La Traviata di Fantozzi

di , 8 Dicembre 2013 19:39

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“).  Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no?  Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono.  Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato.  Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi  semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.

Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa  televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito,  mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori.  Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e  diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

 Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed  accompagna Violetta durante tutta l’opera.

Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine,  sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di  Lele Mora.  Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nei decenni scorsi la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont, scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente,  per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto,  l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano…”.

Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse…” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma  oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse  li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e  rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una vergine? All’asilo?

Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel  ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!.

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