Arte e autoerotismo

di , 5 Marzo 2014 14:43

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2″ di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

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2 commenti a “Arte e autoerotismo”

  1. Giano scrive:

    Ciao Mary, capisco le ragioni di chi ne parla bene. Dal loro punto di vista hanno anche ragione. Io, però, come dico nel post, sono ormai stanco di vedere in giro e continuamente osannati dai media non gli originali, ma delle copie. Parlo di cinema, televisione, letteratura, arti figurative, poesia, teatro. E’ tutto un furoreggiare di mezze calzette, apprendisti artisti, belle ragazzotte in cerca di gloria, personaggi che a malapena sono in grado di recitare in una fiction da quattro soldi e che si danno arie da divi. E subito dopo si danno anche alla regia. Ed hanno gioco facile, perché scomparsi i veri grandi interpreti e registi, anche i mestieranti e dilettanti riescono ad avere successo. Dopo una stagione di maestri e grandi interpreti siamo così passati da Luchino Visconti a Rocco Papaleo. Dai capolavori di De Sica, Antonioni, Fellini ai cinepanettoni dei Vanzina, da Sordi a Checco Zalone, da Anna Magnani a Luciana Littizzetto. Eh no, non mi si può chiedere di apprezzare questa gentaglia e cantarne le lodi, non ce la faccio proprio. Rispetto tutte le opinioni, ma non le condivido. La maggior parte dei commenti che ho letto in rete di gente che ha visto il film in televisione, concorda su un fatto; dopo una decina di minuti si sono addormentati o hanno cambiato canale. Alcuni, più drasticamente ne danno un giudizio ripreso pari pari da Fantozzi e la sua celebre frase sulla Corazzata Potemkin “E’ una cagata pazzesca…”. Questo dicono gli spettatori. Il fatto è che, in mancanza di altri autori decenti, anche questo film, che fuoriesce dagli schemi dell’ultima produzione italiaana, giusto perché è diversa dai cinepanettoni alla De Sica o Boldi, sembra un capolavoro.
    Del resto non c’è da meravigliarsi. Qualche anno fa a Parigi organizzarono una retrospettiva sui filmetti tipo “Pierino” di Alvaro Vitali. Niente di strano, quindi, che fra poco diano anche un Oscar alla carriera ad Alvaro Vitali, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia,, Lino Banfi ed Edwig Fenech per filmetti della serie “Giovannona coscialunga” o “L’esorciccio”. Ormai siamo a questo punto. Comunque, scusa lo sfogo, se hanno dato il Nobel a Dario Fo ed una laurea Honoris causa a Zoff e Valentino Rossi, e se c’è ancora il 24% di spettatori che segue il Grande fratello…ci sta benissimo anche l’Oscar a Sorrentino. Con buona pace di tutti e…volemose bene…un abbraccio :)
    P.S.
    Non pensare che io ami i film leggeri. Faccio parte di quei temerari che negli anni ’60 si sciroppavano tremende serate al cineforum con filmetti tipo La Corazzata Potemkim fantozziana o altri divertentissimi filmetti tipo “Il posto delle fragole” di Bergman, con tanto di immancabile dibattito finale. Ho detto tutto!

  2. Mary scrive:

    Scusa Giano, ma io ho un’altra visione. Il film di Sorrentino ha vinto l’Oscar perchè di sicuro gli americani non lo avrebbero saputo fare. Sono anche convinta che le cose piaciute di più oltreoceano sono quelle che forse sono piaciute di meno a noi italiani.
    Intanto l’idea che Roma sia proprio quella, mentre noi sappiamo bene che la nostra capitale è ben diversa da come appare nel film. Più sciatta, più disarticolata, più allo sbando. In una intervista Sorrentino dichiara che “non ha voluto presentare Roma in chiave realistica, ma trasfigurata dall’immaginazione sua e del suo sceneggiatore Contarello”.

    Gli americani amano Fellini e sicuramente hanno visto in questo film una specie di “Dolce vita”, e forse proprio per questo è piaciuto di più. Forse è piaciuta anche la colonna sonora, un misto di sacro e profano, che ci invidiano, non avendo loro nè l’uno nè l’altro. Federico Fellini è rimasto nel cuore degli americani e l’idea che ci sia un regista italiano che abbia voglia di emularlo (e non di plagiarlo, secondo me) non poteva non essere premiata.

    Avevo già visto il film al cinema lo scorso anno. L’ho rivisto con piacere e trovo che l’interpretazione di Servillo sia stata eccezionale.

    Ciao Gianino.

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