani: Gad Lerner, Michele Santoro, Paolo Mieli, Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Massimo Cacciari, Renato Mannheimer, Giampiero Mughini, Ritanna Armeni, Toni Capuozzo,  Erri De Luca, Carlo Panella, Vincenzo Gallo (Vincino), Ferruccio De Bortoli, Sergio Cofferati, Gino Strada, ed altri più o meno noti.

Molti di questi rivoluzionari della domenica hanno abbandonato l’eskimo per il loden, ed oggi stanno in pantofole a godersi la meritata pensione. Oppure sono ancora in piena attività politica o professionale:  sono scrittori e intellettuali di successo, autorevoli firme giornalistiche o, addirittura, direttori di storiche testate, di organi di stampa della borghesia, come Mieli e De Bortoli, o celebri e celebrati conduttori televisivi, come Gad Lerner e Santoro.  Uno per tutti,  Mario Capanna,   il leader più noto e arrabbiato del Movimento studentesco sessantottino,  che ha fatto carriera politica ed è entrato in Parlamento (mentre i sessantottini che lo seguivano,  se gli è andata bene, si sono sistemati in banca, in uffici pubblici, a scuola, o sono finiti in fabbrica; perché questa è la fine di tutte le rivoluzioni, qualcuno sale al potere e gli altri crepano). Oggi, grazie ai benefici da ex parlamentare,  gode di una pensione di 5.000 euro al mese (alla faccia dei sessantottini di allora e degli italiani che, dopo una vita di duro lavoro, prendono pensioni minime da fame). E siccome qualcuno gli contestava questi benefici (a lui, come a molti altri) che contrastano con la sua storia di lotte contro i privilegi, tempo fa è andato in televisione, all’Arena di Giletti,  a difendere appassionatamente la legittimità della sua “rendita” (“Il curioso caso di Mario Capanna; da leader studentesco a difensore dei vitalizi“) .

Ecco perché, vedendo le immagini di questi cortei studenteschi, sentire i soliti slogan, vedere i soliti striscioni, viene tristezza. Sono convinti di essere migliori del resto della società e di lottare per ideali giusti e sacrosanti, per una giusta causa. Devono dare sfogo alla carica contestatrice che è fisiologica nei giovani. E si aggrappano al primo vessillo che qualcuno gli mette in mano, che molto spesso è una bandiera rossa. Si illudono di cambiare il mondo e non sanno che sarà il mondo a cambiare loro. Non immaginano che finiranno tutti come i loro padri, ex sessantottini che oggi sono in pensione, che si indispettiscono (come Capanna) se qualcuno gli fa notare l’incoerenza con le loro lotte giovanili. Non sanno, però, che non avranno la fortuna dei padri, non avranno le stesse possibilità, né le stesse opportunità di lavoro,  e nemmeno la stessa pensione.

No, questi sono già fregati in partenza. Ma non lo sanno e impiegheranno molti anni a capirlo. Ecco perché fanno tristezza; perché hanno la possibilità di capire il mondo guardando il passato, e di evitare di commettere gli stessi errori, ma non lo fanno. La storia si ripete continuamente, ma l’uomo non impara mai dal passato, non fa tesoro dell’esperienza, deve sbagliare di nuovo, sempre, sulla propria pelle. Certo, sventolare una bandiera rossa fa sempre il suo bell’effetto cromatico, ma quante fregature e tragedie ci sono dietro quelle bandiere color sangue. Ma quei ragazzi non lo sanno ancora. E’ il tragico destino dell’umanità; bisogna invecchiare per capire gli errori giovanili. E quando ormai pensi di averlo capito non ti serve a niente, perché stai per crepare.

Album di famiglia di alcuni dei sessantottini di successo.

- Servire il popolo: Angelo Arvati, Marco Bellocchio, Pierangelo Bertoli, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Fulvio Abbate, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Michele Santoro, Linda Lanzillotta, Nicola Latorre.

- Potere operaio: Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Toni Negri, Oreste Scalzone, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Ritanna Armeni, Francesco “Pancho” Pardi, Lanfranco Pace, Gaetano Pecorella.

- Lotta continua: Adriano Sofri, Luigi Manconi, Gad Lerner, Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Enrico Deaglio, Erri De Luca, Gianfranco Micciché, Vincenzo Gallo (Vincino), Carlo Panella, Francesco Pigliaru, Marco Rizzo, Giorgio Pietrostefani,  Mauro Rostagno, Marco Boato, Guido Viale.

- Movimento studentesco: Mario Capanna, Sergio Cofferati, Alfonso Gianni, Gino Strada, Giuseppe Liverani.

- Movimento lavoratori per il socialismo: Gianni Barbacetto, Stefano Boeri, Tito Boeri, Michele Cucuzza, Sergio Cusani, Nando Dalla Chiesa, Ferruccio De Bortoli, Paolo Gentiloni, Claudio Pagliara, Salvatore Toscano, Luca Cafiero.

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Shoah e buoni ideali

di , 26 Gennaio 2015 20:52

Domani si celebra la Giornata della memoria, in ricordo della shoah e delle vittime del nazismo. Sarà il  trionfo, come avviene da anni, di dichiarazioni di circostanza piene di buoni propositi, di condanna del nazismo e di appelli alla ragione, alla solidarietà, ai principi della tolleranza, al rispetto reciproco, alla democrazia, alla libertà, alla pace; tutto il repertorio della migliore retorica di circostanza. Siamo bravissimi, in queste occasioni, a condannare i soprusi, la guerra, le ideologie totalitarie, lo sterminio di innocenti. Ma spesso ci lasciamo trasportare da reazioni emotive, confidiamo nella ipotetica, e mai dimostrata, fondamentale bontà dell’essere umano  e pensiamo di combattere il male facendo appello ai buoni sentimenti. E’ l’effetto liberatorio che deriva dal trovarsi di fronte a crimini aberranti e dalla convinzione illusoria che siano atti lontanissimi dal comune sentire, frutto di menti malate, e che mai più si ripeteranno. Il messaggio rassicurante è che noi non commetteremmo mai simili atrocità; quindi i nazisti sono mostri criminali, un caso eccezionale ed unico nella storia dell’umanità (ma la storia dimostra il contrario), mentre noi siamo buoni, docili e mansueti come innocenti agnellini.

Un esempio di tale atteggiamento ingannevole è questa frase che mi è capitato, tempo fa,  di leggere  fra i commenti in un blog. Diceva, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una bella frase, condivisibile, dettata da una visione ottimistica e positiva del mondo. Ma è anche vera? No, non lo è affatto. Non è vera perché si dà per scontato che tutti gli uomini seguano una fede e perseguano grandi ideali umanitari e che questi siano sempre positivi e portatori di pace, solidarietà e amore universale. Ma anche il male è un ideale; distorto, aberrante, ma un ideale.

Anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo, ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza, determinazione  e cieca follia, sostenuto dalla “fede” dei suoi seguaci, perché i nazisti erano sicuri di essere dalla parte giusta e  di avere Dio dalla loro parte;  “Gott mit uns“, anche quando sterminavano il popolo eletto di quel Dio il quale, forse, in quella occasione era distratto. Anche i crociati combattevano per un ideale, la riconquista della Terra santa, ed erano convinti di lottare per una causa giusta, anzi santa; “Dio lo vuole“.  Ma anche gli ottomani combatterono per conquistare terre e genti, dalla Spagna alle porte di Vienna, perché dovevano diffondere la parola del profeta e “Allah era con loro”. Anche  i conquistadores spagnoli, che sterminarono le popolazioni indigene, lo facevano con la benedizione della Chiesa e dei frati al seguito, i quali non mancavano di benedire i morti, innalzare croci sui territori conquistati e convertire gli indigeni, volenti o nolenti, perché “Dio era con loro“. Anche i coloni americani che avanzavano verso ovest appropriandosi delle terre e sterminando i pellerossa, avevano Dio dalla loro parte. Lo cantava benissimo già Bob Dylan in un brano del 1964 “With God on our side” (Con Dio dalla nostra parte): “Il mio nome non conta e la mia età nemmeno, il paese da cui vengo è chiamato midwest, là sono cresciuto ed ho imparato a obbedire alle leggi e che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte. I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene, la cavalleria caricava e gli indiani cadevano, la cavalleria caricava e gli indiani morivano, perché il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.”.   

Così le guerre del passato erano sempre determinate da qualche “alto ideale“: poteva essere l’indipendenza dai dominatori, la presunta necessità di civilizzare popoli barbari, la necessità di allargare i propri confini, la ricerca della “quarta sponda”,  o il nuovo irrinunciabile “ideale” del terzo millennio, il sacro dovere di esportare la democrazia. Dietro le bombe ci sono sempre “alti ideali” e tutti hanno un Dio dalla loro parte; anche i cannibali del Borneo.  Forse anche gli atei, pur non credendoci, hanno un loro dio: il dio degli atei (che, non essendo abilitato ad esercitare, in quanto non esiste ufficialmente, si scrive minuscolo e non compare nella guida ufficiale degli dei riconosciuti).

Oggi, per non perdere le buone abitudini ed essere fedeli a qualche ideale, anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente combattono per una “giusta causa”: la conquista dell’occidente e la sottomissione dei “cani infedeli“. Ed anch’essi compiono stragi in nome di Dio gridando “Allah Akbar“. E stanno attuando il loro piano criminale con la violenza, le armi, il terrorismo, lo sterminio dei cristiani e la conquista di interi territori dove instaurare il califfato e la sharia.  Anche l’ex premier iraniano Ahmadinejad aveva un suo ideale e lo dichiarava continuamente in ogni occasione; cancellare Israele dalle carte geografiche. Anche i militanti di Hamas hanno un ideale, espresso molto chiaramente nel loro statuto e nel loro programma politico: distruggere Israele, cacciare gli ebrei dalle loro case e impadronirsi del loro territorio. Tutti combattono per un “ideale” ed hanno Dio dalla loro parte. Così Dio, invocato a destra e a manca,  sta con tutti, si distrae e si dimentica di stare con  il popolo eletto, quelli che dovrebbero essere i primi ad averlo dalla loro parte: gli ebrei.

La persecuzione degli ebrei non è finita con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Gli ebrei sono ancora oggi al centro di una campagna di odio razziale e sono bersaglio di attentati ovunque si trovino (le ultime vittime del terrorismo islamico sono i quattro morti nel negozio kosher a Parigi). Perfino Israele, che è l’ultimo rifugio dei sopravvissuti alla shoah e degli ebrei che vi sono arrivati provenienti da ogni angolo della terra, per vivere finalmente in pace nella terra dei Padri,  vede costantemente minacciata la propria esistenza; non solo dall’Iran, da Hezbollah e da Hamas, ma dall’opinione quasi unanime del mondo islamico.  Eppure i personaggi, le istituzioni, gli intellettuali, le nazioni che oggi commemorano la Shoah e la criminale violenza nazista contro gli ebrei, quelli che oggi depongono corone di fiori e tengono toccanti discorsi commemorativi, sono gli stessi che, passata la giornata della memoria, ricominceranno a sostenere i regimi islamici, a concludere lucrosi affari con loro, a tollerare, se non addirittura giustificare, l’antisemitismo mascherato da antisionismo in nome della libertà di espressione, aprire le porte all’invasione islamica dell’Europa, a rinnegare le proprie usanze e tradizioni per non urtare la sensibilità dei musulmani.

Ed infine, per dimostrare quanto siamo buoni e caritatevoli (ed “equidistanti“  o “equivicini” fra Israele, Hamas ed Hezbollah, come sosteneva  l’allora ministro degli esteri D’Alema, dichiarando di essere onorato di andare a cena con i capi di Hezbollah) continueranno a finanziare direttamente organizzazioni come Hamas, considerate terroristiche dalla comunità internazionale, con aiuti umanitari e milioni di euro versati dall’Europa a Gaza. Fondi che servono in gran parte a finanziare l’acquisto di armi, munizioni, missili e razzi da sparare contro Israele. Ma noi siamo fatti così, siamo umanitari, non facciamo differenza fra ebrei e tagliagole islamici, sono tutti figli di Dio. E giusto per non destare eccessiva preoccupazione o creare inutili allarmismi, i nostri media di solito usano tacere sugli attentati dei terroristi palestinesi e i razzi sparati verso i villaggi israeliani di confine. Ecco perché raramente le notizie di lanci di razzi verso Sderot trovavano spazio nella nostra stampa. Luoghi lontani, i botti dei razzi non arrivano alle tranquille, calde o fresche (secondo la stagione) ed insonorizzate redazioni romane o milanesi. Salvo svegliarsi improvvisamente, acuire la vista e l’udito e indignarsi appena c’è una qualche reazione israeliana. Allora ci si ricorda del medio oriente, si trova ampio spazio in prima pagina, si condanna l’aggressione,  si denuncia la risposta sempre “esagerata” di Israele, si contano le vittime civili (sono armati fino ai denti, ma risultano sempre civili), meglio se ci sono donne o bambini (fanno più notizia e servono alla causa palestinese) e si chiede l’intervento dell’ONU ed il cessate il fuoco.

Ma il 27 gennaio, nel “Giorno della memoria“, dimenticano di essere i finanziatori di Hamas, (quelli che vorrebbero portare a termine il lavoro iniziato da Hitler), e con una improvvisa e repentina metamorfosi da far invidia a Gregor Samsa, si trasformano in ferventi difensori del popolo ebraico. Manca solo che si appendano al collo, come si usa oggi, un bel cartello con la scritta “Siamo tutti ebrei“.  Ma fanno il percorso inverso a quello di Samsa.  Da insetti, blatte, scorpioni,  scarafaggi zecche, quali sono solitamente, assumono di colpo l’aspetto di uomini normali: vestono i panni della penitenza, assumono contrite espressioni, condannano la persecuzione degli ebrei, il razzismo, il nazismo, l’antisemitismo, sfilano in corteo sotto braccio con i pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, recitano un tardivo mea culpa, si addossano le responsabilità dei padri, si impegnano solennemente a riaffermare  ”Never more“, lanciano in televisione qualche film intonato alla giornata, o qualche programma speciale con filo spinato, camere a gas, forni crematori, scheletriche parvenze umane,  fantasmi con la stella di David, SS in divisa di ordinanza e latrati di cani. Insomma, tutto il repertorio che, per l’occasione, recuperano dagli archivi polverosi dove poi quei documenti giaceranno per il resto dell’anno, per lasciare spazio a reality, fiction, talent, talk show, cuochi, comici, opinionisti tuttologi e  cialtroni assortiti. E così mettono a tacere la coscienza; per un giorno. Poi, passata la “festa“, ripetono la metamorfosi inversa, riacquistano le solite sembianze da coleotteri e affini, si scordano degli ebrei e…ricominciano ad amoreggiare con gli islamici, gli eredi di Arafat e gli arabi in genere; perché gli affari sono affari e “Tengo famiglia…”. Ipocriti, falsi, in malafede e vigliacchi. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, lo vincerebbero a mani basse.

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Donne e Berlusconi.

di , 17 Novembre 2010 11:31

Leggere certi articoli sulla stampa fa venire in mente Sartre. Nion perché abbiano particolare attinenza letteraria o filosofica con lo scrittore francese, ma perché fanno venire la “Nausea“. E’ il caso di un pezzo presente oggi sul Corriere.it “Loro non sono le ragazze di Berlusconi“, a firma di Francesco  Tortora. Il pezzo riprende un servizio della rivista americana Newsweek dedicato alle grandi figure femminili dell’Italia; donne che si sono distinte nel campo del cinema, della scienza, della moda. Un doveroso omaggio, di cui siamo grati, a personaggi come Anna Magnani o Rita Levi Montalcini. Tutto normale, se non fosse per il fatto che anche questo articolo, apparentemente  elogiativo delle glorie italiche, diventa l’occasione, ancora una volta, per ridicolizzare Berlusconi. Esercizio ormai molto diffuso, quasi obbligatorio, fra le “grandi firme” del giornalismo nazionale ed estero. Così scontato che, forse, il tema “Tutto il male di Berlusconi in una cartella“  lo inseriranno tra le prove all’esame di giornalismo.

Trovare il nesso fra queste figure di grandi donne e Berlusconi è semplice: non sono, non sono state e non volevano diventare “veline“. Scrive Tortora: “L’autorevole magazine americano celebra le grandi donne della nostra storia recente e afferma che queste prominenti figure mettono completamente in discussione gli stereotipi della società berlusconiana.”. Ecco la causa di tutti i mali: la società berlusconiana. La storia dell’umanità si divide in tre grandi ere: prima, durante e dopo Berlusconi. Prima di Berlusconi era l’età dell’oro, durante l’era Berlusconi regna l’inferno e dopo Berlusconi l’umanità tornerà a vivere nell’Eden.

Ho la sensazione che anche Tortora sia uno di quelli, e sono tanti, che si svegliano al mattino ed il primo pensiero che gli si affaccia nella mente sia “Berlusconi“. E passano la giornata cercando di inventarsi qualunque pretesto e spunto per dipingerlo come il male assoluto ed addebitargli tutte le colpe possibili. E’ la loro ragione di vita. Solo che anche Berlusconi, per legge naturale, prima o poi, non ci sarà più. Quindi queste menti eccelse perderanno, contemporaneamente, la loro ragione di vita. E allora che fanno? Crepano?

Vorrei solo far notare agli antiberlusconiani all’estero, specie a quelli che scrivono su Newsweek, che la nostra soceietà, dalla fine della seconda guerra mondiale, è stata fortemente influenzata dagli stili di vita americani. Da loro abbiamo importato i modelli che hanno profondamente mutato e condizionato le nostre scelte culturali, sociali, artistiche, economiche, politiche. Dai jeans al rock, dalla contestazione giovanile ai figli dei fiori, da “Sulla strada” di Kerouac a “Gioventù bruciata“, da J.F. Kennedy a Bob Dylan, da Martin Luther King alla guerra fredda, dalla Coca Cola alla globalizzazione, dalle multinazionali al fast food, dalla finanza di Wall Street fino alla ultimissima crisi economica mondiale. Tutto, nel bene e nel male, viene da lì, cari newsweekiani. E allora, prima di pensare alle veline berlusconiane, cominciate a guardare un po’ in casa vostra.

Eppure, nonostante tutto, siamo riusciti a limitare i danni, perché siamo forti di una cultura millenaria e di una creatività che tutto il mondo ci invidia. Noi non siamo discendenti di profughi sbarcati dalla Mayflower e che, in nome di Dio, sterminarono gli indiani per rubargli la terra. Noi siamo eredi dell’impero di “Roma caput mundi“, di Giulio Cesare, Cicerone, Virgilio. Noi portiamo nel sangue lo spirito del Rinascimento, di Dante, Leonardo, Galilei, Raffaello, Marconi, Fermi, Verdi, Rossini, Michelangelo (do you know?). Troppo lungo l’elenco, non lo farebbe nemmeno Fazio a “Vieni via con me”. Allora, cari newsweekini dei miei stivali, prima di parlare dell’Italia, delle veline e di Berlusconi, lavatevi bene la bocca; con l’acido muriatico.

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