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Scuse papali e ipocrisia morale

di , 22 Gennaio 2018 23:28

 


Scrivo spesso che “Bergoglio parla troppo, parla a vanvera e non si rende conto di quello che dice”. L’ho scritto anche due giorni fa commentando un articolo di Aloisi in cui si parla di Bergoglio che “riscopre il valore della patria”. Può sembrare una battuta, ma non lo è. Infatti, ecco la conferma. Prima chiede le prove sulle accuse di pedofilia del vescovo Barros. Poi, si rende conto dell’errore (sembrerebbe un tentativo di scagionarlo) e chiede scusa: “Il Papa chiede scusa; ho usato parole infelici“. Significa pari pari, esattamente, che “non si rende conto di quello che dice”. O meglio, se ne rende conto dopo, quando il danno è fatto. Ovvero “parla a vanvera”. Appunto, come volevasi dimostrare.

E questo è sintomo di un grave deficit della funzionalità mentale, di alterazione dello stato di coscienza e della consapevolezza, che compromette il controllo dei pensieri e delle azioni.  Cosa che chiunque ricopra incarichi pubblici ed abbia responsabilità di governo non può permettersi. Men che meno un Papa. E meno male che, parlando dei casi di pedofilia nella Chiesa, non ha risposto come fece anni fa a chi gli chiedeva un giudizio sui gay e le unioni omosessuali. Disse: “Chi sono io per giudicare?“. Che stia migliorando? No, è che ha la memoria labile e dimentica oggi quello che ha detto ieri. E’ un classico caso di pensiero in divenire che, non avendo basi certe di riferimento, si adatta al tempo, al luogo ed alle circostanze; secondo le previsioni meteo, il bollettino della neve, la percorribilità autostradale, gli ingorghi a Roncobilaccio e le stramberie terzomondiste dei cattocomunisti confusi in crisi d’identità. Ed ecco, in questo post del 2016, alcuni esempi di pensiero labile e confuso: “Papa; ci sei o ci fai?“. Vedi anche : “Il pensiero corto.

A proposito del viaggio papale in Cile. Arriva Bergoglio in Cile e scoppiano terremoti del 7° grado, disordini e attentati alle chiese, al suo passaggio tra la folla una guardia cade da cavallo, gli lanciano un giornale in testa, si bucano le gomme della Papamobile (mai accaduto prima), etc. Non sarà che Bergoglio porta anche sfiga? Del resto ha cominciato proprio male, con diversi segnali di cattivo auspicio. Ecco cosa scrivevo nel 2014. “Papa, colombe e presagi funesti”. Chi ben comincia…

Questa, invece, è una classica bergogliata, ma la fa dire al presidente della  CEI; tanto per distribuire equamente le stronzate, così sembrano meno gravi. Alludendo alle facili promesse elettorali, mons. Bassetti dice che sia “Immorale lanciare promesse che non si possono mantenere“. Giusto. più che condivisibile. Però, c’è sempre un però quando parlano politici e preti dalla morale ballerina. E talvolta, come in questo caso c’è anche una buona dose di malafede, falsità e ipocrisia. Queste dichiarazioni, mascherate da principi morali ed umanitari, sono un chiarissimo messaggio politico politicamente corretto; in pieno stile bergogliano. E’ immorale che i politici facciano promesse che non possono mantenere? Benissimo. E le promesse che fa la CEI, la Chiesa ed il Papa cosa sono? In merito all’immigrazione la CEI insiste nel voler abbattere i muri, i confini, le frontiere, ed invita a costruire ponti, aprire le porte a tutti gli immigrati, ed accogliere mezza Africa.

Ma la CEI sa bene che anche questa è una promessa che l’Italia non può mantenere perché, anche volendo, non ha i mezzi e le risorse per farlo. E allora, questa promessa non è immorale? Oppure se le “promesse che non si possono mantenere” le fa la CEI diventano di colpo morali?  Mi sa che, come dico molto spesso, questo è un altro esempio di “doppia morale“. Anche le promesse sono come i maiali di Orwell: tutte uguali, ma alcune sono più uguali di altre. Sono promesse ballerine, variabili, elastiche, da interpretare secondo le circostanze e la morale del momento; come quelle di vescovi e cardinali. Vergognatevi.

Toilet day

di , 21 Novembre 2017 22:39

Ci mancava solo la “Giornata della merda“. Le hanno inventate tutte, questa è l’ultima: la “Giornata mondiale dei cessi”. Così, dopo averci chiesto soldi e donazioni per costruire ospedali, scuole, ambulatori, pozzi per l’acqua e per combattere la fame, adesso nascerà qualche nuova Onlus, associazione umanitaria o organismo ONU, che ci chiederà soldi per costruire cessi nel terzo mondo.

La notizia del giorno è questa: “Il Ghana in emergenza nazionale: i cittadini defecano all’aperto“. Ora si spiega la vera ragione del  flusso migratorio. Non è vero che i migranti africani vengono da noi perché scappano dalla fame e dalla guerra; scappano dalla puzza. Ed ecco che, immancabilmente, interviene l’ONU a lanciare l’allarme e promuovere nuove campagne di aiuti al terzo mondo al grido di “Più cessi per tutti“. Però, visto che ormai gli africani si stanno trasferendo in Europa, perché fare i cessi in Africa? Facciamoli in casa nostra; cesso più, cesso meno, non cambia. Tanto le nostre città sono invase da gente che è abituata a vivere nella savana e defecare all’aperto. La cronaca riporta quasi quotidianamente (a Roma è la normalità) notizie di africani che fanno i bisogni nei parchi, in strada, in piazza, nelle stazioni, si lavano nelle fontane pubbliche e fanno sesso dove capita, come i cani. E non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci accusano di xenofobia e razzismo. E nemmeno chiedere che questi migranti si adeguino alle nostre buone regole di convivenza sociale; sarebbe come contestare la loro cultura. Dobbiamo essere noi ad abituarci a convivere con le loro abitudini e la loro cultura (Dice la Boldrini che dovremmo prendere esempio da loro “Lo stile di vita dei migranti sia il nostro“). Allora, grazie alle tradizionali usanze africane, alle quali dovremo adeguarci velocemente, secondo l’invito e l’auspicio della più alte cariche dello Stato, anche noi cominceremo a defecare dove capita e finiremo con la merda fino al collo.  E, come diceva la battuta finale di una vecchia barzelletta “Non fate l’onda…”.

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Razzismo, calzini e il Re di Rwenzururu

di , 4 Dicembre 2016 22:38

Oggi ti accusano di razzismo per un niente. Basta che guardi storto l’africano che vuole venderti calzini, salviette e accendini, e sei razzista. Qualunque atto, gesto, espressione, giudizio meno che benevolo nei confronti di un immigrato, specie se africano, è razzismo. Così alimentano il senso di colpa e favoriscono l’accettazione, volenti o nolenti, dell’invasione africana.

Sembra che la condizione per stabilire che si tratta di razzismo è che le parole o azioni siano rivolte ad un nero. Non conta tanto il contenuto di atti e parole, ma il soggetto al quale sono rivolti. Così, se tu dici che Tizio  faceva l’ambulante e vendeva calzini, non c’è niente di strano. Se però lo dici ad un nero è razzismo. Di esempi simili ormai ne abbiamo ogni giorno. Tempo fa toccò a Tavecchio, presidente Figc, che fu accusato di gravi insulti razzisti perché disse che un certi giocatori fino a poco tempo prima mangiavano banane e da un giorno all’altro arrivano in Italia e giocano in serie A. Voleva semplicemente dire che il mondo del calcio dà eccessivo spazio agli stranieri, anche sopravvalutandoli, a scapito dei giocatori di casa nostra. Ma tutti gli si scagliarono contro chiedendo le sue dimissioni. Basta che in uno stadio qualcuno faccia Booohhh nei confronti di un calciatore nero e scatta l’accusa di razzismo, si va incontro a sanzioni, multe e perfino alla squalifica del campo. In passato il tifo allo stadio non era certo più elegante. Ai giocatori avversari, e all’arbitro, si lanciavano accuse di ogni genere. Ma era solo tifo calcistico. Se, però, gli stessi insulti vengono rivolti oggi ad un calciatore nero, non è più solo tifo, ma è razzismo. Chiaro? Oggi abbiamo l’ennesimo esempio. Dopo il derby Roma – Lazio, giocata questo pomeriggio e vinto dalla Roma, il calciatore  Senad Lulic della Lazio ha fatto alcune dichiarazioni alla TV, riferendosi al calciatore della Roma Rudiger. E subito dopo scatta l’infamante accusa di “insulto razzista“: “Lulic attacca Rudiger“.

Cosa ha detto di così offensivo? Ha detto, riferendosi a Rudiger: “Già parlava prima della partita, due anni fa a Stoccarda vendeva calzini e cinture e adesso fa il fenomeno.”. Forse un’espressione poco elegante che poteva risparmiarsi. Ma è davvero così offensiva? Nel mondo del calcio si è sentito di molto peggio. E’ razzismo? Evidentemente sì, visto che sul Corriere già dopo poche ore compare in prima pagina con bella evidenza la notizia  riportata a lato in cui si definisce la frase di Lulic come “insulto razzista“. Già in passato ho evidenziato spesso questa strana interpretazione del termine “razzismo”. E faccio di solito degli esempi pratici per mostrare come la parola “razzismo” sia usata troppo spesso e quasi sempre a sproposito. Ma fa comodo perché così si blocca qualunque forma di espressione non proprio favorevole ai neri, all’immigrazione ed alla realizzazione della tanto agognata società multietnica.

Una settimana fa è stata riportata dalla stampa la notizia di violenti scontri etnici in Uganda e in Congo tra militari e milizie separatiste che sostengono il re di Rwenzururu: “ Uganda, 55 morti per indipendenza del Rwenzururu“. Non sapete dove si trova Rwenzururu? Tranquilli, non è grave.

Il re di Rwenzururu”; sembra il titolo di una favola per bambini. Mi scappa da ridere. Migliaia di anni fa in Europa si costruivano città, piramidi, torri, acquedotti, strade, teatri, regge, Troia, Atene, Roma faro di civiltà e Caput mundi, e le sette meraviglie del mondo. Grazie alle scoperte scientifiche ed al progresso tecnologico  siamo andati sulla Luna e stanno già programmando una missione su Marte. E questi, dopo 5.000 anni di storia e di evoluzione sono ancora nelle capanne di fresche frasche. Esattamente come li trovarono i primi esploratori europei che si avventurarono nell’Africa nera. Ma guai a parlare di superiorità della cultura occidentale; sarebbe razzismo. Guai a maltrattare un africano o solo non apprezzarne usi, costumi e tradizioni o non gradire l’insistenza nel volervi vendere cianfrusaglie. Guai a lamentarsi dell’arrivo continuo di migliaia di africani, e non essere disposti a sostenere con grande gioia le spese di soggiorno di questi ospiti non invitati. Guai a dire che bisogna fermare questa invasione che sarà devastante per la nostra civiltà. Basta e avanza per essere accusati di xenofobia e razzismo.

Poi vedi che in Africa sono sempre in atto gravissimi scontri etnici e tribali e si arriva ad autentici genocidi, come è stato in Ruanda e Sudan. Oggi gli scontri sono in  Uganda e Congo, ma sono molti i conflitti etnici e le guerre che insanguinano l’Africa dalla fine del colonialismo e sono in atto ancora oggi. Neri che ammazzano neri e sterminano  intere tribù e fanno pulizia etnica. Se però in Italia guardi storto un africano è razzismo. Se Tavecchio dice che certi giocatori mangiavano banane è razzismo. Se fai degli apprezzamenti non proprio entusiasti sull’estetica della Kyenge è razzismo. Se Lulic dice che Rudiger vendeva calzini è razzismo. In Africa non solo si guardano storto o si accusano di vendere calzini e di mangiare banane, ma si stanno sterminando a vicenda da decenni. E stranamente nessuno accusa gli africani di essere razzisti. Curioso, vero? Allora è inevitabile chiedersi se, forse, queste continue accuse di razzismo per sciocchezzuole insignificanti che con il razzismo non hanno niente a che fare, siano esagerate e fuori luogo e siano usate in maniera strumentale per mettere a tacere qualunque forma di critica nei confronti dell’invasione africana.

Safari e lavapiedi

di , 14 Marzo 2016 23:00

“Non sempre perde il toro…”, è la battuta finale di una vecchia barzelletta. Eccola…

Un turista, recatosi in Spagna per vedere l’Expo di Siviglia, va in un ristorante tipico e, non conoscendo bene la lingua, ordina la solita fettina di carne. Accanto a lui c’è un signore che ha sul piatto due enormi polpettoni al sugo  e li sta mangiando con evidente piacere. Incuriosito chiama il cameriere: “Mi scusi, che piatto è quello che sta mangiando il signore qui a fianco?”.
- Ah senor, es la nuestra especialidad, es un plato muy tipico llamado Pelotas a la Matador.
Il giorno dopo il turista torna nel ristorante e, desideroso di assaggiare la specialità, chiede il famoso piatto. Dopo un po’ il cameriere gli porta due polpettine misere e minuscole. Sorpreso, chiede spiegazioni al cameriere che spiega: “Senor no siempre perde el toro!”.

Già, qualche volta le palle sono quelle del torero. Mi è venuta in mente vedendo questa notizia: “Padre e figlio italiani uccisi nello Zimbabwe, scambiati per bracconieri“.

Le vittime sono Claudio e Massimiliano Chiarelli, padre e figlio, uccisi all’interno di una riserva di caccia. Li vediamo in questa foto presa dal loro profilo Facebook, nel quale mostravano con orgoglio queste enormi zanne di elefante. Già, perché vivono nello Zimbabwe dove, come riporta l’articolo,  il padre Claudio faceva  la guida ed accompagnava i turisti nei safari, mentre il figlio era un cacciatore professionista. Ora, la caccia all’elefante, specie protetta ed a rischio estinzione, è vietata. Il commercio dell’avorio è vietato pure. Allora, dove hanno preso quelle zanne?Saranno frutto di una battuta di caccia del “professionista“, oppure le avranno trovate per puro caso facendo due passi nella savana tanto per favorire la digestione? Non ho molta simpatia, l’ho già detto spesso in passato, per gli amanti dell’avventura, della ricerca del rischio, del pericolo, delle situazioni estreme; quelli che fanno di tutto per mettersi nei guai e poi devono intervenire i soccorsi per salvarli. Quando poi questo amore per l’avventura si realizza facendo il cacciatore professionista nella savana, allora non riesco a provare nessun senso di pietà per le vittime di incidenti sul lavoro.

Questa storia ricorda molto quella di Walter James Palmer, dentista americano che un anno fa fece scalpore e suscitò l’indignazione mondiale, perché pubblicò in rete la sua foto accanto ad un leone appena ucciso nel corso di una battuta di caccia, anche questa  nello Zimbabwe. Ma quello non era un leone normale (premesso che non esistono leoni “normali” che si possono ammazzare), era Cecil, il leone più popolare ed amato dello Zimbabwe, un bellissimo esemplare di 13 anni, con tanto di collare e monitorato dall’università di Oxford, quasi un simbolo della regione e del parco nazionale. Così scrive La Stampa: “Palmer è andato nello Zimbabwe alla fine di giugno, per dare la caccia a un leone. Si è rivolto a Theo Bronkhorst della compagnia Bushman Safaris, e a Honest Trymore Ndlovu, proprietario di un terreno vicino all’Hwange National Park. I due gli hanno detto che per 50.000 dollari si poteva fare. Quindi il primo luglio scorso hanno legato la carcassa di un animale alla loro auto, e l’hanno trascinata nel parco, per attirare un felino verso la postazione dove lo aspettava Palmer. Quando il leone è uscito dai confini della riserva, entrando in un terreno privato, il dentista ha scoccato la sua freccia. Il felino è rimasto ferito ed è scappato, ma dopo un inseguimento durato 40 ore si è fermato sfinito. A quel punto Palmer gli ha sparato, lo ha scuoiato, e gli ha tagliato la testa per farne un trofeo. ”. Bravo, davvero un bel trofeo. Ieri scrivevo della “foto simbolo” dei profughi fermi al confine fra Grecia e Macedonia. Anche questa foto a lato può essere una foto simbolo. Sì, della stupidità umana.

E i nostri italiani d’Africa? “Accompagnavano i turisti nei safari“, dicono. Più o meno quello che facevano i due complici del dentista Palmer. Già, quelli che organizzano safari per ricchi annoiati i quali per distrarsi vanno a rompere i cogl…pardon, le zanne ed altro  a elefanti, leoni, giraffe; quelli che stanchi di star bene, tranquilli e sereni a casa loro, vanno in giro per il mondo, attraversano deserti, giungle e foreste, scalano montagne inesplorate, cercano emozioni forti, l’avventura, l’adrenalina. E per 50.000 dollari tendono la trappola al primo leone che passa, compreso Cecil. Se restassero a casa farebbero meno danni, a se stessi, agli animali, alla natura, e non darebbero ulteriore conferma dell’idiozia umana. Intanto La Farnesina si sta già occupando del caso. Stiamo ancora indagando sulla morte di Giulio Regeni, ammazzato in Egitto, ed ecco un nuovo caso. Sembra che Regeni scrivesse per il Manifesto e facesse il ricercatore. Oggi nessuno fa più mestieri normali come il ragioniere, il meccanico, il barbiere, il calzolaio; sono tutti dottori e ricercatori, oppure artisti. Se proprio non hanno nessuna competenza specifica possono sempre darsi alla politica. Sembra che Regeni stesse “ricercando” in Egitto il funzionamento del sistema sindacale egiziano. Beh, se qualcuno studia i sindacati egiziani (come se non ne avessimo abbastanza in Italia), deve esserci un motivo serio; magari è fondamentale per fornire utili consigli alla Camusso su come organizzare gli scioperi, i cortei, come disegnare gli striscioni, impugnare i megafoni, creare slogan efficaci e soffiare trombette e fischietti a tempo di marcia.  Anche questa è una ricerca utile all’umanità. Tuttavia, visto come va a finire spesso, l’impressione è che l’unica cosa che certi ricercatori ricercano è la maniera di cacciarsi nei guai.

Non abbiamo ancora risolto il caso Regeni, ed ecco il caso Chiarelli. Anche qui scatteranno inchieste, sospetti, depistaggi, congiure e trame segrete, come nel caso del ricercatore ucciso in Egitto? Assisteremo al solito tormentone di comunicati della Farnesina, dichiarazioni del ministro Gentiloni, ipotesi strampalate sulle cause della tragedia e interpretazioni fantasiose dei soliti complottisti? E adesso anche questi li riportiamo a casa con volo di Stato, con passerella delle autorità all’arrivo, funerali di Stato,  cordoglio nazionale? Sì, ormai sembra che questa sia la prassi. Almeno si fa finta che lo Stato si occupi dei cittadini. La cosa curiosa è che, invece che occuparsi dei cittadini vivi in Italia, si occupano degli italiani morti in Africa. Fatta salva la pietà per i morti, non posso fare a meno di pensare che, così come a Siviglia non sempre perde il toro, così nello Zimbabwe non sempre crepa l’elefante. E guardando quella foto penso che quelli che fanno i safari, le guide,  gli accompagnatori, i cacciatori di professione o dilettanti, e tutti quelli che amano scorrazzare per la savana alla ricerca di emozioni forti, e sparano a leoni ed elefanti, giusto per la foto ricordo da postare su facebook, le zanne dovrebbero ficcarsele in quel posto (indovinate dove).

Il Papa e le pulizie di Pasqua.

Papa Bergoglio ha uno spirito creativo, non perde occasione per inventare qualcosa che faccia notizia. Ogni giorno una ne fa e cento ne pensa. Così è sempre in prima pagina. Roba da far invidia a Belen Rodríguez. Ed ecco l’ultimissima della giornata: “Il Papa lava i piedi agli immigrati“.

Ora, già spendiamo 300.000 euro al giorno di spese fisse per il servizio taxi della Marina  che va a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia, poi li accogliamo in deliziosi alberghetti 3 stelle o in agriturismo, gli assicuriamo vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, lavaggio e stiratura, assistenza sanitaria, sindacale e legale, TV satellitare, wi-fi, sigarette, ricariche telefoniche, paghetta settimanale, corsi di lingua e di formazione professionale. C’è davvero bisogno che gli laviamo anche i piedi , la testa, le orecchie e magari anche le palle?  Bergoglio, non è che sta un po’ esagerando?

 

Non è il caso di ripetere cose già dette. Quindi, giusto una breve considerazione. Questo Papa si sta rendendo ridicolo. Quando si esagera con l’ostentazione di una  esasperata, eccessiva, ipocrita forma di pauperismo, falsa umiltà e di amore per i poveri, e si confonde il Vangelo con il Capitale di Marx, si diventa ridicoli e si rende ridicolo anche il cristianesimo e tutta la Chiesa.  L’ho già detto in passato e lo ripeto: non si rende conto di quello che fa, di quello che dice, del suo atteggiamento, delle sue dichiarazioni, delle conseguenze e della strumentalizzazione mediatica del suo operato. Un Papa non può permettersi di avere queste gravissime carenze caratteriali e culturali. Sta distruggendo la Chiesa, la sua storia e sta stravolgendo anche il Vangelo e pure il messaggio di Francesco al quale crede di ispirarsi. E’ la perfetta guida spirituale del cattocomunismo, ma un pessimo capo della Chiesa. Non so, come dicono quelli pratici di profezie, che in San Pietro sia entrato il fumo di Satana. Ma certo se proprio non c’è fumo, c’è almeno una leggera puzza di bruciato. Speriamo che si tratti solo di una stufetta difettosa.

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

di , 20 Dicembre 2015 20:48

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

Renzi esagera

di , 16 Luglio 2015 11:40

Il nostro ciarlatano toscano sta passando il limite. Si può essere parolai, venditori di fumo, presuntuosi, superbi, spocchiosi, boriosi, arroganti, vanitosi, egocentrici, sbruffoni, accentratori, megalomani, narcisisti, altezzosi e via con i sinonimi, ci stanno bene tutti. Il minimo che succeda è che si diventi antipatici. Ma c’è un limite anche all’alterigia. Quando si passa quel limite, non si è più solo antipatici, si diventa ridicoli.

Il nostro instancabile premier è volato in Etiopia per partecipare ad Addis Abeba ad uno dei tanti  incontri, vertici, conferenze, riunioni, proposte dall’ONU per far finta di occuparsi dei problemi del mondo. Non succede nulla, non risolvono nulla e non cambia nulla; ma si spendono un po’ di soldi pubblici, si offre visibilità mediatica ai soliti “grandi” della Terra, si fanno promesse, si sottoscrivono impegni, si visitano luoghi esotici, ci si scambia qualche dono, si portano a casa souvenir per amici e familiari e si è convinti di fare qualcosa di utile. E tutto resta come prima. Ma tutti fanno finta di essere impegnatissimi a lavorare per il bene dei popoli. “L’Italia è un ponte fra Europa e Africa“, dice il nostro fanfarone in versione esportazione. E dopo questa sconvolgente rivelazione (forse resta sveglio la notte per pensarle), azzarda anche una delle sue solite sparate quotidiane che hanno sempre l’aria di essere la soluzione giusta per i guai del mondo. Lui ha sempre la soluzione giusta per tutto; a parole. Dice che per aiutare il terzo mondo non basta accogliere i migranti, bisogna creare lavoro in quei paesi d’origine.

Ora, cosa si può dire di uno che non riesce a rilanciare l’economia e creare lavoro in Italia, e pensa di creare lavoro in Etiopia? O ci è o ci fa. Molto probabilmente non ci fa, ci è proprio. Una cosa è certa, questo ciarlatano non è normale, esagera anche nelle spacconate, perché c’è un limite anche a quelle. Ma Renzi quel limite lo sta superando da tempo. La perla della giornata è l’incipit del suo intervento alla Conferenza. Esordisce (in inglese, ovviamente) scusandosi per il ritardo dovuto al fatto che “ha passato la notte a salvare l’Europa“.  Renzi ha salvato l’Europa. “Cosa fai?”, chiesero alla mosca ferma sulle corna del bue. E la mosca rispose “Stiamo arando“.

E dopo aver salvato il vecchio continente, la nostra mosca toscana adesso vuole salvare anche l’Africa. Poi salverà l’Oceania, il polo Nord, chiuderà il buco nell’ozono, fermerà lo scioglimento dei ghiacci polari, bloccherà il riscaldamento globale e salverà tutto quello che c’è da salvare.  A questo punto si resta senza parole. Si va anche oltre il ridicolo. Quando si superano tutti i limiti, non si è antipatici, non si è più nemmeno ridicoli, si diventa patetici. Ed il problema non è più linguistico e semantico, diventa un caso clinico, patologico.

I ladri d’Italia

di , 2 Marzo 2015 16:47

Si sono impadroniti dell’Italia, ne hanno fatto “cosa nostra”, l’hanno ridotta in pezzi e la stanno svendendo in offerta speciale ad affaristi arabi e cinesi, la stanno dando in comodato gratuito, la stanno regalando al miglior offerente. Hanno fatto dell’Italia terra di conquista per orde di nuovi barbari che stanno invadendo città e campagne, grazie all’ignavia dei governanti ed alla complicità interessata degli sciacalli che sfruttano la disperazione e le tragedie di guerre e persecuzioni; grazie al finto buonismo umanitario di chi campa sull’accoglienza di profughi veri o presunti e disperati di ogni provenienza, realizzando profitti milionari; grazie all’indifferenza di chi governa e con il sostegno morale di una sinistra sempre fedele al vecchio motto “Tanto peggio, tanto meglio”; grazie alla benevolenza di una magistratura che chiude non uno, ma due occhi su reati e malefatte quotidiane di centinaia di migliaia di immigrati che, senza casa e senza lavoro, non avendo fonti di sostentamento, hanno come unica risorsa la malavita e scorrazzano tranquillamente per la penisola dediti a furti, rapine, spaccio di droga, prostituzione, e costituiscono un pericolo sempre più crescente ed insostenibile per la sicurezza dei cittadini e finiranno per scatenare conflitti e disordini sociali.  Hanno rubato l’Italia agli italiani.

Questo stanno facendo. Ma l’Italia non è roba loro, non l’hanno ricevuta in eredità da chi ha combattuto le guerre d’indipendenza, da Mazzini, da Garibaldi, da chi ha dato la vita per l’unità d’Italia e per dare agli italiani un’unica patria, dagli eroi di Vittorio Veneto, per regalarla a cinesi, arabi e africani. L’Italia non è di Matteo Renzi, un ciarlatano che non è nemmeno stato eletto dai cittadini, ma è passato direttamente dall’ufficio di sindaco di Firenze a Palazzo Chigi a governare l’Italia e rappresentarla nei convegni e negli incontri internazionali. L’Italia non è nemmeno di Laura Boldrini, presidente della Camera, arrivata in Parlamento grazie all’accordo elettorale del suo partito SEL con il PD. Un partito che ha raccolto il 3% dei votanti, quindi nemmeno il 3% degli elettori e tanto meno degli italiani. Ed una persona che, ad essere buoni, rappresenta neanche il 2% degli italiani diventa di colpo presidente della Camera, la terza carica dello Stato. Con quale legittimazione popolare? Chi rappresenta? Eppure, in virtù del ruolo istituzionale ricoperto,  gode di ampio spazio mediatico, presenzia a cerimonie pubbliche, compie viaggi di rappresentanza all’estero, difende a spada tratta e propugna quotidianamente la sua idea di terzomondismo, immigrazione senza controllo, accoglienza ed assistenza dei migranti e, forte di quel 2% (circa 1.200.000 italiani), si sente legittimata a parlare a nome di 60 milioni di italiani. Eppure questo obbrobrio è ciò che chiamano “democrazia rappresentativa“.

L’Italia non è nemmeno di Cécile Kyenge, arrivata in Italia dal Congo e, grazie alla copertura dei preti, è riuscita a studiare e laurearsi, per diventare poi ministro per l’integrazione e parla e sparla a sostegno dell’immigrazione e dice che gli immigrati sono una preziosa risorsa e che  “La terra è di tutti”; mentre nella sua terra natale, non solo la terra non è di tutti, ma si scannano in lotte tribali per il possesso di un pozzo o di quattro mucche. Ma poi arriva in Italia si sente autorizzata a darci buoni consigli, imporre la sua visione del mondo, decidere come dobbiamo comportarci con gli invasori e dare lezioni di etica, pacifismo, tolleranza, accoglienza, solidarietà e diritti umani. Siamo davvero all’assurdo, al surrealismo puro: una congolese, appena arrivata dall’Africa, dove ancora milioni di persone vivono nelle capanne di fango,  che  pretende di dare lezioni di morale e diritti umani agli eredi di Roma che fu la patria del diritto e di tante altre cose che ne fecero la Caput mundi,  il faro di civiltà del mondo antico; una civiltà che  realizzò strade, acquedotti, teatri, basiliche, opere letterarie, capolavori d’arte, codici di diritto ed opere di ogni genere, cose che nel suo paese, dopo 2.000 anni, ancora se le  sognano.

L’Italia non è della Caritas e nemmeno delle associazioni umanitarie o cooperative rosse che guadagnano milioni di euro sull’accoglienza degli immigrati e l’assistenza agli zingari. L’Italia non è di quei buonisti e terzomondisti ad oltranza che amano predicare accoglienza per tutti, perché tanto non pagano di tasca propria, anzi ci guadagnano. L’Italia non è di questa gentaglia, cialtroni, tribuni improvvisati, volontari sovvenzionati con soldi pubblici, pseudo politici finto progressisti e finto buonisti col cuore a sinistra ed il portafoglio a destra, professionisti della carità che incassano milioni di euro o dollari da contributi pubblici, dall’ONU, dall’Unione europea o da donazioni private e vivono tra alberghi 5 stelle, palazzoni e lussuosi uffici in ogni area del globo ed usano gran parte degli introiti non per sfamare i poveri del mondo, ma per sostenere, finanziare e tenere in piedi le loro stesse associazioni. Chi volesse saperne di più sul business delle associazioni umanitarie legga “L’industria della carità” di Valentina Furlanetto. L’Italia non è roba loro, non è dei ciarlatani interessati a vendere la loro mercanzia ideologica avariata, taroccata, contraffatta  come i prodotti cinesi. L’Italia non è dei terzomondisti di facciata o dei buonisti ipocriti della domenica che ciarlano di accoglienza e tolleranza sorseggiando champagne nelle terrazze romane, ben distanti dal degrado dei campi rom, da Lampedusa, dai centri di accoglienza o dalle periferie urbane degradate, che sono  in completa balia di bande di delinquenti stranieri, dove gli italiani hanno paura ad uscire di casa e si sentono stranieri in casa loro.

L’Italia  è degli italiani, di quelli veri, quelli che ogni mattina si alzano e lavorano nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nei laboratori artigianali, nei negozi, negli ospedali; quelli che poi, terminato il lavoro, assillati da mille adempimenti fiscali e burocratici, devono anche pensare ai problemi della casa, dei figli, delle interminabili file in banca o alle poste, negli uffici pubblici, negli inestricabili labirinti della burocrazia a combattere contro uno Stato persecutorio nei confronti del cittadino; quelli che hanno sempre bollette, affitti, mutui, tasse e balzelli da pagare; quelli che lavorano e producono, che a fatica riescono ancora a mettere insieme il pranzo con la cena; quelli che non hanno tempo per fare fiaccolate, marce della pace o partecipare a cortei, convegni terzomondisti e manifestazioni umanitarie per la fame nel mondo, perché la fame ce l’hanno in casa; quelli che il volontariato lo fanno tutti i giorni a casa loro, assistendo familiari anziani o malati; quelle che non hanno tempo di scendere in piazza Duomo a farsi fotografare sorridenti con bandiere islamiche e non vanno in paesi stranieri dove ci sono guerre in corso a proporre progetti umanitari per ribelli e guerriglieri, per poi farsi rapire e rientrare in pompa magna in Italia con volo di Stato, ministro degli esteri ad accoglierle e, forse, dietro riscatto milionario pagato dagli italiani; quelli che non ne possono più di pagare tasse esorbitanti ed inique per sostenere politicanti incapaci, inutili, corrotti, traditori della patria.

L’Italia è di quegli italiani che sono al limite della sopravvivenza, che a malapena arrivano a fine mese, che mangiano alla Caritas, che  rovistano nei cassonetti per recuperare scarti dei mercati,  e che devono pagare tasse salatissime per sostenere le spese di accoglienza di immigrati che arrivano da noi sapendo di trovare il Paese di Bengodi dove, senza far nulla, avranno tutto gratis: vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, sigarette, ricariche telefoniche, assistenza sanitaria, assistenza legale e sindacale e paghetta settimanale; e che ci costano mediamente 1.000 euro al mese, mentre milioni di pensionati italiani campano con meno di 500 euro. Se tutto questo vi sembra normale dovreste cominciare a preoccuparvi per la salute mentale. L’Italia non è dei Renzi, Boldrini, Kyenge o delle cooperative rosse che “guadagnano più con gli immigrati che con la droga“. L’Italia è di quegli italiani che prima o poi perderanno la pazienza, imbracceranno i forconi e cacceranno questa gentaglia infame a calci nel sedere e li spediranno via mare su barconi scassati, verso quei lontani paesi che fanno finta di amare. Una volta i traditori della patria venivano condannati con ignominia e messi al muro. Oggi governano l’Italia.

Le Pen, democrazia e libertà limitata

di , 22 Gennaio 2015 16:31

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

Bollettino dei migranti

di , 20 Luglio 2014 22:22

I migranti sono nostri, vivi o morti; Dio ce li ha dati, guai a chi li tocca. Anzi, per evitare che ce li freghino, che so, Malta, la Spagna o la Tunisia, non aspettiamo nemmeno che arrivino a Lampedusa; andiamo a prenderli direttamente appena partono, in acque libiche, come è successo pochi giorni fa e come succede spesso (“Immigrazione, indagini su presunto naufragio: 60 morti“): “Un nuovo naufragio, con un possibile bilancio di circa 60 morti, sarebbe avvenuto in acque libiche a una trentina di miglia dalla costa.” (ANSA).  Chiaro? In futuro, però, pensiamo di poter fare anche meglio. Andremo a prenderli addirittura prima che partano: direttamente dalla spiaggia.

La media degli arrivi è sempre intorno ai mille sbarchi quotidiani. Giorni fa al TG hanno riferito che nelle ultime 24 ore erano sbarcati in 2.500. Ma di questa notizietta sui siti in rete non c’era traccia, almeno nei principali quotidiani. Forse ormai è talmente normale che ogni giorno arrivino migliaia di migranti che non fa più notizia. A meno che non ci siano dei morti. Allora bisogna mettere la notizia bene in evidenza, specie se ci sono donne e bambini, per suscitare la pietà dei cittadini e predisporci mentalmente all’accoglienza di tutti i disperati del mondo.

Nello stesso TG in cui si annunciavano i 2.500 arrivi di “preziose risorse“, come li chiamano Boldrini, Kyenge, la Caritas, i buonisti italici e tutte le cooperative, onlus, associazioni varie che sull’accoglienza dei migranti ci campano, si dava anche un’altra curiosa notizietta: la polizia di Pistoia ha inviato delle lettere a Comune, provincia ed Enti vari, per comunicare che non potevano assicurare il servizio in quanto non avevano soldi per la benzina delle auto. (Vedi video TGManca carburante per le volanti“).  Anche di questa notizia non c’è traccia su agenzie stampa e quotidiani in rete. Meglio non ricordare che gli italiani sono alla fame, che ci sono dieci milioni di poveri, che la polizia non può garantire il servizio perché non ha i soldi per la benzina. Altrimenti la gente potrebbe chiedersi come mai la polizia è senza benzina,  ma abbiamo soldi da spendere e spandere per finanziare quella specie di servizio “Taxi di mare” al servizio  dei migranti che è l’operazione Mare nostrum, che ci costa solo di spese vive 300.000 euro al giorno; alle quali vanno aggiunte poi, è bene ricordarlo, le spese di accoglienza, vitto, alloggio, assistenza sanitaria, annessi e connessi.

Ecco, a lato, una rassicurante notizia di circa 20 giorni fa; 5.000 immigrati sbarcati nell’arco di due giorni. E non siamo certo alla fine, anzi, vista la buona stagione, il numero degli sbarchi è destinato a crescere.  Una situazione insostenibile, sia sotto l’aspetto economico che su quello sociale, in quanto l’accoglienza incontrollata di decine di migliaia di persone senza arte né parte, che si aggiungono ad altre centinaia di migliaia di immigrati arrivati negli anni scorsi, ai quali non siamo in condizioni di assicurare una sistemazione decente, né lavoro, né casa, né assistenza, a lungo andare generano pericolosi conflitti sociali, rischi per la sicurezza e incrementano la criminalità, con tutte le conseguenze del caso e possono sfociare in gravi tumulti, proteste o rivolte. Per non citare il pericolo di rischi di carattere sanitario (vedi l’esplosione dell’epidemia di Ebola in Africa, che ha già causato centinaia di morti e che si fa fatica ad isolare e tenere sotto controllo) che sono quasi una naturale conseguenza dell’arrivo di migliaia di persone, senza alcun controllo preventivo sulle loro condizioni sanitarie. (Vedi “Ebola, epidemia fuori controllo“)

Ma i buonisti ipocriti di casa nostra dicono che non c’è pericolo. Anzi, sollecitano maggiori interventi e fondi per garantire una migliore accoglienza a tutti i disperati del mondo. Lo ripete spesso anche il Papa; “gli immigrati non sono un’emergenza“, dice. Certo, infatti in Vaticano  non si vedono immigrati e Piazza San Pietro non è invasa, come il resto d’Italia, da ambulanti marocchini o senegalesi che vendono cianfrusaglie. Non se ne vedono proprio in circolazione. Ecco perché per il Papa non sono un problema. Anzi, lamenta poca attenzione verso i migranti e, tanto per non smentirsi, ci accusa di xenofobia e razzismo (normale, questa è la classica litania dei buonisti). Evidentemente quello che già facciamo, a spese nostre, non è abbastanza. Dovremmo fare di più, dice il Papa, e garantire più diritti; a costo di farci aumentare le tasse e toglierci il pane di bocca. Quelli che ce l’hanno, visto che milioni di italiani fanno fatica anche a comprarsi il pane. Ma il Papa dice che facciamo poco. E se lo dice il Papa…( Vedi “Caro Papa ti scrivo, così mi distraggo un po’“)

Lo dice anche Laura Boldrini che, forte del prestigio e delle opportunità comunicative della carica ricoperta,  non perde occasione per cantare le litanie quotidiane del buonismo internazionale e terzomondista. Dice che l’immigrazione non è un problema, anzi, come ha ripetuto spesso in passato, è una risorsa:  (Boldrini nega anche l’evidenza: Nessuna invasione“). Non è strano che Il Papa e la sinistra militante, in prima fila i “comunisti” mangiapreti vendoliani ex Rifondaroli (quelli che hanno portato Boldrini in Parlamento) ed i Radicali (ricordate PannellaBonino in piazza dietro i cartelli “No Vat“?), abbiano la stessa posizione in merito agli immigrati? Come è possibile che il Papa ed i mangiapreti vadano a braccetto? Non sono quelli che, quando la Chiesa esprimeva condanna verso l’eutanasia (ricordate il caso Englaro?), scendevano in piazza rivendicando la laicità dello Stato e  condannando a gran voce qualsiasi tipo di interferenza del Vaticano? Certo che sono loro. Ma allora, perché adesso che il Papa si occupa dell’accoglienza dei migranti, che è una precisa competenza dello Stato italiano, non protestano e chiedono al Papa di non interferire?  Hanno la “laicità” col timer che funziona a tempo, secondo le circostanze? Sì, è l’ennesima dimostrazione pratica dell’ipocrisia connaturata della sinistra.

La Boldrini, dall’aria costantemente afflitta, specie quando parla di migranti, è difficilmente classificabile all’interno delle normali categorie umane. Appartiene a quella specie di umani che hanno il dono speciale di risultare antipatici subito, a prima vista. Quando li senti parlare poi saresti tentato di convertirti alla Jihad e immolarti per la guerra santa contro gli infedeli. Ma non c’è bisogno di insultarla o di dedicarle epiteti poco lusinghieri. Basta lasciarla parlare e si insulta da sola. E’ un insulto vivente alla razionalità, alla logica e perfino al semplice buon senso. E’ la dimostrazione pratica di come la deleteria ideologia sinistra possa obnubilare la mente umana.

Secondo lei, più di 60.000 immigrati arrivati in Italia, nei primi sei mesi dell’anno, non sono un’invasione. Forse sono un gruppetto di amici col gusto dell’avventura che scelgono di venire in Italia per un periodo di riposo e svago gratuito (offriamo noi). Anzi, sono pochi, dovremmo augurarci che ne arrivino molti di più.  In Africa, dice, ne accolgono 14.000.000. Sì, Boldrini, ma nell’intero continente africano; capisce la differenza? Quindi, secondo lei, anche noi dovremmo accoglierne molti di più. Anzi, più ne arrivano, meglio è, perché sono “preziose risorse” e, soprattutto dovremmo prendere esempio da come trattano gli africani in casa loro,  dovremmo “imparare dall’Africa“.

Dice Boldrini: “L’Africa ne ospita circa 14 milioni. In uno Stato fragile con una popolazione di dodici milioni di persone,  come il Ciad, hanno trovato rifugio quasi mezzo milione di persone. E, dunque, è dall’Africa che dobbiamo imparare, è all’Africa che dobbiamo guardare quando parliamo di ospitalità, di generosità, di responsabilità.”. Ospitalità, generosità, responsabilità? Ma di che parla? Qualunque commento a queste parole sarebbe al limite dell’insulto. Quindi, per carità cristiana, sorvoliamo.

Di quale Africa parla Boldrini, di quale ospitalità e generosità? Dei genocidi che da decenni hanno provocato milioni di morti? Di questo massacro in Sudan proprio di due masi fa? (Pulizia etnica in Sud Sudan). Oppure bisogna ricordarle cosa è successo in Ruanda? La nostra Boldrini deve avere la memoria corta, oppure soffre di improvvise e momentanee   amnesie. Dimentica di dire che il Ciad ha un territorio che è almeno il doppio dell’Italia e che i rifugiati sono scappati a causa delle guerre tribali degli stati confinanti; quelli dove gli “africani buoni” (come li vede la Boldrini, affascinata dal mito del buon selvaggio di Rousseau), da decenni si scannano fra loro, sterminano villaggi e intere comunità, arrivano al genocidio, come in Ruanda o, di recente,  in Sudan, dove hanno provocato centinaia di migliaia di morti e circa 2 milioni di sfollati (mai sentito parlare dei “diavoli a cavallo” del Darfur?). Questo succede nell’Africa tanto amata dalla Boldrini, dove gli integralisti islamici stanno attuando la più spietata Jihad, dove si bruciano le chiese cristiane, possibilmente con i cristiani dentro o, come succede in Nigeria ad opera dei terroristi islamici di Boko Haram, si sequestrano 200 ragazze per obbligarle a convertirsi all’islam, per  rivenderle o renderle schiave.  E’ questa l’ospitalità e la generosità africana? E’ questa l’Africa dalla quale dovremmo imparare?. Boldrini, ma ci faccia il piacere…direbbe Totò.

A proposito di migranti, immigrati e buonisti vari, vedi una serie di post: “Preziose risorse“.

Creatività e movimento

di , 3 Maggio 2014 12:17

Camminare stimola la creatività. Lo dicono i ricercatori della Stanford University. In America sono tutti ricercatori, sembra che non ci siano altre attività. Così, tanto per dimostrare che la ricerca è una cosa seria che merita i lauti finanziamenti pubblici e privati, periodicamente devono rivelare al mondo una qualche “scoperta“, di quelle geniali e fondamentali per il progresso umano. Più o meno, il lavoro di questi ricercatori ha lo stesso impatto sociale del lavoro del Parlamento europeo; quello che stabilisce la curvatura delle banane e la circonferenza del pisello.

 Gli americani hanno una passione speciale per la ricerca, ce l’hanno nel sangue. Tanto che anche quando sono in ferie o in vacanza, pur di tenersi in allenamento, i ricercatori si ricercano a vicenda. Noi da piccoli giocavamo a nascondarello, loro giocano a “ricercarello“.  Sono così ossessionati dalla ricerca che anche quando si riposano (tipo la nostra pausa caffè) si concedono una pausa letteraria e   vanno “alla ricerca del tempo perduto“. E una volta trovato il tempo, visto che hanno tempo, ricominciano a ricercare il modo di farsi finanziare altre ricerche sull’utilità della ricerca. Non è male come occupazione; sempre meglio che lavorare.

Bene, la grande scoperta di oggi è che  “Pensiero e movimento sono legati fra loro; camminare rende più creativi“. Camminate, gente, camminate e diventerete tutti geni (o quasi). Lo dicono i ricercatori americani. Se avete difficoltà a fare footing o jogging all’aperto, in un bel prato verde, va bene anche il tapis roulant (lo dicono i ricercatori). Oggi un tapis roulant ce l’hanno tutti, cani e porci. Voi non ce l’avete? Ma siete proprio sfigati. Va bene, fate le scale del palazzo; su e giù, su e giù, e la creatività vi uscirà dalle orecchie. Contenti? Del resto è risaputo che gente come Mozart, Kant, Galilei, Einstein, avevano l’abitudine di cominciare la giornata con una serie di flessioni, esercizi a corpo libero ed una salutare corsetta in città. E’ così che nascevano le loro intuizioni; correndo. Mozart si portava appresso il suo quadernetto musicale; correva e scriveva (minime, crome, biscrome), scriveva e correva.

Galilei, in questo, era un po’ penalizzato; non poteva correre e portarsi appresso il telescopio. Però correva, anche se un po’ impacciato, perché non c’erano ancora le tute e correva bardato con un lungo pastrano nel quale, infatti, inciampava continuamente. Correva e, con gli occhi al cielo,  scrutava gli astri. Ecco perché, non prestando molta attenzione a dove metteva i piedi, spesso tornava a casa mezzo pesto;  a causa delle cadute e delle tremende capocciate per terra che gli facevano vedere le stelle, anche senza telescopio!

La nuova teoria dei “camminatori creativi” trova riscontro, infatti, nella realtà. I popoli più creativi sono proprio quelli più abituati a camminare. Più camminano e più sono creativi. Infatti, chi sono i grandi creativi del pianeta? Sono i camminatori per eccellenza, quelli che non hanno rivali, sbaragliano gli avversari e vincono tutte le maratone e le gare podistiche nel mondo. Sono sempre gli stessi atleti provenienti dall’Africa, specie da Kenya ed Etiopia. Terre che, notoriamente, sono una fucina inesauribile di idee, invenzioni, scoperte e creatività in tutti i campi della scienza, dell’arte, della letteratura, la musica, la poesia, la medicina, la fisica, l’architettura. Ed il loro segreto è proprio quello; sono camminatori instancabili.

I nostri ricercatori made in USA sono così convinti della bontà della loro scoperta, fondata sulla strettissima interdipendenza fra pensiero creativo ed attività pedestre,  che quel principio lo applicano quotidianamente come metodo di lavoro. Camminano e ricercano, ricercano e camminano, camminano e pensano, pensano e camminano. E’ quel che, dalle nostre parti, si dice “ragionare con i piedi”.

Ecco perché si vede tanta gente che corre in città, nei parchi, in campagna. Ecco perché si organizzano ovunque gare podistiche e maratone. Non è solo sport; sono tutti aspiranti “creativi“. Corri, ragazzo, corri. Hai voglia di correre, puoi fare anche la maratona tutti i santi giorni, ma se sei scemo, scemo sei e scemo rimani. Alla faccia dei ricercatori americani. Punto. Punto, due punti e  punto e virgola. Ma sì, abbondiamo, che poi dicono che siamo meridionali, che siamo tirati…

A proposito di creatività, vedi: “Creativi si nasce. Alberoni si diventa…”.

Telethon for Brunetta

di , 12 Dicembre 2012 14:37

L’ex ministro Brunetta ha dichiarato di essere in difficoltà economica: “Non ho i soldi per pagare l’IMU“. Dice che ha dovuto chiedere un prestito in banca per pagare la tassa! Scatta subito la solidarietà internazionale.  La prima iniziativa è un’edizione speciale di Telethon “L’Imu…rtacci tua!”, per raccogliere fondi da destinare all’ex ministro. Anche all’estero nascono varie iniziative. Dalla  Libia è già partita una nave carica di datteri, nei Caraibi è iniziata una  raccolta di banane ed in Arabia parte la campagna “Un cammello per Brunetta“. Lì, avendo qualche problema a fare campagne tramite Sms, preferiscono gli scambi in natura. A Nairobi stanno organizzando un grande concerto per il nostro Renatino “Africa for Brunetta“. Già, il nostro ex ministro si chiama Renato, come il grande Rascel e Renato Zero. Ma Rascel era più alto e Zero è più serio (il che è tutto dire!).

Anche diverse associazioni umanitarie hanno lanciato una raccolta fondi attraverso l’invio di un sms solidale, chiedendo due euro per la campagna “Salva il ministro povero“. Povero ministro, com’è caduto in basso. Del resto non è difficile per lui cadere in basso, visto che è già terra terra; più basso di così c’è solo la Bassa padana. Così basso che, data la statura, non potendo fare il ministro intero, faceva il ministro part time, a mezzo servizio. Una specie di “Mezzo ministro“. Ce ne vogliono due per fare un ministro intero.

E poi c’è ancora qualcuno che non capisce l’ondata di antipolitica e la disaffezione dei cittadini per questa classe dirigente. Molti anni fa Renzo Arbore costituì un’orchestrina; si chiamava “I senza vergogna“. Se dovessero ricostituire la formazione musicale potrebbero chiamare il nostro ministro senza vergogna e nominarlo direttore della banda. Se lo è meritato sul campo, per alti meriti. Beh, non proprio alti; diciamo alticci!

Africa for Italy

di , 19 Novembre 2011 19:12

Stiamo attraversando una crisi profonda e difficile da superare. Per fortuna, però, non siamo soli. Possiamo contare sul sostegno e gli aiuti concreti di paesi amici. L’Egitto, per esempio, ci ha appena inviato un barcone carico di 170 immigrati i quali, notoriamente, sono una preziosa risorsa umana ed una ricchezza. Altre preziose risorse umane ci arriveranno prossimamente da Algeria, Tunisia e Libia e  daranno un notevole contributo al superamento della crisi.  Una generosa mobilitazione generale dei paesi africani per dare un aiuto concreto alla nostra povera Italia disastrata. Una specie di iniziativa umanitaria “Africa for Italy“. Grazie…

Anche l’erba non è più quella di una volta…

di , 27 Giugno 2005 19:52

Nel corso dell’assemblea annuale degli animali erbivori, tenuta alle falde del Kilimangiaro e moderata da Licia Colò, le gazzelle hanno denunciato pubblicamente la crescente scarsità di pascoli e le continue aggressioni subite da parte dei leoni. In una mozione finale, votata all’unanimità, si chiede l’intervento dell’ONU e la protezione dei caschi blu. Varie associazioni ambientaliste e pacifiste hanno indetto una marcia di solidarietà per sensibilizzare l’opinione pubblica.

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NEWS…" SMS contro la febbre del pianeta "…

di , 30 Novembre 2003 14:11

ANSA) – ROMA, 30 NOV – Un sms per migliorare la qualita’ dell’aria. E’ partita ‘Liberalaria, 12 giorni per il Pianeta’, la campagna di Legambiente e Kyoto Club. E’ stata lanciata nella giornata conclusiva del VII Congresso nazionale di Legambiente. Per alleviare la febbre del pianeta basta inviare un euro via telefonino (al 44770): si contribuira’ cosi’ alla costruzione di una fattoria a energia eolica in Africa. © ANSA Ogni giorno ne inventano una nuova. Ma davvero realizzare una fattoria in Africa…allevia la febbre del pianeta? In che modo? Non si sa più se ridere o piangere. Se il pianeta ha la febbre non sarebbe meglio imbottirlo con massiccie dosi di aspirina ? Ma davvero c’è qualcuno che crede di risolvere i problemi dell’Africa costruendo un pozzo qui, una scuola là e una cappella più avanti…o una fattoria a energia eolica? Ma dove sono finiti quei fiumi di denaro che sono stati donati alle popolazioni africane in questi decenni? Nessuno ne sa niente? E come mai, nonostante tutti gli aiuti internazionali…le popolazioni africane sono ancora nelle capanne o…poco più in là ? E come mai, nonostante le condizioni disperate in cui versano, continuano a sterminarsi a vicenda? Ok, basta e avanza.
Riferimenti: ( Torre di Babele )

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