Frizzi di giornata

di , 14 Aprile 2018 01:22

La telenovela necrologica su Frizzi continua da 15 giorni. Se poi qualcuno fa notare a Rita Dalla Chiesa che parla troppo di Frizzi, lei si risente e li accusa di essere “haters – odiatori” (lo ha fatto ieri rispondendo a dei commenti  su Facebook). E se, invece, fossero i VIP, o presunti tali, che sfruttano la morte di Frizzi per dire banalità e finire sui media? Si può dire che avete stancato? Oppure anche invitarvi al silenzio è un insulto, un’offesa da “haters – odiatori”? Il giorno del funerale scrivevo, in un commento sul Giornale, che ormai anche i funerali vengono spettacolarizzati ad uso e consumo dei media. Eventi per passerelle di Vip che rilasciano dichiarazioni di circostanza banali, scontate, inutili e spesso anche ipocrite; pensionati che vanno ai funerali per passatempo e ragazzi che fanno i selfie da diffondere in rete, per avere la conferma, per sé e per il mondo, che esistono. Sono certo che domani ci diranno quante persone hanno seguito in TV la cerimonia e riferiranno i dati Auditel e lo Share, perché alla fine, quello è ciò che conta. E magari sabato a TV talk faranno il confronto con altri programmi per vedere chi ha vinto la gara ed ha fatto più ascolti in settimana: il funerale di Frizzi, la partita dell’Italia. L’isola dei famosi, Don Matteo, Montalbano? Vergognatevi. Ma dovreste vergognarvi davvero, avete superato da tempo la soglia della decenza; anche se non ve ne rendete conto (o non volete rendervene conto) perché ci campate.

Sono io troppo cinico? Due giorni dopo ecco una dichiarazione di Gianfranco D’Angelo, al quale è stato impedito di entrare in chiesa,  che, parlando proprio della spettacolarizzazione del funerale, conferma la mia idea: “Quando un funerale diventa spettacolo e non ti viene permesso di entrare in Chiesa per salutare un Collega che ci lascia, allora consideri che si può essere vicini alle persone anche senza essere ripresi dalla TV: Mi hanno respinto dicendo che era una cerimonia “per pochi intimi“.

Alla morte e al dolore c’è una sola risposta; il silenzio. Tutto il di più è solo un pretesto per maniaci del protagonismo (malattia assai comune nel mondo dello spettacolo) che sfruttano anche i funerali per ritagliarsi uno spazio di esibizionismo (a favore di telecamere), ostentando un dolore che, non sempre, ma talvolta, è solo di facciata, per dimostrare che il mio dolore è più grande del tuo: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più addolorato del reame?”.

Invece non passava giorno che non ci fosse in prima pagina l’articolo su Frizzi con la testimonianza del dolore ed il ricordo di colleghi e amici; Dalla Chiesa, Gerry Scotti, Carlo Conti, Marco Columbro, etc. Alcuni talmente ridicoli come pretesto da lasciare senza parole. Per esempio un articolo riporta il ricordo di Marco Columbro che riferisce che tempo prima aveva incontrato Frizzi al ristorante “allegro e sereno“, come sempre. E su questa grande rivelazione ci hanno imbastito un articolo. Cosa dobbiamo aspettarci ancora? Magari la dichiarazione “in esclusiva” di  un usciere della RAI che racconterà che un giorno lo ha salutato e gli ha offerto un caffè? E poi? Forse la donna delle pulizie che ricorderà che una volta le ha augurato “Buon Natale”? E poi? Vedremo. Intanto c’è stata la notizia (smentita, la solita fake news) che qualcuno avesse proposto la beatificazione. Forse non si arriva a tanto, ma la proposta di intitolare a Frizzi una strada di Roma è vera e confermata dal Campidoglio.

Ed ecco che in pieno delirio frizziano, qualcuno accusa Rita Dalla Chiesa di parlare troppo di Frizzi, di eccesso di protagonismo e di mettere in ombra la seconda moglie di Frizzi. Lei non gradisce e minaccia di abbandonare Facebook (sai che sciagura): “I cafoni e quelli in malafede basta bloccarli per non sporcare una pagina di persone perbene…”., dice. Già, i cafoni o “Haters – odiatori”, o “Webeti“, come li chiama Mentana, o “Imbecilli” come li definiva Umberto Eco,  o “leoni da tastiera“, come li chiama Maurizio Crozza che, nel suo programma di satira, ne fa un personaggio che chiama “Napalm 51“, il prototipo dei critici di rete.  Ovvero quelli che, sui social, esprimono critiche o giudizi poco lusinghieri su personaggi dello spettacolo, della politica, della cultura, dello sport; insomma i VIP (gli intoccabili).  Tempo fa, a proposito degli Webeti, scrissi questo pezzo.

Webeti

Spiegatemi perché gli “webeti” sono sempre quelli che parlano male dei Vip e mai i VIP che debordano da tutti i media con la loro presenza quotidiana su stampa, TV, internet; quelli che devono ostentare la loro bellezza, la loro ricchezza, la loro fortuna; quelli che sono convinti che tutte le loro scoregge private siano una questione di interesse nazionale; quelli che dall’alto della loro ineguagliabile ignoranza, dispensano al mondo le loro inutili e strampalate “perle di saggezza” da ombrellone; quelli che con il loro presenzialismo asfissiante  provocano un senso di vera repulsione nei loro confronti. Spiegatemi perché i Napalm51 sono solo quelli che insultano i VIP e non coloro che tutti i giorni riempiono web, stampa e TV con inutili notizie gossipare di cui non importa niente a nessuno, spacciando per informazione seria e cultura popolare i pettegolezzi da comari al mercato.

Spiegatemi perché i cittadini che ogni giorno subiscono la visione di autentiche discariche di spazzatura mascherate da informazione, non possono nemmeno reagire o lamentarsi; pena essere censurati o definiti “imbecilli” da Eco o “webeti” da Mentana. Perché è il pubblico ad essere “webete” e non i media (e tutto quello che ci gira intorno e ci campa) che impongono al pubblico dettagli non richiesti sulle peripezie e le vicissitudini familiari, affettive, economiche, professionali, dei VIP e dei personaggi dello spettacolo, nonostante alla gente non interessino affatto. Spiegatemi perché ogni giorno in Home deve esserci un articolo su Belen Rodriguez o l’ultimo selfie di Naike Rivelli; perché da decenni in TV, qualunque sia l’argomento trattato c’è l’immancabile presenza di Alba Parietti, e   perché l’opinione di Luxuria, ormai immancabile presenza nei salotti TV, conta più di quello della casalinga di Voghera.

Spiegateci perché Al Bano e Romina continuano a scassarci gli zebedei con “Felicità, è un panino e un bicchiere di vino, la felicità…” e se poi, dopo 40 anni di questa lagna, si perde la pazienza e li si manda elegantemente a quel paese si è definiti “webeti”. A lui ha fatto venire l’infarto, dice. A noi la telenovela infinita della Al Bano family fa venire improvvisi attacchi di orchite acuta. I veri “webeti” non sono gli italiani, sono quei personaggi invadenti, assillanti, ossessivi, vanitosi, megalomani, egocentrici, esibizionisti, narcisisti, convinti di essere al centro dell’universo. I veri webeti sono gli addetti ai lavori dei media che sulle insulse notizie gossipare ci campano e portano a casa la pagnotta. Spiegatemi perché dei Vip se ne può parlare solo bene. Se ne parli bene sei un critico, se ne parli male sei imbecille. Avete mai sentito Vincenzo Mollica parlare male di un artista? No, per lui sono tutti straordinari, fantastici, eccezionali, geniali; e tutte le canzoni sono capolavori. Possibile che fra migliaia di personaggi non ce ne sia nemmeno uno che sia appena appena meno che straordinario? O non ci sia una canzone che non sia un capolavoro, ma sia appena appena passabile?  Non vi viene il sospetto che si esageri con le iperboli, i superlativi e lodi sperticate?

Perché la stampa può abusare di superlativi e iperboli fantasiose per parlare dei presunti VIP, dalla sciacquetta da reality al rapper di turno (meglio se nero; va di moda), ed esaltare la magnificenza degli inesistenti vestiti nuovi dell’imperatore. E perché se poi arriva il bambino che grida “Il Re è nudo” lo definite “webete” o imbecille?  Ho la sensazione (come ripeto spesso e inutilmente) che la stampa sia un po’ in ritardo sui tempi. Sono ancora convinti di dettare le regole ed influenzare il pubblico a loro piacimento. Cosa che in parte è anche vero, ma in misura molto minore rispetto a decenni fa. Oggi la gente non si beve più qualunque sciocchezza giusto perché “lo ha detto la radio” o “C’è sul giornale”. Ma non volete capirlo. Così ci si i sorprende se sui social, invece che lodi e complimenti, si ricevono critiche e insulti. Anche esprimere la propria opinione è democrazia. Oppure la democrazia va bene solo se si è d’accordo col capo o con la linea editoriale del proprio giornale?

Insulti e offese gratuite sono certo da condannare, ma bisogna anche chiedersi la ragione di questa insofferenza del pubblico nei confronti dei VIP in genere; quelli dello spettacolo, della politica, della finanza, dello sport, della cultura, dell’informazione. Sono presenti dappertutto, occupano tutti gli spazi possibili; sembra che esistano solo loro e che tutto ciò che dicono e fanno sia oro colato. La verità è che hanno stancato, la gente non li sopporta più.  E lo dice, perché oggi, grazie alla rete, tuti hanno la possibilità di esprimersi; cosa impossibile in passato. Qualcuno esagera, certo, ma ciò che dà fastidio agli addetti ai lavori non sono le critiche, gli insulti, i casi isolati di troll e maniaci che sfogano le loro frustrazioni sul web. Ciò che percepiscono come un pericolo  è che la gente comincia a dire quello che pensa e che spesso le opinioni del pubblico sono in contrasto con l’opinione che i media cercano di far passare come opinione pubblica, ma non lo è. La rappresentazione della realtà che ogni giorno ci viene propinata dai media non è la vera realtà, è solo una sua rappresentazione, spesso faziosa, manipolata ed alterata ad uso e consumo di interessi nascosti.  Questa libertà di espressione viene percepita come un pericolo dalla stampa e dal potere che continua a credere che quella libertà sia un loro esclusivo diritto e temono di vedere sminuito il loro potere, la loro autorevolezza, e pure il loro conto in banca. Hanno paura del bambino che grida “Il re è nudo”.

Volete capire come funziona l’informazione, i trucchi nascosti e la manipolazione scientifica delle notizie? Leggete “Gli stregoni della notizia” (Ed. Guerini, € 21.50), di Marcello Foa, appena pubblicato.

Nota

Tiscali blog chiude la piattaforma. Tutte le istruzioni per il salvataggio dei dati ed il trasferimento  del blog su Word Press o altra piattaforma sono a disposizione  qui:

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Quirinale news

di , 5 Aprile 2018 20:17

Il Quirinale è al centro dell’attenzione mediatica. Incontri, consultazioni, prove di dialogo, solita manfrina di politici vecchi e nuovi e solita pantomima di finta democrazia. E in primo piano la faccia imperscrutabile, impassibile, immutabile, inespressiva, fossilizzata, del nostro Presidente: impossibile da interpretare e cercare di capire cosa pensa o cosa prova perché, in quanto ad espressività, se la gioca a pari merito con il Mocio Vileda. Già, non ho voglia di ripetere cose che dico da anni. Allora tanto vale riproporre due dei tanti post dedicati al Quirinale. Cambiano gli attori, ma, a parte qualche piccola variante scenica o improvvisazione occasionale, la messinscena, il canovaccio,  la farsa tragicomica  è sempre la stessa.

Follie italiche (2014)

Quirinale, ma quanto mi costi? Periodicamente vengono forniti i dati dei costi stratosferici della politica; Camera, Senato, province, regioni, finanziamento ai partiti e via sperperando. Cifre pazzesche difficilmente comprensibili per un cittadino normale. Ma il dato più incredibile è quello che riguarda le spese del Quirinale. La cifra totale è di circa 228 milioni di euro all’anno. Circa 450 miliardi di vecchie lire; all’anno! Eppure, nonostante questo dato venga riproposto con frequenza sui media, nessuno si scandalizza, nessuno protesta, nessuno chiede interventi per ridurre drasticamente le spese, nessuno si vergogna; nemmeno Napolitano.

Pochi giorni fa il costo della residenza del nostro Presidente della Repubblica è stato ricordato nel programma “Quinta colonna“, che ha messo a confronto in una tabella i costi del Quirinale con quelli delle residenze del presidente francese, della regina Elisabetta e di Obama. La conclusione è che il Quirinale costa molto di più dell’Eliseo, Buckingham palace e Casa Bianca sommati insieme. Allucinante.

Bisognerebbe ricordarci spesso di questa tabella. Almeno ogni volta che Napolitano appare in TV, lancia i suoi messaggi quotidiani o presenzia a cerimonie ufficiali. Dovremmo porci una semplice domanda: Napolitano, quanto ci costi? Dovremmo chiederci come mai e con quali giustificazioni, il Presidente della Repubblica italiana costa più del doppio di quello francese, quasi quattro volte la regina d’Inghilterra e quasi otto volte il presidente degli Stati Uniti. Noi italiani siamo più bravi degli altri? Siamo più belli, più simpatici, più furbi? O siamo più ricchi? La spiegazione possiamo trovarla in uno dei tanti articoli dedicati alle spese folli della casta politica, uno a caso, uno degli ultimi, questo: “Napolitano chiede sacrifici, ma vive in una reggia”. 

E’ per sostenere queste spese folli che tartassano i cittadini con sempre nuove tasse, imposte e gabelle? Ma con quale faccia tosta hanno ancora il coraggio di presentarsi in pubblico? Con che sfacciataggine osano ancora affollare i salotti televisivi a parlare del nulla, a cianciare del vuoto assoluto? Con che faccia si presentano ai cittadini spacciandosi per innovatori, riformatori e moralizzatori della politica? Con che coraggio chiedono ancora ai cittadini la fiducia? Come possono continuare a tassare i cittadini già stremati e sull’orlo della disperazione? Per sostenere queste spese? Per finanziare una reggia in cui alloggiare un presidente che ci costa più di un re o della regina Elisabetta? Dovrebbero vergognarsi…di esistere.

Quirinarie e diretta TV (2015)

Viviamo in mondi paralleli; intendo dire il mondo della gente normale che, alle prese con mille problemi quotidiani, si arrabatta per campare, ed il mondo quasi surreale di  quella rappresentazione tragicomica che è la politica e l’informazione. In questi tre giorni RAI3 e LA7 si sono contesi gli spettatori con lunghissime dirette televisive dalla Camera (fino a quattro ore)riprendendo la chiamata nominativa di oltre mille  parlamentari e “grandi elettori” regionali ed il successivo spoglio delle schede. Assistere per delle ore alla sfilata di facce note e meno note di quelli che  si dice siano i rappresentanti del popolo (ma qualcuno ne dubita) non è propriamente un passatempo piacevole e rilassante.  Anzi, se si pensa a quanto ci costa l’apparato parlamentare ed ai danni che fanno, si rischia di rovinarsi la giornata.

Se poi la chiamata viene fatta, con  la voce un po’ roca ed un po’ piagnucolosa da funerale in corso, dalla “presidentessa” Boldrini, allora questo rito potrebbe essere classificato a pieno titolo fra le torture in stile Arancia meccanica, ed essere perseguito a norma di legge. Se questa signora è arrivata a ricoprire la terza carica dello Stato (il come ed il perché è uno dei tanti misteri d’Italia, come l’unione contro natura di ex PCI ed ex DC, le convergenze parallele di Moro ed il disastro di  Ustica) deve avere certamente delle grandi doti nascoste. Ma osservando le doti che appaiono a prima vista, bisogna riconoscere che  madre natura non è stata molto benevola con lei in quanto a simpatia, fascino e gradevolezza vocale. Ma non si può avere tutto nella vita, bisogna accontentarsi di quello che si ha.

Per evitare di annoiare gli spettatori, in TV cercano quindi di riempire il tempo con interviste e commenti di politici, giornalisti “quirinalisti” (questo è il loro momento di gloria) e opinionisti più o meno esperti che si esibiscono in un ampio repertorio di ipotesi di voto, dietrologie su accordi più o meno segreti, patti nazarenici, aspetti tecnici delle votazioni, aneddoti, voci di corridoio, giudizi sui candidati preferiti, in perfetto stile reality o talent show, pronostici e  puntate sui cavalli di razza che partecipano al Gran premio Montecitorio; mancano solo gli allibratori e la sala scommesse tipo La Stangata.

Osservando questo rituale, si ha la netta percezione della incolmabile frattura tra la realtà quotidiana ed un mondo, quello della politica e dell’informazione,  fatto di parole e immagini che con la realtà hanno poco o niente a che fare. Per rendersene conto basta confrontare i due livelli esistenziali. La realtà è fatta, purtroppo, da gravissimi problemi economici, precarietà del lavoro, decine di migliaia di aziende che hanno chiuso definitivamente o stanno per chiudere o essere vendute ad imprenditori stranieri, livelli di disoccupazione drammatici (quella giovanile è al 40%),  povertà in aumento (le statistiche ufficiali parlano di circa 9 milioni di italiani in grave difficoltà), emergenza immigrazione con reali rischi per la sicurezza e la convivenza sociale; piccoli o grandi conflitti sono sempre più frequenti ed accrescono l’insofferenza degli italiani nei confronti di una immigrazione senza limiti e regole. Si aggiunga il pericolo concreto di azioni terroristiche da parte di gruppi organizzati, come Al Qaeda o Isis, o di pazzi e fanatici isolati pronti a farsi saltare in aria insieme a vittime innocenti, convinti di trovare nell’al di là 72 vergini a disposizione per l’eternità (c’è chi ci crede), ed il quadro della realtà risulta molto preoccupante e non lascia sperare niente di buono. A questi problemi pensano gli italiani, non alle beghe quirinalizie o nazareniche.

Ora si osservi l’altra faccia della realtà, quella della politica. Un mondo fatto di parole, promesse, dichiarazioni, slides, tweet, di toni sempre ottimistici se si è al governo, o di toni catastrofici se si è all’opposizione, di attribuzione dei meriti a se stessi o alla propria parte politica e di addebito delle colpe agli avversari, di assillante presenza in tutti i salotti televisivi a tutte le ore del giorno e della notte, di risse e scambio di accuse reciproche, di difesa del proprio branco, sempre e comunque e di demonizzazione dell’avversario, sempre e comunque. Mai, dico mai, in decenni di dibattiti televisivi, che grazie a questi confronti televisivi abbiano risolto anche uno solo dei problemi reali. Chiacchiere, sempre e solo chiacchiere su questioni che, più che interessare i cittadini, interessano quelli che campano di politica, i conduttori televisivi di turno ed i giornalisti che su quelle chiacchiere il giorno dopo riempiono le pagine dei giornali.

Al massimo questi politici da salotto si limitano a fare l’elenco dei problemi, come se già non li conoscessimo, senza mai fornire una risposta o una soluzione. E nessuno dei “bravi conduttori” di turno che gli dica chiaro e tondo “Guardi, onorevole, che i problemi dell’Italia li conosciamo  già da tempo e li viviamo drammaticamente tutti i giorni. Ma voi non siete in Parlamento per dirci quali sono i problemi, siete pagati per risolverli.”. In realtà, non solo non hanno la capacità di affrontare e risolvere i problemi (la Costituzione non prevede che chi va in Parlamento abbia particolari competenze, anche lo scemo del villaggio può essere eletto), ma sembra che il loro massimo impegno sia quello di complicare ulteriormente la vita alla gente, con sempre nuove norme, nuove tasse, balzelli, lacci e lacciuoli burocratici; un orrido antro in cui un Minotauro  sempre assetato di sangue divora cittadini e contribuenti; un labirinto inestricabile dal quale è impossibile uscire, nemmeno portandosi appresso il filo di Arianna.

Eppure sembrano davvero convinti che questa nuova sceneggiata di regime appassioni gli italiani.   Pensano che gli italiani credano che eleggere Tizio o Caio possa cambiare la loro situazione o risolvere un qualche problema. Sembra che aver proposto il nome di Mattarella sia stata una grande scelta democratica, fatta a nome e per conto degli italiani. Si tessono le lodi, si decantano le sue capacità e competenze, le grandi qualità umane, lo si presenta come il candidato ideale. Manca solo che spuntino dei testimoni che giurino che Mattarella abbia compiuto dei  miracoli. Strano, avevamo un santo in casa e nessuno, fino a ieri, se ne era accorto. Ora, però, riflettiamo un attimo. Se quel nome non fosse stato fatto da Renzi e, quindi, imposto alla sua coalizione di governo (come continua a fare, imponendo il suo punto di vista, per tutto ciò che decide il governo), quanti sarebbero, sinceramente, gli italiani che avrebbero pensato a Mattarella come presidente e lo avrebbero votato? Forse nemmeno lo stesso interessato o i familiari e  parenti, fino a pochi giorni fa ci avrebbero mai pensato.  Eppure sembra che i nostri parlamentari siano convinti che gli italiani abbiano un solo pensiero fisso quando si svegliano al mattino: chi sarà il nuovo presidente. Già, dimenticano problemi, tasse, mutui, salute, sicurezza, perfino gli affetti; la loro mente è interamente occupata dalle beghe politiche sul Quirinale e sul fatto che il patto del Nazareno regga o no. Ne sono convinti i nostri rappresentanti del popolo.

Non solo ne sono convinti, ma a forza di mostrarci questa faccia della medaglia, finiscono per convincere anche noi, grazie alla compiacenza e complicità dei media. Questo, infatti, è l’altro termine di quel binomio funesto politica-informazione. Si reggono a vicenda, sono complementari, vivono e si integrano in perfetta simbiosi. La politica fornisce la materia prima da trattare quotidianamente e la stampa ricambia mettendosi a completa disposizione e diventando un grande ufficio stampa del palazzo. Basta leggere la stampa, internet o ascoltare uno dei telegiornali per rendersene conto. Non è altro che una passerella dei soliti noti, delle solite facce, delle solite dichiarazioni di circostanza che ripetono come litanie, senza mai dire qualcosa di veramente interessante, intelligente e che abbia un riscontro ed una utilità pratica. I media non fanno altro che dare spazio, volto e parola ai professionisti della politica, sono il loro megafono, al loro servizio, sono lo strumento per condizionare l’opinione pubblica, creare consenso, indottrinare e  plagiare il popolo.

Sono complici di una sorta di grande “famiglia” affaristica, da far invidia a don Vito Corleone, istituzionalizzata e legittimata in nome della democrazia e finalizzata al mantenimento dello status quo, delle poltrone, dei privilegi di Stato e del potere. I titoli di prima pagina sono sempre per loro, i primi servizi sui TG pure e così  le poltrone dei talk show; ogni giorno dobbiamo sorbirci la indecorosa lagna di cosa dice Tizio, cosa risponde Caio e cosa ribatte Sempronio. Ogni giorno la stessa solfa. E questa la chiamano informazione. Ma davvero la gente crede o prende sul serio le dichiarazioni quotidiane delle ancelle renziane, del ciarlatano di Palazzo Chigi, dell’orecchinato Vendola o di quella specie di orso Yoghi che è il consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti? Credo di no, gli italiani non ci credono più, lo hanno dimostrato alle ultime elezioni regionali, con un tasso di assenteismo del 50% perfino nella regione rossa per eccellenza, Emilia e Romagna, dove fino a ieri andare a votare per i candidati del partito (il PCI, ovviamente, e suoi derivati e discendenti) non era solo un diritto o dovere del cittadino, era un obbligo morale.  Se si sono stancati perfino i compagni significa che la credibilità della classe politica è in caduta libera.  Come è sempre meno credibile il loro megafono ufficiale, la stampa. Politica e  informazione sono pappa e ciccia, culo e camicia, il gatto e la volpe. Anche quando fanno finta di essere in  disaccordo o fingono di litigare; sono come i ladri di Livorno.

Mi chiedo che male abbiano fatto gli italiani per meritarsi questa gentaglia in Parlamento. Sembrano acquistati ai saldi estivi, in offerta speciale prendi tre paghi uno, o forse  da ambulanti africani, o  a Porta Portese. Forse non sono nemmeno originali, non possono essere politici veri. Sembrano falsi, parodie, controfigure, maschere, cattive imitazioni.  Quando vediamo parlare Renzi abbiamo il dubbio che sia lui o sia  Crozza che lo imita, oppure sia Renzi che imita Crozza quando imita Renzi; e non riusciamo più a distinguerli. Ci siamo cascati, ce li hanno venduti per buoni, ma sono il solito pacco, una fregatura, come le borse firmate dei marocchini. Anche questi non sono originali, sono  taroccati made in China. Ma ormai, in preda alla confusione totale, nessuno ci fa più caso. L’importante è partecipare al grande circo della politica e tirare a campare.

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Vedi

- La vecchia, il tiranno e le quirinarie.

- Il galletto del Colle

- Chisenefrega day

- Presidenti e sesso

- Quirinale News

- L’acqua calda

- Presidenti tuttofare

- Che pale

- Sconvolti d’Italia

- Foibe e amnesie

- Napolitano, il muro e le amnesie

- Presidente, che diceva sui politici in TV?

- Napolitano e l’Ungheria

- Rosso Quirinale

- Eurocomplotti

- I misteri del Colle

- Giorgio double face

Vedi “Re Giorgio e la cresta”.

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Hawking e Dio

di , 14 Marzo 2018 12:54

Non mi interessa discutere sull’esistenza o meno di Dio. Mi incuriosisce, invece, vedere come ne parlano gli uomini e come cercano, su diversi fronti, di spiegarne o negarne l’esistenza e con quali metodi e sistemi; specie la scienza. Un problema che riguarda l’epistemologia e la gnoseologia. Ma non divaghiamo.  Esempio…

Non sempre le belle frasi sono anche vere. Spesso sono solo belle. I grandi scienziati ci sorprendono con le loro intuizioni geniali. E talvolta parlano anche di Dio. Per esempio, il famoso astrofisico inglese Stephen Hawking qualche tempo fa (The grand design 2010) ha detto che “Non c’è bisogno di Dio per spiegare la nascita dell’universo, bastano le leggi della fisica.”. Geniale (facile, è un genio!): “bastano le leggi della fisica”, dice da ateo o agnostico. Con la stessa logica un credente potrebbe dire “Non c’è bisogno delle leggi della fisica per spiegare l’Universo; basta Dio”. Questa affermazione, scientificamente, ha lo stesso valore di quella di Hawking. Adesso basta che un altro scienziato (che sia ugualmente geniale; altrimenti la prova non è valida) spieghi come, quando e perché sono nate le leggi della fisica.  E sarà svelato il mistero dell’universo (e pure di Dio). Facile, no?

Date uno sguardo a questi vecchi post. Niente di scientifico, solo piccoli esercizi di logica, tanto per fare due chiacchiere sul tema.

- Piccoli esercizi mattutini di riscaldamento (2005)

- L’universo e il caso (2006)

- “In origine era Dio…forse“.  (2006)

- Il pensiero e la materia (2008)

- Pensieri e caramelle (2008)

In quanto all’attendibilità di certe teorie scientifiche ecco un esempio:

- L’universo è nato…dall’universo! (2007)

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Renzi si è dimesso

di , 5 Marzo 2018 19:30

Era ora. Ancora oggi qualcuno aveva dei dubbi sulle responsabilità di Renzi nello sfascio del PD. Timidamente si accenna a problemi di immagine, di carattere, di personalità. E’ risaputo che a sinistra hanno i riflessi lenti, hanno bisogno di tempo per capire, spesso di anni. Ancora avete dei dubbi? Mi è bastato seguirlo per pochi minuti alle sue prime apparizioni, vedere l’espressione, la mimica, il tono di voce, la gestualità, l’atteggiamento nei confronti degli interlocutori, per capire chi era questo bulletto di periferia. E nel PD, dopo anni, c’è ancora chi non vuole capirlo. Facciamo un breve riepilogo.

Il Bomba a palazzo (2014)

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.  Fra i tanti commenti in rete, riportati oggi dall’ANSA (Renzi premier, tutta l’ironia social), quello di Antonello Piroso conferma quanto detto sulle “sparate” renziane e solleva molti dubbi sull’affidabilità futura di questo leader per caso.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

Il Bomba e Cetto Laqualunque

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Renzi è Renzi e voi no (2016)

Sarà quella fastidiosissima Esse sibilante; saranno quegli incisivi sporgenti da castoro; sarà quell’andatura  da pistolero smargiasso al saloon di Kansas city;  sarà quell’aria da bulletto di periferia, da boss del quartiere, da “Er più de borgo”; sarà quella smisurata  presunzione da patologia clinica che supera abbondantemente i limiti di legge, le norme UE  e la sopportazione umana; sarà l’arroganza innata che usa con chiunque non sia d’accordo con lui; sarà la mancanza di  riguardo e considerazione, non solo nei confronti degli avversari,  ma perfino nei confronti dei compagni di partito che non siano del “cerchio magico“; sarà l’incapacità congenita di ascoltare suggerimenti e l’insofferenza per qualunque forma di critica o dissenso; sarà il rifiuto di accettare qualunque opinione non sia perfettamente allineata al suo pensiero unico; sarà quell’autoritarismo intransigente (nemmeno Adolfo e Benito giunsero a quei livelli) che chiude a qualunque forma di dialogo; sarà la sua naturale idiosincrasia e incompatibilità nei confronti della democrazia che, per il segretario di un Partito democratico, è il massimo dell’incoerenza.

Sarà quella miscela irritante di superbia, boria, strafottenza, spocchia, supponenza, alterigia, insolenza, sfrontatezza, protervia (si possono aggiungere sinonimi a piacere, tanto gli si addicono tutti); sarà quell’aria di sufficienza e altezzosità congenita da “Io so’ io e voi non siete un cazzo”; sarà quell’essere sempre impettito e guardare il mondo intero dall’alto in basso; sarà il modo di muoversi, di camminare dondolando le spalle, da “Spaccone” (al suo confronto Eddie Felson era modello di umiltà e modestia); saranno le fanfaronate alla Miles gloriosus  che dispensa quotidianamente a reti unificate; sarà ciò che quelli che parlano forbito chiamano “allure” o “fisiognomica” o “prossemica” (ma quelli che parlano terra terra lo chiamano semplicemente “cafone“); sarà la ingiustificabile maleducazione di presentarsi in camicia con le maniche arrotolate e con le mani in tasca negli incontri ufficiali con Obama e gli altri capi di Stato (da vero ”cafone” Doc); sarà il suo eloquio a base di slogan, metafore, citazioni goliardiche da cultura di massa e battutine da bar sport; saranno le sue conferenze stampa da capo del governo in perfetto stile imbonitore da fiera paesana,  a base di slides e “Venghino, siori, venghino”; sarà quell’atteggiamento indisponente da ragazzino impertinente, petulante e maleducato; sarà che è davvero convinto di essere l’unico, il migliore, “Matteo, The One“.  Sarà quel che sarà, ma questo ciarlatano toscano mi sta tremendamente sulle palle. Oh, l’ho detto, mi sono sfogato. Un blog serve anche a questo. Quando ce vò, ce vò.

Bruto, pardon…Renzi è  un uomo d’onore (2015)

Romani, amici, concittadini, ascoltatemi. Sono qui per dare sepoltura alla democrazia, non per farne le lodi. V’ha detto il nobile Matteo, e gli altri insieme a lui, che il voto di fiducia è la forma più alta di democrazia. Così Matteo, che è un uomo d’onore, chiede il voto di fiducia alla Camera sulla legge elettorale e la maggioranza approva. Perché, dice Matteo, questa è la democrazia. Eppure Matteo, che è un uomo d’onore, solo un anno fa,  diceva che “Le regole si scrivono tutti insieme“. Diceva Matteo  che “Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato“. Lo diceva Matteo Renzi, e gli altri insieme a lui. E Matteo è un uomo d’onore.

Se questo è un uomo…

Vedi

- Renzi, il premier con le mani in tasca. (2015)

PdC: Partito del cavolo

di , 27 Febbraio 2018 17:53

Domenica si vota. Finalmente, così la smettiamo con le passerelle televisive e gli appelli dell’ultimo minuto. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato, simm’e Napule paisà. Trullalero trullalà! Avete ancora le idee poco chiare e non sapete per chi votare? Votate per noi, l’unico partito veramente innovativo, diverso da tutti gli altri, l’unico che vi garantisce ciò che promette.

Ultimo appello

La politica è in crisi, l’economia è in crisi, il cinema è in crisi, la famiglia è in crisi, la RAI è in crisi, la scuola è in crisi, tutto è in crisi. Perfino gli psicologi, non riuscendo a contrastare il dilagare di questa epidemia di crisi globale, sono in crisi per eccesso di crisi.
In politica si naviga a vista e si tenta di tutto per far finta di cambiare le cose in modo che tutto resti come prima. Il  libro più letto in Parlamento è “Il gattopardo“.

In questa atmosfera di estrema confusione è necessario intervenire con proposte concrete che, una volta per tutte, riportino la politica nel suo ambiente naturale: il mercato delle vacche.
Per questo motivo abbiamo deciso di scendere in campo e fondare un nuovo partito che sia improntato alla massima chiarezza.

Premessa
Il nostro movimento si batterà per contrastare il confusionismo integralista del cerchiobottismo doppiopesista dello statalismo liberale perseguito dall’ateismo clericale, dal bigottismo ateo dei marxisti cattolici e dall’immobilismo movimentista del relativismo dogmatico.

Il programma
A tal fine proponiamo un liberalsocialismo cattolaicista conservatore e riformista che si batta per una democrazia totalitaria in un libero mercato di Stato, fondato sul capitalismo noglobalista autarchico. Un partito movimentista che nasca dal fusionismo dell’ultralibertarismo postradicale e neoreazionario e dell’ultraclericalismo dell’estremismo moderato, mediati da un garantismo giustizialista non disgiunto dall’anarchismo nazionalista del proletariato aristocratico. Chiaro?

Il nostro programma completo sarà stampato, in elegante veste tipografica, in 24 volumi per complessive 25948 pagine, più un aggiornamento che, essendo un aggiornamento, verrà aggiornato continuamente secondo i ghiribizzi e le paturnie dei vari candidati, sostenitori, fiancheggiatori, amici, parenti e conoscenti e secondo gli umori dello zio Peppino il quale, essendo un bastian contrario per natura, ha sempre qualcosa da aggiungere.
Il programma verrà sottoposto ad approvazione dei cittadini i quali potranno, inoltre, scegliere i candidati nel corso di regolari elezioni primarie, secondarie e terziarie francescane che voteranno in convento a favore e convento contrario, tanto per garantire la par condicio.

Il nome, il simbolo.
Seguendo l’abitudine diffusa di adottare simboli di ispirazione naturalistica, alberi e fiori in particolare (garofano, margherita, quercia, ulivo), anche noi abbiamo deciso di adeguarci.
Ma per dimostrare da subito la grande democrazia e la natura popolare del movimento, piuttosto che scegliere fiori o alberi pregiati, abbiamo optato per un modesto ortaggio: il cavolo.
Dopo il PD ed il PDL abbiamo il  PDC: il Partito del Cavolo.

Aderisci anche tu al Partito del cavolo e risolveremo tutti i problemi, anche quelli che non hai (E se non hai problemi te li creiamo noi; gratis).
- Col cavolo troverai un lavoro fisso.
- Col cavolo avrai uno stipendio sicuro.
- Col cavolo avrai una casa.
- Col cavolo avrai una pensione garantita.

Che cavolo volete di più?

L’inno del Cavolo (Parole di Circostanza, musica di Atmosfera)

Con verze e cavolfiori
nessuno resta fuori.
Cavoli e broccoletti
Saremo tutti eletti.
Col broccolo e col cavolo
Si mangia tutti a un tavolo.
Col cavolo che avanza
Ci riempirem la panza.

Sosteneteci.
Col cavolo risolveremo tutti i problemi e fin da oggi promettiamo e garantiamo “Più cavoli a merenda per tutti”.
Aderite numerosi, altrimenti saranno cavoli vostri!

Nell’immagine sotto il ritratto ufficiale del fondatore e Presidente onorario del partito del cavolo.

Fascisti rossi

di , 13 Febbraio 2018 05:55

In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.“. L’attribuzione della battuta è incerta, fra Ennio Flaiano (lo stile è il suo) e Mino Maccari. Ma il senso è chiarissimo. La dimostrazione del fatto che gli uni e gli altri abbiano qualcosa in comune l’abbiamo ogni volta che gli antifascisti scendono in piazza “contro i fascisti” e mettono in atto azioni di violenza, vandalismo e guerriglia urbana, al confronto dei quali le squadre fasciste del ventennio sembrano boy scout. Gli ultimi scontri a Piacenza ne sono la prova: “Carabinieri; è stata una vera mattanza.”. Si chiamano in vari modi; antagonisti, antifascisti, centri sociali, black bloc. Ma in realtà sono dei militanti rivoluzionari comunisti travestiti da antifascisti e difensori della libertà e democrazia.  Pronti a correre, con tutto l’armamentario di serie, dovunque ci sia una manifestazione, un corteo, un pretesto per esercitarsi nella loro attività preferita: la guerriglia urbana. Insomma, hanno una spiccata predisposizione ad usare le maniere forti. Quindi questi comunisti antifascisti potremmo chiamarli anche “fascisti rossi“. Ma sarebbe un errore, perché in realtà non hanno niente da imparare e da invidiare ai fascisti perché sono anche peggio; sono comunisti.

I Black bloc la sera… (Ottobre 2011)

Le idee rivoluzionarie e sovversive o, più moderatamente, il senso di ribellione verso la società, sono come le malattie esantematiche: ci passano quasi tutti. Per fortuna si superano abbastanza facilmente e senza conseguenze. Poi si cresce e restano solo un ricordo. Ma non sempre. In alcuni casi i sintomi permangono anche in età giovanile o adulta. Così, capita di incontrare persone che continuano a propugnare la necessità di cambiare il mondo e fare le loro piccole o grandi rivoluzioni contro le multinazionali, il capitalismo, la borghesia, il conformismo, la società consumistica, lo sfruttamento, i padroni o, più semplicemente, contro il potere di qualunque genere e colore. Ma è da giovani che si sente con più forza questo istinto rivoluzionario. E in qualche modo bisogna sfogarlo. Così, ogni pretesto è buono per innalzare nuove bandiere, scendere in piazza, sfilare in corteo, urlare qualche slogan, bruciare quello che capita, tanto per riscaldare il clima, e fare le prove di guerriglia in previsione del grande giorno della rivoluzione.

Poi, la sera, questi piccoli apprendisti rivoluzionari tornano a casa, dove sono assicurati vitto, alloggio, paghetta settimanale e dove c’è sempre la mamma che li attende con ansia e provvede a fare la spesa, cucinare, lavargli la biancheria e pulirgli il sederino. Mangiano, bevono, dormono tranquilli nella loro bella cameretta adornata con le immagini di Marx e Che Guevara e sognano la rivoluzione. E il giorno dopo si svegliano, fanno colazione con latte, burro, marmellata e biscotti (tutto preparato dalla mamma), come la famigliola del Mulino bianco. Poi riprendono, con calma, la loro opera di predicatori e salvatori del mondo, contro il capitalismo, il consumismo, il potere e le comodità borghesi. In fondo sono dei “bravi ragazzi“, tutto casa e corteo,  guerriglia e nutella.

Sono gli eredi di quelli  che una volta si accontentavano di vagheggiare un mondo migliore: “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo...”. Oggi, forse grazie ad una dieta più ricca di proteine, si sono evoluti, più grintosi, aggressivi e con una passione speciale per usare poliziotti e carabinieri come bersagli mobili da colpire. Ma poi, ci conviene davvero cambiare il mondo? Vedi: “Rottamazioni e mondi da cambiare.” (2007 – 2016).

Vedi

- Studenti d’Italia.

- Okkupato.

- Cortei e branchi.

Walkiria e manganelli.

- Expo e teppisti. 

Foibe? Non so…

di , 10 Febbraio 2018 17:56

Oggi è la giornata del ricordo delle vittime delle foibe. Foibe? Non ricordo, non c’ero; e se c’ero dormivo. Nella giornata del ricordo sono tutti smemorati. Anzi, per più di 50 anni la sinistra ha imposto un silenzio totale sulle stragi ad opera dei comunisti titini; non se ne doveva parlare. Si può parlare solo delle stragi fasciste e naziste, ma sulle stragi comuniste meglio tacere. Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Ne parlavo anche due anni fa “Smemorati, foibe e ipocrisia di Stato“. Anche il presidente Napolitano, nonostante per dovere istituzionale abbia celebrato la ricorrenza negli anni della sua presidenza, lo ha fatto sempre con dichiarazioni vaghe, generiche, citando le responsabilità del fascismo e del nazismo, ma senza mai citare la parolina proibita “comunismo“. Difficile parlare di foibe senza mai citare il comunismo di Tito, ma Napolitano è bravo e ci è riuscito. Vedi qui alcune edificanti notiziole e link ad articoli su Re Giorgio: “La vecchia, il tiranno e le quirinarie“.  Vedi “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E ancora “Foibe, profughi e smemorati“, “Napolitano, il muro e le amnesie”,  “

Vedi: “Foibe, stragi, esodo.”

Da “Ahi, ahi, presidente, mi è caduto sulle foibe“, un post del 2007.

In occasione della giornata del ricordo, 10 febbraio, il Presidente Napolitano ha tenuto un discorso molto apprezzato da tutti, ricordando che per troppo tempo la tragedia delle foibe è stata ignorata “per cecità”. “Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica” (Corriere.it) Un discorso concluso con un forte richiamo “…ai valori di pace, libertà, solidarietà e tolleranza della nuova Europa…nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia.“.

Parole condivise da tutti, dicevo, eccetto dal presidente croato Stipe Mesic, il quale ha vivacemente protestato accusando Napolitano di “aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico”. Ma non è di questo che intendo parlare. Voglio piuttosto notare come questa “congiura del silenzio” protratta per decenni sia stata perseguita e voluta proprio da quella sinistra comunista nella quale per decenni ha militato il Presidente Napolitano. Un silenzio imposto a tutti i militanti comunisti, specie a coloro che sapevano per diretta esperienza, ai quali era vietato parlarne perfino in famiglia. Un silenzio che, nonostante le belle dichiarazioni del Presidente, permane tuttora, almeno all’interno di quella sinistra che ancora è orgogliosa di chiamarsi comunista.

Basterebbe ricordare come lo scorso anno, subito dopo che la RAI mise in onda una fiction “Il cuore nel pozzo” che rievocava alcuni fatti di quel periodo e della tragedia delle foibe, l’attore Leo Gullotta, intervenendo ad un convegno di Rifondazione comunista, venne accolto con urla di contestazione e fischi. Qual era la colpa di Gullotta? Semplicemente quella di aver partecipato come interprete a quella fiction. Già, perché delle foibe e delle atrocità delle milizie titine non bisogna parlare per un motivo molto semplice: erano comunisti.

E allora va benissimo ricordare la Resistenza, l’antifascismo, le barbarie della guerra, i campi di sterminio nazisti, ma guai a parlare dei crimini commessi dai comunisti. Ecco perché da 60 anni ci ricordano quasi quotidianamente le stragi compiute dai nazisti e gli orrori dei campi di sterminio, ma non si parla mai dei gulag e degli orrori del comunismo. Ecco perché, anche il Presidente Napolitano, parla di “guerra fascista“, ma quella di parte comunista la chiama solo “terrore iugoslavo“. Ed evita accuratamente, quando parla di cecità politica e di responsabilità, di dire chiaramente che quella responsabilità deve assumersela in prima persona. Troppo comodo e troppo facile fare i pacificatori e condannare oggi quei crimini che per 60 anni si è tentato di nascondere.

Ma ormai siamo abituati a questo tipo di pentimenti. Si è pentito anche di aver sostenuto a suo tempo l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest e Praga. Ma non sono errori che si possono cancellare con un semplice atto di pentimento. Specie quando per decenni quella parte politica ha perseguito una ideologia che ha spaccato l’Italia fra comunisti ed anti comunisti. Con tutte le conseguenze del caso, compresa la gravissima responsabilità di aver sempre alimentato l’odio di classe che ha favorito, grazie a questa ideologia dell’odio, la nascita delle brigate rosse, degli anni di piombo e di tante persone morte ammazzate.

Sarà un caso che i quindici brigatisti arrestati ieri avessero come base un centro sociale che, ai lati dell’ingresso, riporta la stella delle brigate rosse e la falce e martello? E’ una associazione di boy scout? E’ un’associazione di beneficienza? No, sono comunisti. E allora diciamolo chiaro e tondo e senza giri di parole. Sarà un caso che 8 di quei 15 siano iscritti alla CGIL? Sarà un caso che una lapide posta a memoria della tragedia delle foibe e dei profughi sia stata divelta dopo poche ore da ignoti? E’ inutile nascondersi dietro un dito e negare ogni responsabilità. La violenza degli anni di piombo nasceva e si alimentava della stessa ideologia marxista leninista, della lotta di classe, dell’utopia rivoluzionaria che era l’anima del PCI. Ed è la stessa aberrante ideologia che nutre i nuovi brigatisi. Ben vengano i ripensamenti ed i pentimenti, ma non basta. Anche perché quando si è militato per decenni in quella parte politica e si riconosce poi di aver sbagliato, come minimo ci si dovrebbe ritirare a vita privata e non restare al proprio posto come se niente fosse.

C’è un vecchio adagio che recita “Chi rompe paga…” nel senso che chi sbaglia ne paga le conseguenze. Ma l’Italia è uno strano paese in cui tutti “rompono”, ma nessuno paga. Ma la vergogna imperdonabile di questa sinistra facile ai pentimenti e corta di memoria è anche un’altra e riguarda l’esodo dei profughi che dovettero abbandonare le loro città compresi tutti i loro averi.

Un breve cenno storico: “Con la firma a Parigi del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 l’Italia cede alla Jugoslavia 7.700 chilometri quadrati con Pola, Fiume e Zara. Su 502.124 abitanti, 350.000 italiani (300.000 secondo Tito) vengono profughi in Italia. Vengono insultati dai comunisti ad Ancona, Bologna, Venezia e Milano.” Chi volesse ulteriori informazioni può consultare questo sito “Lega Nazionale”. Proprio così “Insultati”, italiani che arrivavano in Italia dopo aver perso tutto. Così venivano accolti sbarcando dai piroscafi ad Ancona, con insulti e lanci di pomodori. E poi, caricati su treni simili a vagoni bestiame partivano per Milano. E, non contenti di averli insultati ad Ancona, gli si negò perfino il diritto di bere e rifocillarsi. Quel treno venne bloccato sotto la neve, prima di giungere a Bologna, perché i sindacalisti della CGIL si rifiutavano di far transitare e fermare il treno, minacciando uno sciopero generale.

Nella stazione di Bologna, sessant’anni fa, si verificarono atti odiosi e ignobili nei confronti degli esuli istriani: all’arrivo dei vagoni che trasportavano gli esuli da Pola nei diversi campi profughi, essi furono insultati, sputacchiati e offesi dai comunisti bolognesi; fu gettato sulle rotaie il latte caldo destinato ai profughi e fu impedito ai loro treni di fermarsi.” Questa è una vergogna che non si può lavare facilmente con un semplice “abbiamo sbagliato”. Troppo comodo. E qual era la gravissima colpa di questi esuli? Era quella di aver lasciato il “Paradiso dei lavoratori” del comunista Tito. E per questa gravissima colpa venivano insultati come vigliacchi e fascisti.

Bene, quegli ignobili rappresentati dei comunisti e sindacalisti di allora sono i nonni e i padri di altri comunisti e sindacalisti che oggi aprono le porte a tutti gli immigrati di ogni genere, specie e provenienza e che si fanno paladini dell’accoglienza e tolleranza. No, troppo comdo e troppo facile dire “Ci siamo sbagliati”. Chi sbaglia e sbaglia in questo modo vergognoso ha il dovere morale di assumersi tutte le responsabilità e di ritirarsi da qualunque carica pubblica.

Ma, come ho detto, noi siamo uno strano paese in cui i sindacalisti che sbagliano continuano a fare i sindacalisti, i politici che sbagliano continuano a fare i politici, i comunisti pentiti continuano a fare i comunisti, i terroristi pentiti continuano a fare i terroristi (vedi Scalzone che ha dichiarato che continua a fare il rivoluzionario e “Potrebbe sparare ancora”), e talvolta finiscono in Parlamento e perfino Presidenti. Sì. siamo il paese di Bengodi in cui tutti rompono, ma nessuno paga. Mai!

Documenti Ecco una bella pagina (di Togliatti; il migliore) che illustra chiaramente quale fosse la posizione dei comunisti nei confronti degli esuli istriani: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

Ecco cosa scriveva in un articolo pubblicato sul Foglio del 14 febbraio 2006 (“Una gigantesca menzogna durata mezzo secolo“) Giampiero Mughini, nato e cresciuto politicamente fra le file di “Lotta continua“: “Io che leggevo il supplemento libri di Paese Sera, Mondo nuovo, l’Unità, il Manifesto, il Giorno, Rinascita, Problemi del socialismo, di quel dramma non ne sapevo proprio nulla. (…) Niente sapevo, nessuno di noi sapeva, nessuno ricordava, nessuno aveva messo a mente. Una gigantesca menzogna e una gigantesca omissione durate quasi mezzo secolo nel paese dove più forte e determinante è stata l’influenza culturale della sinistra, e dunque i suoi modi disinvolti di raccontare la storia.“.

E se lo dice Mughini, un comunista  che leggeva e si informava, figuriamoci cosa ne sapevano i compagni comunisti ignoranti.

Facce da festival

di , 7 Febbraio 2018 08:08

Riecco Sanremo, puntuale come le tasse. Sulla Home del Corriere vedo un pezzo sul festival: “Lo Stato sociale ed  The Kolors sono i preferiti”. E mi sembra di riconoscere uno degli inviati speciali. Non mi sbagliavo. E’ lo stesso al quale, 4 anni fa, dedicai un post “Le facce“. Ha solo 4 anni di più ed ha tolto il cappello. Ma questa faccia ha un’espressione così vivace ed arguta che merita di essere riproposta.

  

Ecco cosa scrissi: “Questo signore (mi dispiace, ma non ricordo il nome) era l’inviato speciale del Corriere della sera al festival di Sanremo. Ho salvato la foto perché pensavo, vista l’espressione particolarmente sveglia ed intelligente,  di dedicargli un post. In quei giorni era sempre in prima pagina sul Corriere.it, dove scriveva i suoi pezzi sugli eventi festivalieri. Poi passa il tempo, me ne dimentico ed il post non l’ho mai scritto. Ma la foto è sempre lì in archivio. Ed ecco che, visto che mi è passata sotto gli occhi, questa è l’occasione buona per mostrarla (mi sa che la fisiognomica in certi casi ci “azzecca“, come direbbe Di Pietro). Anche in questo caso non potevano trovare un inviato migliore per parlare di canzoni, musica e suoni. Uno dall’aria così “suonata” è difficile da trovare.”.

Non ho visto il festival, non lo vedo da molti anni; anzi, forse è più esatto dire da decenni. Ma oggi leggendo le prime notizie sembrerebbe che sia partito col botto, come sempre (ma i media hanno tutto l’interesse a spararle grosse per ingigantire gli eventi e le notizie): “Fiorello scalda il pubblico“, titola il Giornale. Fiorello scalda il pubblico? Forse non funzionava il riscaldamento centralizzato. Non l’ho mai capito (e non solo lui). Ci sono dei personaggi nel mondo dello spettacolo dei quali è difficile spiegare l’esistenza. Appaiono all’improvviso senza una ragione precisa, cominciano a fare comparsate e passerelle in TV (grazie ai loro agenti) e, da un giorno all’altro, diventano grandi showman o showgirl (Belen Rodriguez è l’esempio più eclatante); e nessuno sa spiegarsi il perché. Sono i “succedanei” dello spettacolo. Ha cominciato come animatore nei villaggi turistici, dove si fa spettacolo con battute da bar sport, giochini insulsi per casalinghe disperate, karaoke ed immancabile elezione di Miss villaggio;  e lì doveva restare. Il suo repertorio  ed il livello dell’umorismo e delle sue battute resta sempre quello ((buono per feste e comitive da Cral aziendale alla Fantozzi, per i quali il massimo della goduria sono i tortellini alla panna, il karaoke ed il trenino a Capodanno), a livello di villaggio turistico; e nemmeno dei migliori. Ma c’è gente che gradisce. A quanto pare il clou della serata è questo: “La vecchia che balla”, il massimo. Contenti voi! Auguri.

Ma quando non c’è di meglio bisogna accontentarsi di quello che passa il convento. Se non c’è il caviale, anche le uova di lompo vanno bene; sembra uguale. ”Beati monoculi in terra caecorum”, dicevano i latini. Ovvero, come si dice oggi, “Nel paese dei ciechi l’orbo è re.”. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma tanto per mantenere fede alla tradizione, anche quest’anno ecco il solito disturbatore, quello che sale sul palco perché deve denunciare qualcosa, deve protestare per un’ingiustizia, vuole parlare con qualcuno o deve lanciare un messaggio al mondo: “Chi è l’intruso di Sanremo“. Fa quasi parte della storia del festival e serve a creare quel tanto di suspense e di curiosità per far crescere gli ascolti. La cosa curiosa è che tutti fanno finta di essere sorpresi. “Il blitz sul palco dell’Ariston ha stupito e non poco i telespettatori.“, scrive il Giornale. Stupiti?

Volete dire che in tempi di controlli severissimi in tutti i luoghi pubblici, per prevenire attacchi e attentati terroristici, (nei concorsi per magistrati si fanno togliere anche le mutandine; non si sa mai che abbiano degli appunti nascosti), qualcuno riesce ad entrare in teatro incontrollato, “posizionandosi vicino a Tomaso Trussardi ed Aurora Ramazzotti”? Con quale biglietto, visto che i posti sono rigorosamente numerati e gli spettatori vengono accompagnati al loro posto dal personale di sala e non credo che avesse il biglietto per la poltrona a fianco a Trussardi. Nessuno glielo ha chiesto? Vuol dire che uno entra e si siede dove vuole? E riesce pure a salire sul palco (dove salgono solo gli artisti che, dopo giorni e giorni di prove tutti conoscono benissimo), vestito con un giubbotto stile caccia&pesca, sotto il quale poteva nascondere qualunque arma e fare una strage, ancora senza che nessuno notasse lo sconosciuto “intruso“, il suo strano abbigliamento inadatto al contesto, e nessuno lo abbia fermato? E voi ci credete? Io no.

Vedi:

- Sanremo e i riti collettivi.

- Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica.

- Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

- Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

- Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

- Canzoni e gay (2013)

- Sanremo porta sfiga (2013)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

 

Caffè tra veleni e antidoti

di , 2 Febbraio 2018 22:04

Il caffè aiuta a prevenire il cancro: anzi no, forse lo causa. Per anni abbiamo letto notizie rassicuranti su uno dei riti più amati dagli italiani; la tazzina di caffè.  Ci hanno sempre detto che fa bene al cuore e che aiuta a prevenire cancro e tumori. Gli articoli sono  tanti che è impossibile citarli. Ma su questa pagina Google ce ne sono alcuni riportati dalle maggiori testate giornalistiche. Alcuni titoli a caso: “Rivincita del caffè; previene i tumori.“, “Tre tazzine di caffè proteggono dal cancro alla prostata.”, “Il caffè previene il cancro al colon.“, “Caffè previene tumore al cavo orale.”, “Caffè previene tumore della pelle.”, “Cinque caffè al giorno dimezzano rischio cancro al fegato.”, “Caffè riduce rischio tumore al seno.“. Basta e avanza. A quanto pare il caffè è la miglior prevenzione contro il cancro.  Dopo queste notizie è strano che nei reparti di oncologia, invece che fare la chemioterapia non distribuiscano ai pazienti bidoni di caffè a colazione, pranzo e cena, o facciano direttamente delle flebo al caffè. Poi succede che…

Due giorni fa arriva in prima pagina questo titolo: “Il caffè ora rischia; è una sostanza cancerogena.”. lo sostengono i soliti scienziati americani che hanno individuato nella “acrilammide“, una sostanza che si sviluppa durante la cottura ad alte temperature, una possibile causa scatenante di effetti cancerogeni. E se lo dicono gli scienziati americani bisogna credergli; no? Così ci rovinano uno dei pochi piaceri che ci sono rimasti nella vita. Il guaio è che non sappiamo se credere a questi ricercatori californiani, oppure a tutti quelli che, negli anni precedenti, hanno decantato i pregi del caffè e le sue particolari caratteristiche anticancro. Intanto continuiamo a berlo, poi i vedrà. Ma non è il solo caso di “contrordine compagni” che ci viene propinato dalla stampa, contribuendo a confonderci le idee già abbastanza confuse.

Sembra che si divertano a dare notizie contrastanti, un po’ per riempire le pagine, un po’ per accontentare gli sponsor che devono promuovere i loro prodotti e decantarne le virtù. Ricordate la telenovela sull’olio di palma? E’ dannoso, è innocuo, dipende dalla quantità? Ancora non c’è una risposta sicura. E così per tanti altri casi di prodotti di volta in volta esaltati, demonizzati, messi all’indice o fatti oggetto di grandi campagne promozionali per incentivarne l’uso. Altro esempio, notizia riportata dall’ANSA: “Aspirina, riduce incidenza tumori fino al 50%; effetto forte su cancro stomaco, colon, esofago.“.”. Caspita, quasi quasi, in quanto a efficacia della prevenzione, fa concorrenza al caffè. E se lo dice l’ANSA dobbiamo crederci, mica è il Manuale delle Giovani marmotte. Ma sarà vero?, Non proprio, infatti, dopo poco tempo ecco un’altra notizia “Contrordine compagni…”.

Non solo non previene il cancro, ma fa una strage: “Aspirina; uccide centinaia di persone l’anno.“. E questa volta a dirlo sono dei ricercatori inglesi del prestigioso St. George hospital di Londra, secondo i quali l’uso continuato dell’aspirina può provocare ictus e infarto. E mica saranno meno autorevoli dei colleghi californiani! Il problema, però, è decidere a chi bisogna credere. Oppure, per tagliare la testa al toro, invece che prendere una compressa intera, che potrebbe far bene o fare male, basta prenderne mezza. Così, se fa bene, il beneficio è minore, ma poco male. Se, invece, fa male,  il danno è dimezzato. Sembra una soluzione di buon senso; all’italiana. Insomma, l’informazione è double face, bisogna prenderla con le molle. Un giorno ti propone e consiglia un prodotto ed il giorno dopo te lo sconsiglia. Ti offre il veleno e, subito dopo, l’antidoto. E’ un’informazione tossica. E non finisce qui.

Ecco altri esempi di veleni e antidoti offerti addirittura dallo Stato. Fino a non molti anni  il gioco d’azzardo era vietato. Poi hanno abolito il reato ed hanno introdotto nuovi giochi, macchinette mangiasoldi, sale Bingo, Gratta e vinci, estrazioni lotto a tutte le ore ed anche la pubblicità del gioco d’azzardo è libera. Così, in rete, si sprecano gli annunci di casino e giochi on line per tutti i gusti (per invogliarti, anticipano addirittura un bonus per cominciare a giocare), ma al tempo stesso, anche se molto velocemente e quasi sottovoce, ti avvertono che “può creare dipendenza“, come la droga. Così la gente invogliata da questi annunci, comincia a giocare, diventa dipendente e spesso si rovina giocandosi lo stipendio, la pensione, i risparmi e perdendo tutto. Tanto che ormai si parla apertamente di dipendenza dal gioco d’azzardo e la ludopatia è considerata a tutti gli effetti una malattia.

E chi gestisce questa lucrosa attività? Lo Stato che, direttamente o indirettamente, incassa fior di euro da licenze, concessioni, imposte e balzelli vari. Lo stesso che, però, ti mette in guardia dal fatto che il gioco può “creare dipendenza“. Così ti dà il veleno del gioco, ma, subito dopo, ti offre l’antidoto e ti avverte che è pericoloso. Lo stesso discorso vale per la lavorazione e vendita del tabacco, di cui lo Stato detiene il monopolio. Lavora, vende e incassa milioni di euro dalle sigarette, però poi sui pacchetti mostra immagini che dovrebbero scoraggiarti dal fumare e ti avverte che il fumo fa male. Uno Stato che  specula sulla vendita del tabacco, vende ogni giorno milioni di pacchetti di sigarette, però proibisce di farsi uno spinello e, se te ne trova dieci in tasca, ti sbatte in galera come spacciatore. Si può essere più ipocriti di così? Difficile.

Ecco, quando è lo Stato a fornire il veleno ai cittadini significa che questo mondo è marcio; senza possibilità di rimedio. Questi sono solo alcuni esempi di pericolose contraddizioni dell’informazione (e della politica) che non solo non è seria, ma è essa stessa un veleno che ci ammorba ogni giorno. E’ una forma di avvelenamento lento, ma costante e letale. E’ una forma di mitridatismo mediatico e culturale. Meglio non lasciarsi influenzare troppo da questa informazione subdola e pericolosa e godiamoci la nostra sacrosanta tazzina di caffè. Alla faccia dei ricercatori.

Ben ritrovati?

di , 28 Gennaio 2018 22:25

Ogni volta che lo sento è come un pugno nello stomaco. E siccome ormai è molto diffuso in televisione (sembra diventato l’unico saluto ufficiale), ogni giorno i pugni da sopportare sono più di uno, a ripetizione e di diversa qualità. Se volete conferma basta andare a qualunque ora su TGcom24, canale 51. Allora bisogna pure che qualcuno lo dica chiaro. Chi saluta con “Ben trovati” o “Ben ritrovati”, rivolgendosi al pubblico a casa, o “Bentrovato/a” rivolgendosi ad un ospite in studio, o alla meteorina che legge le previsioni meteo  a pochi metri di distanza, è un cretino (conduttore cretino). Chi risponde ad ogni domanda con “Assolutamente…assolutamente sì…assolutamente no…” è cretino (assolutamente cretino). Chi infarcisce le frasi con intercalari tipo “Sicuramente…come dire…allora…voglio dire…per dire…estremamente…un attimino…e quant’altro” per allungare il brodo e mascherare l’incertezza del pensiero allungando la frase è cretino (cretino confuso). Chi ringrazia sempre gli ospiti con “Grazie”, aggiungendo sempre “Grazie davvero...” come se dire solo “Grazie” non sia abbastanza se non si aggiunge “davvero“, è cretino (cretino davvero). Chi usa “piuttosto che” in senso disgiuntivo, al posto di “e, o, oppure”, è cretino (cretino ignorante). Quelli che lanciano come “esclusiva” le notizie di gossip per nobilitare pettegolezzi da lavandaie sono cretini (cretine lavandaie). Quelli che scambiano il gossip per informazione o affermano che i reality tipo Grande fratello o Isola dei famosi sono spettacolo e intrattenimento sono cretini (cretini che  ci campano). Conclusione: ci sono in circolazione troppi cretini. Bisognerebbe tenerli a bada e dargli meno spazio mediatico. Men che meno mandarli in televisione. L’ho già scritto in passato. E siccome repetita iuvant, lo ripropongo.

Ben ritrovati (dicembre 2016)

Non ne posso più di sentire in televisione questo “Ben ritrovati” usato come saluto. Mi provoca l’orticaria. Ormai dilaga, lo usano tutti, è diventato il saluto di rito. Stamattina ho sentito pure una meteorina vestita da ufficiale dell’aeronautica, che apriva le sue previsioni del tempo con “Ben ritrovati“. Viene spontaneo rispondere mentalmente “Ma perché, ci eravamo persi?”. Lo usano le annunciatrici dei telegiornali, conduttori e conduttrici dei vari programmi, inviati più o meno speciali, titolari di rubriche e rubrichette quotidiane, cuochi e oroscopanti. Non bastava usare un Buongiorno, Buonasera, Buon pomeriggio, o un normalissimo Benvenuti, come si è fatto per secoli. No, oggi bisogna inventarsi sempre delle novità, per dimostrare di essere originali, creativi, estrosi, eccentrici, chic. Così tempo fa qualcuno cominciò a salutare non con un semplice Buongiorno, ma con “Ben ritrovati“, tanto per usare un’espressione diversa. E siccome è risaputo che le cose intelligenti sono difficili da accettare, ma le stronzate fanno subito presa e si diffondono peggio dell’influenza asiatica, ecco che, in brevissimo tempo, tutti si adeguano e non c’è programma TV che non vi saluti e vi accolga con “Ben trovati o Ben ritrovati“.

E’ lo stesso principio per il quale si è diffuso come un virus l’uso di “quant’altro, assolutamente sì, un attimino, sicuramente, etc…”, ma soprattutto quella specie di obbrobrio ed oltraggio alla lingua che è l’uso di “piuttosto che” in senso disgiuntivo, al posto di “e, o, oppure“. Dovrebbe essere considerato come reato, da  perseguire con sanzioni, multe salate e perfino la galera per i più recidivi; roba da metterli alla gogna nella pubblica piazza. Sembrano dettagli insignificanti, ma sono segnali della stupidità dilagante, del decadimento sociale, dell’ignoranza diffusa mascherata da cultura di massa. E la cosa più assurda è che ad usare questa nuova terminologia non sono le persone ignoranti che, grazie al cielo, continuano a parlare come mangiano: i cultori di questi obbrobri linguistici sono le classi elevate, intellettuali, giornalisti, scrittori, direttori vari, conduttori televisivi, l’élite.

Sta diventando davvero insopportabile sentire ogni giorno queste aberrazioni linguistiche, proprio perché vengono da personaggi che, per il ruolo pubblico ricoperto,  dovrebbero fungere da maestri, modelli da seguire.  Si dice che la televisione abbia unificato l’Italia anche nella lingua; ed è vero. Oggi, dopo aver favorito la diffusione della lingua italiana dalle Alpi a Lampedusa,  sta diventando la “cattiva maestra televisione“, come la chiamò Karl Popper, che non solo sta facendo dimenticare l’uso corretto della lingua, della grammatica e della sintassi, ma favorisce la diffusione degli errori più elementari ed insopportabili. Errori che non si facevano nemmeno alle scuole medie, come usare “Te” al posto del “Tu” in espressioni tipo “Come dici te…Te cosa ne pensi…). Eppure questo errore lo si sente spesso in Tv anche da parte di conduttori come Del Debbio (che, da toscano, lo usa regolarmente perché è tipico della parlata toscana) o come l’ex direttore del TG1 Gianni Riotta, o di quel grande divulgatore scientifico che pensa di essere Alessandro Cecchi Paone (l’ho sentito per puro caso proprio ieri sera, facendo zapping, mentre si rivolgeva ad un cane col Te al posto del Tu). Ma non divaghiamo, l’elenco delle scelleratezze linguistiche sarebbe lungo.

Ora, quando si sente questo nuovo modo di rivolgersi ad un ospite in studio,  al pubblico a casa, o ad un inviato in collegamento esterno, viene spontaneo porsi una domanda. Ma salutare qualcuno con  ”Ben ritrovato” significa che si era perso, smarrito, dimenticato o rinchiuso per sbaglio in qualche sgabuzzino degli studi televisivi e per fortuna è stato “ritrovato” magari dalle donne delle pulizie?  Significa che era dato per disperso nella foresta amazzonica o nell’Africa equatoriale e che dopo anni di lunghe e perigliose vicissitudini è stato finalmente “ritrovato” vivo fra gli indigeni? Ricorda l’episodio del ritrovamento del missionario esploratore David Livingstone che era dato per disperso in Africa. Si narra che quando il giornalista Henry Morton Stanley finalmente lo trovò, dopo due anni di ricerche, lo abbia salutato con la frase diventata celebre: “Dr. Livingstone, I presume” Ecco, oggi invece che “Dr. Livinstone, suppongo“, un giornalista italiano direbbe “Ben ritrovato, Livingstone“. Ed avrebbe anche ragione se ci si rivolge a qualcuno che si sta cercando per mari e monti da anni. Ma non ha senso se ti rivolgi al pubblico a casa o ad un personaggio che staziona in permanenza negli studi televisivi che, quindi, non si è perso, non si era smarrito, non era dato per scomparso in Patagonia. In questo caso salutare con “Ben ritrovati” è da idioti.  Punto. Per essere coerenti, se quando si comincia una puntata si saluta il pubblico con “Ben ritrovati“, quando la puntata finisce si saluta con “Ben lasciati“?

Tele pollai

di , 27 Gennaio 2018 08:48

Simona Malpezzi, deputata del PD, la conoscono tutti. Non potete non conoscerla, visto che staziona in permanenza in qualche salotto televisivo. Passa più tempo in TV che in Parlamento. Ma non è la sola, è in buona compagnia di altre belle statuine del PD e della sinistra che dalla mattina alla sera le vedi, e le senti, starnazzare in qualche pollaio che scambiano per dibattito politico. Le facce sono sempre quelle, le stesse; inutile fare i nomi. Ma hanno in comune delle  caratteristiche che le rendono riconoscibili subito, appena le senti parlare anche per pochi secondi (anche senza vederle) perché inconfondibili: sono  invadenti, arroganti, presuntuose, saccenti, supponenti, boriose, prepotenti, garrule, ciarliere, petulanti, noiose, impertinenti, ripetitive, provocanti, insolenti, fastidiose, portatrici in dotazione di serie di una presunta e mai dimostrata “superiorità morale” e “mani pulite” (dicono ), perennemente in malafede, insopportabilmente faziose e irritanti come zanzare che ronzano nelle orecchie quando stai per prendere sonno. Tutti i mali d’Italia sono colpa degli avversari (del centrodestra e di Berlusconi), tutto ciò che hanno  fatto loro in questi 7 anni di governi di sinistra  è ottimo e abbondante, come il rancio delle reclute di una volta. Questo è il leitmotiv dei loro interventi in TV.

Fra i grandi meriti di questa gente figura il golpe presidenziale che ha portato al governo personaggi che tutto il mondo è felice di non avere in patria: Monti, Letta, Renzi e Renzi bis mascherato da Gentiloni. Fra le grandi realizzazioni delle quali essere fieri (l’elenco sarebbe lungo)  ricordiamo  le norme economiche, tasse e balzelli che, per compiacere la Germania della Merkel,  hanno ridotto l’Italia sul lastrico, l’invenzione degli “esodati“, una “perla” di lungimiranza politica che resterà nella storia,  la nomina di una “ministra” congolese (nessuno ha mai capito la ragione e l’utilità), la missione “Mare nostrum” (il servizio taxi gratuito per migranti; anzi, a nostre spese),  le leggi e norme a favore delle unioni omosessuali, la diffusione delle teorie gender nelle scuole, la nomina di una ministra dell’istruzione che ha mentito sul titolo di studio millantando il possesso di una laurea che non ha mai conseguito, aver favorito, incentivato, finanziato l’invasione afroislamica dell’Italia, e la realizzazione di quella società multietnica che è l’inizio della fine, il mezzo per l’annientamento dell’identità nazionale ed il dissolvimento economico, politico, morale della civiltà occidentale. Ce n’è d’avanzo per essere fieri ed orgogliosi. No?

A questo punto la domanda è questa: c’è qualcuno che riesce a reggere la visione e l’ascolto della Malpezzi, e delle altre belle statuine, per più di 30 secondi?

Scuse papali e ipocrisia morale

di , 22 Gennaio 2018 23:28

 


Scrivo spesso che “Bergoglio parla troppo, parla a vanvera e non si rende conto di quello che dice”. L’ho scritto anche due giorni fa commentando un articolo di Aloisi in cui si parla di Bergoglio che “riscopre il valore della patria”. Può sembrare una battuta, ma non lo è. Infatti, ecco la conferma. Prima chiede le prove sulle accuse di pedofilia del vescovo Barros. Poi, si rende conto dell’errore (sembrerebbe un tentativo di scagionarlo) e chiede scusa: “Il Papa chiede scusa; ho usato parole infelici“. Significa pari pari, esattamente, che “non si rende conto di quello che dice”. O meglio, se ne rende conto dopo, quando il danno è fatto. Ovvero “parla a vanvera”. Appunto, come volevasi dimostrare.

E questo è sintomo di un grave deficit della funzionalità mentale, di alterazione dello stato di coscienza e della consapevolezza, che compromette il controllo dei pensieri e delle azioni.  Cosa che chiunque ricopra incarichi pubblici ed abbia responsabilità di governo non può permettersi. Men che meno un Papa. E meno male che, parlando dei casi di pedofilia nella Chiesa, non ha risposto come fece anni fa a chi gli chiedeva un giudizio sui gay e le unioni omosessuali. Disse: “Chi sono io per giudicare?“. Che stia migliorando? No, è che ha la memoria labile e dimentica oggi quello che ha detto ieri. E’ un classico caso di pensiero in divenire che, non avendo basi certe di riferimento, si adatta al tempo, al luogo ed alle circostanze; secondo le previsioni meteo, il bollettino della neve, la percorribilità autostradale, gli ingorghi a Roncobilaccio e le stramberie terzomondiste dei cattocomunisti confusi in crisi d’identità. Ed ecco, in questo post del 2016, alcuni esempi di pensiero labile e confuso: “Papa; ci sei o ci fai?“. Vedi anche : “Il pensiero corto.

A proposito del viaggio papale in Cile. Arriva Bergoglio in Cile e scoppiano terremoti del 7° grado, disordini e attentati alle chiese, al suo passaggio tra la folla una guardia cade da cavallo, gli lanciano un giornale in testa, si bucano le gomme della Papamobile (mai accaduto prima), etc. Non sarà che Bergoglio porta anche sfiga? Del resto ha cominciato proprio male, con diversi segnali di cattivo auspicio. Ecco cosa scrivevo nel 2014. “Papa, colombe e presagi funesti”. Chi ben comincia…

Questa, invece, è una classica bergogliata, ma la fa dire al presidente della  CEI; tanto per distribuire equamente le stronzate, così sembrano meno gravi. Alludendo alle facili promesse elettorali, mons. Bassetti dice che sia “Immorale lanciare promesse che non si possono mantenere“. Giusto. più che condivisibile. Però, c’è sempre un però quando parlano politici e preti dalla morale ballerina. E talvolta, come in questo caso c’è anche una buona dose di malafede, falsità e ipocrisia. Queste dichiarazioni, mascherate da principi morali ed umanitari, sono un chiarissimo messaggio politico politicamente corretto; in pieno stile bergogliano. E’ immorale che i politici facciano promesse che non possono mantenere? Benissimo. E le promesse che fa la CEI, la Chiesa ed il Papa cosa sono? In merito all’immigrazione la CEI insiste nel voler abbattere i muri, i confini, le frontiere, ed invita a costruire ponti, aprire le porte a tutti gli immigrati, ed accogliere mezza Africa.

Ma la CEI sa bene che anche questa è una promessa che l’Italia non può mantenere perché, anche volendo, non ha i mezzi e le risorse per farlo. E allora, questa promessa non è immorale? Oppure se le “promesse che non si possono mantenere” le fa la CEI diventano di colpo morali?  Mi sa che, come dico molto spesso, questo è un altro esempio di “doppia morale“. Anche le promesse sono come i maiali di Orwell: tutte uguali, ma alcune sono più uguali di altre. Sono promesse ballerine, variabili, elastiche, da interpretare secondo le circostanze e la morale del momento; come quelle di vescovi e cardinali. Vergognatevi.

Papa. parcheggi e onde

di , 20 Gennaio 2018 20:45

Una ne fa e cento ne pensa; instancabile, se non spara la sua cazzata fresca di giornata non è tranquillo. Non è che io ce l’ho con Bergoglio, è lui che ce l’ha con se stesso e con il mondo. Ha appena finito di dire che la fede bisogna insegnarla in dialetto (Papa e fede alla vaccinara) e mentre siamo ancora storditi da questa rivelazione e cerchiamo di ripassare le nostre reminiscenze dialettali per poter tramandare la fede ai posteri, ecco l’ultimissima: “Non esistono culture superiori o inferiori.”. Tutte le culture sarebbero uguali? Bergoglio, ma è sicuro di sentirsi bene? il discorso sarebbe lungo, ma vediamo di fare un esempio facile facile che capirebbe anche il sagrestano di Guamaggiore.

Nella foresta amazzonica, dove si trova ora, vivono delle tribù che non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo. Si hanno solo alcune foto riprese dall’alto da un elicottero che, mentre sorvolava la foresta, ha individuato e fotografato alcuni indigeni vicino ad una grande capanna di rami e fogliame. Li chiamano “uomini rossi” perché hanno il corpo colorato con un pigmento rosso, ed usano lance e frecce con le quali cercavano di colpire gli intrusi su quella strana e minacciosa macchina volante: “Amazzonia, scoperta tribù di uomini rossi.”. Bergoglio, vuol dire che tra la cultura degli “uomini rossi” (ed altre simili, come quella dei tagliatori di teste del Borneo), rimasta a livelli primordiali, e quella occidentale evoluta nel corso di millenni che ha portato progresso culturale, artistico, sociale, morale, invenzioni, capolavori dell’arte, letteratura, musica, scoperte scientifiche che hanno consentito di mettere piede sulla Luna, non c’è differenza e non si può dire che la nostra sia superiore? Si fa fatica a crederlo, ma dice esattamente questo. Chi continua a mettere sullo stesso piano le diverse culture, negando differenze sostanziali ed il loro diverso valore è un idiota; che sia Papa o sagrestano.

 E siccome alle idiozie  non c’è limite, ecco l’altra cazzata del giorno partorita dalle menti geniali che ci governano: “Parcheggi; i ricchi paghino di più.”. C’è gente che si sveglia al mattino e comincia a pensare; questo è il guaio, il fatto che pensino, che pensino cazzate, siano convinti di avere delle idee geniali e le impongono ai cittadini. Perché far pagare il parcheggio uguale per tutti? Non è giusto, meglio farlo pagare in base al reddito; più guadagni più paghi. Tempo fa fecero la stessa proposta per le multe; volevano stabilire l’importo delle sanzioni non in base all’infrazione, ma in base al reddito di chi le commetteva. E c’è ancora chi parla di uguaglianza degli uomini e stabilisce questa uguaglianza addirittura nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se Einstein diceva che la stupidità umana è infinita, forse aveva qualche motivo per pensarlo. Allora, se il criterio per stabilire i prezzi dei beni e servizi, non è il loro valore commerciale, ma la ricchezza di chi ne usufruisce, anche il pane, il caffè, il giornale, zucchine e carote, la pizza, non si pagheranno in base al prezzo di mercato, ma in base al reddito? Cari governanti, lasciate perdere la politica, non è roba per voi. Pensate a curarvi, avete chiarissimi sintomi di gravissime forme di psicopatologia. Curatevi, per il vostro bene; ed anche per il nostro.

Quando sento notizie di cataclismi naturali, terremoti, alluvioni, tsunami, attentati terroristici, resto sempre perplesso davanti alla sicurezza con cui i media forniscono, in tempo reale, i dati sulla gravità dell’evento, il numero delle vittime e l’importo dei danni. Ne ho parlato spesso in passato, anche per sottolineare errori e ridicoli dati forniti e sparati in prima pagina. Vedi “Corriere e terremoti” sul devastante terremoto che colpì il Cile nel 2015. O, ancora più divertente ed emblematico di come certi articoli siano scritti con i piedi, questo strano meteorite dalle dimensioni variabili “Meteoriti e Hiroshima” che cambia grandezza e potenza distruttiva secondo le testate che riportano la notizia. Storia vecchia quella dell’affidabilità della stampa. Ricordate il terremoto ed il successivo tsunami che devastò le Maldive nel Capodanno del 2004? I media facevano a gara a chi sparava numeri a pera. Allora scrissi questo: “Riepilogo (onda su onda). E siccome in tutti questi anni non è cambiato niente, pochi giorni fa una meteorina in TV annunciava forti venti sul Tirreno, burrasca e onde “alte 6 metri” (le avrà misurate lei?). Per fortuna, in questi giorni le onde si sono abbassate. Infatti ieri un quotidiano locale annunciava: “Sardegna, nuova allerta venti e mareggiate; onde alte 4 metri.“.

Ora, il vento lo possiamo misurare esattamente con gli anemometri, ma le onde?  Chi misura le onde? C’è qualcuno specializzato (con tanto di Master al MIT di Boston in misurazione delle onde marine) che sta in mezzo al mare con un’asta graduata e le misura tutte, una per una, e poi magari fa la media? Ma poi siamo sicuri che non ci freghi e invece che 4 metri siano alte solo 3 metri e 80 o siano alte 4 metri e 20? Bisogna essere precisi, perché, se devo uscire a pesca, anche 20 o 30 centimetri di differenza possono essere determinati per la sicurezza. No? Ed ecco che continuo a portarmi dietro questo dubbio: ma chi le misura le onde? Boh…

Tsunami e candele.

- Non ci sono più candele, arrangiatevi.

- La Luna nel segno del Leone.

- Morti e candele.

- Morti, candele e affari. 

- Morti, candele e…come apparire bbbuoniii.

Sì, ma chi misura le onde?

Satira sinistra

di , 17 Gennaio 2018 22:56

Anche la satira non è tutta uguale; dipende. Nei giorni scorsi ha fatto notizia ed è finita sulle prime pagine dei giornali, la foto di un maiale che frugava tra i rifiuti nel quartiere Romanina, nel centro di Roma: “Il maiale di Roma; botta e risposta Meloni-Raggi.”. Sembra che quel maialino sia di un componente della famiglia Casamonica e che abbia il vizio di scappare dal recinto in cui viene custodito. Nella zona tutti lo conoscono e non fa notizia; ma viene usato come simbolo del degrado romano e, naturalmente, alimenta le polemiche politiche. Ieri al programma Di martedì condotto da Giovanni Floris, il comico (?) Gene Gnocchi, mostrando quella foto ha voluto dare un nome e cognome al suino ed ha affermato, suscitando la solita risatina idiota del conduttore: “Si chiama Claretta Petacci.“, la donna che ha avuto l’unica colpa di essere l’amante di Mussolini, stargli vicino fino all’ultimo e condividerne la tragica fine; ammazzata dai partigiani comunisti ed appesa a testa in giù a piazzale Loreto.

Ora, la cosa più facile è fare il solito discorsetto sulla doppia morale della sinistra che, anche quando fa satira, applica due pesi e due misure. Se un comico facesse un’allusione del genere su una donna di sinistra, mostrando una scrofa e chiamandola col suo nome (pensate se avesse mostrato il maiale ed avesse detto che “Si chiama Laura Boldrini o Emma Bonino, o Raggi, o una a caso delle belle statuine del PD…“, si leverebbero alti lamenti delle prefiche femministe che chiederebbero pesanti sanzioni sul malcapitato comico, accusandolo di tutti i reati possibili. Interverrebbe scandalizzata Laura Boldrini (quella che ha l’indignazione facile quando toccano donne di sinistra, ma quando offendono donne di destra è distratta, o non c’è, o se c’è dorme), tutto l’intellettualismo sinistro, ci sarebbero cortei di protesta e fiaccolate di solidarietà alla donna offesa. Forse interverrebbe anche l’Agcom, l’Ordine dei giornalisti, l’Arcigay (quelli intervengono sempre) e l’associazione Casalinghe disperate. Se però lo fa un comico (?) di sinistra è semplicemente spettacolo, intrattenimento; è satira (il vignettista Vauro ha fatto scuola anche in questo con le sue “Vignette sismiche“).

E la satira, questo è da tener presente, può essere solo di sinistra. La satira di destra non esiste e se qualcuno ci prova va incontro a guai seri (Forattini ne sa qualcosa: “Satira libera; dipende“). Ne sa qualcosa anche Fabio Ranieri, segretario della Lega nord dell’Emilia Romagna, condannato ad un anno e 3 mesi di reclusione ed a pagare 150.000 euro di danni  per “diffamazione aggravata da discriminazione razziale”, per aver pubblicato un fotomontaggio che, in questo caso, secondo i nostri ineffabili giudici,  non è satira“.

La rete è piena di fotomontaggi sui politici. Su Berlusconi, in 20 anni, altro che fotomontaggi; per sbeffeggiarlo e ridicolizzarlo in tutti i modi possibili hanno scritto canzoni (Daniele Silvestri), un centinaio di libri, testi teatrali, film (ricordate Draquila, Viedocracy, o Il caimano di Moretti?) e le imitazioni che per anni Sabina Guzzanti ha fatto di Berlusconi sulla TV di regime, programmi di satira (Uno per tutti “L’ottavo nano“) che ne facevano il personaggio principale, se non unico, della satira usata come arma politica (“Parla con me” del duo Dandini-Vergassola era il modello da seguire), Fra le definizioni più gentili  lo hanno paragonato ad un “cancro della politica” (Vendola), e “serpente a sonagli” (Di Pietro alla Camera), nonché rivendicare il diritto di odiarlo ed auspicarne la morte (Marco Travaglio). Ma quella è satira o, al massimo, dialettica politica e libertà di espressione e di stampa che deve essere completamente libera e priva di regole e censure (purché abbiate la tessera giusta). Guai però ad usare gli stessi metodi con la sinistra; la libertà di espressione, per miracolo, si trasforma in razzismo, calunnia, diffamazione. Su questa curiosa interpretazione scrivo da anni, riportando i casi più evidenti di questa insopportabile doppia morale. Uno per tutti: “Satira da morire“, in cui riporto anche un vecchio post del 2006 “Si può ridere dei musulmani?“.

Giusto per fare un altro esempio pratico, basta ricordare che il leghista Calderoli, per aver detto in un comizio che quando vede Cècile Kyenge pensa ad un orango, è stato querelato ed ha dovuto pagare i danni. Stessi guai ha passato Mario Borghezio il quale ha dovuto pagare danni per 50.000 euro. Guai a toccare personaggi di sinistra; sono come i fili dell’alta tensione. Se dici che Kyenge ricorda un orango è razzismo: e ne paghi le conseguenze. Se Gene Gnocchi paragona  Claretta Petacci a un maiale non succede niente; è satira. Chiaro? Non aggiungo altro; questi spregevoli e rivoltanti personaggi sinistri e sinistrati che hanno la faccia come il culo (e con quello ragionano) fanno schifo anche solo a parlarne.

Di seguito alcuni post su questo argomento e sulla strana morale della sinistra:

- Libertà di satira e dintorni.

Intervista in slip

di , 14 Gennaio 2018 23:27

Barbara D’Urso intervista Silvio; “Berlusconi a Domenica live“. Niente di strano. Una domanda, però viene spontanea. Siccome non è la prima volta che si presenta in studio con questo “nude look” erotico e provocatorio che sembra fatto apposta per mostrare la patonza all’ospite di turno, Barbara D’Urso indossa un vestitino corto, oppure ha solo le mutandine? Ah, saperlo. Sembra che questo sia il look di serie in Tv. E’ una specie di gara a chi mostra più nudità. Ricordate la farfallina inguinale di Belen a Sanremo? Ha fatto scuola. Se vuoi avere successo devi andare in TV e mostrarti nuda, o quasi. Più sei nuda e più hai successo. Se però qualcuno, apprezzando la carica erotica, fa qualche timida avance o si azzarda in complimenti troppo insistenti, diciamo che “ci prova”, scatta l’accusa di molestie sessuali. Oh, poverine, le nostre innocenti educande verginelle santarelline che mostrano la patonza in mondovisione, ma guai a provarci; siete maniaci. “Ma mi faccia il piacere…“, direbbe Totò.

Cani e padroni.

Questi personaggi del mondo mediatico gossiparo dello spettacolo (senza aggettivi; rischio censura) devono sfruttare tutto, ma proprio tutto, pur di finire in prima pagina. Chi racconta le corna, i tradimenti, le prodezze sessuali, chi annuncia le proprie malattie (meglio se cancro, tumore, Sla; fanno più notizia) e chi annuncia la morte del cane, come se fosse una tragedia nazionale. E tutto finisce in prima pagina, anche la morte del cane di Antonella Clerici: “Sei stato il mio primo figlio.“. Questa poi è l’emblema dell’insulsaggine di certi Vip o presunti tali. Ridicoli. E qualcuno pensa ancora di vivere in un mondo normale?

Vedi:

- Donne e tacchi.

- Lirica kitsch

- Musica e tagliatelle.

- Le tette di Antonella.

Attenti alla cicoria.

Una volta anche i bambini riconoscevano le specie commestibili; la cicoria in primis, che era molto diffusa in campagna. Se la gente non riconosce più nemmeno la cicoria (e la scambia con la mandragora), significa che stiamo perdendo anche gli ultimi residui di conoscenza empirica maturata in secoli e secoli di esperienza dei nostri antenati. Quella “cultura contadina” che ha consentito all’umanità di sopravvivere, quella che abbiamo assimilato fin da piccoli, quella che ci consentiva di riconoscere i valori concreti e reali, di avere un rapporto simbiotico con la natura, con gli animali, la terra, quella che è la caratteristica prima della nostra identità. Tutto questo lo stiamo abbandonando, per sostituirlo con un mondo virtuale, con la rete, i social, le App buone per tutte le occasioni.  Stiamo abbandonando la realtà per sostituirla con la sua rappresentazione virtuale. Così, per riconoscere la cicoria, dobbiamo scaricare un’apposita App.  Auguri.

Papa e fede alla vaccinara

di , 10 Gennaio 2018 21:59

Dice Bergoglio che la fede si deve insegnare e trasmettere con il dialetto; come le tradizioni e le ricette gastronomiche locali. Non ricordo che Gesù abbia detto ai discepoli di diffondere il messaggio evangelico in dialetto. Ma se lo dice il Papa deve essere così. L’ho detto spesso e lo ripeto: questo Papa parla troppo, parla a vanvera e non si rende conto di quello che dice. Così, invece di tacere ed evitare di dire castronerie, sente l’impellente bisogno di parlare e dire cazzate.

Interessante interpretazione della teologia bergogliana: “La fede si trasmette con il dialetto“. Dice: “La trasmissione della fede può farsi soltanto in dialetto. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna.“. Significa che la fede degli esquimesi viene raccontata diversamente da quella dei watussi? Dopo una simile dichiarazione viene spontaneo chiedersi “Ma Bergoglio ci è o ci fa?“. Una cazzata simile non solo non la direbbe un Papa, o un curato di campagna, ma nemmeno il sagrestano di Guamaggiore. Abbiamo sempre avuto l’idea che la fede fosse una e non si prestasse ad interpretazioni. Ma da oggi Bergoglio dice che è “variabile” e bisogna esprimerla e trasmetterla secondo il dialetto locale. Da oggi ognuno se la racconta a piacere, secondo le tradizioni del borgo natio, proprio come le ricette della tradizione. Così al nord avremo la fede alla polenta, alla fonduta, a Livorno la faranno al cacciucco, a Bari con le cime di rapa, a Palermo alla Norma e in Sardegna, viste le varietà dialettali, avremo la fede alla campidanese, alla gallurese, all’ogliastrina con i culurgionis, e perfino nella variante catalana di Alghero e tabarchina di Carloforte. Ognuno si cucina la fede a piacere, con spezie, erbe aromatiche e, per chi vuole una fede davvero forte e decisa, aggiungere del peperoncino piccante. E  nella sua zona, a Trastevere, come si cucinerà la fede? Ovvio, secondo la migliore tradizione della cucina romana, come la coda di manzo: “alla vaccinara“.

Tutto bene per chi ancora parla e conosce il dialetto; soprattutto gli anziani. Ed i giovani,  quelli (la maggioranza) che parlano solo l’italiano come lingua ufficiale, visto che non possono trasmetterla col dialetto, restano senza fede? Questo ce lo dirà alla prossima bergogliata. Certo che, però, viene  qualche dubbio sulla salute mentale di questo Papa. Del resto è stato lo stesso Bergoglio qualche tempo fa a rivelare di essere stato in cura quando aveva 42 anni: “Bergoglio; sono stato dallo psicanalista.”. E se lo dice lui significa che qualche piccolo problemino doveva averlo.  Anche se, visti i risultati deludenti, si direbbe che le sedute non abbiano avuto un grande successo.

Ma c’è di più. In un recente libro “Il Papa dittatore“, ci sono rivelazioni ancora più precise e documentate sulle qualità e capacità  di Bergoglio e sulla sua idoneità a ricoprire alti incarichi. Anzi, secondo queste rivelazioni i suoi superiori lo ritenevano del tutto inadatto a fare il vescovo: “Il superiore di Bergoglio; non era adatto a fare il vescovo.”. Padre Kolvenbach, in un documento successivamente occultato, lo accusava di una serie di difetti: “dall’uso abituale di linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico” e che “avesse diviso più che unito ai tempi del provincialato gesuita“. Che avesse qualche piccolo problemino di equilibrio psicologico, qualche leggerissimo disturbo della personalità, e pure qualche lacuna teologica, lo avevamo sempre sospettato. E se era inadatto a fare il vescovo figuratevi se era adatto a fare il Papa. Ce n’è d’avanzo per confermare tutti i nostri dubbi.

Domande inopportune

di , 9 Gennaio 2018 10:19

Signora Mariuccia, cos’è un “Collegio uninominale“?

Befana turbo

di , 5 Gennaio 2018 21:04

Anche la Befana si aggiorna. Basta con le vecchie scope usurate dal tempo; largo alla tecnologia avanzata. Quest’anno, approfittando della “rottamazione delle scope” (è una norma poco conosciuta della finanziaria) ha deciso di abbandonare la vecchia scopa sulla quale ha volato per anni ed anni, ormai logora e poco affidabile, e di passare ad un modello nuovo, tecnologicamente avanzato, dotato di tutti i ritrovati della scienza: radar di bordo, pilota automatico, navigatore satellitare, tutte le App disponibili (servizio meteo in tempo reale, transitabilità autostradale, bollettino della neve, piano di volo computerizzato, intensità e direzione dei venti), Wi Fi, basso consumo, completamente accessoriata di serie. Ed eccola la nostra simpatica vecchietta che, abbandonata la vecchia scopa, vola tranquilla su un modernissimo aspirapolvere turbo di ultima generazione.

Inconvenienti della tecnologia.

Purtroppo, però, sembra che questo aspirapolvere tecnologico sia un modello taroccato. Non solo è di provenienza “Made in China”, ma ha le istruzioni solo in cinese. E la povera vecchietta, non propriamente poliglotta, non ha avuto la possibilità di capire molto bene il funzionamento dei vari strumenti e meccanismi di quell’aggeggio infernale; che è supertecnologico e velocissimo, ma poi fermarsi è un problema. Ecco le conseguenze.

Trump e Kim Jong Un

di , 3 Gennaio 2018 14:27

Chi ce l’ha più grosso? Il pulsante, s’intende. Dice Kim con aria minacciosa: “Il pulsante nucleare è sul tavolo“. Ma Trump risponde tosto: “Il mio pulsante è più grande.”. Pensate in che mani siamo.

Il destino del mondo in mano a due che si sfidano, come da ragazzini, a chi ce l’ha più lungo (il pisello).

E voi pensate che con l’anno nuovo le cose cambino, che si possa sperare in un mondo migliore, in un rinsavimento dei padroni del mondo, in una nuova era di civiltà basata su intelligenza, buonsenso e saggezza? Beata ingenuità.

L’amore è cieco e senza età.

Celebrato a La Spezia matrimonio fra un uomo di 80 anni ed una ragazza di 25 di Santo Domingo.“. Nessun dubbio che si tratti di un grande amore disinteressato. Il classico colpo di fulmine. Oppure, vista l’età dello sposo, di una forma di “colpo della strega” con complicazioni cerebrali. Più che “Sposi a La Spezia“, sono Sposi all’Ospizio.

Natale double face

di , 24 Dicembre 2017 20:48

Bello il Natale; così bello che non sembra vero. E tutti sono felici. Canti e cori di Natale, luminarie e addobbi di Natale, messa di Natale, mamme e nonne commosse ascoltando i bambini che cantano e recitano poesie di Natale, concerti di Natale, regali di Natale, pranzo di Natale, cenone di Natale, panettone di Natale, pandoro di Natale (par condicio), l’albero di Natale addobbato con le palle (palle di Natale, ovvio).

Insomma, a Natale siamo tutti in festa e partecipiamo a questo rito collettivo a base di stucchevole  melassa di buoni sentimenti. Stampa e TV, abbandonando per qualche giorno i resoconti di incidenti, tragedie e morti ammazzati,  propongono solo immagini di gente felice e sorridente, strade e negozi vestiti a festa, corse all’ultimo regalo, bambini canterini, adulti commossi, inviati speciali che vanno a scovare pittoreschi presepi nei borghi di montagna, leccornie e ricette tradizionali; un trionfo di “cose buone dal mondo“; roba da far invidia alla Famigliola del Mulino bianco. Poi, fra qualche giorno, ricominciamo a farci la guerra per un sorpasso, un parcheggio, liti condominiali, uno sguardo non gradito, una parola di troppo male interpretata; insomma ci ammazziamo per “futili motivi”. Ma a Natale no, siamo tutti buoni; o almeno facciamo finta di esserlo. Anche “Spelacchio” l’albero sistemato in piazza Venezia  a Roma, nonostante sia stato dichiarato già morto (l’unico albero di Natale che non è arrivato vivo a Natale), non sembra triste. Anche morire per Natale sembra un evento gioioso, si è meno morti.

Ma c’è anche un altro volto del Natale.

Accade quando si vedono strade e piazze illuminate da migliaia di luci colorate e si pensa che sia solo uno spreco di energia. Accade quando si vede una folla di persone che corrono ad accaparrarsi i regali e regalini, per farne dono a qualcuno, e non c’è motivo di unirsi alla folla perché non c’è nessuno a cui fare un regalo. Accade quando tutti si scambiano auguri e strette di mano e non si ha una mano da stringere. Accade quando gli unici volti conosciuti ed amati sono quelli di persone scomparse che si vedono nelle foto ingiallite dell’album di famiglia. Accade quando al pranzo di Natale la tavola è apparecchiata per uno. Accade quando si regala qualche moneta ad un barbone, giusto per riceverne in cambio un sorriso. Può accadere così che Natale sia solo un nome diverso di un giorno qualunque.

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