Categoria: Musica

Morire cantando

di , 4 Dicembre 2017 20:09

La musica nuoce gravemente alla salute? Sembrerebbe di sì, visto quanti cantanti muoiono giovani. Ma sarebbe un errore. Anzi è risaputo che la musica ha un effetto psicofisico positivo e perfino terapeutico. Anche le mucche, se ascoltano musica, producono più latte (sembra che abbiano una particolare predilezione per Mozart). Qualcuno ha provato a diffondere musica perfino nei vigneti e pare con ottimi risultati sulla produzione (“I vigneti che ascoltano Mozart”). La musica ormai viene riconosciuta ed usata come terapia complementare per diverse patologie. E allora perché tanti musicisti muoiono giovani? E non solo oggi e non solo cantanti pop. Anche gloriosi musicisti del passato se ne sono andati giovanissimi. Pensiamo a Mozart, morto nel 1756 a 35 anni, a Chopin, morto nel 1849 a 39 anni, a Felix Mendelssohn, morto nel 1847 a 38 anni. Basta e avanza per far sorgere il dubbio che la musica, almeno un po’ porti sfiga e danneggi la salute.  Ma anche questa è una sensazione sbagliata.

Mi viene in mente questo curioso dubbio ogni volta che qualche artista famoso scompare in giovane età.  Allora tornano alla mente nomi e volti di cantanti morti giovanissimi per cause diverse; lo stress di una vita sempre vissuta ai limiti, l’uso eccessivo di farmaci, alcol e droghe, o micidiali mix di queste sostanze,  incidenti stradali, suicidi o malattie “incurabili” (come si usa chiamarle oggi). L’elenco sarebbe lungo. Vediamo di ricordarne qualcuno, citando l’età,  la data di morte e inserendo il link a video di pezzi celebri degli artisti scomparsi. Può essere l’occasione per chi li ha dimenticati di riascoltarli. Sono volti e voci che hanno accompagnato la nostra gioventù. Forse per questo tendiamo ad immaginarli sempre come erano da giovani, come se non dovessero mai invecchiare e, ancora meno, morire. E’ un trucco mentale che usiamo per ingannare noi stessi. In tal modo, anche noi continuiamo a sentirci più giovani nello spirito e nella mente. Quello che vediamo invecchiare giorno dopo giorno, anno dopo anno, è solo il nostro volto riflesso nello specchio; la nostra personale versione del “Ritratto di Dorian Gray“.

Forse il caso che fece più scalpore fu la morte di Elvis Presley, il re del rock and roll, morto nel 1977 a 42 anni (Da “Jailhouse rock” a “My way“) . Così incredibile che i fan non ci credevano, non volevano accettare la notizia e ancora oggi qualcuno sostiene che “Elvis non è morto“. Anzi, alcuni amanti del complottismo dicono di  averlo visto, vivo e vegeto e con una lunga barba bianca, festeggiare i suoi 82 anni a Graceland. Allora, con i miei risparmi e molto impegno, avevo creato la mia bella “Radio S” (era l’epoca d’oro in cui nascevano le radio libere) e stavo giusto conducendo un programma quando Radio Montecarlo diede la notizia (fu la prima a darla) della morte di Elvis. Così rilanciai la notizia e cominciai una lunga diretta facendo ricorso a ricordi personali, note biografiche e la quasi completa discografia che avevo a disposizione. Un po’ come le “Maratone” di Mentana ogni volta che ne ha l’occasione ed il pretesto.

Ma l’elenco dei cantanti pop morti giovani è lungo. Solo per restare in USA, basta fare i nomi di Jimi Hendrix (morto nel 1970, a 27 anni) e di Janis Joplin che lo seguì poco dopo, ottobre 1970, anche lei a 27 anni. E ancora Nat King Cole, artista di grande successo negli anni ’50/’60, passato da pianista  jazz degli esordi a cantante con un repertorio confidenziale grazie ad una voce calda e vellutata, morto nel 1965 a 46 anni (Las mananitasNoche de ronda - Adelita)Tony Williams, voce solista dei Platters (Only YouSmoke Gets In Your EyesThe Great PretenderMy prayer), gruppo che ebbe uno straordinario successo mondiale negli anni ’50, morto nel 1992 a  64 anni, John Denver, idolo della musica country (1997, 54 anni), Nicolette Larson, morta anche lei nel 1997 a 45 anni. A lei ho dedicato 9 anni fa uno dei miei video su YouTube con una delle sue canzoni più belle, un brano country dal suo primo album “Nicolette“: “Come early morning‘”. E come dimenticare altre glorie del pop come Freddie Mercury, voce e leader dei mitici Queen (1991, 45 anni), Michael Jackson (2009, 51 anni), John Belushi, indimenticato interprete di “Blues Brothers“, morto nel 1982 a soli 33 anni (Due  perle:  “Think” con Aretha Franklin e “Can you see the light” di James Brown), Jim Morrison dei Doors, morto nel 1971 a 28 anni, Bob Marley, il mito giamaicano della musica reggae, morto nel 1981 a 36 anni, Frank Zappa, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, morto nel 1993 a 53 anni, ed il re della country music, Jonny Cash, morto nel 2003 a 71 anni,  Woody Guthrie, morto nel 1967 a 55 anni, il più popolare cantante folk al quale si sono ispirati tutti i successivi folk singer (compreso Bob Dylan ad inizio carriera), o John Lennon morto nel 1980 a 40 anni ad opera di un pazzo che gli ha sparato. Una menzione speciale merita la grande Judy Garland, cantante e attrice di grande talento, madre di Liza Minelli, interprete di un film cult “Il mago di Oz“, in cui canta “Over the Rainbow“. A causa della dipendenza da farmaci, che ne minarono gravemente la salute, morì nel 1969 a 47 anni. Chiudo con uno dei più grandi, dalla voce ruvida, graffiante, potente ed inconfondibile, Joe Cocker, morto nel 2014 a 70 anni. La sua esibizione a Woodstock nel 1969 resta uno degli eventi storici ed indimenticabili della storia del rock: (With A Little Help from My FriendsCry me a river).

Ma per restare in casa nostra, sono tanti i nomi di chi ci ha lasciati per varie cause; dall’incidente stradale, come Fred Buscaglione morto nel lontano 1960 a 39 anni, e Rino Gaetano morto nel 1981 a 30 anni, a malattie varie. Anche a Gaetano dedicai un video con la sua celebre “Nuntereggae più“. O che si sono tolti la vita, come Luigi Tenco a Sanremo nel 1968 a 29 anni, o Gabriella Ferri nel 2004 a 62 anni. Altri sono morti per malattia, giovani o non proprio giovanissimi, come Franco Califano (2013, 75 anni), Sergio Endrigo (2005, 72 anni), Enzo Iannacci (2013, 78 anni), Umberto Bindi (2002, 70 anni), Little Tony (2013, 72 anni), Remo Germani (2010, 72 anni), Lucio Dalla (2012, 69 anni). Vediamo di ricordarne qualcuno: Claudio Villa (1987, 61 anni), Carlo Buti, morto nel 1963 a 61 anni, una delle più  belle  voci ed  interprete di grandi successi e  delle più celebri canzoni della storia della musica leggera italiana (Il primo amoreMammaSignora fortunaFirenze sognaReginella campagnolaChitarra romanaViolino tzigano),  Domenico Modugno (1994, 66 anni), Mino Reitano (2009, 65 anni), (2010, Giorgio Gaber (2003, 64 anni), Mia Martini ( 1995, 48 anni), Fabrizio De Andrè (1999, 59 anni), Lucio Battisti (1998, 55 anni), Giuni Russo (2004, 53 anni), Toni Del Monaco (1993, 58 anni), Herbert Pagani (1988, 44 anni), Bruno Lauzi (2006, 69 anni), Augusto Daolio, voce e leader dei Nomadi (1992, 45 anni), Stefano Rosso (2008, 60 anni), Pierangelo Bertoli (2002, 60 anni), Pino Daniele (2015, 60 anni). Ho certo dimenticato qualcuno; ma anche così questo breve elenco, tenuto conto che i cantanti di successo non sono poi tantissimi (se provate ad elencare i nomi, forse non riuscite a metterne insieme un centinaio),  è un’ecatombe, una strage.

 E chiudo questo strano post musical-necrologico citando 4 artisti sardi morti tutti per malattia.  Maria Carta, una delle voci più belle e famose della Sardegna, morta nel 1994 a 60 anni. Anche a lei ho dedicato due video su YouTube con due tradizionali canzoni sarde “Trallalera” e “Muttos de amore” e lo sfondo di splendide immagini della Sardegna. Andrea Parodi, inconfondibile voce dei Tazenda, morto nel 2006 a 51 anni. In questo video Maria e Andrea cantano insieme una delle più belle canzoni sarde “No potho reposare“. Marisa Sannia, che ebbe un buon successo anche a livello nazionale (nel 1968 si classificò seconda a Sanremo con “Casa bianca” di Don Backy), morta nel 2008 a 61 anni. In questo video una canzone “It’è sa poesia“, dal suo ultimo album “Sa oghe de su entu e de su mare” (La voce del vento e del mare), musicata dalla stessa Sannia su testo del poeta sardo Antioco Casula “Montanaru“. Ma c’è anche un’altra artista che merita di essere citata, anche se non è una cantante pop. Si tratta di Giusy Devinu (Aria “Regina della notte” dal Flauto magico), soprano dalla splendida voce, che si è esibita nei più prestigiosi teatri mondiali, riscuotendo ovunque successo di pubblico e critica. Purtroppo anche lei ci ha lasciati nel 2007 a 47 anni a causa della solita maledetta malattia incurabile. 

Ricordando Giusy Devinu non possiamo fare a meno di ricordare che anche nel mondo della lirica non sono mancati, purtroppo, artisti che sono morti in età relativamente giovane. A cominciare dal grande Enrico Caruso, morto nel 1921 a 48 anni, Beniamino Gigli morto nel 1957 a 67 anni e  due voci stupende e tra le più amate ed acclamate dell’opera lirica: Mario del Monaco, morto nel 1982 a 67 anni, e Maria Callas, morta a Parigi nel 1977 a 54 anni. Di Del Monaco basterebbe questa registrazione per dimostrare la sua incredibile potenza vocale, pulita, squillante, affilata  e tagliente come una spada di Toledo (“Di quella pira“, dal Trovatore) e scene da una versione cinematografica di Cavalleria rusticana, Di lui ho un particolare ricordo, visto che ho avuto il piacere di vederlo e sentirlo in Otello al teatro Massimo di Cagliari tanto tempo fa che non ricordo più nemmeno in quale anno. Ma il ricordo resta impresso nella memoria. Alla Callas, invece, dedico questo video realizzato durante uno dei suoi ultimi recital, nel quale interpreta uno delle arie più celebri ed amate, “Casta Diva” dalla Norma di Bellini. Quando si cresce avendo nelle orecchie, nella testa e nel cuore, questi interpreti e queste voci, è inevitabile fare il paragone con le voci di oggi che diventano, salvo rare eccezioni, inascoltabili. Come si fa a prendere in seria considerazione “Il Volo”, o altri cantantucoli di terza categoria che si spacciano per tenori e di cui tacciamo i nomi per carità cristiana.  Quando non si ha caviale, anche le uova di lompo vanno bene. C’è chi si accontenta; e non nota neppure la differenza.

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Musica in prosa.

di , 12 Novembre 2017 19:23

La musica pop è morta. E se non è proprio morta, non se la passa molto bene. Ormai da decenni i discografici (con tutto il mondo che ruota intorno), continuano a vivacchiare riscaldando la solita minestra insipida e stantia; ma siccome ancora ci campano fingono di non saperlo.

L’ennesima dimostrazione di quanto ripeto da tempo è questa recente intervista di Biagio Antonacci: “Vi racconto il mio nuovo disco.”. Antonacci ci “racconta” l’ultimo disco. Infatti nell’intervista non dice che in questi anni ha ricercato nuove melodie o nuove armonie; dice che ha cercato “argomenti diversi”. Una volta le canzoni si suonavano e si cantavano. Adesso si “raccontano”; evidentemente la cosa più importante non è la musica; conta il testo, il significato, il “messaggio” (meglio se impegnato nel sociale e politicamente corretto). Infatti, quando presentano una nuova canzone, non vi fanno sentire la musica, la melodia o un passaggio armonico. No, dicono: “E’ una canzone che parla di…”. Ma allora, se dovete “parlare di…”, non dite che siete musicisti e scrivete canzoni; dite che siete scrittori e scrivete articoli, romanzi, racconti, saggi, poesie, trattati filosofici. Tutto, ma non dite che è musica, perché la musica non si parla e non si racconta; si suona. Ma siccome non si sentono all’altezza di presentarsi come scrittori o “pensatori” giocano sull’equivoco e fanno i cantanti pop; è più facile. Basta strimpellare quattro accordi, salire su un palco immersi in fumi, luci, ed effetti speciali e fare il “cantautore impegnato”. Così, visto che hanno perso la fantasia musicale, e come musicisti sono finiti, si riciclano come narratori, poeti, pensatori, e profeti impegnati (meglio se militanti di sinistra; è più redditizio).

Si può raccontare la musica? Sembrerebbe di sì; dovrebbe essere una specie di musica in prosa.  Una volta di quei personaggi autoreferenziali che si attribuiscono presunti meriti e capacità immaginarie, o che raccontano balle convinti di essere creduti, si diceva che “Se la suonano e se la cantano”. Visto che questi non sanno più suonare, né cantare, provano a raccontarvela in prosa. Magari faranno le sonate di Mozart a fumetti, i Notturni di Chopin in figurine, un puzzle della Traviata e le sinfonie di Beethoven con i mattoncini Lego. Basta un po’ di fantasia; e pure di stupidità (aiuta).

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Nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere poesie o romanzi (o fare i cantanti pop), oppure piantare ulivi e coltivare patate. La differenza è che ulivi e patate hanno una loro intrinseca utilità pratica. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Vasco, rock e business

di , 4 Luglio 2017 03:40

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

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Vasco, lo sciamano

di , 1 Luglio 2017 23:10

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti.

La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco. (Masquerade, maggio 2013)

 “Alla folla bisogna offrire feste rumorose, perché gli imbecilli amano i rumori e la folla è fatta di imbecilli”. (Napoleone Bonaparte).

 

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Hyperloop e altre amenità

di , 9 Giugno 2017 19:01

Cos’è “Hyperloop”? E’ un progetto che sfrutta tecnologie avanzate, e la levitazione magnetica, per il trasporto ad alta velocità (1.200 Km/h) di persone e merci lungo un tunnel, dentro capsule “sparate” dentro un tubo; più o meno come la posta pneumatica. Praticamente il futuro del trasporto terrestre (Treno supersonico a levitazione magnetica).  Dopo la prima fase di studi e simulazioni, l’anno scorso è stato realizzato in America, nel Nevada, un primo esperimento lungo un percorso di un miglio. Ed ora si passerà alla fase di attuazione di progetti che, avendo necessità di investire grossi capitali, devono avere anche la prospettiva di grandi rientri economici; ovvero di opere che prevedano grandi flussi di merci e passeggeri su lunghi percorsi su vasti territori. La Russia ed altri importanti Stati hanno già dimostrato un certo interesse per la nuova tecnologia. Ed in questo avveniristico progetto si inserisce la Sardegna.

La Sardegna? Sì, incredibile, ma vero: “Da Cagliari alla Corsica in 40 minuti“. Il progetto è stato presentato dalla Hyperloop One nel corso di una conferenza ad Amsterdam, organizzata dal ministro dei trasporti olandese, alla presenza dell’assessore regionale dei trasporti della Sardegna, Massimo Deiana. Ora, a parte l’entusiasmo per l’opera che tuto il mondo ci invidierà, bisognerebbe fare qualche precisazione. La Sardegna è una delle regioni più povere d’Italia, anzi le province di Catbonia.Iglesia e Medio Campidano sono proprio in cima alla classifica, sono le più povere. Abbiamo tanti problemi irrisolti, dalla disoccupazione alla crisi perenne di settori fondamentali come l’agricoltura, la pastorizia, l’industria. Ogni anno dobbiamo combattere contro incendi che devastano il territorio e la siccità sempre più grave prospetta scenari di desertificazione del territorio. Abbiamo il record di disoccupazione giovanile oltre il 40%. Abbiamo una rete trasporti da terzo mondo. Siamo l’unica regione a non avere nemmno un Km di autostrade; cosa non necessariamente negativa, almeno risparmiamo i pedaggi. L’unica superstrada, che attraversa tutta la Sardegna e collega Cagliari a Sassari e Porto Torres è la Carlo felice che, tra inizio lavori (fine anni ’50), adeguamenti, modifiche, varianti, circonvallazioni, nuovi tragitti ed eterni lavori in corso, è in costruzione da almeno 60 anni. A noi la Salerno-Reggio Calabria ci fa un baffo. In questo panorama non proprio idilliaco, invece che pensare ad utilizzare i pochi fondi disponibili per opere serie, urgenti e di utilità pratica, cosa facciamo? Approviamo un progetto per collegare Cagliari alla Corsica con l’Hyperloop.

Cagliari-Corsica in 40 minuti. Fantastico, finalmente, ecco cosa mancava ai sardi; un treno veloce per la Corsica. Immagino che sia sempre stato il sogno segreto dei cagliaritani: alzarsi al mattino ed andare a fare una passeggiatina ad Aiaccio, Bastia, Bonifacio, prendere un caffè o un aperitivo e tornare a casa per l’ora di pranzo. Ora, come dicevo, un progetto simile richiede un tornaconto economico; ovvero un grande e costante flusso di merci e passeggeri che, nel tempo, non solo ripaghi le spese sostenute, ma garantisca dei profitti. E quanti anni, o secoli, ci vorranno per rifarsi delle spese del progetto, prima di incassare qualche soldino di utili? Bisognerebbe che almeno metà dei cagliaritani  tutti i giorni andassero in Corsica.  Allora, come direbbe Lubrano,  la domanda sorge spontanea: “Ma quanti saranno i cagliaritani che ogni giorno andranno in Corsica o i corsicani che scenderanno a Cagliari? E soprattutto, per fare cosa?”. Mistero.  Eppure l’assessore regionale dei trasporti, Massimo Deiana, ha dato l’annuncio dell’approvazione del progetto con gande orgoglio ed entusiasmo: “Abbiamo colto la portata rivoluzionaria di questa tecnologia.”, afferma. E se lo garantisce un politico possiamo fidarci. No?

Questo progetto Cagliari-Bastia in 40 minuti mi ricorda una vecchia barzelletta di Bramieri; quella del tizio un po’ spaccone che compra un’auto velocissima e tutte le mattine, per provarla, va da Milano a Varese, ogni giorno migliora il tempo di percorso e poi la sera agli amici del bar racconta l’impresa ed il nuovo record. La storia si ripete per una settimana circa,  finché un giorno  lo vedono arrivare al bar  al mattino e, sorpresi, gli chiedono come mai non abbia fatto la solita corsa a Varese: “No, basta con Milano-Varese. Eh, cosa ci andavo a fare tutti i giorni a Varese?”. Ecco, mi sa che questa storia finisce così: “Cosa ci vanno a fare i cagliaritani in Corsica tutti i giorni?”. Mistero. Ma sono certo che il nostro assessore Deiana lo sa e, visto che la fantasia non gli manca, in futuro ci riserverà altri grandi progetti fondamentali per la Sardegna: un tunnel sottomarino Cagliari-Miami beach, una teleferica Gennargentu-Courmayeur, uno scivolo Cagliari-Tripoli (facile, viene in discesa) e chissà quale altra genialata. Che fortuna abbiamo ad avere politici così geniali e creativi.

Ma non è l’unica idea geniale dei nostri governanti. Un altro progetto simile riguarda la costruzione di 2.000 Km di piste ciclabili lungo le coste ed all’interno del territorio dell’isola (Grande rete ciclabile sarda: 2.000 Km di piste). Dicono che attirerebbe milioni di turisti: “Il più importante progetto di infrastrutturazione turistica che la regione abbia mai visto.”, lo ha definito l’assessore regionale al Turismo, Francesco Morandi. E giusto per sopperire alle prime spese hanno già stanziato 15 milioni di euro per una prima tranche del progetto; tanto per cominciare, è solo l’anticipo, poi si vedrà. Dicono che il ritorno economico è assicurato. Immagino che, anche in questo caso, per recuperare le spese debbano arrivare ogni giorno in Sardegna milioni di ciclisti europei. Magari attraverso un tunnel Hyperloop Olbia-Livorno.  Stranamente sembrano dimenticare un piccolo dettaglio; la costante lamentela degli operatori turistici per la mancanza di incremento delle presenze, a causa soprattutto dell’eccessivo costo dei trasporti. Tanto è vero che col solo costo di una traversata in traghetto, una famiglia si paga una settimana di vacanze in altre località non meno belle della Sardegna. Ovvio che venga in mente un’altra domanda alla Lubrano: ma quanti saranno i turisti che verranno a pedalare in Sardegna?  E davvero porteranno i grandi benefici economici ipotizzati? E quanto tempo occorrerà, non solo per avere dei riscontri economici positivi, ma almeno per rientrare dalle spese sostenute? Altro mistero.

Ma per noi queste sono sciocchezzuole, perché abbiamo una creatività incontenibile, ce l’abbiamo nel sangue.  Ne abbiamo così tanta che sprizziamo creatività da tutti i pori. E dobbiamo esprimerla, altrimenti ci viene lo stress, l’ansia e la nevrosi da creatività repressa. La dimostrazione più evidente la forniamo nell’organizzazione nell’arco dell’anno di centinaia di sagre paesane ed eventi culturali. Per le sagre enogastronomiche ormai abbiamo quasi esaurito il repertorio disponibile di frutti, ortaggi, dolci e specialità tipiche. Abbiamo inventato la sagra delle pesche, delle arance, delle ciliegie, dell’asparago, del pane, del grano, dei cereali, della pecora bollita, di tutte le specie di dolci, di frutta ed ortaggi,  e perfino la sagra della patata. Credo che sia rimasta disponibile ancora solo la sagra del cavolo. Ma prima o poi qualcuno farà anche quella, magari proprio all’Isola dei Cavoli (Villasimius).  Strano che ancora non ci abbiano pensato.

Non c’è paesino della Sardegna che nell’arco dell’anno non organizzi una sagra o, specie d’estate, un evento culturale per richiamare i turisti. Siamo col culo per terra per la crisi economica e per la siccità, ma noi pensiamo alla cultura. Possiamo crepare di fame e di sete, ma guai se ci manca la poesia o il Jazz. Si fa più Jazz nel Sulcis e in Marmilla che a New Orleans. La Sardegna pullula di eventi,  rassegne e festival del cinema, della musica, del teatro, della poesia, del Jazz, di musica etnica, di convegni, dibattiti e serate a tema letterario, passerelle di scrittori, giornalisti, intellettuali, personaggi dello spettacolo, sportivi, attori, cantanti, giocolieri e saltimbanchi; c’è spazio per tutti; grazie a lauti contributi di denaro pubblico elargito magnanimamente da Mamma Regione, Comuni e province.  Dicono che “I sardi hanno sete di cultura“; lo dicono quelli (artisti, organizzatori, tecnici) che con queste manifestazioni ci campano (e i sardi ci credono). Così, mentre uno dei problemi più gravi è la perenne mancanza d’acqua e la siccità ormai cronica prelude ad una desertificazione del territorio, dicono che la gente ha sete di cultura. E invece che procurargli l’acqua, organizzano serate Jazz e reading di poesia.

Facciamo un piccolo esempio di cosa riusciamo ad inventarci.  Curcuris è un paesino della Marmilla che conta 307 abitanti. Così pochi? Anzi, sono già tanti. Nella stessa zona, sempre Marmilla, a distanza di pochi chilometri c’è un altro paesino, Setzu, che conta appena 150 abitanti. Uno dei tanti piccoli centri che rischiano di scomparire e che patiscono gli stessi problemi  di crisi economica, disoccupazione, spopolamento; non hanno certo motivo di gioire e festeggiare. Ma non rinunciano alla loro bella sagra. Così da anni organizzano la “Sagra de sa fregua e de su pani indorau“. Di questa sagra e di altre sagre e manifestazioni in Sardegna ( e di cosa sia “su pani indorau“) ho scritto nel post “Jazz e casu marzu” (consiglio di leggerlo per capire perché me la prendo tanto con queste iniziative strampalate; alla fine c’è anche un link che rimanda all’elenco di associazioni che usufruiscono di oltre 6 milioni di contributi regionali, ai quali si aggiungono quelli di Comuni e province, per organizzare questi eventi).

Ora, chiaro che Curcuris, che ha il doppio degli abitanti di Setzu, non può restare indietro; è anche una questione di orgoglio campanilistico. Ed ecco, infatti, cosa hanno inventato. L’anno scorso hanno partecipato, insieme ad altri Comuni della zona, al progetto “Litighi-Amo“, iniziativa originale e fondamentale per la crescita culturale e socio-economica della zona, partorita dalle menti creative del Plus di Ales-Terralba (al cui confronto quelli di Silicon Valley sono dei dilettanti), gestito dalla cooperativa Coagi e dedicato ai bambini.  In cosa consiste? Una specie di corso accelerato con lezioni, pratica, laboratori vari,  per imparare a litigare (come se i bambini abbiano bisogno di qualcuno che glielo insegni) e poi, trovare il modo di fare pace. “Abbiamo fatto vivere ai ragazzi il momento del bisticcio come un’esperienza rigenerante, contenendo il sentimento di colpa provato quando si litiga.“, dice Susanna Murru, una delle mediatrici culturali del progetto. Riusciamo perfino ad inventarci dei corsi per imparare a litigare. Ragazzi, questa è creatività pura, geniale. No?

Nota

A proposito di siccità, giusto per dire che il problema è serio (altro che pensare a Jazz, poesia e sagre del piffero), ecco le notizie recenti riportate dal quotidiano locale L’Unione sarda, un autentico bollettino di guerra:

- Piogge scarse e cambiamenti climatici; agricoltori sardi in allarme. (15 marzo)

- Sassari, siccità; stato di calamità naturale. (6 maggio)

- Mandas, siccità, campi all’asciutto; chiesta la calamità naturale. (7 maggio)

- Emergenza siccità; Coldiretti e sindaci di Guilcier e Barigadu chiedono incontro con Regione. (12 maggio)

- Trexenta, siccità; niente acqua per irrigazione. (12 maggio)

- Sardegna, si aggrava la siccità; stato di allerta per numerosi bacini idrici (13 maggio)

- Sardegna, siccità; bacini vuoti, danni enormi. (15 maggio)

- Siccità; aziende e animali stanno morendo. (19 maggio)

- Emergenza siccità; allarme rosso in Sardegna (20 maggio)

- Villaputzu, siccità; scende in campo il Comune (25 maggio)

- Orgosolo, emergenza siccità. (26 maggio)

- Musei, stato di calamità naturale a causa della siccità (25 maggio)

- Guamaggiore, siccità; dichiarato stato di calamità naturale (7 giugno)

- Selegas, siccità; scende in campo il Comune a sostegno degli agricoltori. (9 giugno)

- Sardegna, siccità: perso il 40% della produzione. (10 giugno)

- Gesico, siccità; agricoltori in crisi. (10 giugno)

Sanremo e i riti collettivi

di , 15 Febbraio 2017 01:45

Anche questo festival è passato e, per fortuna, siamo sopravvissuti. Anche perché non l’ho visto nemmeno per sbaglio. Ma a quanto riporta la stampa ha avuto un successo enorme, toccando oltre il 50% di share. Non esprimerò giudizi sul festival, né sui conduttori, i cantanti e le canzoni, né su chi lo segue; non meritano tanta attenzione. Stendiamo un velo pietoso. Mi viene in mente, però, qualcosa che scrissi tempo fa sui riti collettivi. La gente ne ha bisogno, sono appuntamenti fissi che scandiscono il ritmo dell’esistenza. E più si è numerosi a seguire un evento, più ci si sente gratificati ed in buona compagnia. La condivisione del rito ci rassicura, perpetua la nostra appartenenza al branco. Così c’è sempre qualche evento musicale, sportivo, politico, che rinnova periodicamente questo rito. Ecco, Sanremo è uno dei riti collettivi che ci accompagnano nella vita; puntuali, come le tasse e l’influenza invernale.

Masquerade (Riti collettivi – 2013)

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

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L’orchestra

di , 28 Gennaio 2017 02:14

L’orchestra è un film breve, dura meno di un’ora, del 1990 del regista polacco Zbigniew Rybczynski. Ricordo di averlo visto in televisione molti anni fa, forse uno di quei film che andavano in onda in orari notturni. Mi colpì l’originalità, la fantasia e la bravura del regista, tanto che mi è rimasto in mente come uno dei film davvero geniali che ricordo con piacere (e non sono molti). Mi è venuto in mente ascoltando la Ballata in sol minore di Chopin (scena dal film “Il pianista“) del post precedente “Giorno della memoria, fra crimini e talenti“, che mi ha richiamato alla mente un brano celebre di Chopin, la Sonata n° 2, nota come Marcia funebre. Era uno dei brani che facevano parte della colonna sonora di quel film. Rientra nel genere  che si può definire “sperimentale”, ed è denso di simbolismi, allegorie, di visioni quasi oniriche, di trucchi tecnici ed effetti speciali e di personaggi che si muovono in silenzio in suggestive ambientazioni, accompagnati da una colonna sonora con musiche di Mozart (Concerto per piano e orch. n° 21, 2° mov.), Chopin (Sonata n° 2, op 35), Albinoni (Adagio in sol minore), Rossini (Gazza ladra: Ouverture), Schubert (Ave Maria) e Ravel (Bolero). Con un po’ di pazienza, superando le indicazioni fuorvianti di Google che con quel titolo mi forniva altri risultati su orchestre varie, film come Concerto ed altre notizie, l’ho rintracciato su Youtube. Vale la pena di vederlo.

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Ancora di Rybczynski, una delle prime opere sperimentali, il corto “Tango” del 1980 che gli fece vincere nel 1983 l’Oscar come miglior cortometraggio di animazione

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Ci sei o ci fai?

di , 4 Gennaio 2017 03:27

La differenza fra chi è e chi finge di essere è sostanziale. Se si ha la predisposizione a riconoscere la differenza viene quasi spontaneo, altrimenti può essere molto difficile, specie oggi che i mistificatori sono professionisti specializzati con master. Mi viene in mente perché tempo fa sul canale RAI storia mi capitò di seguire una conversazione fra Renzo Arbore e Raffaele La Capria. Parlavano di Napoli, delle sue glorie e le sue disgrazie, di Posillipo e dei Quartieri spagnoli, di musica e canzoni e di miseria, di immagini oleografiche da cartolina e di problemi reali. Mi rimase impressa una considerazione di La Capria che distingueva tra i veri napoletani e quelli che “fanno i napoletani“, per adeguarsi all’immagine macchiettistica del napoletano. La ricordo perché conferma una mia vecchia impressione che provo spesso, ogni volta che vedo personaggi dello spettacolo di oggi che “fanno i napoletani“. Esempio: Totò e De Filippo erano napoletani veri;  Vincenzo Salemme e Alessandro Siani, giusto per citarne due a caso, ”fanno i napoletani“. Così come quei comici che partecipavano al programma “Made in sud“, che parlano un linguaggio che capiscono solo a Scampia e dintorni, e invece che far ridere lasciano un senso di tristezza e angoscia e fanno rimpiangere i manicomi. Ah, Basaglia cos’hai fatto! La differenza è che Totò e de Filippo erano grandi interpreti ed erano veri, non giocavano a fare i napoletani, ne erano l’essenza, l’anima; gli altri fanno venire l’orticaria solo a sentirli per due minuti. Sono dei falsi, come le “vere borse finte” cinesi. Ma è risaputo, il mondo del cinema e della televisione, dello spettacolo in genere è costruito sulla falsa rappresentazione della realtà dove la regola è la finzione, come gli scenari dipinti a teatro o sul set cinematografico. Falsi come Tiberio Murgia che nel cinema era diventato l’icona, l’emblema,  il classico siciliano gelosissimo di tanti film anni ’60, ma non era siciliano, era sardo. Lo stesso Arbore passa come cultore ed ambasciatore nel mondo della musica napoletana (cosa che fa con passione e successo e gli va riconosciuto il merito), ma è di Foggia e nemmeno lui gioca a fare il napoletano. E l’elenco sarebbe lunghissimo.

Per puro caso facendo zapping alla ricerca di qualcosa di guardabile per 5 minuti di seguito senza farsi venire le crisi d’ansia e la tentazione di sfasciare il televisore, ieri sera  capito di nuovo su RAI storia dove stanno rimandando in onda proprio quella vecchia puntata di “Napoli signora“ con Arbore e La Capria.  Così lo riguardo. Ascoltare una conversazione fra persone intelligenti è un godimento estetico sempre più raro in tempi di diffusione mediatica di mediocrità, pettegolezzi, liti da pollaio e beghe fra comari. Citano aneddoti e curiosità della Napoli di una volta, glorie musicali e letterarie, storie di canzoni e poesia e personaggi illustri, da Croce a Vico, a  Salvatore Di Giacomo del quale mi viene in mente quel capolavoro che è “Pianefforte ‘e notte“, che inevitabilmente richiama a sua volta un celebre classico della canzone “Voce ‘e notte“, scritta agli inizi del secolo scorso. La cerco su Youtube, la ascolto, la riascolto e istintivamente la paragono a ciò che si sente oggi.

Dico da tempo che la musica leggera è morta. Si tiene in piedi l’industria discografica solo perché ha interesse a sopravvivere. Ma sono decenni che tutti sembrano cantare la stessa lagna. Così oggi, appena vedo in TV qualcuno che sta per cantare cambio canale prima ancora di sapere cosa canterà: “a prescindere“, direbbe Totò. Il discorso sarebbe lungo, ma non vale la pena di dilungarsi. Sono cambiato io? No, è cambiata la musica. Peggio ancora quando per musicisti si intendono certi personaggi strampalati e pittoreschi (vedi un tale Bello Figo) che con la musica hanno poco a che fare. Ed ecco che torno al punto di partenza. Una volta c’erano musicisti e parolieri che facevano musica e producevano canzoni che ancora oggi, dopo un secolo, restano nella memoria di tutti. Oggi c’è gente che “fa finta di fare musica” e produce solo indistinti motivetti fatti in serie come pannolini e merendine. E per mascherare la totale assenza di estro creativo cercano di distrarre l’attenzione sfoggiando abbigliamenti bizzarri, fumi, luci ed effetti speciali. Ecco la differenza tra chi è e chi finge di essere. Tanto per confermare la mia idea sulla differenza fra chi “ci è” e chi “ci fa“, subito dopo Arbore-La Capria, parte un’altra intervista: Gianni Riotta intervista Roberto Saviano. Sembra fatto apposta per mostrare la differenza fra una conversazione intelligente e quella che pretende inutilmente di esserlo; come paragonare il caviale e le uova di lompo, l’arte e l’artigianato, Michelangelo e gli scalpellini, Platone e Fusaro, Caruso ed Il Volo. Chiaro che dopo un minuto avevo già cambiato canale.

E finisco su RAI1 dove è in corso un programma che stento a credere che sia sulla televisione italiana. Sono vecchie immagini d’epoca in bianco e nero e interviste a personaggi del cinema, dell’arte, filosofi, poeti, pittori. Una galleria di mostri sacri, cito quelli che ricordo: Fellini, Moravia, Italo Calvino, Pasolini, Prezzolini, Moravia, Pablo Neruda, Andy Warhol, Giorgio De Chirico, Ezra Pound, Charlie Chaplin, Ennio Flaiano, ed altri. Scopro alla fine che il programma è “Gli occhi cambiano” di Walter Veltroni. Da non credere, ma è vero. Ovviamente queste perle della cultura le mandano in onda in orari per nottambuli, mentre tutto il giorno ci propinano sciacquette e ochette starnazzanti, oroscopi, cuochi e tagliatelle di nonna Pina. Meriterebbe un post a parte. Forse lo farò; o forse no. Allora, per concludere, voglio dedicare questa interpretazione di Voce ‘e notte nell’esecuzione dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore e la voce di Eddy Napoli e di una stupenda Francesca Schiavo a tutti quei musicisti per caso che, inspiegabilmente, circolano a piede libero su tutti i canali, affinché vedano la differenza fra la musica vera e fingere di far musica. Ma dubito che Bello Figo lo capisca. Se questi musicanti per sbaglio non avessero il cervello fuso a forza di alcol e droga (sarà un caso che molti muoiano proprio per effetti devastanti di droga e alcol?), forse lo capirebbero e, vergognandosi, tornerebbero a lavorare nei campi. Ma ormai la decadenza mentale è irreversibile. Purtroppo per loro; e anche per noi che dobbiamo sopportarli.

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Valzer e migranti

di , 17 Ottobre 2016 01:21

Società multietnica e multiculturale? Accoglienza, solidarietà, tolleranza, rispetto delle  tradizioni e culture diverse?  Integrazione? Bene, bene; ma, sinceramente, voi ce li vedete gli africani ballare il valzer?

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Dylan, Nobel e poesia

di , 14 Ottobre 2016 16:40

Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la letteratura. E, com’era prevedibile, si scatenano le polemiche: “Cosa c’entra Dylan con la letteratura?”. 

C’entra, c’entra. E’ più poeta Dylan di tanti poetastri della domenica o presunti poeti che affollano le serate letterarie di casa nostra. Ma poi cos’è la poesia? Scomparso l’uso della rima e della metrica, qualunque testo, che vada a capo dopo qualche parola, può essere considerato come poesia. Appena cominciai a frequentare la rete sorrisi nel leggere una notizietta; secondo un’indagine risultava che in rete ci fossero 8 milioni di poeti. Abbiamo più poeti che idraulici. Ecco perché i poeti li trovi ad ogni angolo di strada e in tutte le sagre paesane, mentre trovare un idraulico è un’impresa. Solo che, vista la facilità con la quale si riproducono, viene il dubbio che si tratti  di una nuova specie di poeti, geneticamente modificati, che sembrano poeti, ma sono altro (Vedi “Poeti Ogm“).  Allora cos’è un testo poetico? E’ un testo nel quale si va spesso a capo o dove si parla di tramonti romantici? Per spiegare questa possibile interpretazione molti anni fa scrissi anche un post: “Questa non è una poesia“. Riporto il testo:

Scrivere banalità

andando a capo

ogni due parole

non è poesia,

è solo

inutile spreco

di spazio.

Allora, se non c’è più la metrica e la rima e non basta andare a capo per scrivere una poesia, come la si definisce o la si riconosce? Un modo per riconoscerla è che sia inserita in una antologia di poesia. Così non sbagli. Se c’è scritto “antologia di poesia” è sicuro che dentro ci trovi le poesie. Oddio, non sempre, qualche volta si va incontro anche a delle sorprese. Per esempio, molti anni fa mi capitò di leggere un testo che mi è rimasto impresso come prova certa che in molti casi quella che spacciano per poesia, letteratura e arte in genere, sia una vera e propria truffa. In una antologia di poeti americani contemporanei (”Poesia americana oggi” – Ed. Newton Compton 1982) c’è una poesia di Clark Coolidge intitolata “Which which” (quale quale). In questa poesia non c’è altro che la parola “which” ripetuta 47 volte, ma andando opportunamente a capo ogni 5 o 6 Which. La suddetta antologia è presentata come una raccolta dei “testi più significativi per gli anni ottanta” (Vedi “Truffa culturale“).

Ed arriviamo a Bob Dylan. Ho una biografia scritta da Antony Scaduto nel 1971 e ripubblicata nel ’77 dalle edizioni Arcana, e diversi libri  pubblicati a fine anni ’70 da Newton Compton e Lato side, con tutti i testi, con originale e traduzione a fronte, delle sue canzoni pubblicate fino a quel momento, fine anni ’70. Ho anche tutti gli LP originali di Dylan, fino ai primi anni ’80. Materiale che usavo anche per condurre un programma su Dylan nulla mia radio libera in quegli anni (eh, sì, avevo anche fatto la mia radio personale, anche molto seguita). Poi, a causa della involuzione musicale ad opera della Disco music e di Cantautori in crisi che, avendo perso del tutto l’estro creativo, cercavano di riciclarsi come autori impegnati, specie politicamente, o come poeti, ho smesso di seguire la musica pop.  Da allora, infatti, quando i nuovi personaggi della canzone parlano della loro ultima composizione, non accennano mai alla musica, alla melodia, all’armonia o un particolare giro armonico. No, fateci caso, dicono sempre “Ho scritto una canzone che parla di…”.  Oggi le canzoni non si cantano, non si suonano, oggi…”parlano di“; ha più importanza il testo della musica. Ecco perché tutti si atteggiano a poeti; perché come musicisti fanno pena.

Ed ecco perché da allora ho cominciato ad avere una sorta di idiosincrasia verso la musica pop; cosa che dura ancora oggi, anzi è peggiorata a tal punto che se mi capita di vedere in TV qualcuno con un microfono in mano che, forse dico forse, sta per cantare, cambio canale. Però, se si parla di Dylan,  ho qualche piccola idea su ciò di cui stiamo parlando. Avrei voluto inserire un video con uno delle sue canzoni più belle con uno dei  testi più ispirati “Desolation row“, dall’album “Highway 61 revisited” del 1965 (uno dei migliori album della storia del rock, insieme a Desire del 1976, alla faccia delle classifiche degli esperti e di tutti quelli che pensano di essere esperti di musica pop: vaffanculo!), ma incredibilmente, fra tutte le versioni disponibili su Youtube non ce n’è una, nemmeno una originale; sono tutte versioni successive, dal vivo o cover di altri interpreti (inascoltabili per chi conosca l’originale). Molto meglio, per chi vuole avere un’idea della canzone, ascoltare la versione italiana, rispettosa dell’originale sia nel testo che nell’arrangiamento musicale,  di Fabrizio De Andrè “Via della povertà“.

I testi di Dylan non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a certi testi di poeti nostrani esaltati dalla critica come geni della poesia; tanto per restare in casa e non citare geni come Clark Coolidge, quello di “Which”. E non dico altro per carità cristiana e rispetto per i morti. Ma la domanda finale è sempre la stessa: come si riconosce una poesia? Siamo sicuri di saper riconoscere un testo poetico o un’opera d’arte da ciò che arte e poesia non è? Noi riconosciamo le poesie perché le troviamo nelle antologie scolastiche, ci dicono che quella è una poesia e chi l’ha scritta è un poeta. Altrimenti non saremmo in grado (vale per la stragrande maggioranza della popolazione), se non c’è una targhetta che ce lo spiega, di riconoscere la differenza di valore fra l’Infinito e la Vispa Teresa, tra la Gioconda ed una ignobile crosta, tra un diamante ed un fondo di bottiglia.

Qualcuno, rispondendo ai miei commenti in rete, dice che canzoni e poesia sono cose diverse e non bisogna confonderle. Ma sono davvero così diverse? E nel caso le poesie vengano musicate cosa diventano? “Les feuilles mortes” è una poesia scritta da Jacques Prévert, successivamente musicata Joseph Kosma, musicista ungherese traferitosi in Francia, e divenuta un grande successo musicale nell’interpretazione di Yves Montand e di tanti altri interpreti. Una poesia in musica che diventa canzone cessa di essere una poesia? E perché? Mordechai Gebirtig è un poeta ebreo polacco ucciso dai nazisti nel ghetto di Cracovia nel 1942. Molte sue poesie sono state musicate da Manfred Lemm, musicista di origini francesi. Cercate in rete “Farewell Cracow” o “Kinderjohren. Sono solo due casi di tanti testi poetici messi in musica. Allora, sono canzoni o sono poesie?

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Per capire il mondo abbiamo bisogno del maestro in cattedra o delle didascalie che ci spieghino cosa stiamo guardando. Un ammasso casuale di ferri vecchi in un cortile è semplice ferraglia. Ma la stessa ferraglia in un museo con una targhetta, il nome dell’artista e titolo dell’opera “Tormento“, non è ferraglia, diventa un’opera d’arte. Il famoso “orinatoio” di Duchamp dal titolo “Fontana“, o la celebre “Merda d’artista” di Piero Manzoni ne sono la prova storica. Siete sicuri che, trovandovi di fronte a queste opere fuori dal contesto di un museo, le riconoscereste come “opera d’arte”? Siamo sicuri che la gente comune (non editori, galleristi, critici e pseudo artisti; tutta gente che sulla truffa culturale ci campa), la gente comune sappia riconoscere un’opera d’arte, specie quella contemporanea? Allora, quanti saranno quelli in grado di giudicare il valore dei versi di Dylan e dire se è o non è poesia e se merita o no un Nobel? Credo davvero pochi. E dico pochi giusto per lasciare un margine di speranza sulle probabilità statistiche.

L’arte moderna da “Così parlò Bellavista

Prima parte

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Seconda parte

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Glenn Gould e il millepiedi

di , 30 Settembre 2016 00:20

Certe sere in cui la mia emotività è particolarmente viva ho la sensazione di poter suonare come un dio, e in effetti così accade. Altre volte mi chiedo se potrò mai arrivare alla fine del concerto. E’ molto difficile da spiegare…la propria personalità è totalmente coinvolta quando si suona il pianoforte. Ma non voglio rifletterci troppo, per paura di diventare come il millepiedi che, quando gli domandarono in quale ordine muovesse le zampe, rimase paralizzato per il solo fatto di averci pensato.” (Da “No, non sono un eccentrico”, Glenn Gould )

Si può vivere semplicemente vivendo, senza porsi domande: vivre pour vivre. Altre volte ci si ferma a pensare e si corre il rischio di fare la fine del millepiedi.

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Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

di , 27 Gennaio 2016 21:32

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

- Shoah e buoni ideali

- Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

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Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

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Pene finto sul naso

di , 28 Settembre 2014 14:05

Cosa non si fa per fare scalpore, scandalizzare e finire in prima pagina. Ormai il tema erotico-sessuale è l’argomento principe della cronaca, della comunicazione, specie nel mondo dello spettacolo. Oggi per diventare famosi nel campo musicale non è necessario essere bravi, capaci, dotati di talento e doti particolari. No, la bravura conta poco o niente, bisogna stupire, provocare, inventarsi nuove performances sempre più audaci. Ne parlavo anche di recente nel post “Pane, sesso e violenza” in cui citavo, come esempio, la popstar Miley Cyrus, una delle più “creative” in quanto a provocazioni sessuali sul palco. Ed ecco la sua ultima cazz…invenzione.

Ormai la musica passa in secondo piano, quello che conta è salire sul palco ed inventarsene sempre di nuove per stupire il pubblico che, ormai abituato alle sue esibizioni a base di simulazioni di atti sessuali,  allusioni e provocazioni sempre di natura sessuale, va ai suoi concerti con la curiosità di vedere cosa si inventerà di nuovo. Lei lo sa, li accontenta, così ha successo, cresce la notorietà, e più è famosa più gente la segue e più lei guadagna. Non ha inventato niente di nuovo: è lo stesso sistema seguito da Madonna, Lady Gaga ed altre popstar che devono il successo più alle loro “provocazioni” che alle doti canore o alla qualità della musica.    Ma ormai il pubblico dei fan, grazie all’uso abbondante di fumo, alcol e droghe assortite,  arriva ai concerti già in stato di esaltazione. Arrivano già “caldi“, come si usa dire.  Per loro un concerto pop è un evento come tanti altri, un’occasione per  stare insieme, urlare, riempire il vuoto mentale e sballarsi al suono di megawatt. Ed ecco l’ultima porno-invenzione della nostra porno-rockettara, ripresa dai media e che da giorni è sempre presente in prima pagina (Miley Cyrus: naso a forma di pene). Nel corso del suo ultimo spettacolo in Messico, per stupire e mandare in visibilio il suo pubblico, ha indossato un pene finto sul naso: l’unico posto dove non lo aveva ancora messo.

News e soprani

di , 7 Febbraio 2014 13:30

Quando i giornalisti scrivono con i piedi. E’ un’osservazione che faccio spesso, con tanto di esempi pratici. Ecco la solita “perla” della giornata (una delle tante) sul sito dell’ANSA (mica il giornalino delle Giovani marmotte!). L’ho appena letta fra le Flash News: “Sochi: inno olimpico a soprano Netrenko“. Sarà, non sarà, forse, chissà. Ho la sensazione che si tratti della solita svista, o errore di battuta. Per accertarmi clicco sul titolo e leggo il pezzo. Dice: “Sarà il soprano Anna Netrenko, allieva di Renata Scotto, a cantare l’inno olimpico alla cerimonia di apertura dei giochi di Sochi…”. Se l’errore del titolo viene ripetuto anche all’interno del pezzo e nel testo, allora non è una svista, ma significa che il redattore è convinto che il nome sia proprio quello “Netrenko“.

Il fatto è che esiste un soprano russo, allieva di Renata Scotto, che si chiama Anna Netrebko, con la B, non con la N.  Saranno due persone diverse, entrambe soprani, russe ed allieve della Scotto che, casualmente, sono quasi omonime? Molto difficile. Molto più probabile che sia la solita notizia…scritta con i piedi. Ed arriva a pochi giorni dall’altra notizia, riportata anche sul sito ANSA, che scambiava il Lago dei Cigni di Tchaikovsky con Il cigno di Saint-Saens (Cigni e ballerine). Evidentemente all’ANSA (ma non solo) la cultura musicale non è il loro forte. Ed ho qualche dubbio anche sulla cultura in generale.

Sono certo, tuttavia, che il soprano in questione sia proprio la bella e brava Anna Netrebko. Eccola, per chi non la conoscesse, in due celebri arie.

Il baciodi Luigi Arditi

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Meine lippen” dall’operetta Giuditta di Franz Lehàr.

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Cigni e ballerine

di , 2 Febbraio 2014 11:45

Strafalcioni musicali dei mezzi d’informazione. Ieri al TG3 delle ore 14.20 circa, fra le altre notizie, è stato mostrato un servizio con un video in cui  una ballerina russa in un parco pubblico di Mosca, con una temperatura di – 20 gradi, in tutù e con le manette ai polsi, in segno di protesta contro Putin, balla “sulle note del Lago dei cigni“. Questo dice, con grande sicurezza,  la corrispondente da Mosca Romana Fabrizi (vedi TG3 h. 14.20 minuto 13′). Anche la giornalista in studio, Mariella Venditti, non batte ciglio e sembra del tutto convinta della correttezza del servizio. Sono rimasto perplesso e, ricordando che la stessa notizia era apparsa su diversi siti in rete, ho verificato come fosse stata riferita. Esattamente come il TG3, quasi con le stesse parole. Forse, tanto per riempire le pagine, fanno un veloce copia/incolla senza nemmeno accertarsi della fondatezza delle notizie.

Si può vedere il video ed il commento nei seguenti siti: 1) ANSA, 2) L’Unione sarda, 3) Repubblica4) Tiscali.it. E se tali autorevoli fonti riportano la stessa notizia, affermando che la ballerina balla sulle note del “Lago dei cigni“,  non c’è motivo di dubitare. Peccato che il brano musicale che si sente nel video non sia, come riportano i media, dal “Lago dei cigni“, il celebre balletto di Tchaikovsky, ma sia un altrettanto famoso brano per violoncello intitolato “Il cigno”, tratto da “Le carnaval des animaux” di Camille Saint-Saens (Vedi “Il carnevale degli animali e ascolta “Saint-Saens: il cigno“).

Un errore è sempre possibile. Ma se l’errore viene ripetuto da vari autorevoli siti e nessuno lo nota o corregge,  allora non si tratta più di un errore casuale, ma di ignoranza bella e buona. Se questa è  la preparazione professionale di chi controlla l’informazione, allora non c’è speranza per il futuro. E nemmeno per il presente. Si può ben dire che il livello di cultura musicale di certi giornalisti è come la temperatura di Mosca: sotto zero!

A proposito di cigni, ecco una notizia poco confortante: “New York dichiara guerra ai cigni“. Sembra che i cigni siano talmente numerosi da creare seri problemi. Si è deciso così di eliminarli. Non di ridurre il numero, ma di sterminarli completamente, specie dai parchi della città e dai laghetti di Manhattan. “Ma dove vanno d’inverno le anitre di Central Park?”, si chiedeva il giovane Holden di Salinger. Oggi si chiederebbe dove sono finiti i cigni di New York.

Circa 5 anni fa feci un video, inserito su You Tube, proprio con la musica del Cigno di Saint-Saens come sottofondo ad una serie di rappresentazioni nell’arte del mito di Leda e il cigno. Ecco l’occasione buona per mostrarvelo.

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La Traviata di Fantozzi

di , 8 Dicembre 2013 19:39

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“).  Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no?  Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono.  Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato.  Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi  semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.

Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa  televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito,  mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori.  Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e  diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

 Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed  accompagna Violetta durante tutta l’opera.

Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine,  sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di  Lele Mora.  Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nei decenni scorsi la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont, scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente,  per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto,  l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano…”.

Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse…” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma  oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse  li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e  rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una vergine? All’asilo?

Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel  ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!.

Badde lontana

di , 20 Novembre 2013 10:08

Dedicata ai bambini morti ed alle altre vittime del ciclone maledetto che ha devastato la Sardegna. Torna alla mente un’altra tragedia del passato, avvenuta a San Lorenzo, frazione di Osilo nel lontano 1957. Un masso si staccò dalla montagna e rotolando a valle finì sopra un mulino, sfondando il tetto e precipitando di sotto, proprio sopra la culla in cui dormiva un bambino di pochi mesi. Il triste episodio fornì l’ispirazione ad Antonio Strinna, nato proprio nella valle di San Lorenzo, per scrivere una canzone, musicata da Antonio Costa, che fu un successo dei Bertas nei primi anni ’70.

La canzone, una vera perla che unisce l’ispirazione del testo ad una musica suggestiva e toccante, è entrata a pieno titolo nel patrimonio della musica popolare sarda e conta decine di interpretazioni da parte di cantanti, cori e gruppi musicali. La tragica vicenda e la nascita della canzone, con il testo completo, vengono raccontati dallo stesso autore nel suo sito personale (Antonio Strinna).

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Csàrdàs

di , 3 Agosto 2013 01:57

La celebre composizione di Vittorio Monti in una versione per violino, violoncello ed orchestra.

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Lirica kitsch

di , 12 Giugno 2013 13:55

E io che dicevo? Lo so, non si dovrebbe dire, ma ormai succede molto spesso di vedere che autorevoli penne del giornalismo o della letteratura esprimano, certo in maniera più dotta di quanto faccia io, gli stessi concetti che ripeto da anni. Fa piacere perché almeno si ha la sensazione di non essere dei visionari o dei contestatori ad oltranza per partito preso. Un esempio recente è l’uscita in Italia, edito da Einaudi, di un libro del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, “La civiltà dello spettacolo“, in cui lo scrittore ribadisce esattamente alcuni concetti su società, spettacolo, media, arte, cultura, che condivido in pieno e che io stesso, molto spesso, ho scritto in molti post (Vedi “Cultura in offerta speciale“). L’importante non è che quei concetti li abbia espressi io o un premio Nobel; l’importante è che la gente legga, capisca e finalmente cerchi di porre rimedio a quella che è una grande truffa culturale.

Oggi, ecco l’ultima conferma. Un pezzo del critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso. Lo leggo ogni giorno, perché senza remore o timori, parla chiaro e, soprattutto, non risparmia osservazioni anche molto forti nei confronti dei guru televisivi e dei personaggi dello spettacolo. Ovvio che, quasi sempre, sono d’accordo con lui. Oggi parla del programma dedicato alla musica operistica andato in onda lunedì su RAI 1 e condotto da Antonella Clerici.

Già leggendo il titolo capisco già dove andrà a parare e sorrido pensando che, per fortuna, ancora una volta, sarò completamente d’accordo con Grasso. Anche perché riprende le stesse osservazione che ho fatto due giorni fa nel post “Musica e tagliatelle” scritto addirittura prima che andasse in onda il programma.

Ecco l’incipit del pezzo: “Si educa il pubblico con il kitsch? È giusto sopperire alla mancanza di valori etici di base con l’esaltazione di valori estetici facili e fittizi? Queste domande mi assalivano ogni volta che osservano Antonella Bon Bon Clerici, vestita con carta di caramella rosa. Leggeva il gobbo e parlava di musica lirica come fosse una prova del cuoco. Bassa cucina, insomma”.  (Vedi articolo completo “La lirica kitsch e la caramella Clerici”)

Grasso dice che veste come una “caramella rosa“, io dico che veste come un uovo di Pasqua. Cambia la carta, ma la sostanza è quella, così pure il senso generale dell’articolo di Grasso. E  rientra pienamente nello spirito della critica alla “Civiltà dello spettacolo” del citato Vargas Llosa. Sì, perché la nostra Antonellina, che continua a 50 anni a fare le smorfiette da ragazzina, conduce tutto allo stesso modo, il suo, quello delle “Tagliatelle di nonna Pina“. Anzi, come ho scritto nel post citato, quest’anno, contrariamente a quanto aveva fatto in un’altra serata dall’Arena, almeno si è limitata a leggere il gobbo; ha fatto meno danni. Ma la domanda è sempre quella: cosa c’entra quella specie di grosso tortellone ripieno vestito come un uovo di Pasqua con la musica lirica?

Non entro nel merito della serata, anche perché ho visto solo una parte, quella finale. Ma, a parte la conduttrice, ci sarebbero alcune osservazioni da fare. Oltre a chiedermi cosa c’entra la Clerici con Verdi, potrei chiedermi cosa c’entrava un balletto che danzava in primo piano davanti al coro, in abito nero lungo, che cantava il “Dies irae” dal Requiem di Verdi. Cosa c’entravano due bambini ed una Vespa anni ’50, sul palco mentre il tenore cantava “Una furtiva lagrima” dall’Elisir d’amore”? Cosa c’entrava un reticolato di filo spinato con dei ballerini orrendamente truccati che guardavano con occhi spiritati, mentre il coro cantava “Va pensiero”? Bisogna per forza “coprire” il coro con rappresentazioni del tutto arbitrarie e fuori luogo giusto per soddisfare le paturnie creative del regista? Non si può semplicemente ascoltare il “Va pensiero” in silenzio e senza essere disturbati e distratti da un balletto che nulla ha a che vedere con la musica di Verdi?

Non infieriamo oltre. Quando non si può mangiare caviale bisogna accontentarsi delle uova di lompo. A proposito, ma era un omaggio a Giuseppe Verdi o ad Andrea Bocelli (visto che ha cantato tutto lui, o quasi)?  Lo avete ascoltato? Sì? Anche “Di quella pira” a fine serata? Sì? Bene, bravo, vero? Sì, come le uova di lompo. Sentite un po’ come la cantava Mario Del Monaco in questo video realizzato proprio all’Arena di Verona, durante una pausa delle prove del Trovatore. Non è una registrazione dal vivo, ovviamente. E’ una ripresa esterna sulla quale è stata sovrapposta la registrazione in studio. Ma la voce è quella, possente, affilata e tagliente come una spada di Toledo, impressionante. Ascoltatelo, così giusto per fare un paragone. Già, ma se non si ha il caviale…

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Rach 3 integrale

di , 11 Settembre 2011 23:33

Cercare video musicali su YouTube è un piacevole passatempo. Se però si tratta di musica classica c’è un inconveniente. A causa della limitazione di tempo dei video le composizioni, specie concerti, sinfonie, sonate o brani di lunga durata, vengono presentati spezzettati. Non è certo il modo migliore per gustarli. Ma, per fortuna, ci sono le eccezioni. E talvolta, come in questo caso, succede il miracolo. In un solo video l’intero concerto n° 3 per pianoforte e orchestra di S. Rachmaninov, nell’esecuzione di Vladimir Horowitz e la direzione di Zubin Mehta.  Mettetevi comodi e gustatevelo. E’ meglio che stare in prima fila a teatro.

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