Fascisti rossi

di , 13 Febbraio 2018 05:55

In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.“. L’attribuzione della battuta è incerta, fra Ennio Flaiano (lo stile è il suo) e Mino Maccari. Ma il senso è chiarissimo. La dimostrazione del fatto che gli uni e gli altri abbiano qualcosa in comune l’abbiamo ogni volta che gli antifascisti scendono in piazza “contro i fascisti” e mettono in atto azioni di violenza, vandalismo e guerriglia urbana, al confronto dei quali le squadre fasciste del ventennio sembrano boy scout. Gli ultimi scontri a Piacenza ne sono la prova: “Carabinieri; è stata una vera mattanza.”. Si chiamano in vari modi; antagonisti, antifascisti, centri sociali, black bloc. Ma in realtà sono dei militanti rivoluzionari comunisti travestiti da antifascisti e difensori della libertà e democrazia.  Pronti a correre, con tutto l’armamentario di serie, dovunque ci sia una manifestazione, un corteo, un pretesto per esercitarsi nella loro attività preferita: la guerriglia urbana. Insomma, hanno una spiccata predisposizione ad usare le maniere forti. Quindi questi comunisti antifascisti potremmo chiamarli anche “fascisti rossi“. Ma sarebbe un errore, perché in realtà non hanno niente da imparare e da invidiare ai fascisti perché sono anche peggio; sono comunisti.

I Black bloc la sera… (Ottobre 2011)

Le idee rivoluzionarie e sovversive o, più moderatamente, il senso di ribellione verso la società, sono come le malattie esantematiche: ci passano quasi tutti. Per fortuna si superano abbastanza facilmente e senza conseguenze. Poi si cresce e restano solo un ricordo. Ma non sempre. In alcuni casi i sintomi permangono anche in età giovanile o adulta. Così, capita di incontrare persone che continuano a propugnare la necessità di cambiare il mondo e fare le loro piccole o grandi rivoluzioni contro le multinazionali, il capitalismo, la borghesia, il conformismo, la società consumistica, lo sfruttamento, i padroni o, più semplicemente, contro il potere di qualunque genere e colore. Ma è da giovani che si sente con più forza questo istinto rivoluzionario. E in qualche modo bisogna sfogarlo. Così, ogni pretesto è buono per innalzare nuove bandiere, scendere in piazza, sfilare in corteo, urlare qualche slogan, bruciare quello che capita, tanto per riscaldare il clima, e fare le prove di guerriglia in previsione del grande giorno della rivoluzione.

Poi, la sera, questi piccoli apprendisti rivoluzionari tornano a casa, dove sono assicurati vitto, alloggio, paghetta settimanale e dove c’è sempre la mamma che li attende con ansia e provvede a fare la spesa, cucinare, lavargli la biancheria e pulirgli il sederino. Mangiano, bevono, dormono tranquilli nella loro bella cameretta adornata con le immagini di Marx e Che Guevara e sognano la rivoluzione. E il giorno dopo si svegliano, fanno colazione con latte, burro, marmellata e biscotti (tutto preparato dalla mamma), come la famigliola del Mulino bianco. Poi riprendono, con calma, la loro opera di predicatori e salvatori del mondo, contro il capitalismo, il consumismo, il potere e le comodità borghesi. In fondo sono dei “bravi ragazzi“, tutto casa e corteo,  guerriglia e nutella.

Sono gli eredi di quelli  che una volta si accontentavano di vagheggiare un mondo migliore: “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo...”. Oggi, forse grazie ad una dieta più ricca di proteine, si sono evoluti, più grintosi, aggressivi e con una passione speciale per usare poliziotti e carabinieri come bersagli mobili da colpire. Ma poi, ci conviene davvero cambiare il mondo? Vedi: “Rottamazioni e mondi da cambiare.” (2007 – 2016).

Vedi

- Studenti d’Italia.

- Okkupato.

- Cortei e branchi.

Walkiria e manganelli.

- Expo e teppisti. 

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