La pizza global

di , 29 Maggio 2014 23:19

Finire la serata allegramente in pizzeria è una delle consuetudini più diffuse. Specie in tempi di crisi quando  andare in ristorante è quasi un lusso. Meglio ripiegare sulla solita pizzeria di quartiere; quattro amici, si chiacchiera, si ride e si gusta la nostra specialità nazionale.

Già la pizzeria evoca un ambiente allegro, alla buona, giocoso e un po’ caciarone; adunate fra amici, festeggiamenti di fine anno scolastico, compleanni.  Quindi il solo organizzare una serata in pizzeria mette di buon umore e immaginare la pizza, classica o ai gusti più incredibili e con tutte le variazioni che la fantasia riesce a creare (alta, bassa, morbida, croccante) mette allegria. E’ una invenzione tutta italiana di cui andiamo giustamente orgogliosi e che, grazie alla bontà unita alla semplicità della preparazione,  ha conquistato il mondo. Pochi ingredienti: farina, acqua, pomodoro, mozzarella, basilico, cotta nel forno a legna per pochi minuti e mangiata calda e fragrante; il simbolo della bontà e della cucina semplice e genuina che appaga la vista ed il palato. O almeno, così era fino a qualche tempo fa. Poi, grazie alla globalizzazione succede che, è notizia di ieri…”In Italia due pizze su tre sono straniere…”.   Da non credere, ma è proprio vero, purtroppo.

Uno studio della Coldiretti rivela che ormai il 25% degli italiani, a causa della crisi, ha rinunciato del tutto ad andare in pizzeria ed un 40% ha ridotto molto le uscite. Ma la notizia più inquietante è che non sappiamo più cosa stiamo mangiando. Quella che era la nostra gloria nazionale viene fatta con farine che vengono dalla Francia, dall’Ucraina o dalla Germania. Il pomodoro è americano o cinese e  l’olio d’oliva (altra gloria nazionale), che viene spacciato come italiano, arriva dalla Spagna o dalla Tunisia e spesso è addirittura un composto di oli di diversa provenienza, senza alcuna garanzia di genuinità, quando non è addirittura olio di semi (Leggete qui la spiegazione, passo per passo, di  come viene adulterato l’olio “Il suicidio dell’extra vergine“). La mozzarella, infine,  non solo non è nemmeno lontanamente la rinomata mozzarella di bufala,  ma non viene nemmeno prodotta col latte. Viene prodotta da semilavorati industriali, le cosiddette “cagliate“. Un vero e proprio sacrilegio.

Poco o niente è rimasto dell’invenzione napoletana in onore della Regina Margherita. Eravamo la terra di “pizza e mandolino“. Abbiamo perso anche questo primato. Forse ci è rimasto il mandolino. O forse nemmeno quello; anche i mandolini sono taroccati.  Tutto ormai è taroccato, made in China. Tanto che perfino i cinesi che vediamo in Italia forse non sono cinesi originali. I napoletani, toccati nell’onore, per vendicarsi della pizza cinese, spacciano come cinesi veri dei napoletani falsi travestiti da cinesi che si fingono napoletani e vendono ai cinesi veri falsi vasi cinesi  fatti a Forcelle.

Così anche la pizza, ormai, è globalizzata; farina ucraina, pomodoro cinese, olio tunisino, mozzarella della Patagonia e pizzaiolo del Bangladesh. Aggiungete che, ormai, le migliori pizze, secondo quanto riferiscono le cronache, sono diventate una specialità di egiziani, marocchini, indiani, pakistani, coreani e…giapponesi (Il miglior pizzaiolo al mondo è giapponese) e ci sentiamo derubati di qualcosa che ci appartiene, di un simbolo dell’Italia, di un nostro patrimonio comune. Quasi quasi rinunciamo alla pizza “global“, restiamo a casa e ci facciamo  due spaghettini olio, aglio e peperoncino. Già, ma siamo sicuri che quello sia olio extra vergine d’oliva e non un miscuglio di oli di semi vari? E l’aglio da dove arriva, sarà cinese? Ed il peperoncino sarà quello tossico che arriva dal Vietnam ed è contaminato da  residui chimici? (peperoncino chimico e tè ai pesticidi). Ok, passato l’appetito, niente cena. E domani divento No global…

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