Emma Bonino in chiesa

di , 19 Luglio 2017 14:41

Ovvero, il diavolo e l’acqua santa. Emma Bonino, storica esponente radicale e compagna di mille battaglie del fu Marco Pannella, ora fa propaganda a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza con la campagna “Ero straniero: l’umanità che fa bene”,  sostenuta dalla Caritas e da molte associazioni cattoliche con la benedizione del Papa. Curiosi questi radicali, hanno sempre qualche battaglia da combattere. Per loro le battaglie etiche e sociali sono una specie di droga. Hanno bisogno della dose quotidiana. Se gli manca la “buona causa” per cui combattere e scendere in piazza e lanciare appelli, vanno in crisi di astinenza.  Lottano per il sesso libero, per la droga libera, per i delinquenti liberi (L’amnistia è una delle loro storiche battaglie), per l’aborto libero. I radicali vogliono essere liberi. Ma lo sanno tutti che i radicali liberi sono molto dannosi per la salute.

Ma, contrariamente alle sue vecchie abitudini, non si limita a fare i banchetti in piazza, distribuire volantini, fare comizi da un palco, o marciare in testa ad un corteo di femministe abortiste urlando slogan contro il Papa ed il Vaticano. Ora indossa il suo turbantino d’ordinanza, la faccia da vecchia militante radicale e va a lanciare i suoi appelli nella tana del lupo, la chiesa di San Defendente a San Rocco di Cossato: “La Bonino predica in chiesa; a parlare di immigrati“. E la cosa assurda, se non ridicola, è che lo fa con il sostegno e la piena approvazione di Bergoglio il quale aprirebbe la chiesa a tutti purché predichino l’accoglienza; fosse anche il diavolo. E  non è detto che non sia proprio così, vista l’assiduità con cui predica di aprire le porte a tutti, compresi i musulmani che, dice, “sono nostri fratelli“; ben sapendo che un’invasione islamica dell”Europa è un pericolo gravissimo, non solo per il cristianesimo, ma per l’intera civiltà occidentale. Non può non saperlo, visto che ormai l’hanno capito anche i bambini del coro (compresi quelli di Ratisbona) e perfino il sagrestano. Allora, perché Bergoglio continua a fingere di non capirlo?

Se continuare a predicare l’accoglienza indiscriminata significa favorire e accelerare la disgregazione dell’Occidente, della sua cultura e delle radici cristiane, non si può ipotizzare che, dietro questo disegno, ci sia proprio Satana? Se è così allora suonano tragicamente profetiche le parole di Paolo VI che, nel 1972, disse  che “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio.”. E chi è il guardiano di quel Tempio? Bergoglio. Ecco perché apre le porte anche ad una anticlericale storica come Emma Bonino. Forse la vedono come la pecorella smarrita e ritrovata. Oppure come il figliuol prodigo che torna alla casa del padre. Manca solo che ammazzino il vitello più grasso. Che poi non si è mai capito perché ci vada di mezzo il vitello grasso, poverino, che non era responsabile né della partenza del figlio giramondo, né del suo ritorno. Ingiustizie della storia. Oggi Gesù avrebbe avuto contro tutti i movimenti animalisti.

 

In quanto a simpatia, questa donna segue, giusto di un soffio, Boldrini e Kyenge. Era quella che predicava l’aborto libero e lo praticava usando una pompetta da bicicletta (come lei stessa ha affermato; quella nella foto a lato è proprio lei); quella anticlericale che tuonava contro la Chiesa e i preti, che scendeva in corteo con i “No Vat”, per affermare la laicità dello Stato e denunciare le ingerenze del Vaticano.Sì, ma non è lei che ha cambiato idea, è la Chiesa che si è trasformata, tanto da diventare quasi irriconoscibile. Una volta in chiesa si pregava, si leggevano passi del Vangelo, si illustravano le parabole del Signore. Oggi in chiesa, invece che il Vangelo, si legge L’Unità, in particolare gli editoriali di Concita De Gregorio sul Bunga bunga (vero don Giorgio Morlin?), si condanna Berlusconi, la sua politica ed il suo governo (come don Aldo Antonelli, il “prete freelance), o gli si augura addirittura la morte (come il prete rosso don Giorgio De Capitani), cosa non proprio in linea con lo spirito evangelico.

Oppure si definiscono preti operai o preti di strada, contestano l’autorità della Chiesa e scendono in piazza a protestare ed innalzare barricate con gli antagonisti (come don Vitaliano Della Sala, il prete No Global). Ed infine a Natale, invece che intonare Tu scendi dalle stelle, Adeste fideles o Astro del ciel, cantano Bella ciao sventolando un drappo rosso (ricordate Don Gallo?). Ormai, tra parrocchie e centri sociali non c’è più differenza, i poster di Gesù e Che Guevara sono intercambiabili. Ecco perché Bonino in chiesa si sente al posto giusto, come a casa sua.

Vedi:

- Natale con gli ultimi

- Galli, puttane, machete e picconi rosso sangue

- El Gallo rojo

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Immigrazione: hanno la faccia come il…

di , 9 Luglio 2017 07:31

Io non c’ero e, se c’ero, dormivo“. E’ una espressione di uso comune per indicare quelle persone che creano danni, ma trovano sempre delle giustificazioni per escludere responsabilità personali. La uso spesso perché, purtroppo, gli esempi di questo malcostume in Italia abbondano, specie in politica. La questione immigrazione ne è l’ultimo chiaro esempio.

Sull’immigrazione ci hanno raccontato per anni delle bugie colossali.  Cominciarono col dire che facevano le badanti ed assistevano i nostri anziani, che facevano lavori che gli italiani non vogliono fare, che arrivano in Italia, ma solo di passaggio perché sono diretti al nord Europa. Poi col tempo aggiornarono il repertorio con  altre motivazioni;  che ne abbiamo bisogno per compensare il calo demografico, che contribuiscono al Pil, che ci pagano le pensioni, che è nostro dovere accoglierli perché scappano dalla guerra e dalla fame, che dobbiamo favorire l’integrazione e la formazione di una società multietnica, che non dobbiamo costruire muri, ma ponti,  che sono flussi migratori epocali e sono inarrestabili, e che infine, non solo non creano problemi o costituiscono un pericolo, ma sono “preziose risorse“.

Da decenni ci strapazzano le palle con queste storielle alle quali non crede più nessuno; forse nemmeno loro (ma devono fingere di crederci, altrimenti si scoprono le magagne e le falsità della propaganda). Anzi ne hanno fatto motivo di orgoglio. E chi più si prodigava per favorire l’accoglienza, il meticciato,  l’integrazione e la società multietnica, più veniva elogiato, riceveva premi e riconoscimenti, medaglie, incarichi, finanziamenti, proposto per premi e riconoscimenti internazionali, e pure per il premio Nobel per la pace (vedi Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa: “Nobel per la pace a Nicolini; al via raccolta firme“).

Ora, dopo la batosta tremenda alle amministrative, hanno capito che la gente sta aprendo gli occhi, comincia a capire la truffa del business mascherato da operazione umanitaria, è stanca dell’accoglienza indiscriminata e dell’invasione delle città. Quindi, con la faccia da culo che si ritrovano, fanno inversione a U; come ha fatto anche Beppe Grillo con grillini al seguito, che il giorno dopo il flop alle amministrative ha capito l’aria che tira,  ha fatto repentina inversione di rotta e tuonato contro rom e immigrati: “M5S contro rom e immigrati“). Così cambiano registro, scoprono che c’è un’emergenza migranti, scaricano le proprie responsabilità sull’Europa, e sono “preoccupati per i nuovi sbarchi”. Ovvero, quando l’ipocrisia diventa anche ridicola. Buffoni.

Ma non deve sorprenderci, questa è la loro caratteristica genetica; creare danni e poi scaricare le colpe sugli avversari. La  sinistra, prima che arrivasse al potere, per decenni ha sempre seguito questa strategia; creare ed  alimentare conflitti sociali, politici e sindacali di ogni genere, per poi accusare il governo di non essere capace di risolverli; e così raccoglievano il consenso. Molti anni fa per descriverli usavo una metafora. Li immaginavo come dei piromani che appiccano gli incendi, poi urlano al pericolo per mostrarsi come salvatori della patria e criticano i pompieri perché arrivano in ritardo. Ecco, i sinistri sono così, subdoli e pericolosi; e così si comportano, come quei piromani. E non sono mai cambiati; la strategia è sempre la stessa. Ora, dopo aver favorito, contro la volontà dei cittadini, l’invasione afro/islamica, ed esserne i responsabili, ora cambiano atteggiamento e cercano di presentarsi come i salvatori della patria. Buffoni.

Ho detto spesso in passato che sarebbe arrivato il momento in cui l’invasione sarebbe stata ingestibile e tragica. In quel momento coloro che l’avevano favorita avrebbero trovato mille pretesti per giustificarsi ed escludere qualsiasi responsabilità personale, secondo il più classico “Io non c’ero e se c’ero dormivo”.  Ecco, oggi, ci stiamo arrivando. E vedrete che tutti quelli che fino a ieri affollavano i salotti televisivi difendendo l’accoglienza e cantando le lodi della società multietnica, pian piano cominceranno a cambiare tono ed atteggiamento, finché diventeranno quasi irriconoscibili.

Lo scrivevo anche un anno fa sul quotidiano locale L’Unione sarda, dopo l’ennesimo sbarco di algerini sulle coste della Sardegna (Migranti: ondata di sbarchi nel Sulcis): “Bene, bene, accogliamo anche questi, un posto in hotel lo troviamo. e magari gli portiamo anche il “pranzo solidale antifascista”. E poi lo ha detto anche Mattarella ieri che non dobbiamo ergere muri ma costruire ponti (esattamente quello che dice Papa Bergoglio: avranno lo stesso ghostwriter?). E poi, poverini, scappano dalla guerra, anche quando la guerra in Algeria non c’è; mistero. Quando scoppierà la bomba (in tutti i sensi), ormai ci siamo vicini, ricordatevi di tutte le anime belle che predicano l’accoglienza. Ricordate le facce, i nomi, le loro affermazioni, perché troveranno mille pretesti per negare ogni responsabilità; dal Capo dello Stato fino alle belle statuine che ogni giorno predicano in televisione la buona novella dell’accoglienza, le delizie della società multietnica e multiculturale, la fratellanza universale. “Io non c’ero, e se c’ero dormivo”, diranno.”.

Sono considerazioni che faccio da anni, sia su questo blog, sia  con dei commenti su alcuni quotidiani in rete; quando non vengono censurati, come succede molto spesso. L’ho scritto anche due giorni fa sul Giornale, a proposito del voltafaccia improvviso di Matteo Renzi sull’immigrazione (Migranti, Renzi “Serve numero chiuso, non possiamo accogliere tutti.”). Fino a ieri ripeteva la litania dell’Italia che salva vite umane e che generosamente accoglie chi scappa dalla guerra. Oggi si rimangia tutto e, contrordine compagni, “Non possiamo accogliere tutti“. Se questa non è una faccia da culo, cos’è?

Questo commento che riporto di seguito, per fare un esempio di quella censura alla quale ho appena accennato, l’ho dovuto inviare per 4 volte in due giorni (è quel 4 che compare all’inizio del commento), prima di vederlo pubblicato, dopo aver sostituito alcune parole (culo, palle e smerdarli) con Bip o espressioni passabili come “sbugiardare i birichini” (è da ridere, ma è proprio così). Su L’Unione sarda succede anche di peggio: sono più i commenti censurati di quelli pubblicati, oppure li pubblicano, ma tagliando parole e intere frasi stravolgendo, quindi, il significato del commento (roba da denunciarli). Ma questa storia della censura e del controllo dell’informazione meriterebbe tutto un discorso a parte.

Ecco cosa ho scritto: “Hanno capito di aver esagerato con l’accoglienza e che su questo tema perderanno molti consensi. Ed allora, con la più classica faccia da culo che si ritrovano, cominciano l’operazione della retromarcia. Ora cominceranno a inventarsi dei distinguo, a rimangiarsi e reinterpretare dichiarazioni e slogan, si ripresenteranno come anime candide che hanno sempre combattuto l’invasione e difeso l’identità nazionale. Del resto hanno fatto lo stesso con l’ideologia. Dopo aver combattuto per decenni l’America, la Nato, il capitalismo, hanno cominciato a cambiare nome al partito (PCI/PDS/DS/PD), segretari, bandiere, inni, slogan ed infine, sono diventati tutti “democratici”. Invece che Bandiera rossa cantano “Over the rainbow”, copiano gli slogan di Obama, e vanno a deporre corone di fiori sulla tomba di J. F. Kennedy. Geniali. Per sopravvivere, periodicamente cambiano pelle; come i serpenti. 

Per fare questa operazione di restyling ci vuole una bella faccia da culo, e loro ce l’hanno. Così dopo aver urlato per anni che è nostro dovere accogliere tutti, che sono preziose risorse, che assistono i nostri anziani, che ci pagano le pensioni, che fanno lavori che gli italiani non vogliono fare, che scappano dalla guerra, che anche noi siamo stati migranti, ora vanno in crisi e folgorati sulla via di Damasco…pardon, sul lungomare di Tripoli, si rimangiano tutto e parlano di “numero chiuso”. Se a destra ci fosse qualcuno che abbia un minimo di fantasia e creatività, sapete cosa farebbe? Farebbe un collage di clip video delle loro dichiarazioni fatte nei vari salotti TV in questi anni e lo manderebbe in onda ogni giorno sulle reti Mediaset. Perché non basta smentirli genericamente, bisogna “sbugiardare i birichini” con le loro stesse dichiarazioni. Ma non lo faranno, perché non hanno né fantasia, né creatività; e nemmeno le palle.

Il grosso errore che si commette da sempre è quello di pensare che i socialcomunisti (e tutte le variazioni sul tema; compresa l’ultima che ha prodotto quell’ibrido immondo dei cattocomunisti), siano persone normali e trattarli come tali. Ma non sono normali. La loro non è ideologia, è una forma di psicopatologia che non è di competenza della politica, ma della medicina, e andrebbe trattata in strutture ospedaliere specializzate. Ecco perché ripeto da sempre che con questa gente è inutile cercare di dialogare: “Mai discutere con i matti e i comunisti: si perde tempo, si sprecano energie e si mette a rischio la salute”.   

Sulla questione immigrazione, integrazione, islam, società multietnica, annessi e connessi, ho scritto molti post. Alcuni sono segnalati nella colonna a destra in basso nella sezione “Immigrati, integrazione, islam“. Bastava avere uno sguardo attento e non essere condizionati da pregiudizi ideologici per capire i pericoli di una apertura senza controllo ai flussi migratori e la scellerata ideologia terzomondista che persegue la creazione di una società multietnica e multiculturale, con la conseguenza di una completa destabilizzazione sociale, politica, economica, morale della società occidentale. Lo scrivo fin dal 2003, da quando ho aperto questo blog. Sono passati 14 anni e sembra che ancora non vogliamo renderci conto del disastro causato da una scellerata politica di sinistra che bada più all’ideologia che alla realtà. E se non combaciano, invece di cambiare l’ideologia sbagliata cercano disperatamente di modificare la realtà per adattarla all’ideologia. Da pazzi; o da criminali.

Ma evidentemente la gente ha bisogno di tempo per capire i pericoli, deve sbatterci il muso, altrimenti non se ne rende conto. Lo capiscono solo quando la situazione è tragica ed irreparabile.  E’ esattamente quello che sta succedendo all’Italia, ed all’Europa, che solo adesso cominciano a rendersi conto che l’apertura incontrollata all’immigrazione ci sta portando ad una situazione ingestibile e che, se non fermata drasticamente, comporterà gravissime conseguenze. Siamo di fronte ad uno splendido esempio di quello che viene chiamato il “senno di poi”, quello del quale “son piene le fosse”. E tutto perché, evidentemente, siamo governati da imbecilli, oppure da traditori e criminali che perseguono un fine preciso: la criminale disgregazione della civiltà occidentale.

Vasco, rock e business

di , 4 Luglio 2017 03:40

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

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Vasco, lo sciamano

di , 1 Luglio 2017 23:10

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti.

La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco. (Masquerade, maggio 2013)

 “Alla folla bisogna offrire feste rumorose, perché gli imbecilli amano i rumori e la folla è fatta di imbecilli”. (Napoleone Bonaparte).

 

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Oh, Valentino

di , 25 Giugno 2017 16:39

Notiziona del giorno: “Valentino Rossi ha vinto il Gran premio di Assen.”.

L’ho appena riferito a zia Gavina, quasi centenaria. Le ho detto: “Zia Gavina, Valentino Rossi ha vinto il Gran premio di Assen”. Forse non ha capito bene perché sente poco, ma se l’udito è debole in compenso quasi non ci vede, e pure la memoria ormai è andata. “Chi ha vinto?”, mi risponde. Dico “Valentino Rossi”. Si illumina il volto, sorride e, forse facendo appello ai pochi ricordi d’infanzia, risponde: “Lo ricordo…Oh Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini…”. Stento un po’ a farle capire che non è quel Valentino di Giovanni Pascoli, ma un motociclista. Resta un po’ perplessa e, dopo una pausa, continua: “E cosa ha vinto?”. “Ha vinto il Gran premio”. Si vede che anche questo deve averle riportato alla mente qualche esperienza gastronomica perché mi risponde: “Si, lo so cos’è la gran premio;  è una bistecca di cavallo”.

Chissà dove l’avrà mangiata la “Gran premio” e quando. “Buona, buona, eh, quanto tempo non mangio una bistecca”, continua. Già, non solo perché con la vecchia dentiera che traballa, al massimo può masticare il semolino, ma soprattutto perché con la pensione minima di circa 500 euro anche il semolino è già un lusso. Riesco infine a farle capire chi sia questo Valentino Rossi, cosa faccia nella vita, cosa ha vinto e che per correre in moto guadagna milioni di euro all’anno. Lei, che ha passato la vita a lavorare in campagna, quando si campava con i prodotti della terra e i pochi soldi che ricavavano dalla vendita di quei prodotti li usavano con molta parsimonia, non capisce bene cosa siano i milioni di euro. Mi chiede se sono più della sua pensione. Le rispondo di sì, molti di più. Allora dice che, se Valentino ha vinto un premio ed un sacco di soldi, forse ne spettano un po’ anche a lei, o le aumentano la pensione e magari riesce a farsi una nuova dentiera.

Le rispondo di no e mi sembra molto rattristata. Forse credeva (come credono in molti) che queste vittorie, oltre a solleticare il facile campanilismo italico e procurare enormi guadagni agli sportivi ed a tutto il mondo che ruota intorno allo sport, portino anche benefici alla gente normale. No, zia Gavina, non risolvono nessun problema, non ti aiutano nemmeno a farti un semolino col brodo di pollo, né la dentiera nuova, non ti curano l’artrosi, né il diabete, non ti cambiano la vita di una virgola. Ma tutti fingono che queste vittorie sportive siano grandi risultati di interesse pubblico. Così esultiamo se la Juventus vince lo scudetto, se Rossi vince ad Assen, se gli azzurrini vincono contro la Germania, se vinciamo medaglie olimpiche. Fingiamo che siano vittorie di tutti. Fingiamo, come i poeti e gli artisti, che la realtà sia diversa da quella che è. “Il poeta è un fingitore, finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente.” (Fernando Pessoa).

Anche Bob Dylan copia

di , 15 Giugno 2017 14:26

Copiare è facile e si risparmia tempo e fatica. E internet è diventato il regno del copia/incolla. Lo fanno tutti, bambini e autorevoli accademici. Ho appena letto un articolo di Antonio Socci su Libero del 14 giugno in merito alla vittoria di Macron in Francia: “Macron ed il pericolo per la democrazia“. Mi ha sorpreso constatare che c’è un lungo periodo che sembra preso pari pari dal mio post di 3 giorni fa (Macron e la democrazia); non solo i dati ufficiali sui votanti, gli astenuti e la percentuale di voti di Macron (i dati sono quelli), ma le stesse riflessioni sulla legittimità dell’esito elettorale grazie al quale Macron, con una percentuale di voti minima, si prende la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. Per fortuna il mio post è del 12 giugno, ovvero due giorni prima di quello di Socci, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che io lo abbia copiato. Casomai è il contrario. Ma, naturalmente è solo una coincidenza.

Ciò che sembra strano, però,  è che tutti i media riportano i dati ed i risultati elettorali, sottolineano l’alta percentuale di astenuti (il 50%), esaltano la vittoria di Macron, analizzano le ragioni del suo successo e gli effetti sui futuri rapporti con l’Europa; ma nessuno si sofferma a guardare l’altra faccia della medaglia. Nessuno coglie lo spunto dei risultati elettorali per notare l’incongruenza di un sistema democratico che consente a chi vince le elezioni con una ridotta percentuale di voti (nemmeno sul totale degli elettori, ma sulla metà del corpo elettorale), di governare sentendosi legittimato da una presunta maggioranza e volontà popolare che, invece, rappresenta il consenso di una minoranza degli elettori. Ovvero, è un caso eclatante di “governo della minoranza“. Evidentemente in Italia lo abbiamo notato solo in due:  io e Antonio Socci. Strano, vero?

Però, non è la prima volta che mi capita di leggere in rete pezzi che mi ricordano ciò che scrivo nel mio blog. Ricordo un altro articolo di Socci nel quale diceva che  Papa Bergoglio parla a vanvera, senza rendersi conto delle conseguenze di quello che dice. Esattamente, parola per parola, una frase che ripeto spesso da anni su Bergoglio. Mi è capitato di sentire comici in Tv fare battute prese di sana pianta dai miei post. Così pure riprendere concetti, anche con le stesse parole, su politica, società, arte ed argomenti vari. Mi capita di lasciare dei commenti su un quotidiano in rete (non lo cito per discrezione)  e dopo pochi giorni vedere degli articoli che riprendono proprio concetti ed argomenti espressi nei miei commenti.  Ricordo una pagina Facebook “La decima crociata” che faceva regolarmente copia/incolla dei miei post, li pubblicava sulla sua pagina, senza citare la fonte, e li spacciava come suoi. Quando glielo feci notare, lasciando un messaggio per lui su un mio post del 2013 “Meglio tacere“, invece che rimediare, scusarsi e citare la fonte dei suoi scritti, bloccò l’accesso alla sua pagina, che prima era libero, riservandolo agli iscritti.

Ma non era il solo. Mi è capitato spesso di rintracciare miei post riportati per intero in siti e forum, senza citare la fonte. E’ la grande opportunità fornita da internet. Quando non hai abbastanza fantasia per scrivere qualcosa di tuo, basta cercare in rete, fare copia/incolla, pubblicarlo e lasciar credere che sia roba tua. Del resto, ormai va di moda. Illustri personaggi (scrittori, giornalisti, politici, accademici) vengono accusati di copiare da altri autori; chi copia le tesine, chi copia  risultati di ricerche altrui  e chi copia i discorsi ufficiali. La schiera dei copia/incolla è lunga: da Roberto Saviano (Saviano, accusa di plagio: avrebbe copiato da Wikipedia) a Umberto Galimberti (Galimberti in cattedra con due libri copiati), da Marine Le Pen (Marine Le Pen copia discorso di Fillon) a Corrado Augias ed altri (Augias e i copioni di Repubblica). Oggi si scopre che perfino Bob Dylan avrebbe copiato dalla rete (Dylan accusato di aver copiato il discorso da un “bigino” on line). Parte del suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura sarebbe preso da un sito inglese che  crea “bigini” di letteratura. Deve essere qualcosa di simile ai riassunti di romanzi che comparivano una volta su “Selezione dal  Reader’s Digest“. E se copia anche Bob Dylan, un premio Nobel per la letteratura, vuol dire che è tutto normale; oggi il copia/incolla è la nuova forma di creatività letteraria. Bella la rete.

Macron e la democrazia

di , 12 Giugno 2017 22:26

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse. Parlo spesso di democrazia e delle contraddizioni insite nel sistema democratico. Uno dei dubbi che mi porto appresso da sempre riguarda la legittimità a governare da parte degli eletti che, in teoria, dovrebbero rappresentare la maggioranza dei cittadini; in realtà, di solito, rappresentano una esigua minoranza.  Ne parlavo, fra i tanti post, in “Democrazia e voto” del 2014, nel quale citavo il caso emblematico delle elezioni regionali in Emilia Romagna dello stesso anno, vinte dal candidato del PD Stefano Bonaccini, proprio come esempio pratico di non corrispondenza fra elettori, eletti e percentuale di consenso. Quello può essere un caso limite, vista la bassissima percentuale di votanti, il 37%, ma grosso modo tutte le elezioni si svolgono con quelle percentuali di votanti e di risultati. Riporto il brano.

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Hyperloop e altre amenità

di , 9 Giugno 2017 19:01

Cos’è “Hyperloop”? E’ un progetto che sfrutta tecnologie avanzate, e la levitazione magnetica, per il trasporto ad alta velocità (1.200 Km/h) di persone e merci lungo un tunnel, dentro capsule “sparate” dentro un tubo; più o meno come la posta pneumatica. Praticamente il futuro del trasporto terrestre (Treno supersonico a levitazione magnetica).  Dopo la prima fase di studi e simulazioni, l’anno scorso è stato realizzato in America, nel Nevada, un primo esperimento lungo un percorso di un miglio. Ed ora si passerà alla fase di attuazione di progetti che, avendo necessità di investire grossi capitali, devono avere anche la prospettiva di grandi rientri economici; ovvero di opere che prevedano grandi flussi di merci e passeggeri su lunghi percorsi su vasti territori. La Russia ed altri importanti Stati hanno già dimostrato un certo interesse per la nuova tecnologia. Ed in questo avveniristico progetto si inserisce la Sardegna.

La Sardegna? Sì, incredibile, ma vero: “Da Cagliari alla Corsica in 40 minuti“. Il progetto è stato presentato dalla Hyperloop One nel corso di una conferenza ad Amsterdam, organizzata dal ministro dei trasporti olandese, alla presenza dell’assessore regionale dei trasporti della Sardegna, Massimo Deiana. Ora, a parte l’entusiasmo per l’opera che tuto il mondo ci invidierà, bisognerebbe fare qualche precisazione. La Sardegna è una delle regioni più povere d’Italia, anzi le province di Catbonia.Iglesia e Medio Campidano sono proprio in cima alla classifica, sono le più povere. Abbiamo tanti problemi irrisolti, dalla disoccupazione alla crisi perenne di settori fondamentali come l’agricoltura, la pastorizia, l’industria. Ogni anno dobbiamo combattere contro incendi che devastano il territorio e la siccità sempre più grave prospetta scenari di desertificazione del territorio. Abbiamo il record di disoccupazione giovanile oltre il 40%. Abbiamo una rete trasporti da terzo mondo. Siamo l’unica regione a non avere nemmno un Km di autostrade; cosa non necessariamente negativa, almeno risparmiamo i pedaggi. L’unica superstrada, che attraversa tutta la Sardegna e collega Cagliari a Sassari e Porto Torres è la Carlo felice che, tra inizio lavori (fine anni ’50), adeguamenti, modifiche, varianti, circonvallazioni, nuovi tragitti ed eterni lavori in corso, è in costruzione da almeno 60 anni. A noi la Salerno-Reggio Calabria ci fa un baffo. In questo panorama non proprio idilliaco, invece che pensare ad utilizzare i pochi fondi disponibili per opere serie, urgenti e di utilità pratica, cosa facciamo? Approviamo un progetto per collegare Cagliari alla Corsica con l’Hyperloop.

Cagliari-Corsica in 40 minuti. Fantastico, finalmente, ecco cosa mancava ai sardi; un treno veloce per la Corsica. Immagino che sia sempre stato il sogno segreto dei cagliaritani: alzarsi al mattino ed andare a fare una passeggiatina ad Aiaccio, Bastia, Bonifacio, prendere un caffè o un aperitivo e tornare a casa per l’ora di pranzo. Ora, come dicevo, un progetto simile richiede un tornaconto economico; ovvero un grande e costante flusso di merci e passeggeri che, nel tempo, non solo ripaghi le spese sostenute, ma garantisca dei profitti. E quanti anni, o secoli, ci vorranno per rifarsi delle spese del progetto, prima di incassare qualche soldino di utili? Bisognerebbe che almeno metà dei cagliaritani  tutti i giorni andassero in Corsica.  Allora, come direbbe Lubrano,  la domanda sorge spontanea: “Ma quanti saranno i cagliaritani che ogni giorno andranno in Corsica o i corsicani che scenderanno a Cagliari? E soprattutto, per fare cosa?”. Mistero.  Eppure l’assessore regionale dei trasporti, Massimo Deiana, ha dato l’annuncio dell’approvazione del progetto con gande orgoglio ed entusiasmo: “Abbiamo colto la portata rivoluzionaria di questa tecnologia.”, afferma. E se lo garantisce un politico possiamo fidarci. No?

Questo progetto Cagliari-Bastia in 40 minuti mi ricorda una vecchia barzelletta di Bramieri; quella del tizio un po’ spaccone che compra un’auto velocissima e tutte le mattine, per provarla, va da Milano a Varese, ogni giorno migliora il tempo di percorso e poi la sera agli amici del bar racconta l’impresa ed il nuovo record. La storia si ripete per una settimana circa,  finché un giorno  lo vedono arrivare al bar  al mattino e, sorpresi, gli chiedono come mai non abbia fatto la solita corsa a Varese: “No, basta con Milano-Varese. Eh, cosa ci andavo a fare tutti i giorni a Varese?”. Ecco, mi sa che questa storia finisce così: “Cosa ci vanno a fare i cagliaritani in Corsica tutti i giorni?”. Mistero. Ma sono certo che il nostro assessore Deiana lo sa e, visto che la fantasia non gli manca, in futuro ci riserverà altri grandi progetti fondamentali per la Sardegna: un tunnel sottomarino Cagliari-Miami beach, una teleferica Gennargentu-Courmayeur, uno scivolo Cagliari-Tripoli (facile, viene in discesa) e chissà quale altra genialata. Che fortuna abbiamo ad avere politici così geniali e creativi.

Ma non è l’unica idea geniale dei nostri governanti. Un altro progetto simile riguarda la costruzione di 2.000 Km di piste ciclabili lungo le coste ed all’interno del territorio dell’isola (Grande rete ciclabile sarda: 2.000 Km di piste). Dicono che attirerebbe milioni di turisti: “Il più importante progetto di infrastrutturazione turistica che la regione abbia mai visto.”, lo ha definito l’assessore regionale al Turismo, Francesco Morandi. E giusto per sopperire alle prime spese hanno già stanziato 15 milioni di euro per una prima tranche del progetto; tanto per cominciare, è solo l’anticipo, poi si vedrà. Dicono che il ritorno economico è assicurato. Immagino che, anche in questo caso, per recuperare le spese debbano arrivare ogni giorno in Sardegna milioni di ciclisti europei. Magari attraverso un tunnel Hyperloop Olbia-Livorno.  Stranamente sembrano dimenticare un piccolo dettaglio; la costante lamentela degli operatori turistici per la mancanza di incremento delle presenze, a causa soprattutto dell’eccessivo costo dei trasporti. Tanto è vero che col solo costo di una traversata in traghetto, una famiglia si paga una settimana di vacanze in altre località non meno belle della Sardegna. Ovvio che venga in mente un’altra domanda alla Lubrano: ma quanti saranno i turisti che verranno a pedalare in Sardegna?  E davvero porteranno i grandi benefici economici ipotizzati? E quanto tempo occorrerà, non solo per avere dei riscontri economici positivi, ma almeno per rientrare dalle spese sostenute? Altro mistero.

Ma per noi queste sono sciocchezzuole, perché abbiamo una creatività incontenibile, ce l’abbiamo nel sangue.  Ne abbiamo così tanta che sprizziamo creatività da tutti i pori. E dobbiamo esprimerla, altrimenti ci viene lo stress, l’ansia e la nevrosi da creatività repressa. La dimostrazione più evidente la forniamo nell’organizzazione nell’arco dell’anno di centinaia di sagre paesane ed eventi culturali. Per le sagre enogastronomiche ormai abbiamo quasi esaurito il repertorio disponibile di frutti, ortaggi, dolci e specialità tipiche. Abbiamo inventato la sagra delle pesche, delle arance, delle ciliegie, dell’asparago, del pane, del grano, dei cereali, della pecora bollita, di tutte le specie di dolci, di frutta ed ortaggi,  e perfino la sagra della patata. Credo che sia rimasta disponibile ancora solo la sagra del cavolo. Ma prima o poi qualcuno farà anche quella, magari proprio all’Isola dei Cavoli (Villasimius).  Strano che ancora non ci abbiano pensato.

Non c’è paesino della Sardegna che nell’arco dell’anno non organizzi una sagra o, specie d’estate, un evento culturale per richiamare i turisti. Siamo col culo per terra per la crisi economica e per la siccità, ma noi pensiamo alla cultura. Possiamo crepare di fame e di sete, ma guai se ci manca la poesia o il Jazz. Si fa più Jazz nel Sulcis e in Marmilla che a New Orleans. La Sardegna pullula di eventi,  rassegne e festival del cinema, della musica, del teatro, della poesia, del Jazz, di musica etnica, di convegni, dibattiti e serate a tema letterario, passerelle di scrittori, giornalisti, intellettuali, personaggi dello spettacolo, sportivi, attori, cantanti, giocolieri e saltimbanchi; c’è spazio per tutti; grazie a lauti contributi di denaro pubblico elargito magnanimamente da Mamma Regione, Comuni e province.  Dicono che “I sardi hanno sete di cultura“; lo dicono quelli (artisti, organizzatori, tecnici) che con queste manifestazioni ci campano (e i sardi ci credono). Così, mentre uno dei problemi più gravi è la perenne mancanza d’acqua e la siccità ormai cronica prelude ad una desertificazione del territorio, dicono che la gente ha sete di cultura. E invece che procurargli l’acqua, organizzano serate Jazz e reading di poesia.

Facciamo un piccolo esempio di cosa riusciamo ad inventarci.  Curcuris è un paesino della Marmilla che conta 307 abitanti. Così pochi? Anzi, sono già tanti. Nella stessa zona, sempre Marmilla, a distanza di pochi chilometri c’è un altro paesino, Setzu, che conta appena 150 abitanti. Uno dei tanti piccoli centri che rischiano di scomparire e che patiscono gli stessi problemi  di crisi economica, disoccupazione, spopolamento; non hanno certo motivo di gioire e festeggiare. Ma non rinunciano alla loro bella sagra. Così da anni organizzano la “Sagra de sa fregua e de su pani indorau“. Di questa sagra e di altre sagre e manifestazioni in Sardegna ( e di cosa sia “su pani indorau“) ho scritto nel post “Jazz e casu marzu” (consiglio di leggerlo per capire perché me la prendo tanto con queste iniziative strampalate; alla fine c’è anche un link che rimanda all’elenco di associazioni che usufruiscono di oltre 6 milioni di contributi regionali, ai quali si aggiungono quelli di Comuni e province, per organizzare questi eventi).

Ora, chiaro che Curcuris, che ha il doppio degli abitanti di Setzu, non può restare indietro; è anche una questione di orgoglio campanilistico. Ed ecco, infatti, cosa hanno inventato. L’anno scorso hanno partecipato, insieme ad altri Comuni della zona, al progetto “Litighi-Amo“, iniziativa originale e fondamentale per la crescita culturale e socio-economica della zona, partorita dalle menti creative del Plus di Ales-Terralba (al cui confronto quelli di Silicon Valley sono dei dilettanti), gestito dalla cooperativa Coagi e dedicato ai bambini.  In cosa consiste? Una specie di corso accelerato con lezioni, pratica, laboratori vari,  per imparare a litigare (come se i bambini abbiano bisogno di qualcuno che glielo insegni) e poi, trovare il modo di fare pace. “Abbiamo fatto vivere ai ragazzi il momento del bisticcio come un’esperienza rigenerante, contenendo il sentimento di colpa provato quando si litiga.“, dice Susanna Murru, una delle mediatrici culturali del progetto. Riusciamo perfino ad inventarci dei corsi per imparare a litigare. Ragazzi, questa è creatività pura, geniale. No?

Nota

A proposito di siccità, giusto per dire che il problema è serio (altro che pensare a Jazz, poesia e sagre del piffero), ecco le notizie recenti riportate dal quotidiano locale L’Unione sarda, un autentico bollettino di guerra:

- Piogge scarse e cambiamenti climatici; agricoltori sardi in allarme. (15 marzo)

- Sassari, siccità; stato di calamità naturale. (6 maggio)

- Mandas, siccità, campi all’asciutto; chiesta la calamità naturale. (7 maggio)

- Emergenza siccità; Coldiretti e sindaci di Guilcier e Barigadu chiedono incontro con Regione. (12 maggio)

- Trexenta, siccità; niente acqua per irrigazione. (12 maggio)

- Sardegna, si aggrava la siccità; stato di allerta per numerosi bacini idrici (13 maggio)

- Sardegna, siccità; bacini vuoti, danni enormi. (15 maggio)

- Siccità; aziende e animali stanno morendo. (19 maggio)

- Emergenza siccità; allarme rosso in Sardegna (20 maggio)

- Villaputzu, siccità; scende in campo il Comune (25 maggio)

- Orgosolo, emergenza siccità. (26 maggio)

- Musei, stato di calamità naturale a causa della siccità (25 maggio)

- Guamaggiore, siccità; dichiarato stato di calamità naturale (7 giugno)

- Selegas, siccità; scende in campo il Comune a sostegno degli agricoltori. (9 giugno)

- Sardegna, siccità: perso il 40% della produzione. (10 giugno)

- Gesico, siccità; agricoltori in crisi. (10 giugno)

News di giornata

di , 2 Giugno 2017 11:37

Titoli dei quotidiani e commenti al volo.

- “Manila, dà fuoco ad un resort; 36 persone morte per asfissia.”.  Quel resort era un mortorio. Così, per creare un po’ di brio e allegria, ha cercato di riscaldare l’ambiente.

- “Gentiloni porta bene all’Italia. Il Pil non saliva così da 7 anni.”. Abbinare il nome di Gentiloni alla crescita (!?) del Pil è come ringraziare la sindaca Raggi per il Ponentino romano.

- “Il silenzio di Mattarella sulla legge elettorale.”.  Tra il silenzio di Mattarella e i discorsi di Mattarella, dal punto di vista semantico, c’è pochissima differenza. Tanto vale che stia zitto: lui si riposa e noi pure.

- “Renzi copia (male) le fake news grilline.”. Renzi non ha bisogno di copiare le Fake news. Renzi “è” una fake news vivente, una bufala in forma umana; fra poco farà anche la mozzarella.

- “Festa della Repubblica, Mattarella: I valori del 1946 devono essere la nostra guida.” . Gli unici valori del 1946 rimasti sono i valori bollati; sono solo più cari.

- “Alfano mostra i muscoli. Accettiamo la sfida…”. Bravo Alfano, ora fa il duro e mostra i muscoli. Sì, ma… i muscoli di chi?

- “Padoan chiede l’eurosconto. Così risparmio 9 miliardi.”. Ormai, per sopravvivere, dobbiamo appellarci al buon cuore di Bruxelles e sperare sugli sconti, le promozioni, le offerte speciali, i “prendi 3 paghi 2”, il formato gran risparmio, le confezioni famiglia o i saldi estivi di stagione. Dopo ci resta solo la mensa della Caritas.

- “Torino, neonato gettato dalla finestra: ferite compatibili con caduta dall’alto.”. Grazie all’autopsia hanno scoperto che “è caduto dall’alto“. Anche perché “cadere dal basso” sarebbe molto difficile.

- “Blue whale, salvato un giovane in attesa di farsi travolgere da un treno.”. Per fortuna in Italia i treni sono sempre in ritardo. Così gli aspiranti suicidi, mentre aspettano il treno stesi sui binari, hanno il tempo di ripensarci, rinunciare al suicidio e salvarsi; oppure muoiono con due ore di ritardo.

- “Trump esce dall’accordo di Parigi sul clima“. Ma il riscaldamento della Terra è reale: Ecco sotto la prova…

Oche buoniste

di , 11 Maggio 2017 07:32

L’immigrazione è un business, l’accoglienza una truffa. L’hanno capito tutti, ma siccome in molti ci campano non bisogna dirlo, si toccano troppi interessi. Hanno scoperto perfino che certe Ong vanno oltre i loro compiti e, in pratica, sarebbero d’accordo con gli scafisti. Oltre all’inchiesta del procuratore Zuccaro di Catania (quella che ha fatto scalpore e suscitato polemiche) sono in corso diverse inchieste della magistratura per accertare connivenze fra chi gestisce il traffico di migranti, Ong e mafia. Sinceramente qualche dubbio lo abbiamo sempre avuto che questa operazione di taxi di mare Libia-Italia, non fosse proprio dettata solo da spirito umanitario. Lo sanno tutti che è un business sul quale speculano in tanti. Lo disse chiaro Buzzi, il patron delle Coop implicato nell’inchiesta “Mafia Capitale”: “Si guadagna più con i rom e gli immigrati che con la droga“, disse. Eppure, nonostante sia chiaro a tutti, si continua a sminuire l’aspetto truffaldino dell’accoglienza mascherata da operazione umanitaria. Si continuano a raccontare balle colossali per giustificare l’invasione e, soprattutto, guai a tirare in ballo le Ong, perché il settore del volontariato, dell’associazionismo umanitario, del terzomondismo, è un tabù intoccabile, come la Croce rossa o la Caritas.

Il fatto è che, secondo il pensiero unico politicamente corretto imposto dai media, questi organismi citati sono i “Buoni”; quelli che sollevano dubbi sulla loro bontà sono “Cattivi”.  Ecco perché il solo sospetto che le Ong che fanno servizio taxi andando a recuperare i migranti nelle acque libiche, non lo facciano solo per scopi umanitari, ma anche per interesse economico, ha sollevato un polverone. Quello è un argomento che non si deve nemmeno accennare. Le Ong, e tutte le associazioni umanitarie, sono “Buone” per definizione. Anche se non è propriamente così; ed anzi, molte riserve si possono avanzare sulla attività di organizzazioni che nascono, crescono, si mantengono ed operano con bilanci di milioni di dollari. Ho citato spesso un libro che chiarisce molti punti oscuri di questo settore, con nomi, numeri e fatti circostanziati, che riguardano migliaia di Ong, Onlus, e organismi vari: “L’industria della carità”, di Valentina Furlanetto. Bisognerebbe leggerlo, se si vuole avere un’idea di cosa si nasconde dietro la facciata buonista delle varie iniziative a favore del terzo mondo. Ecco cosa scrive l’autrice nell’introduzione: “Perché anch’io, che avevo un ben radicato pregiudizio positivo, alla fine mi sono chiesta: che cosa differenzia il Non profit dal profit, una Ong o una Onlus da un’azienda o un’attività commerciale? Ormai molto poco.”.

Eppure, sospettare che esista un qualche motivo di carattere più economico che umanitario che anima certe ong è quasi una bestemmia, un sacrilegio. Tanto che nessuno si permette di mettere in dubbio che andare ad imbarcare i migranti fin nelle acque libiche e portarli in Italia, ospitarli e pagarne le spese di soggiorno sia proprio un nostro preciso dovere. In pratica stiamo favorendo l’invasione afroasiatica  e lo facciamo anche a spese nostre. Il massimo dell’incoscienza e dell’autolesionismo. Ma il pensiero politicamente corretto è ormai così penetrato nei media che nessuno osa contraddirlo. E chi lo fa viene iscritto subito nella categoria dei “Cattivi”, xenofobi, razzisti, fascisti e populisti. Così, quelli che dovrebbero rappresentare i cittadini, difenderli, metterli in guardia contro il pericolo dell’invasione (politici, media, intellettuali) sono proprio quelli che ogni giorno, su stampa, TV e web, sbraitano e ci impongono il verbo terzomondista, l’inevitabilità del meticciato e  preparano la società multietnica e multiculturale (e su questo progetto ricavano lauti guadagni). Mi ricorda un  vecchio post del 2009.

 ”Le oche buoniste” (2009)

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città.  I pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito, si asserragliarono sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

Oggi assistiamo ad una vera e propria invasione. Già, perché se vogliamo capirci, bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome. Ora, finché si tratta di accogliere pochi esuli perseguitati per motivi politici o religiosi, passi. Che si voglia accogliere anche qualche centinaio o migliaio di persone che scappano dai loro paesi e che cercano lavoro, passi pure. Ma se si tratta di un flusso continuo, ininterrotto, senza controllo, di milioni di persone che arrivano in Italia, senza arte, né parte, e finiscono necessariamente per accrescere la delinquenza comune e la malavita organizzata, allora non si tratta più di accoglienza: questa è una vera e propria “invasione“.

Allora, memori delle antiche leggende, si potrebbe pensare che anche oggi qualcuno ci avverta del pericolo. Magari delle oche moderne che, starnazzando sui media, ci mettano in guardia e ci consentano di respingere gli invasori. Invece no. Stranamente le oche moderne fanno a gara nel rassicurarci, nel convincerci che, in fondo, sono un bene, che non c’è nessun pericolo. Anzi, sono per noi una ricchezza e dobbiamo diventare una società multietnica e multiculturale, perché…perché lo dicono loro. Insomma, le oche moderne non solo non starnazzano per avvertirci del pericolo, ma ci tengono buoni e, nottetempo, aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste.

Che tempi, signora mia, non ci sono più le oche di una volta!

Pappagalli molesti, principi e palloni poetici

di , 4 Maggio 2017 00:39

Notizie dal mondo dei pazzi. Ormai non ci facciamo più caso perché quando la pazzia è diffusa ci si fa l’abitudine, diventa normale. Però ogni tanto è bene fermarsi un attimo a riflettere su alcune notiziette; così, tanto per chiederci se davvero questo è ancora un mondo normale, oppure se abbiamo oltrepassato il limite della follia sostenibile. Ecco alcuni fatti riportati dalla cronaca solo nelle ultime 24 ore.

Pappagalli maleducati

I pappagalli sono belli, ci tengono compagnia e se riescono ad imitare la voce umana e pronunciare qualche parola sono anche un’attrazione curiosa. Ma bisogna stare attenti a ciò che ripetono. Per esempio, a Capoterra, in Sardegna, succede che una signora possieda un pappagallo che, forse, pronuncia qualche parolaccia di troppo. Il vicino di casa, un po’ troppo suscettibile, pensa che quelle parolacce siano rivolte a lui, visto che il pappagallo le pronuncia ogni volta che lo vede passare. Così, per vendicarsi, aspetta che la vicina vada a fare una passeggiata in un parco con un’amica, e l’ammazza con 11 coltellate: “Il tuo pappagallo mi dice le parolacce: e ammazza la vicina.”. Pare che gli attriti fra i vicini di casa andassero avanti da anni. Violenza assurda ed inspiegabile che la cronaca di solito  spiega con “futili motivi“. Non ripeterò cose che dico da anni su questo argomento. Però rendiamoci conto che, grazie a Basaglia, noi abbiamo chiuso i manicomi, e che  ci sono persone come queste, apparentemente normali,  che circolano liberamente e che, per “futili motivi”, all’improvviso possono ammazzare qualcuno per una parolaccia detta da un pappagallo.

Passatempi

Alcuni ragazzini, tra i 12 e i 14 anni (c’è anche una ragazzina), hanno sistemato dei sassi sui binari della linea ferroviaria a Cagliari: “Pietre sui binari; stop al treno“ . Così, per vedere l’effetto che fa, per distrarsi, per passatempo, perché si annoiavano., o perché lo hanno visto fare da altri. La stupidità non ha bisogno di particolari motivi per manifestarsi. Proprio recentemente in diverse località della Sardegna si sono verificati casi di lanci di sassi su treni, pullman e auto in corsa sulla superstrada. Anni fa il passatempo  di moda era quello di lanciare sassi sulle auto da un cavalcavia. Ora siamo all’emulazione, ma con variazioni sul tema. La cronaca dice che si tratta di una “bravata“. Ecco ciò che lascia perplessi. Invece che chiamare le cose col loro nome e parlare chiaramente di “delinquenti”, questi fatti gravissimi, che potrebbero avere conseguenze tragiche, vengono considerati delle semplici ragazzate, niente di preoccupante. bravate. “Sono ragazzi…”, direbbe Greggio.

Monopoli col morto

Purtroppo non è quel vecchio gioco da tavolo col quale abbiamo trascorso serate fra amici da ragazzi. Questo è un gioco tragico che vede ancora coinvolti dei ragazzi di 15 e 17 anni che gettano in acqua un anziano di 77 anni che passeggiava lungo la scogliera a Cala Verdegiglio, provocandone la morte. Non è ancora chiaro se si tratti di una semplice “bravata” come la cronaca riportava in un primo momento, oppure di una aggressione a scopo di rapina. Che strani passatempi vanno di moda oggi. Non ricordo che una volta, per passatempo, i ragazzi scagliassero sassi su treni e auto, o gettassero a mare gli anziani. Mah, altri tempi, devono essere gli effetti dell’evoluzione della specie.

Notizie assurde come queste sono ormai all’ordine del giorno. E nessuno si chiede cosa sta succedendo a questa società? Abbiamo uno stuolo di psicologi, sociologi, psichiatri; perché nessuno si chiede cosa sta succedendo e perché la gente sta impazzendo? Perché una cosa è certa ed evidente; il mondo sta impazzendo. La cosa preoccupante è che non solo non ci sono segni di rinsavimento, ma  ormai siamo arrivati all’assuefazione e questi fatti vengono percepiti quasi come normali. Anche questo è un segno della pazzia dilagante. Siamo così distratti da mille informazioni inutili che la gente sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Pensiamo alla Ferrari, ai talent, i reality, sport, gossip, fiction fatte in serie, la posta di De Filippi, ballerini, comici e cantanti. Ci riempiamo la testa di cose superflue e tralasciamo di occuparci delle cose serie ed importanti. Incoscienti, balliamo mentre la nave affonda; come sul Titanic.

Ultimissime tra principi e palloni

Ma anche se non siamo proprio pazzi, certo almeno un minimo di confusione mentale deve esserci, specie tra gli addetti ai lavori del mondo dell’informazione. Non sono un appassionato di sport, gossip e inutili pettegolezzi da cortile; quindi, non leggo questo tipo di notizie. Ma dando uno sguardo alle pagine dei quotidiani in rete, non si può non leggere almeno i titoli, sia di sport che di gossip. Bene o male, volenti o nolenti, sappiamo chi segna in campionato, cosa fanno le Ferrari e Valentino Rossi, le liti Morgan-De Filippi, Parietti-Lucarelli, con chi scopa Belen Rodríguez, chi vince i reality. Tutte notizie importantissime per l’umanità.

Oggi, per esempio, la notizia del giorno è quella che il principe Filippo va in pensione. Per renderlo noto è stata convocata d’urgenza una conferenza stampa con tutti i maggiori rappresentanti dei media. Così oggi è questa la notizia di apertura di tutti i TG e quotidiani, servizi e commenti dei corrispondenti esteri, degli inviati speciali e dei soliti opinionisti tuttologi che, a tutte le ore del giorno su tutti i canali, parlano di tutto, dalla minaccia nucleare alle previsioni del tempo, dalla Brexit agli amori di Belen Rodriguez, dai buchi neri alla dieta mediterranea. Ed in tutti i salotti TV sarà l’argomento del giorno. Ho sentito una giornalista dire che questa era “una notizia choc“. In effetti una notizia come questa getta nello sconforto interi popoli. Come faremo adesso se Filippo va in pensione e si ritira a vita privata? Se lo chiederanno angosciosamente i bracciati calabresi, i cassintegrati del Sulcis, i precari, gli esodati, perfino la casalinga di Voghera, signora Gavina di Tergu e pure tziu Nassiu di Masullas. Sì, sono notizie che segnano una vita.

Questa poi è una vera perla. “I gol di Gonzalo Higuain sono un romanzo. Ma il colpo di tacco e i passi di danza di Paulo Dybala sono poesia.”, scrive oggi Tony Damascelli sul Giornale.  Ora, d’accordo che ognuno fa quello che gli pare e che, come suol dirsi “Il mondo è bello perché è vario“. Nella vita, quindi,  si possono avere diversi interessi e  passioni: sport, musica, spettacolo, cinema, narrativa, poesia, numismatica, filatelia, cinema, teatro Kabuki, origami, collezionare farfalle o stampe cinesi, e qualunque cosa. Ed ognuno ha il diritto di seguire la propria passione, di parlarne e perfino di scriverne sui giornali (specie se ti pagano per farlo).

Capisco che la deformazione professionale porti ad enfatizzare gli eventi e trovare delle espressioni forti ed iperboli  per richiamare l’attenzione del lettore. Capisco pure che si ricorra a figure retoriche e fantasiose immagini per nobilitare un’attività ludica come il calcio o altri sport. Ma se dare calci ad un pallone diventa addirittura alta letteratura e per esaltare le gesta dei pallonari si ricorre ad azzardate similitudini ed accostamenti letterari con poeti e romanzieri, e  paragonando dei calciatori  a Manzoni o Dostoevskij, Leopardi o Baudelaire, allora c’è qualcosa che non va, si sta passando il limite del lecito. Le spiegazioni di questi strampalati paragoni giornalistici possono essere diverse. Ma sinceramente, stringi stringi, la spiegazione più plausibile è quella che sostengo da tempo: la gente è rincoglionita. Punto.

 

 

Sant’Efisio folk

di , 2 Maggio 2017 09:53

Il 1° maggio è la festa dei lavoratori. La festa dei disoccupati la devono ancora inventare, poi faranno la festa degli esodati, la festa dei precari, ed infine faranno la festa ai pensionati che vivono troppo a lungo, così l’INPS risparmierà sulle pensioni.  Ma in Sardegna il 1° maggio  è anche la festa di Sant’Efisio, che si celebra a Cagliari per sciogliere un voto che risale al 1656, per ringraziare il santo che avrebbe salvato la città dalla peste.  Niente a che vedere con “peste e corna“; infatti salvò Cagliari dalla peste, ma non dalle corna che proliferano ancora oggi. Secondo Wikipedia, Efisio nacque ad Antiochia, in Siria, nel 250, (oggi sarebbe considerato profugo ed ospitato in hotel, vitto e alloggio garantiti).  Secondo l’ufficio stampa del Comune di Cagliari, invece, sarebbe nato a Gerusalemme.  Quando queste fonti autorevoli si metteranno d’accordo vi faremo sapere.

Nasce come festa religiosa e così è stata celebrata per secoli. Fino a quando, a partire dagli anni ’60, è diventata l’occasione per far partecipare numerosi “gruppi folk” che in quegli anni cominciavano a nascere come funghi. Si era in piena riscoperta delle tradizioni sarde; costumi, usanze, feste, rilancio della lingua, malloreddus, pabassinus, vernaccia  e cannonau. Infatti, per dimostrare l’attaccamento alla lingua, i gruppi che indossano i classici costumi sardi si chiamano “folk“, classico termine sardo della Barbagia. No? Beh, non stiamo a sottilizzare. Il fatto è che, anno dopo anno, i gruppi partecipanti alla processione che accompagnava Sant’Efisio, sono diventati sempre più numerosi (partecipare era motivo di orgoglio, specie da quando a fine anni ’70, le televisioni locali cominciarono a fare la cronaca in diretta della festa) e la processione religiosa è diventata più propriamente una sfilata di gruppi in costume, a beneficio di autorità, turisti, fotografi e TV.

Intanto, sempre più numeroso era anche il pubblico che, pur non partecipando alla processione, assisteva al passaggio delle confraternite, dei miliziani a cavallo e del cocchio col simulacro del santo. La festa, grazie anche ad una campagna pubblicitaria di agenzie ed Enti turistici regionali, oltre ai numerosi sardi provenienti da tutta l’isola, richiamò anche turisti dall’Italia e perfino dall’estero. Si allestirono tribune lungo il percorso, in modo che potessero assistere alla processione comodamente seduti e, giusto per onorare la proverbiale ospitalità sarda, i vari gruppi “Folk” (sempre il termine barbaricino) cominciarono ad offrire dolciumi e bevande. E così la festa di Sant’Efisio, più che una processione religiosa che accompagnava il santo dalla città a Nora (il luogo dove venne martirizzato), divenne una sfilata di costumi a favore di telecamere e fotografi, con gentile offerta di specialità locali. Insomma, finì a tarallucci e vino.

La conferma viene da questo articolo pubblicato di recente sul quotidiano locale L’Unione sarda (In vendita i biglietti per Sant’Efisio), nel quale, circa un mese fa,  si annunciava la vendita dei biglietti per i posti nelle diverse tribune sistemate lungo il percorso della processione. I prezzi variano da 15 a 25 euro, secondo l’ubicazione delle tribune, coperte o meno, per un totale di 1.730 posti a sedere. E’ l’unico caso, per quanto ne sappia, in cui si paga un biglietto per assistere ad una processione religiosa. Come si fa al Circo o in un qualunque spettacolo pubblico all’aperto.

Il fatto che siano in vendita i biglietti conferma quanto dicevo, ovvero che non è più una processione religiosa; è uno spettacolo a cui assiste un pubblico pagante. E’ diventato una rappresentazione, una passerella di costumi sardi, gruppi folk e belle ragazze che, in atteggiamento da sfilata di moda più che da processione religiosa, sorridono indossando ricchi costumi e  preziosi monili a beneficio di turisti, fotografi e telecamere. Ma allora non chiamatela Festa di S. Efisio, chiamatela rassegna di gruppi folk e traccas addobbate. Una ulteriore conferma è che, come si vede, la foto che accompagna l’articolo non mostra Sant’Efisio, ma una bella ragazza in costume.  Anche le feste religiose si sono evolute, sono diventate mediatiche. Strano che non abbiano ancora messo sul cocchio del santo il logo di uno sponsor. Ma magari ci stanno pensando.  Eh, signora mia, non ci sono più le processioni di una volta.

Nota – Il post è dell’anno scorso (Santi e sfilate), ma è sempre valido.  La sfilata è la stessa, i costumi sono gli stessi, il santo è lo stesso, i buoi sono gli stessi, i gruppi “Folk” sono gli stessi. Anche  la lunga e noiosa telecronaca in diretta è la stessa  e pure i commenti banali, scontati e falsamente entusiasti dei cronisti, che non  concedono un attimo di tregua e silenzio (parlano ininterrottamente per tre ore; non ci sono 30 secondi di silenzio nemmeno a pagarli a peso d’oro). Forse lo fanno perché sono convinti che quello sia proprio il loro compito: parlare continuamente per evitare di farci sentire in diretta suoni e  rumori che provengono dalla processione, i canti religiosi, le preghiere, i goccius e il suono delle launeddas (tutta roba evidentemente inutile, noiosa e fastidiosa; meglio il chiacchiericcio forzato dei commentatori). Sì, anche la telecronaca è sempre la stessa; stucchevole, petulante e pallosa. L’unica cosa che cambia rispetto allo scorso anno, forse, è il numero delle corna (buoi compresi).

Nota 2 – La Tv ha il grande merito di mostrare in tempo reale gli avvenimenti. Ciò che è insopportabile è l’inspiegabile convinzione che debba esserci qualcuno, spesso più di uno, che spieghi quello che le telecamere riprendono e che tutti vedono e capiscono benissimo senza la necessità dei commenti inutili e banali del cronista di turno. Ma questi telecronisti sono convinti del contrario e, quindi, parlano, parlano, parlano sempre, hanno orrore del silenzio.  Anche quando dovrebbero tacere. Non capire che talvolta il silenzio è il miglior commento è segno di stupidità. Ma siccome in televisione la stupidità è  un ingrediente indispensabile, nessuno ci fa caso. Ho provato anche a scrivere 3 o 4 commenti sul sito del quotidiano L’Unione sarda (è lo stesso editore di Videolina, la TV che trasmetteva la diretta) per segnalare questo fastidioso commento. Come immaginavo non sono passati; censura. Sì, perché la stupidità esiste, è diffusa, ma non si può dire. E se lo dite vi censurano.

In uno dei commenti censurati segnalavo che in quel momento la TV riprendeva il passaggio di un gruppo corale che cantava “Deus ti salvet Maria“, uno dei canti religiosi più belli ed amati  della musica popolare sarda. Lo si sentiva in sottofondo, ma non si poteva seguire perché i nostri infaticabili telecronisti parlavano sopra, dilungandosi in commenti sulla bellezza dei costumi, la fattura, i colori, i monili. Anche questo censurato. Allora, sono io ad essere troppo critico e severo? Può darsi. Giudicate voi, se seguendo la ripresa di una processione (perché anche se lo dimenticano tutti, quella di Sant’Efisio non è una sfilata di moda, ma una processione religiosa) è più serio ascoltare un antico canto sacro oppure l’insopportabile ed inutile chiacchiericcio di due telecronisti che pensano di commentare una sfilata di moda.

Ecco una versione di “Deus ti salvet Maria” nell’interpretazione del Coro di Ozieri.

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Alitalia, Adinolfi e crisi varie

di , 26 Aprile 2017 21:08

Alitalia naviga in cattive acque. E per una società che dovrebbe volare invece che navigare è già un pessimo segnale. Così, col rischio di fallimento e senza un futuro certo, oltre al personale anche gli aerei sono depressi.

 

Anche in casa di Mario Adinolfi, però, ogni tanto deve esserci qualche segnale di crisi familiare, niente di preoccupante,  soliti piccoli screzi quotidiani, visto che la moglie dichiara: “Ogni tanto lo prendo a schiaffi“. ”Ogni tanto” lo prende a schiaffi? Ecco l’errore. Dovrebbe fare il contrario:  prenderlo a schiaffi ogni giorno dalla mattina alla sera e “ogni tanto” riposarsi.

Ma anche il mondo dell’arte non se la passa molto bene; anzi è proprio in crisi. Ormai l’arte è personalizzata; ognuno se la fa come vuole. Ecco l’ultimo esempio: “L’arte di Cinus contro la violenza“. Giusto per distinguerli; l’opera d’arte è quel fantoccio crocifisso a sinistra, l’autore è a destra.

Curioso, come passa il tempo e cambiano i criteri di giudizio. Una volta questi si chiamavano spaventapasseri e si mettevano nei campi per tenere lontani gli uccelli. Oppure erano i fantocci che si preparavano a Carnevale per bruciarli in piazza. Oggi si chiama arte. Quanta “arte” hanno prodotto nei secoli scorsi i contadini, senza saperlo. Peccato; certo averlo saputo prima, invece che gettarli via o bruciarli, li avremmo tenuti cari e, magari, avremmo aperto un museo.

Ma ci sono crisi ben più serie e pericolose. Per esempio la Corea del nord, con i suoi test missilistici e nucleari e le continue minacce verso gli USA, la Corea del sud ed il Giappone, sta mettendo davvero in crisi il fragile equilibrio geopolitico di quell’area. Tanto che Trump ha inviato portaerei e sommergibili ed ha minacciato di usare la forza se Kim Jong-un continuerà nei suoi test. Ma il nostro dittatorello  coreano non sembra preoccuparsene più di tanto. Anzi, continua a sperimentare nuove armi e minaccia di affondare la portaerei USA con un sol colpo e di bombardare direttamente l’America. “Vi cancelleremo dalla faccia della Terra“, dice. E intanto, per nascondere il fatto che il popolo è alla fame (come il Venezuela; sono le delizie del socialismo) la stampa di regime diffonde la foto del leader coreano che va a visitare un’azienda che lavora la carne di maiale. Vista la strana rassomiglianza tra Kim ed i maiali è difficile riconoscerlo: è quello con il camice.

Liberazione e idioti

di , 25 Aprile 2017 18:39

Festa della Liberazione. Come ogni anno si ripete il solito rito delle sfilate e delle contestazioni alle rappresentanze della Brigata ebraica. Tanto che a Roma si svolgono due sfilate distinte per evitare possibili scontri con i rappresentanti della Palestina e perfino il PD (il che è tutto dire, una volta tanto ne fanno una giusta) si è dissociato e non parteciperà alla sfilata con l’ANPI proprio perché hanno invitato ufficialmente una rappresentanza palestinese.  Ho visto in Tv un servizio che riprendeva la sfilata della Brigata ebraica a Milano ed ai lati una folla di militanti di Palestina libera che urlavano insulti. A Roma, invece, un servizio in diretta mostrava il corteo che stava per partire; si vedevano solo bandiere rosse con falce e martello e bandiere palestinesi. Cosa c’entri la Palestina con la celebrazione dei 72 anni della Liberazione dal nazifascismo è un mistero. Allora non dirò niente di nuovo. Riprendo due post del 2015 e del 2006 (per confermare che l’idiozia è di vecchia data).

Liberazione e imbecilli (2015)

Festa della Liberazione: corone di fiori, cerimonie ufficiali, sfilate di cortei con bandiere rosse (più che  la festa della Liberazione sembra una riedizione delle vecchie feste dell’Unità), discorsi di circostanza, Bella ciao cantata in coro a teatro  e tanta, tanta retorica in dosi industriali.  Giusto riconoscimento per coloro che combatterono e diedero la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo. Ma è  anche la giornata dei vincitori del giorno dopo (saltare sul carro dei vincitori è la specialità nella quale noi italiani non abbiamo rivali): quelli che dopo che l’Italia fu liberata dagli alleati, sostituirono la camicia nera con quella rossa, si accreditarono come combattenti della Resistenza  e divennero tutti “partigiani”, senza aver mai combattuto nemmeno contro la malaria. Non solo gli italiani, improvvisamente da un giorno all’altro, si scoprirono tutti partigiani, ma si scoprirono anche antifascisti. Di colpo quelli che sfilavano al sabato fascista, che partecipavano ai Littoriali, che cantavano Giovinezza, vestivano la camicia nera e inneggiavano al Duce, divennero tutti antifascisti, anzi comunisti. Miracoli italiani.  E spacciandosi per partigiani ed antifascisti hanno campato per decenni su questi titoli di merito, facendo anche carriera politica. Su un ventennio ci campano da un settantennio. Ma oggi sono tutti in prima fila a fregiarsi di meriti altrui, a sbandierare drappi rossi e cantare Bella ciao. Gente che al massimo ha combattuto qualche battaglia navale a scuola.

Ma ciò che indigna è il fatto che, anche quest’anno, quella che dovrebbe essere una festa di tutti gli italiani diventa un’esclusiva della sinistra che si arroga il diritto di decidere chi può partecipare e chi no, chi ha diritto di sfilare in corteo e chi non può farlo. Hanno il copyright della festa. Così succede che, come negli scorsi anni, si insulta e si fischia la rappresentanza delle Brigate ebraiche (quelle che combatterono davvero a fianco degli alleati). Succede a Milano (Brigata ebraica e PD contestati). Succede anche a Cagliari dove dei filopalestinesi hanno cercato di stracciare le bandiere di Israele (Sotto il palco sfiorato lo scontro).: “Un militante di un movimento filopalestinese ha cercato di strappare la bandiera biancoceleste di un piccolo gruppo di persone che mostravano il vessillo di Israele. I militanti filopalestinesi si sono sistemati davanti agli oratori con le bandiere verde rosso nero e bianco.“. Cosa c’entrano i filopalestinesi con il 25 aprile? Hanno forse fatto la Resistenza insieme ai partigiani italiani? No. E perché allora sono in prima fila mentre cercano di vietare la partecipazione ai rappresentanti di chi per la Liberazione ha combattuto davvero? Se si è onesti bisognerebbe dare una risposta. Ma la aspettiamo invano da anni.

Sono cose dette e ridette, ma senza speranza di riuscire ad avere una risposta seria, perché l’ipocrisia di questa sinistra è tale che non vale la pena nemmeno di porre domande semplici come queste. Così ogni anno si ripete la sceneggiata di piazze occupate da bandiere rosse, alle quali si aggiungono, non si sa bene perché (anzi, lo immaginiamo), le bandiere palestinesi. E si ripete la indecente sceneggiata di chi si presenta come unica rappresentanza della lotta partigiana, come gli unici legittimati a festeggiare il 25 aprile. Come se tutti i partigiani fossero rossi e la Resistenza l’abbiano fatta solo i comunisti. Chi non è con loro è escluso dalla festa. Storia vecchia. Hanno liberato l’Italia dai nazifascisti e l’hanno consegnata a democristiani e comunisti. Ora, dopo 70 anni quella stessa Italia la stanno consegnando ai nuovi barbari che ci stanno invadendo nell’indifferenza generale; anzi, con il benestare e la complicità di quegli stessi cattocomunisti. Per questo sono morti i partigiani? Per regalare l’Italia ad africani, arabi e cinesi?

Non è una novità. Ecco cosa scrivevo 9 anni fa; è sempre valido. Al massimo cambiano le facce, ma gli idioti sono sempre in prima fila.

Aspettando la prossima “Liberazione” (2006)

Il 25 aprile l’Italia festeggia la ricorrenza della liberazione dal nazi-fascismo. E così è stato; discorsi ufficiali, cerimonie e cortei per le strade. Ma ci viene un dubbio. Quelli che “la serietà al Governo“. Quelli che “L’Italia è divisa, lavoreremo per unirla“. Quelli dovrebbero spiegarci perché una ricorrenza che dovrebbe “unire” tutti gli italiani diventa ancora una volta un’occasione per occupare le strade e le piazze ed appropriarsi di una vittoria che è stata degli alleati, in primis, e poi di tutti gli italiani. E dovrebbero spiegarci quale nesso esiste fra slogan, cartelli, contestazioni varie che nulla hanno a che fare con la festa della liberazione.

- Cosa c’entrano gli slogan e gli striscioni contro Letizia Moratti che partecipava al corteo insieme al padre (su una carrozzella) ex deportato a Dachau e medaglia d’argento della Resistenza, obbligandola, a suon di fischi e insulti, ad abbandonare la manifestazione? Vergogna!

- E perché mai la Moratti ed il padre sarebbero “un corpo estraneo ai valori del corteo“, come ha dichiarato non un qualunque imbecillotto, ma Daniele Farina, deputato di Rifondazione comunista?

- Che significa quest’altra illuminata dichiarazione riferita alle contestazioni alla Moratti “…contro questi che sono gli eredi dei fascisti di allora una contestazione può anche ritenersi giustificata“. Un deportato a Dachau e medaglia d’argento della resistenza sarebbe un “erede dei fascisti di allora“? Chi può aver detto una simile cretinata? Un No global in preda ad effetti allucinogeni? No, l’ha detta l’ex giudice del pool Mani pulite, ed ora neo senatore DS, Gerardo D’Ambrosio. Complimenti!

- Cosa c’entra Zapatero?

- Cosa c’entra Che Guevara?

- Cosa c’entrano le bandiere palestinesi?

- Cosa c’entrano i soliti vigliacchi che a Roma urlano l’abietto slogan “Una, cento, mille Nassirya?

- Cosa c’entra una affermazione simile “Oggi è una festa in più perché è anche la liberazione da Berlusconi“, fatta non dal solito imbecillotto, ma da Pecoraro Scanio, leader dei Verdi?

- Cosa c’entrano gli slogan inneggianti a “Dario Fo, sindaco“.

- Perché viene contestata la “Brigata ebraica” che ha pieno titolo a partecipare alla manifestazione, avendo combattuto a fianco delle forze alleate, urlando “Palestina libera, Palestina rossa. Israele Stato terrorista, sionisti assassini“?

- Perché si bruciano le bandiere israeliane? Cosa c’entra tutto questo con il 25 aprile?

Ce lo spieghino, per favore, quelli che vogliono “unire” l’Italia. Ci spieghino perché tutte le occasioni sono buone per trasformare le nostre piazze in arene di scontro e di contestazione e perché solo le bandiere rosse possono sfilare nei cortei. Ci spieghino perché questi contestatori in servizio permanente attivo fanno sempre capo alla sinistra e, allevati e nutriti a pane e comunismo, vorrebbero far diventare l’Italia un’unica grande “Piazza rossa”. Ci spieghino anche, visto che ci sono voluti anni di guerra, fame, miseria e morte, per liberarci dal nazifascismo, quanti anni ci vorranno prima di poter festeggiare la liberazione dagli imbecilli!

Ma intanto, in attesa di risposte che non arriveranno, parafrasando uno slogan a voi tanto caro, a questo vostro 25 aprile rosso di odio, di prepotenza, di arroganza e di violenza si può rispondere solo in un modo: “Dieci, cento, mille volte…VERGOGNATEVI!”

P.S.

In fondo è solo uno dei tanti e ricorrenti riti collettivi che periodicamente il potere mette in scena per omologare il popolo al pensiero dominante e tenerlo sotto controllo. Vedi “Masquerade“.

Servire gli altri (pensierino pasquale)

di , 14 Aprile 2017 23:37

Essere servo degli altri”; questo è il messaggio che ha lasciato Bergoglio ai detenuti del carcere di Paliano, dove ha rinnovato il rito della lavanda dei piedi. Mi ricorda tanto “Servire il popolo”; ma anche Potere operaio, Lotta continua, Prima linea, Avanguardia operaia, etc. Usa la stessa terminologia delle formazioni di estrema sinistra anni ’70. Si vede che hanno delle fonti di ispirazione comuni. Oppure sono residui ideologici del cattomarxismo della “Teologia della liberazione“, tanto cara alla Chiesa sudamericana. Una volta le uniche persone che servivano gli altri erano gli schiavi e le “donne di servizio“. Non esistono più nemmeno quelle; oggi si chiamano colf, collaboratrici familiari. Bergoglio, vuol dire che dovremmo essere tutti come le vecchie donne di servizio? Poi quando lo accusano di essere marxista nega e si risente; dice che non è comunismo, è Vangelo. Non è né Vangelo, né comunismo, perché nemmeno Marx ha mai elogiato i servitori o incitato a “farsi servitori“; anzi, ha detto di ribellarsi ai padroni. Forse Bergoglio ha letto male sia il Vangelo che il Capitale. Ma questo principio di esaltare gli ultimi, i poveri, è il suo pallino fisso. E per mettere in pratica il principio va a trovare i carcerati e, ovvio, si metterà a loro servizio. Forse gli rifà la branda, come facevano le burbe ai nonni da militari, o gli prepara il caffè, gli lava la biancheria, gli fa la barba e gli dà un spuntatina ai capelli. Intanto gli lava i piedi.

Ora, in carcere ci sono ladri, assassini, pedofili e delinquenti di ogni risma. A parte i possibili casi di errore giudiziario, se non fossero delinquenti, ma brave persone, non sarebbero in carcere. Giusto? Ora supponiamo che avessero scovato e incarcerato “Igor il russo”, quello che ha sulla coscienza due omicidi freschi freschi di giornata (più il pregresso) e quel pedofilo che proprio ieri ha confessato di aver stuprato quella bambina poi gettata da un palazzo. Bergoglio laverebbe i piedi anche a pedofili e assassini come questi? Lo farebbe per dimostrare che anche se sono criminali sono tutti “nostri fratelli”? Oppure perché “Chi sono io per giudicare?”, come disse a proposito dei gay, e “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”? O perché dobbiamo “perdonare settanta volte sette”? Oppure, come dicono assassini ed ex terroristi pentiti per pararsi il culo, “Nessuno tocchi Caino”? Credo che debba esserci un limite anche al perdono, perché l’infinita bontà e misericordia è di Dio, non degli uomini.

Vede Bergoglio, essere buoni, umili, modesti va bene. Difendere i deboli, aiutare i poveri ed i bisognosi, va anche bene. Uscire in utilitaria per andare a comprarsi gli occhiali o le scarpe, come un qualunque Gigetto di Trastevere, è anche simpatico. Assumere sempre questo atteggiamento dimesso, penitenziale, alla buona, da “Papa degli ultimi” è comprensibile; in tempi di civiltà dello spettacolo e dell’apparire, è un ruolo che paga come ritorno e visibilità mediatica. Ma se in ogni circostanza si ostenta un buonismo mieloso, sdolcinato, stucchevole, esagerato, si rischia di apparire ipocriti; e pure ridicoli. Questo non è Vangelo, è morale da schiavi. E Gesù non ha mai detto di “farsi schiavi“. Bergoglio, invece che lavare piedi ai delinquenti, dovrebbe farsi un bel lavaggio alla testa; per rinfrescarsi le idee. Mi sa che ne ha bisogno.

Vediamo questo principio del “Servire gli altri”, sotto un aspetto più leggero. Se tutti dovessero mettere in pratica il principio di Bergoglio, sarebbe un bel guaio. Nessuno sarebbe disposto a farsi servire, perché tutti vorrebbero servire e non essere serviti. Allora, se nessuno vuole essere servito, come si fa a “Servire gli altri”? Vedremmo l’intera umanità impegnata nell’ansiosa e frenetica ricerca di qualcuno da servire. Si andrebbe ad esplorare le zone più remote con la speranza di trovare qualche indigeno che non avendo recepito l’invito di Bergoglio, sia disposto a farsi servire. Ma invano, perché il messaggio papale avrebbe già raggiunto gli sperduti angoli della Terra e tutti gli uomini applicherebbero un unico principio: servire gli altri.

Pensate cosa succederebbe negli uffici, negozi, ristoranti, ovunque ci siano offerti dei servizi. Al cameriere, alla commessa, all’impiegato che gentilmente ci chiede “In cosa posso servirla?”, risponderemmo quasi offesi “Servirmi? No, grazie. Anzi sono io che voglio servire lei. Cosa posso fare per mettermi al suo servizio?”. Non riusciremmo più a fare un’ordinazione, acquistare un prodotto, chiedere un’informazione; niente. E chiaro che l’invito del Papa può sembrare anche apprezzabile in casi limitati, ma applicato su larga scala ed in termini assoluti sarebbe semplicemente inapplicabile. Un principio che risulta inapplicabile è inutile. E proporre principi inutili e non applicabili è da stupidi. Ergo, sotto l’aspetto culturale, etico, logico, razionale e pure del semplice buon senso, Bergoglio ha detto l’ultima fesseria, quella festiva, la fesseria di Pasqua.

E’ la conferma di quanto dico spesso. Bergoglio parla a vanvera, senza rendersi conto del significato di ciò che dice e delle conseguenze delle sue parole. E’ tipico di chi non riesce a prevedere le conseguenze di un principio, una norma, una legge. Apparentemente certe idee sembrano avere una loro logica, ma se si portano alle estreme conseguenze gli effetti, allora, e solo allora, ci si rende conto dell’errore. E’ come avere un blocco del pensiero che ci mostra solo gli effetti immediati, superficiali, a breve scadenza, ma impedisce di valutare gli effetti nel futuro. Purtroppo è un difetto molto comune nei Palazzi del potere. Ne ho parlato nel post: “Il pensiero corto“.

Femminicidio e TV

di , 13 Aprile 2017 23:45

Anche oggi tre donne ammazzate. Tutti i giorni c’è qualcuno che ammazza la compagna; per “futili motivi”, dicono i cronisti. Ma se questi “futili motivi” scatenano la furia assassina, forse non sono poi così futili. No? Vedi: “Futili motivi, TG e inviati speciali“.

Ma non ammazzano solo le compagne; spesso ammazzano anche i figli o, come è successo oggi, anche l’amica della compagna: “Ortona: due donne uccise a coltellate“. A Vicenza, invece, l’assassino si è limitato ad accoltellare la moglie. Per fortuna la figlia piccola non era in casa. E i media ci sguazzano per giorni, con dovizia di dettagli macabri. Ora dovrei ripetere quanto dico ormai da tempo. Ma facciamola breve. Se tutti i giorni i media ci raccontano di donne  ammazzate dai compagni, alla fine ci si abitua e la gente comincia a pensare che quando due persone litigano sia normale che debba finire a coltellate; anzi se lo aspettano. E così, se una persona dal precario equilibrio psichico si trova ad affrontare situazioni di crisi, conflitti, liti familiari, la prima reazione è quella di fare quello che sente ripetere ogni giorno in TV, quello che fanno tutti: ammazzare la compagna. Si chiama “emulazione”. Semplice no? E’ un primordiale istinto umano.

Ma naturalmente, i media sono innocenti. Non si può nemmeno lontanamente sollevare un leggerissimo sospetto che forse, dico forse, tanta quotidiana evidenza mediatica alla violenza possa generare qualche forma di emulazione. Anzi, dicono gli esperti che la violenza in TV non è pericolosa; serve a scaricare l’aggressività e sublimare gli istinti violenti. Ricordo bene una simile affermazione fatta in TV anni fa da una “esperta” psicologa. E se lo dicono gli esperti! E poi c’è sempre la giustificazione che non ammette repliche: il diritto di cronaca. Anche ieri parlavo di violenza e sfruttamento mediatico della cronaca nera: “Igor, media e violenza“. Nella colonna a destra “Mass media, società e violenza” ci sono alcuni dei post dedicati a questo argomento.

Ma sembra che nessuno si renda conto della serietà del problema. Anzi tendono a sminuire il pericolo e negare che fra media e violenza ci sia qualche legame e relazione. Purtroppo la relazione c’è ed è piuttosto stretta. Solo dei ciechi, sordi e pure in malafede possono fingere di non vederla. Oppure, come li definisce K. Popper, degli “Imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza.”. Ma molti sulla cronaca nera ci campano ed allora continuano a negare che la quotidiana diffusione di messaggi violenti possa creare effetti di emulazione. Ho fatto spesso esempi pratici. Ed ecco oggi l’ultima conferma: “Si ispirano al film Manchester by the sea ed uccidono il figlio“.

Più chiaro di così non si può. Se questi genitori, ispirandosi ad un film (pare che abbia vinto due premi Oscar) appena visto in televisione, ammazzano il figlio ed incendiano la casa, si può dire che esista una relazione tra i fatti? Oppure continuiamo a negare l’evidenza?  Ma gli psicologi negano; anzi per loro le immagini violente  hanno un effetto positivo perché permettono di sublimare l’aggressività.  Ho il sospetto che abbiano studiato per corrispondenza ed abbiano smarrito qualche fascicolo; magari i più importanti. Oppure hanno preso la laurea in Albania, o nei corsi serali nelle capanne del Burundi. Sì, deve essere così, perché se nelle nostre università si insegna questo, allora è meglio chiuderle e ricavarci alloggi per i senzatetto.

Igor, media e violenza

di , 12 Aprile 2017 02:32

I media ci stanno avvelenando, giorno per giorno. E’ una specie di mitridatismo mediatico; ogni giorno ci propinano la nostra dose quotidiana di violenza che, a lungo andare crea dipendenza, come la droga. Lo dico e lo ripeto da anni. Facciamo un esempio pratico. Raramente accendo la TV al mattino. Ma ogni tanto succede, magari per cercare di sentire le ultime notizie: con i tempi che corrono non si sa mai che scoppi una guerra nucleare. Bene, di solito il giro di zapping dura pochissimo, il tempo di fare un giro veloce sui vari canali e, siccome c’è sempre e solo la solita spazzatura,  spegnere. Cosa c’era oggi in TV? Vediamo.

Su RAI1 c’erano i soliti cuochi, su RAI 2 si parlava della strage di Erba, su RAI3 si cercavano assassini a “Chi l’ha visto”, su Rete4 c’era una fiction, su Canale 5 c’era quel cortile di liti familiari che è Forum, su Italia 1 c’era il TG. E parlava di “Igor il russo”, della sua fuga e della caccia delle forze dell’ordine. Subito dopo parte una altro servizio su una donna cinese accoltellata a Budoni in Sardegna. Basta e avanza. Spengo e andate affanculo tutti quanti, voi, i TG, i cuochi e chi vi segue. La televisione sta diventando insopportabile; un bollettino di guerra sarebbe più tranquillizzante. Cominciano al mattino presto a parlare di violenze di ogni genere, di incidenti, di morti ammazzati, di guerre fra bande di criminali, di droga e, immancabilmente, di femminicidi (ormai sono all’ordine del giorno).

Il “Nemico pubblico numero 1“. Continuano a chiamarlo “Igor il russo”. Non aggiungo altro perché ormai chi sia e cosa abbia fatto lo sanno anche i gatti. Già ieri si sapeva che Igor non era il suo nome e che non era nemmeno russo. Infatti aggiungevano subito che è serbo. Bene, allora abbiamo chiarito chi è questo criminale? No. Oggi nei Tg lo chiamano ancora “Igor il russo“, e subito dopo precisano che, però, viene dalla Serbia e che ha un altro nome.  Anche la stampa continua a definirlo così: “Tutti i segreti di Igor il russo“. Allora viene spontaneo chiedersi perché si continua a chiamarlo “Igor il russo” se ormai già da ieri è accertato che non è russo e non si chiama Igor?  Questo ci dà la misura della serietà dell’informazione. Ci sono due spiegazioni per questa contraddizione. La prima è quella semantica (ma la spiegazione sarebbe lunga), che spiegherebbe il vezzo giornalistico di far uso di motti, frasi fatte, paradigmi, stereotipi e appellativi che funzionano da identificativo, richiamano subito alla mente il personaggio, lo caratterizzano e si prestano ad essere usati come messaggio subliminale. E’ l’effetto “Mostro in prima pagina“. L’altra è più semplice e spiega il livello professionale degli addetti ai lavori nel campo dell’informazione. In questo caso non ci sono spiegazioni complicate, ci sono solo tre possibilità: o sono mezzo idioti, o sono idioti per 3/4, o sono idioti del tutto.

Da ieri l’argomento principe di tutti i media è lui “Igor il russo”. Cosa ha fatto di così speciale per scatenargli dietro un migliaio di carabinieri e coinvolgere perfino il comandante in capo del Corpo? Niente di speciale. Ha fatto una rapina ed ha ucciso una persona. Niente di più di quanto sentiamo quasi ogni giorno. Ma allora perché gli altri casi vengono dimenticati quasi subito e questo Igor diventa un caso speciale? Perché si ottengono due risultati. Il primo è quello di utilità mediatica: si riempiono i programmi con scoop, esclusive, aggiornamenti, servizi degli inviati speciali, interventi e commenti in studio di esperti e opinionisti, interviste volanti a cittadini ed al comandante delle operazioni mascherato col passamontagna (fa scena e si approfitta per pubblicizzare un suo libro), riprese in diretta delle operazioni delle forze dell’ordine (che non sai se sono reali o sono sceneggiate a beneficio delle telecamere). Insomma, si riempie il palinsesto per giorni, si fa audience e ci si guadagna la pagnotta.  Il secondo risultato è quello di focalizzare l’attenzione del pubblico su questo caso e farne il “Nemico pubblico numero uno”, stile Al Capone. Così, se lo prenderanno (come speriamo) sarà un grande spot a favore della capacità operativa delle forze dell’ordine, scoraggia la giustizia fai da te e smentisce chi accusa lo Stato di non garantire la sicurezza dei cittadini. Più è pericoloso il criminale catturato e più efficiente si dimostra lo Stato. Ecco perché ingigantire la pericolosità di Igor, significa automaticamente esaltare la capacità delle forze dell’ordine. E così, la cattura di Igor, almeno per un po’ di tempo, farà dimenticare il fatto che di criminali come Igor l’Italia è piena e che nessuno si sente più al sicuro, nemmeno in casa. Ma tutto finirà in gloria; fino alla prossima rapina ed al prossimo morto ammazzato.

La cronaca nera, gli incidenti, le tragedie di qualunque genere sono diventati l’argomento principale dei media. Con queste notizie si riempiono pagine dei quotidiani, programmi Tv, internet. Tempo fa ho dedicato un post alle notizie di apertura del quotidiano locale L’Unione sarda: quasi sempre sono notizie di incidenti stradali (Vale la pena di leggere questo post Top News per capire di cosa sto parlando). Sembrerebbe che il problema più importante della Sardegna sia il traffico. Ecco, giusto per fare un altro  esempio concreto, cosa riportava ieri L’Unione sarda al centro pagina, nella sezione “News Italia“.

Avete letto i titoli? Vi sembra credibile che oggi in Italia queste siano le notizie più importanti? Oppure sarà un caso eccezionale in un giorno particolare? No, è la norma, questo è ciò che si legge tutti i giorni sulla stampa, su internet, in TV.  I Tg sembrano la cronaca dei morti “minuto per minuto”, un bollettino delle disgrazie. I programmi di intrattenimento, a partire dal mattino, riprendono gli stessi argomenti. Il pomeriggio, tanto per favorire la digestione, i vari talk riprendono gli stessi argomenti di cronaca nera, con approfondimenti ed inviati speciali sul luogo delle tragedie. La sera peggio che mai; film e fiction polizieschi, horror, con abbondanza di Squadre omicidi, Distretti di polizia, CSI, NCIS, Squadre speciali, “Montalbano sono…”, marescialli, preti che fanno i detective e cani che fanno i commissari.  Ancora programmi speciali (Quarto grado, Amori criminali, Storie maledette, etc.), inchieste, ricostruzioni di vecchi fatti delittuosi, tutto a base di violenza e cadaveri, con dovizia di dettagli macabri. Sembra che per i media l’argomento principale sia proprio la violenza. E quando non ci sono fatti di sangue in casa nostra andiamo a scovarli in capo al mondo, pur di garantirci la nostra dose quotidiana di violenza, come fosse una droga. Ecco un esempio: “Scontro frontale in Texas“. E’ solo uno dei tanti esempi. In mancanza di incidenti stradali di casa nostra, raccontiamo quelli che avvengono in Texas. Vi interessa? No, non interessa nessuno; ma serve a riempire le pagine.

E così ogni giorno ci scaricano addosso la nostra buona dose di negatività che, inconsapevolmente, modifica il nostro essere, altera le nostre capacità e funzionalità mentali, la nostra psiche, il carattere, crea assuefazione e indifferenza verso il male, ci rende schiavi della necessità di assumere dosi sempre più massicce di veleno mediatico, ed accresce pericolosamente la nostra aggressività; quella aggressività che poi, cosa che continuo a ripetere da anni, esplode all’improvviso in atti di violenza che i media, non sapendo come spiegarla, continuano a giustificare “per futili motivi“. Forse non se ne rendono conto, ma i media hanno una responsabilità enorme nei confronti del pubblico. L’effetto di questo eccesso di notizie negative è che può scatenare, specie in individui particolarmente sensibili, deboli, con un precario equilibrio psichico, forme di emulazione o improvvisi raptus di follia.

Ma i media su questo genere di cronaca ci campano e non riconosceranno mai le proprie responsabilità. Bisognerebbe denunciarli, portarli in tribunale, accusarli di favoreggiamento e incitamento alla violenza e chiedere i danni morali. Oppure istituire un tribunale speciale, come in tempo di guerra, e condannarli per crimini contro l’umanità. Sì, perché, anche se sembra eccessivo, si tratta proprio di questo. I media stanno commettendo un crimine che non è meno pericoloso delle bombe dei terroristi. E’ più devastante, perché colpisce tutti indistintamente in ogni luogo ed è subdolo perché la gente non ne percepisce il pericolo e, quindi, non attiva nessuna forma di difesa. Un vero e proprio crimine che mascherano da informazione, libertà di stampa e diritto di cronaca. Ma è un bluff, c’è il trucco, perché dietro l’apparenza innocua e allettante si nasconde il pericolo, la truffa, l’inganno: come i cioccolatini purgativi o le bevande avvelenate.

Vedi:

- Fiorello e violenza in TV

- Cuochi e delitti

- Il Papa ha ragione

Da “Quinto potere” (Network) 1976.

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Bombe strabiche

di , 10 Aprile 2017 10:34

Oddio, ci siamo persi 36 missili. Non si sa dove siano andati a finire. Se qualcuno li ritrovasse è pregato di avvisare la Casa Bianca; l’indirizzo lo trovate su Google (lì c’è tutto). La notizia di questi giorni è che Donald Trump ha deciso di punire la Siria per l’uso di bombe chimiche. Così dalle navi che stazionano nel Mediterraneo sono stati lanciati 59 missili Tomahawk sull’aeroporto dal quale si dice siano partiti gli aerei che hanno usato quelle le bombe. Ma diverse fonti ufficiali, siriane, russe e pure USA, dicono che di quei missili solo 23 sono arrivati a segno (“Solo 23 missili USA a bersaglio“). E gli altri 36? Mistero, hanno sbagliato strada e si sono persi.  Così, dopo le bombe intelligenti, abbiamo i missili cretini.

Ora, la cosa buffa è che proprio la mattina dopo l’attacco, si poteva leggere sui quotidiani che i missili Tomahawk sono micidiali, perché oltre alla lunga gittata (2.500 Km.), possono essere controllati e guidati tramite radar e sistemi satellitari, garantendo una precisione massima sull’obiettivo, con un margine di errore di appena 5 metri. L’altro aspetto curioso è che nell’aeroporto bombardato c’erano solo 6 Mig fermi per riparazioni e manutenzione. Ma allora, visto che gli USA conoscevano benissimo la situazione (dalle rilevazioni satellitari), e vista l’estrema precisione dei missili, perché lanciarne 59? Bastava lanciarne una decina e colpire con precisione gli aerei, uno per uno, la torre di controllo e la stazione radar. Avrebbero anche risparmiato un bel po’ di soldini, visto che ogni missile costa quasi 2 milioni di dollari. Allora, dove sono finiti gli altri 36 missili? Misteri della tecnologia moderna. O erano difettosi, oppure  chi doveva guidarli era strabico.

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Ma poi, siamo davvero sicuri che quelle bombe chimiche siano state lanciate dalla Siria? Non saranno come le armi chimiche di Saddam che sono servite per giustificare l’invasione dell’Iraq, ma non sono state trovate perché non esistevano? Sull’attendibilità dell’informazione e le bufale spacciate per notizie, specie in materia di operazioni militari, vedi alcuni post sulla Libia, taroccamenti, Hillary Clinton e varie: “Libia e mozzarelle di buffale”.

P.S.

A proposito di bufale o quasi. Piccolo esempio di come si può alterare il senso di una notizia. Non è una vera e propria bufala; è molto peggio, perché inculca subdolamente una mezza verità apparentemente positiva per nascondere l’altra mezza verità scomoda. Dopo annunci di manovrine per recuperare fondi (come ci chiede l’Europa) e smentite categoriche, oggi la notizia è che quei soldi li troveranno, come sempre, aumentando le tasse su benzina e tabacchi. Che fantasia questi governanti! Così saprebbe governare anche lo scemo del villaggio. E dire che ogni volta che appare in TV il nostro ballista toscano, premier ombra, continua a dire che non aumenteranno le tasse. Ma del resto, da uno che scriveva “#enricostaisereno” e dopo un mese gli toglie la poltrona da sotto il culo, ci si può fidare?

Per preparare il terreno l’Ansa, invece che parlare di aumento delle tasse, la butta sulla necessità di risparmiare sulle spese mediche causate dal fumo. Come sono sensibili; si preoccupano della nostra salute. E così a gennaio scorso annunciava il possibile aumento col titolo a lato, quasi come una necessità da accogliere con grande gioia perché ci fa risparmiare miliardi.

Ed ecco, invece, il titolo che oggi si legge sul Corriere on line:

Invece che dire che aumentano le tasse, dice che “aumentano le entrate“. E messa così sembra anche una buona notizia perché lo Stato incassa più denaro da usare per utilità pubblica. E quella è la mezza verità positiva. Ma passa in secondo piano la mezza verità negativa; ovvero il fatto che quelle maggiori entrate le pagano i cittadini, non cadono dal cielo. Potete scommettere che se al governo ci fosse Berlusconi, avrebbero titolato “Aumentano le tasse sul tabacco“. Ma se al governo ci sono gli amici, allora cambia la musica. Il più importante quotidiano nazionale e la maggiore agenzia giornalistica, pur di compiacere il Palazzo, invece che dire chiaramente che aumentano le tasse, l’Ansa dice che risparmiamo sulle spese mediche, ed il Corriere dice che aumentano le entrate dello Stato. Anzi, per evitare perfino di nominare le tasse, le chiama “rimodulazione delle accise“; roba da inserire in sottofondo le classiche risate registrate delle sitcom. Ecco un esempio facile facile di come la stampa manipola una qualunque notizia anche semplicemente nel modo di presentarla. Ma voi credete ancora a quello che scrivono i giornali o passano in televisione? Sveglia gente, sveglia.

 

 

Adinolfi e il vitellino

di , 5 Aprile 2017 02:10

Chi non ama gli animali, la musica, l’arte, la natura, la bellezza, non ama neppure se stesso; ed ancor meno gli altri. Sono persone dall’animo arido come un deserto, incapaci di provare sentimenti, più disposti all’odio che all’amore e capaci di rovinarvi l’esistenza scaricandovi addosso la loro negatività (esattamente quanto fa quotidianamente la televisione: ma questa è un’altra storia). Statene lontani. Amara constatazione, forse eccessiva, ma più reale di quanto si pensi. Mi è venuta in mente leggendo oggi un articolo che riporta alcune dichiarazioni di Mario Adinolfi: “Gli animali non vanno in paradiso; non hanno anima.”.

E’ curioso che si affermi che gli animali non abbiano un’anima, visto che la stessa etimologia direbbe il contrario. Ma questa è una vecchia disputa, e la Chiesa ha sempre negato che gli animali possiedano un’anima. In fondo, al di là di questioni teologiche, quello che conta non è che abbiano o  no un’anima; conta il rapporto di affetto che ci lega ai nostri fedeli compagni di viaggio. Lord Byron aveva un rapporto specialissimo con il suo cane Boatswain. E quando il suo amato cane morì a causa della rabbia, eresse un monumento funebre e gli dedicò questo epitaffio: “Qui accanto riposa chi aveva bellezza ma non vanità, forza ma non arroganza, coraggio ma non ferocia, ed ogni altra virtù, ma nessun vizio conosciuto all’uomo.”. Ecco, forse i cani non hanno un’anima come l’uomo, ma certo non hanno i vizi dell’uomo. E’ già tanto; ed è un punto a favore dei cani.

Se Adinolfi si fosse limitato a dire che gli animali non vanno in paradiso non gli avrei dedicato attenzione. Ma è andato oltre. Ecco cosa aggiunge: “Gli occhi del vitellino non mi commuovono, preferisco la scaloppina cucinata bene“. Se pensava di fare una battuta non dimostra grande senso dell’umorismo; non fa ridere. Se non è una battuta è ancora più esecrabile perché inutilmente sarcastica. Non sono vegano, non sono nemmeno animalista, e mangio la carne, anche se non ne vado pazzo. Ma non c’è bisogno di essere fanatici animalisti per notare che quella affermazione è di una crudeltà eccessiva e fuori luogo. Quelle parole denotano cinismo, mancanza di sensibilità, cattiveria d’animo ed una pericolosa predisposizione innata alla violenza. Mi ricorda quei bambini terribili e un po’ satanici che si divertono ad infilzare le lucertole o torturare i gattini. Gli animali forse non hanno un’anima, ma provano gli stessi sentimenti che proviamo noi umani; affetto, gioia, dolore. E come tali meritano rispetto.

Il fatto che, come dichiara nell’intervista, sia orgoglioso della sua militanza come servizio d’ordine in cortei e manifestazioni studentesche, e vada fiero delle sue imprese giovanili da picchiatore sessantottino, dimostra che non ha propriamente l’animo di un innocente e mansueto agnellino. Non ho mai dedicato molta attenzione a questo personaggio che sembra solo una copia di Giuliano Ferrara, di cui ha la stessa corporatura, lo stesso spirito polemico, ma non l’ingegno.  Penso che si sia guadagnato spazio mediatico per le sue battaglie in difesa delle posizioni della Chiesa sulla famiglia, l’eutanasia e le unioni civili. Prima mi era solo indifferente; ora, per usare un elegante eufemismo,  mi sta sulle palle. In un certo senso ha fatto un salto di qualità. Ho sempre pensato che per capire le persone bisogna fare attenzione a quello che dicono, ma ancor più a quello che NON dicono (ma questo meriterebbe un discorso a parte).

Quando si incontra una persona sconosciuta, osserviamo l’aspetto fisico, il volto, i gesti, l’atteggiamento, lo sguardo, perfino il tono di voce, la proprietà di linguaggio. In brevissimo tempo, istintivamente, ci facciamo un’idea, positiva o negativa, di quella persona; bastano anche poche parole, una battuta più o meno felice.  Così succede con Adinolfi: “Gli animali non hanno l’anima”, dice.  E su questo si potrebbe discutere a lungo. Dice ancora che “gli occhi del vitellino non lo commuovono“. E su questo, invece, non c’è niente da discutere; provoca un’immediata reazione allergica, come strofinarsi sulle palle una medusa urticante. Forse è meglio essere animali senza anima, piuttosto che umani senza cuore. In ogni caso è meglio non essere Adinolfi.

Più conosco gli uomini, più amo i cani” (Heinrich Heine 1797-1856)

Vedi: “Cane e padrone” (2008)

Pesci d’aprile

di , 1 Aprile 2017 20:15

Vigili in Ferrari e poliziotti in Lamborghini. Sarà vero? Ormai siamo così abituati alle notizie più strampalate che non sappiamo più distinguere il vero dal falso, le notizie reali dalle bufale. Così, se i pesci li abbiamo tutto l’anno, anche il classico “Pesce d’aprile” rischia di perdere significato; le bufale sembrano vere e le notizie vere sembrano pesci d’aprile. Vediamo.

Vigili  e auto di servizio

Cominciamo proprio da questa notizia curiosa: “I vigili urbani di Milano avranno in dotazione una Ferrari 458 spider“. L’auto, sequestrata alla mafia, è stata assegnata gratuitamente ai vigili urbani milanesi i quali hanno dichiarato che la useranno “per progetti di educazione alla legalità“. Come si faccia a educare alla legalità passeggiando in Ferrari non è chiaro. Pensateci, perché la risposta non è proprio intuitiva. Intanto che ci pensate, ecco un’altra notizietta di due giorni fa: “Il ministro Minniti consegna alla polizia una nuova Lamborghini Huracàn“. L’auto sarà in dotazione alla polizia stradale di Bologna che la userà “sia per attività operativa, sia per consegne urgenti“.  L’attività operativa in Lamborghini forse la fanno sul circuito di Monza a 300 Km/h, ma le “consegne urgenti“? Mah, forse fanno il  servizio pizza express per i colleghi di pattuglia  in autostrada.  Ecco due notizie che non sappiamo se considerarle serie o come battute da bar sport. Purtroppo sono vere. Magari dopo le Ferrari ai vigili di Milano e la Lamborghini ai poliziotti di Bologna, daranno una Limousine alle guardie carcerarie di Roma che la useranno per ispezionare le celle di Rebibbia. Ma vi sembra che questo sia un mondo normale?

Attenti ai ciclisti

Spesso accusiamo i nostri parlamentari di essere pagati troppo e non lavorare abbastanza.. Ma è un’accusa infondata: lavorano, purtroppo.  Ecco l’ultima proposta presentata in senato da un gruppo di senatori  di diversa appartenenza politica (a dimostrazione del fatto che la stupidità è super partes): “Le auto che sorpassano i ciclisti devono tenersi ad almeno 1,5 metri di distanza.”. Previste sanzioni da 163 a 651 euro, oltre alla sospensione della patente. Non ho mai capito chi stabilisca gli importi delle multe e con quale criterio. Perché 163 € e non 160, perché 651 e non 650? Misteri ministeriali. Ma questo è niente. La prova ardua sarà misurare la distanza esatta di 1,5 metri fra due corpi in moto parallelo che procedono a velocità diversa.  E farlo, ovvio, mentre si guida. E con quale strumento? Lo devono ancora inventare? Incredibile quali idiozie riesce a partorire la mente umana. Ecco perché non hanno tempo per occuparsi di cose serie; stanno pensando alle cazzate. Questa idiozia ci dà l’idea del livello intellettuale dei nostri governanti. Ma misurare l’esatta distanza tra auto e bici in moto parallelo è niente, un gioco da ragazzi, in confronto alla missione impossibile di misurare il livello incommensurabile della stupidità di questa gente; anche da fermi.

Mi ricorda un’altra pensata geniale di un ministro dei trasporti di molti anni fa. Per ridurre il traffico cittadino e l’inquinamento ebbe la geniale idea di consentire la circolazione alle auto solo con 4 persone a bordo. Non è uno scherzo. Era Giancarlo Tesini, ministro dei trasporti nel governo Amato nel biennio 1992/’93.  Avete idea di quali sarebbero state le conseguenze di una simile legge? Per uscire in auto, magari per una urgenza, avreste dovuto caricarvi la mamma, la nonna paralitica e il portinaio, oppure pagare dei passanti per accompagnarvi. A Napoli si sarebbero inventati subito una nuova professione “I passeggeri accompagnatori; anche festivi, prezzi modici“. Per fortuna l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.

Nel 2014, invece, due senatrici del PD,  Leana Pignedoli e Venera Padua (si vede che nel PD hanno una spiccata predisposizione ad occuparsi di economia e di Iva in particolare), dopo lunghe ricerche e studi, fecero una scoperta incredibile: “L’origano è tassato più del basilico e del rosmarino“. Ecco quale era la radice dei nostri guai e della crisi economica. Ed iniziarono subito una battaglia epocale per abbassare l’Iva sull’origano; un provvedimento che resterà nella storia dell’economia mondiale; come il “New deal” di Roosevelt. E che dire della proposta di Pippo Civati, ex PD, che l’anno scorso per rilanciare l’economia e superare la crisi, dopo chissà quale travaglio interiore e notti insonni, riuscì a partorire questa idea determinante per rilanciare l’economia: “Giù l’Iva sugli assorbenti“.  Ne parlavo in questo post: “Origano, assorbenti e Iva“.

Shakespeare in sardo

La Sardegna ha alcuni primati poco invidiabili. Abbiamo il record della disoccupazione, abbiamo le due province più povere d’Italia (Iglesias-Carbonia e Medio Campidano), e di recente abbiamo scoperto che i ragazzi sardi sono i più precoci e tra i maggiori consumatori di alcol e droga: “Primo spinello a 12 anni“. Chi ben comincia! Ma l’intera economia della Sardegna è perennemente in crisi. Ad aggravare ulteriormente la già grave situazione, da qualche anno si aggiunge l’arrivo di ospiti africani non invitati che dobbiamo accogliere e mantenere a spese nostre. Ne parlavo in questo post: “I sardi sono ospitali“.

Eppure, a leggere la cronaca quotidiana, sembrerebbe che l’isola non solo non abbia problemi di natura economica, ma sia talmente ricca che  possa permettersi il lusso di utilizzare grandi risorse finanziare per organizzare delle attività culturali e di intrattenimento che coinvolgono praticamente l’intero territorio. Proprio ieri il Consiglio regionale ha approvato la finanziaria 2017: “Approvata manovra da 7,6 miliardi di euro“.  Ne parlo perché in quel documento finanziario, ci sono anche notevoli risorse destinate proprio ad attività nel settore cultura e spettacolo e per la valorizzazione della lingua sarda. Ed ecco la notizietta curiosa, proprio di pochi giorni fa che sembra proprio da Pesce d’aprile.

Qualcuno potrebbe giustamente pensare che, vista la grave crisi che soffre l’isola, i finanziamenti vengano usati per progetti seri e interventi strutturali che servano a rilanciare l’economia e creare lavoro. Invece si stanziano 170.000 euro per tradurre i cartoni animati in lingua sarda e organizzare un festival itinerante di arte e tradizioni. Avete capito bene? Per tradurre i cartoni animati in sardo. Ma non c’è da meravigliarsi. Ho parlato spesso di questa anomalia: siamo col culo per terra, ma spendiamo decine di milioni di euro all’anno per organizzare eventi culturali, musicali, rassegne cinematografiche, festival Jazz, teatro di strada, giullari e saltimbanchi, sagre della fregola e della pecora bollita. Non c’è paesello anche piccolo della Sardegna che non organizzi una sagra o un evento culturale. Così ci si affanna ad inventarsi iniziative varie in lingua con scritti, programmi Tv, teatro, traduzioni in sardo della Divina Commedia, del Don Chisciotte, ed ora arriva anche la traduzione del Tito Andronico di Shakespeare. Sembra proprio un Pesce d’aprile, invece è vero. Non abbiamo soldi nemmeno per piangere e spendiamo 100.000 euro per tradurre il gatto Silvestro in sardo. Vedi “I sardi sono poveri“. E meno male che sono poveri, figuriamoci se fossero ricchi.

Ecco, queste sono alcune notizie recenti (ma ne abbiamo esempi ogni giorno) che potrebbero tranquillamente essere scambiate come “Pesce d’aprile“. Invece, purtroppo, sono tragicamente vere. Voi continuate a sperare che sia possibile un mondo migliore? Io no.

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