Le parole ci ingannano

di , 7 Gennaio 2016 23:46

Le parole ed il cervello ci ingannano“, dicevo a chiusura del post precedente “La felpa di Boncinelli“. E’ un inganno sottile del quale non ci rendiamo conto. Attraverso le parole esprimiamo i nostri pensieri che, però, non nascono come parole. I pensieri somigliano, piuttosto, a delle immagini in movimento che la mente trasforma in parole. Ma le parole non riescono mai ad esprimere completamente il pensiero. Ci provano, tentano di trasformare un pensiero complesso in forma intelligibile attraverso quella specie di codice che chiamiamo linguaggio,  ma con tanti limiti ed inesattezze che, talvolta, ciò che esprimiamo a parole risulta molto diverso da ciò che pensiamo.
La prima alterazione del pensiero avviene proprio nel momento in cui esso si traduce in parola. Questo passaggio da pensiero a parola è fortemente condizionato, inoltre, da altri fattori determinanti al fine della chiarezza espressiva. Non tutti usiamo lo stesso linguaggio, né possediamo la stessa padronanza lessicale, né abbiamo la stessa chiarezza di esposizione. Il linguaggio è frutto di educazione, cultura, esperienze personali, e, perfino, della personalità individuale. E, come se non bastasse, varia nel tempo e da luogo a luogo; ha una sua precisa collocazione spazio-temporale. Se non si ha una buona cultura umanistica, e pratica di testi antichi,  si avrebbe difficoltà a comprendere esattamente un testo scritto in volgare del ’300.

Ma non basta, purtroppo. Non solo abbiamo difficoltà ad esprimere esattamente il nostro pensiero, ma quando, attraverso il linguaggio, comunichiamo con altre persone avviene la seconda alterazione del pensiero. Colui che ascolta, infatti, recepisce il messaggio da noi comunicato, in maniera diversa da quello originario. Il motivo è semplice; il nostro interlocutore ha un suo preciso codice linguistico ed espressivo che è diverso dal nostro ed è la conseguenza diretta di quei fattori educativi e culturali ai quali abbiamo accennato, che sono una prerogativa specifica, esclusiva, di ciascun individuo e, quindi, del tutto personali. Se davanti alla finestra ho un pino e scrivo che vedo  un “albero“, generico senza specificare, chi legge in Val di Fassa pensa che sia un abete, in Puglia pensano che sia un ulivo. Il concetto di albero è lo stesso, ma abbiamo in mente alberi diversi. Una persona analfabeta avrà molta difficoltà a capire il linguaggio di una persona colta. Così come per un profano sarà del tutto impossibile afferrare il significato di un discorso altamente specialistico, come una conferenza sulla teoria quantistica.  Da queste differenze scaturisce la grande incertezza del linguaggio usato comunemente come mezzo di comunicazione e le frequenti incomprensioni, le ambiguità, gli equivoci, i fraintendimenti che possiamo verificare quotidianamente nei rapporti interpersonali e nel mondo dell’informazione e della comunicazione in genere.

Già Leibnitz e, successivamente, Wittgenstein, si posero il problema di trovare un linguaggio, riferito in particolare al campo filosofico e scientifico, che fosse chiaro e non si prestasse ad interpretazioni personali; un linguaggio universale. Purtroppo, sembra quasi un’impresa impossibile. Solo i matematici sembrare godere di questo privilegio: 2+2 fa 4, ovunque e sempre, ed il codice binario, basato sulla successione di due sole cifre, 0-1 (aperto/chiuso, acceso/spento, vero/falso) non lascia spazio a vie di mezzo, interpretazioni e fraintendimenti. Non così per il nostro comune linguaggio quotidiano ed ancora meno quando ci avventuriamo in discorsi su argomenti che, già di per sé, non essendo esplicabili attraverso formule matematiche, si prestano ad interpretazione personale. Pensiamo all’etica, l’estetica, la politica; tutti sono autorizzati ad avere i propri criteri di giudizio, in un trionfo di relativismo lessicale che tutto giustifica e legittima. In assenza di criteri matematici che non lascino spazio a fraintendimenti, chiunque si sente autorizzato a ritenere valida la propria opinione e ritenere sbagliate le opinioni altrui. Anzi, le nostre opinioni personali assurgono a valori universali ed acquistano quasi il crisma di assioma, mentre quelle degli altri, specie se in contrasto con le nostre, sono solo ipotesi e supposizioni del tutto insignificanti. In breve: “Le nostre opinioni sono idee, le idee degli altri sono solo opinioni.”

Un commento a “Le parole ci ingannano”

  1. Danidioy scrive:

    Caro Giano
    io ormai non ho bisogno di leggere i tuoi post su questi argomenti, se non per sfizio di leggerli, per capire come la pensi perché attraverso anche solo i tuoi commenti mi arriva il tuo punto di vista. Ho diverse poesie mie circa le parole che non servono più per capirsi o che non bastano mai… ma è proprio questo che sto cercando di trasmetterli nei miei commenti: e cioè il fatto che mi sembra che tu dichiari troppo “logicamente” che la verità dei fatti è quella che proponi tu e che tutto ciò che dice l’altro siano solo opinioni (relativismo e interpretazione) e per questo motivo, opinabili.

    Mentre io cerco di superare le parole puntando sul concetto di base in cui credo..
    Per capirsi e comunicare si fa con il cervello si, ma collegato alle emozioni personali di ognuno. Non può esistere nessuna metodologia che possa comunicare veramente. Non credo che la vera comunicazione possa passare attraverso la Logica. Anche perché con la stessa Logica chiunque la pensasse diversamente da te potrebbe sempre riportare i fatti in maniera totalmente differente dalla tua.
    Scrivo a braccio da un cellulare ed è difficile continuare…. e per ora mi fermo qui…

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