Piazza (quasi) pulita

di , 16 Maggio 2016 00:41

Come fare pubblicità a un macellaio e farla passare come inchiesta sugli allevamenti intensivi di animali.

Lunedì sera, facendo zapping sul tardi, capito su La7 dove è in corso Piazza pulita di Corrado Formigli (programma che di solito evito perché il conduttore, degno allievo di Santoro, è leggermente indisponente, come tutti i conduttori sinistrorsi), quello che ha sempre la penna stretta in mano e la agita continuamente davanti alla telecamera per ricordarvi che è un giornalista  e sa leggere e scrivere. Forse si porta la penna anche in bagno, seduto sul water; non si sa mai che gli venga l’ispirazione per un pezzo giornalistico, una grande inchiesta, o una battuta su Berlusconi, che ci sta sempre bene. Una volta in televisione i conduttori, presentatori e moderatori, si presentavano sempre in giacca e cravatta, rasati e in ordine. Ora va di moda lo stile trasandato, da centro sociale o bar dello sport;  si presentano in jeans, camicia, meglio se con le maniche arrotolate (fa più proletario), possibilmente con barba lunga e capigliatura incolta (anche questo fa molto anticonformismo). Bene, stava per lanciare un servizio sull’allevamento di animali da carne destinati al consumo umano. Vediamolo, qualche informazione su ciò che portiamo in tavola è sempre utile.

Il servizio è stato realizzato dalla giornalista Sara Giudici che, nottetempo e con l’aiuto di alcuni attivisti dell’associazione Essere animali, ha visitato e filmato alcuni allevamenti intensivi di polli, maiali, conigli e bovini. 

Com’era prevedibile, le scene sono da inorridire. Animali costretti in spazi angusti, spesso (come nel caso dei maiali e dei conigli) in gabbie così strette da impedire perfino di girarsi. Locali sporchi, escrementi ammucchiati, animali malati o con vistose infezioni. Insomma, le solite scene già viste che, più che ad un allevamento, fanno pensare ad un lager per animali. Questo a lato è un capannone di una grande azienda nazionale. Quando si sente dire che i polli sono allevati a terra,  i consumatori immaginano che pulcini e galline razzolino allegramente in grandi spazi aperti, beccando granaglie nel verde della Vecchia fattoria, ia-ia-o. Invece nascono in incubatrici e  crescono fino alla macellazione in grandi capannoni come quello nella foto, alla luce artificiale, non vedono mai la luce del sole, né un prato, alimentati con mangimi spesso integrati con farmaci e ormoni per accelerarne la crescita e antibiotici per prevenire infezioni e malattie.

Finito il breve servizio, si torna in studio dove sono ospiti Giuliano Marchesin, presidente dell’associazione allevatori di bovini, Paola Maugeri vegana dichiarata, e Vittorio Zucconi, giornalista. Di recente facevo notare come un esponente della nuova scuola di giornalismo (Vedi “Giornalismo d’inchiesta“), per scoprire se a Cagliari tra gli immigrati musulmani ci fossero dei fondamentalisti islamici potenzialmente pericolosi, lo ha chiesto, indovinate un po’, al rappresentante della comunità musulmana! Ecco, Formigli, per sapere se gli animali subiscono maltrattamenti o sono trattati bene, lo chiede al presidente degli allevatori; come chiedere all’oste se il vino è buono.  E questo lo spacciano per giornalismo e informazione. Il primo ad intervenire nel dibattito è proprio Marchesin che contesta subito il servizio dicendo che non rende giustizia a quegli allevamenti, che le riprese notturne, la musichetta di sottofondo ed il tono di voce ansimante, come se dovesse succedere una catastrofe da un momento all’altro,  danno un’idea falsata, e che di giorno l’effetto sarebbe diverso. Stranamente nessuno fa a Marchesin la domanda più spontanea e naturale: “Marchesin, vuol dire che le gabbie dei maiali e conigli, che impediscono qualunque movimento agli animali, di notte sono strette, ma di giorno si allargano?”. Ma queste domande non si fanno, sono scortesi e provocatorie; sarebbe come dire “Marchesin, ma lei è scemo?”.

In TV c’è un sacco di gente che spara cazzate madornali e insulti reciproci da mattina a sera (li chiamano Talk show), ma siccome nessuno glielo fa notare., continuano imperterriti a spararle; tanto nessuno gli fa domande scomode. Gli risponde la vegana Maugeri, ricordando i danni provocati all’ambiente dallo sfruttamento della terra allo scopo di produrre mangimi per animali. Zucconi si dice subito inorridito dalla vista dei maltrattamenti subiti dagli animali. Ma, subito dopo, attacca la Maugeri, e le posizioni estremiste dei vegani e vegetariani. Afferma la necessità di mangiare carne e confessa che da emiliano di Modena, per lui il maiale è sacro e che senza prosciutto…è da suicidio. Così, invece che parlare degli allevamenti intensivi il dibattito diventa la solita contrapposizione fra carnivori e vegetariani.

E per sviare ancor più il discorso e farci dimenticare le immagini dei lager animali, Formigli lancia un altro servizio, un collegamento esterno con l’inviato Antonino Monteleone che si trova, lo specifica bene, nella “Antica macelleria Cecchini” a Panzano in Chianti, Firenze, che non è solo macelleria; ci sono anche due ristoranti ed una sala dove si organizzano convegni e lezioni sull’allevamento di bovini da carne di qualità. Ed ecco che entra nel ristorante dove, accanto ad una grande tavolata di clienti, intervista il titolare Dario Cecchini che indossa un grembiule che riporta in bella evidenza il logo della sua macelleria e mostra con orgoglio un classico taglio da “fiorentina” che si appresta a mettere sulla brace. Già questo farebbe scattare il sospetto che si tratti di pubblicità gratuita a Cecchini ed alla sua macelleria/ristorante.

Più che sospetto è una certezza. Non si tratta della cosiddetta “Pubblicità occulta”, questa è pubblicità vera e propria. Ancor più evidente quando, col pretesto di inquadrare la “fiorentina“, la telecamera stringe e riprende in primo piano proprio il logo della macelleria. Un simile servizio “giornalistico” è molto più efficace di un qualunque spot pubblicitario; ed è gratuito (ma su questo non scommetterei). Ora bisognerebbe tener presente che in TV la pubblicità occulta è vietata. Tanto è vero che gli spot vanno in onda in appositi spazi ben individuati, regolati da precise norme, e che, quando si propongono prodotti all’interno di un programma, appare la dicitura “messaggio promozionale” o l’avvertimento che nel corso del programma vanno in onda messaggi pubblicitari. A conferma di questo, notiamo che quando in televisione si fanno dei servizi su prodotti commerciali per chiarirne composizione, qualità, componenti, uso corretto, ed altre informazioni utili, i prodotti usati sono presentati in confezioni anonime o hanno sempre il logo dell’azienda coperto o mascherato.

A proposito di pubblicità più o meno occulta, e delle possibili conseguenze anche gravi,  sarà il caso di ricordare almeno due casi, verificatisi alla RAI e che hanno comportato pesanti sanzioni per gli interessati: Alessandro Di Pietro, che conduceva un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari “Occhio alla spesa“  (La RAI licenzia in tronco Alessandro Di Pietro: pubblicità occulta nella sua trasmissione) e Gianfranco Agus ed il regista Pietro Pellittieri per dei servizi, nei quali si prefigurava l’ipotesi di pubblicità occulta,  all’interno di “La vita in diretta” programma condotto da Michele Cucuzza (Pubblicità occulta alla RAI; via regista e inviato).  Giusto per ricordare che la pubblicità occulta è vietata. Ma, come tante altre cose in Italia, anche questa è a discrezione. C’è chi paga e chi no: dipende.

Ora, questo servizio di Monteleone sull’Antica macelleria Cecchini non è simile a quello fatto dall’inviato di Cucuzza? Non solo è simile, ma è anche peggio, è molto più evidente, perché in quello di Cucuzza, l’inviato faceva un servizio su un evento che vi si svolgeva all’interno del ristorante, ed il logo appariva di sfuggita durante le riprese. In questo caso, invece, si fa il servizio proprio sul ristorante, citandolo più volte, intervistando il titolare e mostrando in primo piano il logo. Allora, la domanda, ancora una volta, viene spontanea: perché i casi di Di Pietro e Cucuzza sono “pubblicità occulta” e questo servizio, sulla macelleria Cecchini non lo è?  Forse questo non rientra tra i casi in cui chi sbaglia paga; questo rientra fra quelli che “dipende“.  E l’Agcom, sempre così attenta a vigliare su tutto quello che passa in TV non lo ha visto, non ha niente da dire? Oppure anche l’Agcom controlla sì, ma “dipende“?  (Vedi alcuni post su “Pubblicità occulta“)

Ma poi questo servizio avrà fornito indicazioni utili? Vediamo. Marchesin, nonostante continui a fornire garanzie sugli allevamenti italiani, conferma che il 50% della carne che consumiamo arriva dall’estero. Ma allora che garanzia abbiamo? Oppure pensa che tutti gli italiani, quando devono prendere bistecche e fettine, vadano a prenderla in Toscana, alla Macelleria Cecchini? Così la casalinga calabrese al mattino saluta il marito (bracciante disoccupato; altrimenti non fa notizia) e siccome non si fida della macelleria sotto casa,  va a fare la spesa in Toscana: “Faccio un salto da Cecchini, prendo due bistecche e torno per il pranzo”. Funziona così? Ma siete proprio scemi o fate finta di esserlo? In fondo, però, non è necessario andare in Toscana per comprare la carne buona, basta saperla riconoscere. E come si fa? Lo chiedono all’Antico macellaio  Cecchini. Risposta. “Bisogna guardare il macellaio negli occhi“. Chiaro, ora abbiamo capito. Ma non guardatelo troppo intensamente, potrebbe scambiare quello sguardo per un tentativo di approccio.

Oppure. se volete essere sicuri, andate a mangiare direttamente da Cecchini. Ma tenete presente che la bistecca costa 24 euro al chilo e che, per averla, dovete prenotare due giorni prima. Del resto, la qualità ha un costo,  e non è per tutti.  Lo dice anche Formigli che, già in apertura, da buon toscano si era detto grande mangiatore di carne, in particolare di “fiorentina” che deve essere esclusivamente  della pregiata razza “Chianina“: “Non possiamo avere tutta la carne del mondo a un prezzo sempre più basso. Non possiamo avere la bistecca Chianina per tutti, sempre e comunque.”. Chiaro, è per pochi.  Solo un dubbio. Ma questo Formigli non è di quelli che pendono a sinistra, quelli che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e che qualunque diversità di trattamento è “discriminazione“? Sì, è di quella razza, ma anche in questo caso, certi principi di uguaglianza, per alcuni si applicano, per altri “dipende“. Formigli si mangia la Chianina (che è riservata a pochi privilegiati, specie toscani, che possono pagarla a 24 euro al chilo), voi dovete accontentarvi della bistecca gonfiata con ormoni e antibiotici che appena la mettete in padella si restringe e si riduce a metà. Sì, perché l’uguaglianza è bella, però “Io so’ io e voi non siete un cazzo“, diceva il marchese Del Grillo.

A proposito, ma perché le bistecche si restringono in cottura? Il motivo è che sono gonfiate da farmaci vari, ormoni e antibiotici. Ma questi antibiotici, negli allevamenti intensivi, vengono usati o no? Nessuno risponde. Pare che li usino a scopo preventivo, ma non è obbligatorio riportarlo nelle etichette. Insomma, li usano, ma non bisogna dirlo. Formigli prova a chiederlo direttamente a Cecchini, sempre in collegamento, mentre segue attentamente la cottura della Fiorentina sulla brace: “Come si distingue una bistecca buona da una meno buona?”. Domanda precisa alla quale ci si aspetta una risposta semplice e chiara.  Ed ecco la risposta dell’esperto, antico macellaio e ristoratore Cecchini: “Faccio questo lavoro da 41 anni e non sopporto che tutto sia formatizzato.  C’è un umano dietro a un animale, c’è qualcuno che deve essere responsabile…”.  Ci gira intorno, blatera alcune frasi sul rapporto fra uomo e animale, sull’occhio dell’allevatore, ma non risponde alla domanda. Questa abitudine di chiacchierare a vuoto e girare intorno al problema,  senza affrontarlo e senza dare risposte concrete, insomma da “supercazzola” alla Amici miei, deve essere tipico dei toscani. Ne abbiamo un esempio dalle parti di Palazzo Chigi.

Ma visto che non ha risposto alla domanda, ci riprova l’intervistatore Antonino (Cecchini lo chiama per nome e gli dà del tu, forse si conoscono bene) chiedendo: “La bistecca che si stringe quando la metti sulla brace…”. Non finisce nemmeno la frase, ecco la risposta: “Ma mangiate una patata…”. Non c’è verso di riuscire ad avere una risposta. Chiuso, lasciate perdere la carne (a meno che non andiate da Cecchini a 24 euro al chilo e prenotando due giorni prima); mangiate patate.  Nessuno ha risposto  sull’uso degli antibiotici, su come si riconosce la carne buona e sul perché la bistecca da 300 grammi in padella si riduce alla metà. Dopo aver visto la puntata ne sapete quanto prima. L’unica cosa che si è capita è che, col pretesto di parlare degli allevamenti intensivi si è fatto un grande spot pubblicitario, e gratuito,  a Cecchini (Ma l’Agcom non lo ha visto, era tardi, a quell’ora dormono; si svegliano solo quando devono richiamare Vespa che intervista Riina o Del Debbio perché non corregge gli ospiti che usano la parola “zingari” invece che Rom: beh, mica possono vedere tutto). Fine della puntata. Ragazzi, questo è grande giornalismo, è informazione, è inchiesta seria, è…(censura).

Vedi

- Prodi e la pubblicità progresso…pardon, occulta (2006)

- Facebook e i numeri ambigui (2009)

- Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità (2011)

- RAI3, Kennedy e L’Unità (2013)

- L’asparago col trucco (2014)

- Cena a Istanbul (2014)

- Blog, frati e misticanza (2014)

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