Blob e Arbasino

di , 12 Dicembre 2014 13:39

Blob è un programma televisivo (RAI3) nel quale vengono assemblati, apparentemente in maniera casuale e con intento ironico e satirico, immagini, suoni, scene varie tratte da spettacoli, cronaca, politica. Tanto che ormai il termine Blob è sinonimo di accostamento casuale di vari elementi non necessariamente legati fra loro da un nesso logico. Il nome dovrebbe riferirsi al titolo di un vecchio film del 1958 “Blob, fluido mortale” in cui si narra di una massa informe e gelatinosa,  proveniente dallo spazio, che avvolge e distrugge tutto ciò che incontra.

La chiave di lettura del programma è in relazione al livello culturale dei telespettatori. Se, oltre ad una buona cultura generale, seguite la televisione, la stampa e  siete aggiornati sui fatti di cronaca, politica, spettacolo, gossip, vi è abbastanza facile capire il significato delle immagini e, magari, apprezzarne lo spirito critico, talvolta sarcastico e dissacratorio costituito da una serie di “citazioni” e riferimenti. Altrimenti può essere difficile, se non impossibile, capire lo spirito di Blob. La sua forza è nell’uso delle immagini e nella loro collocazione in una sequenza quasi nevrotica. Lo stesso programma, se invece di essere fatto con le immagini, fosse raccontato in forma scritta, non avrebbe la stessa carica, né lo stesso impatto. La sua ragion d’essere è l’immediato accostamento operato dalla mente di chi guarda fra le immagini in successione.

La godibilità del programma è, dunque, quella di saper cogliere l’essenza di ogni “citazione”, metterla in relazione al contesto e cercare di ricavarne il significato. Ovvio che questa operazione mentale è possibile solo se lo spettatore conosce e “riconosce” l’immagine presentata e la “citazione“. Altrimenti è come leggere poesie cinesi ad un analfabeta. Lo stesso criterio (e la stessa difficoltà di interpretazione), tuttavia, è valido anche per un testo scritto nel quale si faccia eccessivo ricorso a citazioni che presuppongono conoscenze specifiche su vari argomenti, dalla storia alla musica, dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla filosofia  o quando si faccia ricorso ad un vocabolario troppo ricercato, arcaico, aulico, in disuso e, di fatto, quasi incomprensibile in tempi di comunicazione veloce basata su un linguaggio ibrido anglo-italiano, messaggini, sms, Twitter, espressioni gergali e codici comunicativi in uso in ambiti ristretti. Insomma, se non conosci il codice comunicativo in uso in un dato momento ed in un certo luogo, sei fuori gioco, tagliato fuori, isolato, emarginato.

Ed arriviamo ad Alberto Arbasino, scrittore e giornalista, intellettuale di primo piano nel panorama letterario e firma di prestigio del nostro Corrierone nazionale. Qualche giorno fa sul Corriere.it, c’era un suo articolo (“L’eterna sfida tra giovani e anziani“). Immagino che un lettore normale legga il pezzo con qualche perplessità e, quando arriva alla fine, si chieda “Ma che vuol dire?”. E  viene in mente Blob! La sua scrittura è una specie di assemblaggio di pensieri, citazioni, immagini, affermazioni, messi in una successione quasi casuale, pletorica, ridondante, come una serie di scatole cinesi, di matrioske culturali; un esercizio di alto equilibrismo letterario, senza rete.

Ecco, Arbasino è una versione scritta di Blob. E’ un Blob letterario autoreferenziale che, per usare una vecchia espressione di Woody Allen, ama “citarsi addosso“. Chi conosce molto bene Arbasino (la sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze artistiche, gastronomiche, musicali, le sue amicizie e frequentazioni etc…) riesce a seguire le sue evoluzioni narrative. Altrimenti si ha qualche difficoltà a capirne il senso e  sembra di trovarsi davanti ad una presenza aliena scesa dallo spazio che minaccia i lettori incauti, come un terrificante Blob.

Ma è pur sempre un “venerato maestro“. Tanto è vero che lo scomparso Edmondo Berselli, qualche anno fa nel suo libro “Venerati maestri“, dedicò al nostro  autore ben due capitoli, soffermandosi proprio sullo stile particolare di Arbasino e ipotizzando, ironicamente, che la difficoltà di lettura sia dovuta non al suo stile, ma all’ignoranza del popolo.  Scrive Berselli: “Il pubblico è diventato così ignorante, ma così ignorante, che le fertili invenzioni stilistiche, i bon mot, gli ammicchi, le citazioni, “l’attrezzeria” di Arbasino risultano largamente incomprensibili non solo al popolo, ma anche a certi scrittori.“.

Visto che il nostro autore risulta spesso incomprensibile, si potrebbe pensare che sia un genio, visto che è risaputo che i geni, di solito, sono incompresi. Ma bisogna fare attenzione perché se è vero che i geni sono incompresi, non significa che tutti gli incompresi siano dei geni. Spesso sono solo incapaci di esprimersi chiaramente. Così come non tutti i “poeti maledetti” sono poeti. Spesso sono solo maledetti: più che altro…sfigati.

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