Il peccato originale del relativismo.

di , 26 Gennaio 2006 19:09

Di recente l’amica Sibilla ha scritto qualcosa sulla "verità" e sulle diverse percezioni di essa. Avevo promesso che avrei lasciato un commento; questo post è il mio commento. Quando possibile mantengo le promesse. Ha fatto l’esempio di un albero, di come questo albero si presti a diverse valutazioni, secondo l’osservatore, e di come queste valutazioni siano "verità" diverse riferite ad uno stesso fenomeno. Considerazioni giustissime e condivisibili che però possono sottintendere una opinabile visione relativistica del mondo.

E’ vero che diversi osservatori vedranno l’albero secondo diversi punti di vista e che la loro percezione sarà per essi la verità sull’albero. Ma esiste una verità assoluta, valida per tutti, e senza la quale non esisterebbero le diverse verità relative: l’esistenza dell’albero. Piccolo dettaglio che spesso sfugge ad una osservazione relativistica della realtà.

Questo argomento mi offre lo spunto per fare qualche riflessione su un argomento attualissimo quale è il relativismo. Un sistema costruito su principi errati non può che condurre a conclusioni errate. E’ come un castello di sabbia costruito sulla sabbia; bello a vedersi, dura qualche tempo, salvo improvvise mareggiate, e poi crolla. Il relativismo si fonda sostanzialmente su un assioma: "La verità assoluta non esiste". Da questo semplice principio consegue che tutto sia relativo, in qualunque campo dello scibile umano che non sia riconducibile a valori matematici. Il valore della conoscenza non è assoluto, ma varia nel tempo e nello spazio ed è relativo a ciascun osservatore.

Una immediata conseguenza di tale teoria è che, non esistendo verità assolute, qualunque opinione personale, valida o meno, dimostrata o meno, acquisisce valore di verità, relativa, ma pur sempre verità. Una prima ed anche superficiale osservazione della realtà sembrerebbe confermare questa tesi. Facile notare come i principi etici, estetici, politici, validi in un certo luogo e periodo storico non lo siano in altri luoghi ed altri periodi. Per lo stesso principio ciò che è vero per alcuni individui non lo è per altri. La conclusione è che non esiste una verità assoluta, valida per tutti, sempre ed ovunque, ma esistono opinioni che di volta in volta vengono acquisite come verità quando tale opinione è talmente diffusa ed accettata dalla comunità che diventa automaticamente verità, in quanto opinione dominante.

Questa visione relativistica della realtà è sicuramente vera se ci limitiamo a prendere in esame le opinioni individuali. Ma il relativismo non dice che le opinioni sono relative, cosa che sarebbe del tutto logica e perfino banale e scontata; afferma, piuttosto, che la "verità" è relativa. C’è un errore di fondo in questa teoria? L’errore fondamentale è proprio nell’accettazione di quell’assioma iniziale, non dimostrato, né dimostrabile, che assioma non è, in quanto è un paradosso. La validità di tutta la costruzione relativistica si basa sull’accettazione di quella affermazione iniziale. Ovvio che se tale affermazione fosse falsa risulterebbe falsa tutta la teoria. Quindi deve essere necessariamente vera. Ma se l’affermazione "La verità assoluta non esiste" è vera, è evidente che esiste almeno una verità. L’esistenza di anche una sola verità contraddice, quindi, l’affermazione che non esistano verità. E se una affermazione non è vera è falsa. Se quella prima affermazione è falsa significa che deve essere vera una seconda affermazione che contraddica la prima e che affermi che "La verità assoluta esiste". Pertanto l’assioma iniziale non è un assioma, ma è un paradosso.

Eppure la concezione relativistica del mondo ha un seguito notevole. Tale successo è dovuto, forse, anche ad una supposta base scientifica che , per un facile fraintendimento, può essere identificata nella teoria della relatività di Einstein. Fin troppo facile citare il grande fisico ed affermare che "tutto è relativo", non preoccupandoci affatto di verificare la fondatezza di tale affermazione. Ma Einstein non ha mai detto che tutto è relativo; ha detto qualcosa di diverso. Detto in parole poverissime, ha detto che la conoscenza, la percezione, la valutazione, la misura di un fenomeno è relativa al punto di vista di un osservatore nello spazio in rapporto al fenomeno osservato. Tutti dimenticano di fare una osservazione lapalissiana; se la mia percezione di un fenomeno è relativa al mio punto di osservazione e, quindi, diversi osservatori in diversi punti dello spazio avranno percezioni diverse, è vero, però, che esiste almeno una verità assoluta: l’esistenza del fenomeno osservato. Se il fenomeno non esistesse nessuno potrebbe osservarlo. Se qualcuno può osservarlo significa che il fenomeno esiste, è "vero". Se è vero significa che la sua esistenza non è una opinione o una verità relativa, ma è una verità assoluta.

Come se non bastasse, ci si mette anche la meccanica quantistica, con il principio di indeterminazione ed il calcolo probabilistico, a dare man forte all’idea che non esista una verità assoluta. Una delle curiosità è, per esempio, che una particella possa trovarsi contemporaneamente in due punti diversi dello spazio. Un’altra bella scoperta è che non è possibile misurare contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella. Ma l’esperimento più bizzarro è certo quello conosciuto come "il gatto di Schroringer" (se vi interessa cercatelo con google). Il risultato di questo esperimento (ipotetico) è che un povero gatto, chiuso dentro una scatola, può essere contemporaneamente sia vivo che morto. Più relativistico di così non si può. Ma anche in questo caso c’è una verità assoluta: l’esistenza del gatto. E’ ovvio che un gatto che non esiste non può essere né vivo, né morto.

Qual è, dunque, la conclusione? L’affermazione "La verità assoluta non esiste" è falsa, sia perché se fosse vera sarebbe in contraddizione con se stessa, sia perché esistono delle innegabili verità assolute che rendono falsa l’affermazione in esame. Il fatto che esistano diverse interpretazioni della realtà, in tutte le sue forme, non significa che non esista una verità, o che esistano diverse verità soggettive ugualmente valide, ma che esistono diverse opinioni riguardanti uno stesso fenomeno. Allora occorrerebbe distinguere fra verità e opinione (questa sì relativa) e riconoscere che l’opinione è spesso il risultato di una conoscenza limitata. Si può avere una opinione personale su tutto, ma non si può negare che man mano che si accrescono le conoscenze su un argomento specifico si acquisiscano sempre maggiori certezze e che il massimo della conoscenza ( ammesso che la si raggiunga) coincide, infine, con la verità.

Non è un caso che, con il procedere del progresso umano e della scienza, molte delle false credenze dei popoli primitivi abbiano trovato una spiegazione logica, sostituendo a quelle che erano semplici "opinioni" errate, la certezza scientifica; ovvero, la verità. La conoscenza della verità è, quindi, determinata solo dai limiti della natura umana.
Riferimenti: ( Torre di Babele)

2 commenti a “Il peccato originale del relativismo.”

  1. Giano scrive:

    Ciao Evi, grazie per il voto.
    Quel blog è praticamente quasi abbandonato.
    Buona domenica :)

  2. pensierialvolo scrive:

    La verità e che tu esisti e io esisto, è relativo l?opinione che possiamo avere l’uno dell’altro, e da quello che vediamo e leggiamo.

    Ora dal mio pc io sorrido immaginando te che elucubri queste teorie. Ma mi piace il tuo modo di proporre i tuoi pensieri e riflessioni su un tema. Ah! Non sapevo che avevi un altro blog!
    Lo ho messo su i favoriti e ho votato! ;-)

    Un saluto affettuoso,

    Evi

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